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Johnny lo zingaro

Gang
Language: Italian

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Dall'album Le Radici e le Ali
Scritta da Sandro Severini, Marino Severini e Massimo Bubola

Johnny lo zingaro


Johnny è Giuseppe Mastini, ricordo che Marino Severini disse di avere scritto questa canzone dopo aver visto il processo a "Un Giorno in Pretura" dove rimase impressionato da come affrontava il processo rivendicando di essere un ladro, purtroppo non ritrovo il testo con cui Marino spiegava la canzone.

Nella lunga storia di Giuseppe Mastini, alias Johnny lo Zingaro, ciò che colpisce di più è la molteplicità e l’incongruità nella narrazione dei fatti: lati oscuri emergono tanto dalle ricostruzioni giornalistiche che dai libri e dai film che ne raccontano le vicende, talvolta romanzate e piegate verso la delineazione di una figura di bandito maledetto, di eroe negativo, di genio del crimine, capace di sfuggire, in ogni modo, con ogni mezzo, alla privazione della libertà.
In realtà ciò che è evidente, dall’ascolto delle testimonianze processuali è che quella di Mastini, nella sua dimensione di violenza scarsamente comprensibile, sia una storia di vittime, più che di carnefici. Vittime sono senza dubbio il tramviere che si trova sulla sua strada di neocriminale nel 1975, in zona Tiburtina, così come il diplomatico ucciso durante una rapina in villa e l’agente di polizia colpito durante l’arresto, nella caccia all’uomo che si scatenò nel marzo del 1987, sulla Tuscolana, dove Mastini prese in ostaggio e poi rilasciò, anche qui in circostanze poco chiare, una ragazza che era in auto da quelle parti.

Ma vittima è anche il Mastini, che emigrò dalla provincia Bergamasca alla periferia romana al seguito dei genitori, giostrai che sbarcavano il lunario vivendo da nomadi un una roulotte ed ebbe nel suo soprannome, lo Zingaro, lo stigma delle sue origini sinti, che lo identificarono fin da bambino come ultimo tra gli ultimi, predestinato, quasi, ad una vita ai margini, oltre i margini. Infatti ad 11 anni iniziò la sua carriera di piccolo criminale, passando da una cattiva compagnia all’altra, visto che quelle buone, dove viveva lui, non c’erano. Frequentò spacciatori, rapinatori, neofascisti, assassini in pectore e conclamati, tra cui l’altro suo simile, quel Piero Pelosi che – pare – conobbe in riformatorio, dove finì a 15 anni per furto d’auto con delitto e che gli valse un quarto d’ora di pessima notorietà in quanto sospettato di essere presente sulla spiaggia di Ostia mentre Pier Paolo Pasolini veniva ammazzato. Nel suo andirivieni dalle patrie galere del resto era entrato in contatto con l’eversione nera e forse con quella parte delle istituzioni di cui sappiamo i nomi ma non abbiamo le prove.
Ma vittima fu anche di tale effimera e funesta notorietà, vittima di chi lo volle redento ad ogni costo e lo fece reinventare pseudocronista musicale, mettendolo in situazioni che non era in grado di gestire se non approfittando dei sentori di libertà che ne derivavano. Del resto ascoltando la voce di Johnny mentre depone al suo processo, schiacciato quasi dall’eloquio dei due avvocati che lo sovrastano, si comprende con estrema chiarezza con chi si ha a che fare: un povero di spirito, incapace quasi di esprimersi in italiano, che nega l’evidenza senza possibilità neanche di addurre una scusa o una giustificazione, ben lontano dall’aura di fuorilegge ribelle e imprendibile che gli avevano cucito addosso. Uno che la vita ha sconfitto più o meno nel momento in cui lo ha posto sulla terra. Uno che ha espresso se stesso solo nel desiderio di essere in fuga, braccato, ricercato, senza catene ma senza un luogo dove andare. Catene di nessun tipo, né materiali né morali.

Zaira Pochetti


Ma nella storia c’è un’altra vittima, la più grande: si tratta di Zaira Pochetti, la Wilma della canzone, che nel suo forse primo, forse unico, deragliamento dai binari di una vita modestissima, incontra Johnny e paga carissima quella che forse è una infatuazione che la rende correa dei delitti del Mastini e la conduce ad un arresto che vive come una liberazione, senza opporre resistenza. Descritta anche lei come la mantide, la coprotagonista di un romanzo alla Bonny and Clide all’italiana, in realtà Zaira è la figlia ventenne di una famiglia poverissima di pescatori, cresciuta dalle suore, che vive di fatto solo pochi giorni di relazione con lo Zingaro, pochi giorni che le costeranno la vita. Infatti non sopporterà il regime carcerario e forse il peso del suo errore, lasciandosi morire di inedia e di anoressia in prigione, nel 1989.

