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Utopia

Wild Macs
Language: Italian



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Why
(Wild Macs)


(tratto dalla pagina you tube)

Wild Macs


Ciao

Ho scritto questa canzone quando ero un ragazzo, negli anni ’80, al tempo del muro di Berlino e della guerra fredda. Cinema e tv ci ricordavano continuamente che se un pazzo di presidente avesse premuto un tasto, ogni momento sarebbe stato buono per un’ecatombe nucleare. E peggio ancora i media cercavano di far passare il messaggio che l’equilibrio del terrore fosse il metodo migliore per mantenere la pace nel mondo, che la violenza e la minaccia della violenza fossero indispensabili per ottenere la pace. In quegli anni l’Italia stava uscendo dagli “anni di piombo”, durante i quali gli estremisti e i terroristi predicavano ai giovani il credo che la strada per cambiare le cose fosse la violenza. A giro si vedevano molte T-shirt col volto di Che Guevara, idolo della guerra giusta.
Io in camera avevo attaccato le immagini di Ghandi e Martin Luther King.

Poi sono passati gli anni. È arrivata la guerra del golfo (’90), la guerra del Kosovo (’96), l’11 settembre 2001, l’orrore dell’Afganistan, il terrorismo internazionale, i G8 e i black block (’01), la primavera araba (’10), la Siria (’12), la strage dei migranti nel mediterraneo, i porti chiusi, i nuovi venti di nazionalismo e razzismo, e sempre, onnipresente, lo sfruttamento dei paesi del terzo mondo. Ed ogni volta questa canzone mi veniva alla mente, sempre attuale, unica risposta a un mondo che non cambiava mai le sue dinamiche.

Non sono mai stato pacifico. Sono cresciuto coi film di avventura e western; da bambino giocavo ai cow boys e agli indiani con le armi giocattolo, forse i miei giochi preferiti. Sono cresciuto in un quartiere di periferia, dove a scuola (dalla materna alle medie) la legge tra i bambini era quella del più forte. Parlare di eventi di bullismo era fuori luogo, gli “eventi” erano i rari momenti in cui non c’era il bullismo. Al liceo, in seguito, alla gente piaceva dividersi; tra destra, centro e sinistra, tra cattolici e mangiapreti, in fazioni ideologiche spesso usate per farsi grandi o far carriera. C’era ancora la leva obbligatoria ai 18 anni (per i maschi...); mi sarebbe piaciuto un corpo avventuroso, tipo corpi speciali, paracadutisti, incursori. Ma era un gioco di fantasia. Quello che a me sarebbe piaciuto sarebbe stato volare nel cielo col paracadute, immergermi nel mare con le bombole, guidare mezzi inarrestabili, mettere alla prova il mio fisico e la mia mente per cercare di conoscere i miei limiti. Ma nell’esercito tutte queste cose sono solo i mezzi, non il fine. Il fine è utilizzare la violenza per risolvere le questioni. Il messaggio è di dover accettare il concetto che l’unica via per mantenere la pace e l’ordine sia la violenza, che non ci sia un’alternativa. Quando ho riflettuto sul senso delle cose ho scelto il servizio civile. Innaturalmente. La mia natura è istintiva, reattiva, agonistica (non antagonistica tuttavia); istintivamente lotto. Ho sempre cercato di svuotare le questioni dal superfluo e far rimanere solo l’essenziale, per cercare di capirne il succo. E di questa storia, tolto il superfluo, in mano mi restava un arma, che avrei avuto in mano col solo fine di colpire altri uomini su ordine di altri uomini ancora. Io militare, sarei stato solo un mezzo meccanico, necessario per azionare un altro mezzo meccanico con lo scopo di uccidere qualcuno quando un’altra persona avesse deciso che era giusto od utile farlo. Non comprendevo se esistesse davvero un modo alternativo che fosse efficace per cambiare le cose o contrastare la violenza. Ghandi e M. L. King erano stati assassinati. Di una cosa tuttavia ero certo: la via della violenza non mi apparteneva. Quindi presi l’altra, non importava se con essa avrei ottenuto qualcosa; andava percorsa semplicemente perché era la via giusta. Anziché un anno di militare mi si prospettarono due anni di servizio civile (perché doveva essere chiaro che quella era un’alternativa concessa a denti stretti, e andava scoraggiata raddoppiando il tempo del servizio).

Da quel mondo è nata questa canzone. A riascoltarla ora è un testo scarno, ingenuo, essenziale, spoglio di tutti i discorsi superflui. Il sogno del mondo che avrei voluto per i miei figli, e dei sentimenti che avrei voluto provare; la meta di un cammino di crescita che è ancora in corso... un’utopia insomma. Il titolo è venuto da solo. Ma il senso è proprio questo: smettere di fare le scelte (soprattutto quelle importanti) secondo la logica del profitto e della convenienza. Non è importante chiedersi: “otterrò il risultato seguendo questa strada?”, neanche quando il fine è giusto (la pace del mondo, lo stipendio, la salute). E’ importante chiedersi: “è la via giusta?”. Io non sono mai stato ne giusto, ne buono, ne pacifista, ne altruista. Ho scelto la via della non violenza, e la sto seguendo a fatica, spesso perdendola, ricercandola e ritrovandola. L’altra via mi rendo conto sarebbe stata per me più agevole; ma sulla strada della non violenza mi sento in armonia con me stesso, il paesaggio è stupendo, è un bel viaggiare. Del resto l’importante è il viaggio, più che il raggiungere la meta. La meta, una volta raggiunta, è solo l’inizio di un nuovo viaggio...

Wild Mac
Tornerai insieme a me
alla casa che un giorno lasciasti
cercavamo la via
per creare un mondo migliore
la tua fede è la mia
noi crediamo in un dio e nell’uomo
forse è una pazzia
ma il nostro amore
potrà cambiar la vita

E la gente canterà tutta insieme
per un mondo che vuol vivere in pace
e mio figlio non vivrà nel terrore
il suo amore fiorirà
per la gente attorno a lui

Finché l’odio vive in noi
la violenza dominerà la terra
sopportiamo così
i potenti che cercano la guerra
basta con questa pazzia
di confini, eserciti e padroni
non e’ certo con le bombe
che costruiremo
la pace in questo mondo

E la gente canterà tutta insieme
per un mondo che vuol vivere in pace
e mio figlio non vivrà nel terrore
il suo amore fiorirà
per la gente attorno a lui

2020/9/16 - 16:41




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