Mi permetto, per una volta, una personalizzazione del post. Devo dire, infatti, a conclusione, che quando abbiamo “aperto” la rubrica sulle canzoni ho più volte provato a scrivere su “Johnny lo Zingaro”. Ne ho anche parlato con Marino, per capire come entrare in questa delicata, controversa vicenda ed ho avuto conferma dei lati oscuri e delle strumentalizzazioni subite, tanto da farmi desistere dall’idea di raccontarla, nel timore di sbagliarne l’approccio. Ma adesso mi sembra quasi doveroso, pur senza – ovviamente – pretendere di entrare nell’interpretazione della canzone, che una volta rilasciata al mondo parla a ciascuno una lingua diversa: ciascuno la interpreti e la senta come meglio crede. Quello che credo io è che “vendere cara la pelle” è un atto di disperazione più che di rivolta, un urlo che non so se ascrivere alla dimensione dell’umano o a quella del ferino.

Maila Pentucci, Gang Communia
Johnny lo zingaro
scarpe di serpente
con il suo sguardo lontano.
Virna la bruna
cuore di vetro
sette anelli d’oro scuro per mano

Li hanno visti
sparare alla luna
verso l’alba
in quel vecchio luna park
là dove il vento piega le spade
dove i cani disegnano le strade

Venderà cara la pelle
Johnny non si arrederà
senza tetto né patria né stelle
né donna né casa né terra
lo catturerà

Tracce di sangue
gomme di fuoco
urlano le sirene.
Presero Johnny
e Virna la bruna
c’è chi li vide in catene.

Tutta la notte
dentro in questura
con la mascella spezzata
e poi il mattino
dentro in pretura
vent’anni come una pisciata.

Venderà cara la pelle
Johnny non si arrenderà
né finestre né mura né celle
mai potranno fermare
la sua libertà.
Venderà cara la pelle
Johnny non si arrenderà
senza tetto né legge né stelle
né donna né casa né terra
lo catturerà.

Io sono un ladro
e ho imparato a rubare
come ho imparato a suonare
io sono un ladro
e ho imparato a rubare
come mio nonno e mio padre
io sono un ladro
e non un assassino
e dell’inferno ho paura
non è la legge
dei Gagés e dei giusti
che chiuderà l’avventura.

Venderà cara la pelle
Johnny non si arrenderà
senza tetto né legge né stelle
né uomo né donna né vento
lo raggiungerà

E venne la morte
con i denti d’argento
e prese Irma per mano
entrò nel letto
nel bianco silenzio
nel rosso del ventre gitano.

Contributed by Lucone - 2020/9/8 - 20:34


Dopo una lunga riflessione e avendo finalmente trovato il bel commento di Maila Pentucci, approviamo questa storica canzone dei Gang ringraziando Lucone per averla proposta.

Inserimento senz'altro controverso, ma se ci sta Nebraska ci possono stare anche Johnny e Virna.

Come scriveva Alessandro Pontelli nell'introduzione al disco: "Non tutti i 'banditi' del pantheon dei Gang mi stanno simpatici - ma forse non esistono banditi senza tempo, ogni tempo ha i banditi che si merita". Ecco Giuseppe Mastini non è certamente tra i banditi che ci possono ispirare simpatia, ma la sua dura storia di emarginazione, violenza e galera può e deve essere raccontata.

Lorenzo - 2020/9/13 - 12:20


2020/9/13 - 12:25


Sì, ci sta, ma lo dico a denti stretti, che i versi "io sono un ladro / e non un assassino /e dell’inferno ho paura" mi pare denotino che i Gang non avevano approfondito abbastanza la carriera criminale di Johnny Lo Zingaro... Vallo a dire a Vittorio Bigi, Michele Giraldi e Mauro Petrangeli se Mastini era solo un ladro costretto al crimine perchè Sinti e quindi emarginato...

B.B. - 2020/9/13 - 15:10


Questa canzone è valsa ai Gang una apparizione al Tg1

Dq82 - 2020/9/14 - 18:50



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