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Ethika fon ethica

Franco Battiato
Language: Italian


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[1974]
"Collage radiofonico" di Franco Battiato
Album: "Clic"

clic


In questa strana serata di gennaio in compagnia del “Battiato dei primordi”, ho deciso di proporre un autentico azzardo. Quel che segue è, forzatamente, un'interpretazione tutta personale di un brano tra i più bizzarri e sconcertanti del catanese (o meglio, del ripostese): Ethika fon ethica. Del 1974, dall'album "Clic". L'interpretazione tutta personale sarà accompagnata anche da qualche ricordo, personale anch'esso.

1974, appunto. Il ventinovenne Battiato, magro scheletrito, in canottiera e di una bruttezza cosmica tanto da sembrare sublime, si mette davanti a una radio e comincia a girare a casaccio la manopola della sintonia. Si immagina una vecchia Radiomarelli a cassone, di quelle che troneggiavano nei salotti delle famiglie, adagiata su un centrino e coperta da un panno perché non pigliasse la polvere. Comincia così questo vero e proprio “Blob” radiofonico, un gesto comunissimo rinovellato poi nello zapping televisivo. Solo che la radio di Battiato doveva essere sintonizzata sull'intero XX secolo italiano, sul “Secolo breve” che nel '74 era ancora più breve. Quel che ne viene fuori mi sembra un intento, quello di ripercorrere tutta la storia del secolo come girando a caso la manopola di una radio.

Ethika fon ethica, appunto; “etica fonetica”, certo, ma declinata quasi in stile prussiano. La trasmissione e la propaganda. Un' ethika che si apre con il motivo di apertura delle trasmissioni serali internazionali di Radio Bucarest, un motivo che conoscevo bene e direttamente. Quattordicenne, quando iniziavo a imparare la lingua rumena, verso le dieci e mezzo della sera, su una radio di casa, andavo spesso a ricercare le trasmissioni della radio di stato romena, sperando di sentire un po' di romeno parlato. Inutile, perché quel che si riceveva erano trasmissioni in lingua italiana. Così, presi coraggio e scrissi una lettera a Radio Bucarest, in romeno scorrettissimo; cominciò così uno scambio epistolare con la Radioteleviziunea Română dell'epoca di Ceauşescu, che conservo ancora oggi: mi mandavano di tutto. Guide di conversazione, vocabolarietti, calendari, spille. Una volta, quarant'anni fa esatti, mi spedirono una lettera assicurandomi che le mie lettere erano state lette in delle scuole di Bucarest: un coetaneo italiano che stava imparando il romeno.

Il “Blob” radiofonico di Battiato sul XX secolo contiene di tutto, ma secondo me una sua ben precisa logica ce l'ha. Dopo Radio Bucarest arriva una specie di “urlo di Tarzan” modulato con delle voci incomprensibili in sottofondo; segue lo “zipp” del cambio di frequenza, seguito da dei canti tibetani. Arriva poi un inquietante “ruggito mostruoso”, mentre qualcuno (c'è chi dice lo stesso Battiato), con vocetta nasale, canticchia l'attacco di Scrivimi di Luciano Tajoli, anno 1936 (“Quando tu sei partita mi donasti una rosa”). Si passa, quindi, alle canzonette d'amore di una certa epoca e alle melensaggini di regime: ciò che segue, sullo sfondo di un Chopin suonato malissimo, sembra tratto da un radiodramma dell'epoca. Un tizio, con accento inglese alla “Mal dei Primitives”, dice: “Io tchi amo veramente, con tchuttcho il cuore. Ma tchu mi lasci sempre solo...!” Lei, con voce un po' infastidita ma suadente, gli risponde: “Vieni...è pronto da mangiare”. E lui, rassegnato: “Vengo”. Seguono di nuovo miscugli tra musichette e bisbigli incomprensibili e assai inquietanti, come di cospiratori; si inserisce una voce che pronuncia ripetutamente “Ma dai, ma dai”. Sullo sfondo di una musica balcanica, poi, si inserisce Benito Mussolini che tuona: “Mi sarete voi fedeli?” E la folla oceanica risponde: “Sì!!”, mentre la realtà è quella dell'emigrazione: segue infatti l'attacco della canzone 'A cartulina 'e Napule, di De Luca/Buongiovanni, cantata da Mignonnette nel 1927, che è seguita senza soluzione di continuità dall'attacco di Faccetta nera (Mario Ruccione, aprile 1935). Di nuovo, poi, si risente la canzonetta del 1936 di Luciano Tajoli, canticchiata ancor di più come da qualcuno davanti allo specchio che si fa la barba. Il “Blob” diventa all'improvviso una marcia militare che, poi, si rivela essere la Marcia Trionfale dell'Aida di Verdi. Siamo alla guerra e alla “raccolta dell'oro”: la regina Elena pronuncia un discorso, “...il sacrario del Vittoriale, per deporre sull'altare dell'Eroe Ignoto la fede nuziale, ultima offerta di dedizione alla Patria”. A questo punto la sintonia “crolla” e si comincia a sentire una canzone giapponese. La musica si fa all'improvviso moderna, e l'annunciatore radiofonico della RAI dice: “Signore e signori, buonanotte”, seguito dall'Inno di Mameli (si tratta del modo in cui ancora oggi la radio italiana chiude le trasmissioni prima del “Notturno”). La radio emette suoni sconnessi e si spegne all'improvviso.


Franco Battiato illustra "Ethika fon ethica" (intervista del 1976, da 6'30" a 8'56")


Una cosa, certamente, alla John Cage nell'album più stockhauseniano di Battiato, inutile negarlo. Quel che invece nego, è che il brano sia interamente frutto di psichedelie e di canne a tutt'andare (secondo la sua stessa ammissione, ci mise tre mesi a compilarlo). Nella sua quasi totalità, il brano (che si apre con un totalitarismo radiofonico) si basa sull'eterno mix di ammore, insulsaggini, canzonette, fascismi e guerra (la “dedizione alla Patria”). Qualcosa che sembra provenire davvero dal passato; dal passato? C'è chi trova il brano “”esilarante”, peraltro con considerazioni assai interessanti: ”Quest’album termina nell’esilarante Ethika Fon Ethica, che alcuni critici fanno risalire alla “Gesang der Jünglinge im Feuerofen” (1956) di Stockhausen. La notevole differenza è che Battiato, a differenza del maestro tedesco, monta stralci sonori di diversissima provenienza senza mai utilizzare l’elettronica: vi sono marcette fasciste, dialoghi cinematografici, bande popolari, comizi politici, registrazioni televisive, ouverture militari, convegni e conferenze. Certamente l’intento dei due musicisti è lo stesso. Lì Stockhausen inaugurava la musique concrète, secondo quell’afflato verista che pretendeva che la musica fosse l’esatta riproduzione della realtà; qui Battiato inaugura invece il (dé)collage per dimostrare quanta musica vi sia attorno noi, una musica autogenerata dalla natura e dalle attività umane.” Io l'ho sempre trovato inquietante e meno “décollé” di quanto appaia. Questione, naturalmente, di punti di vista: del resto, l'ho detto sin dall'inizio. Niente "extra" in base alle mie convinzioni, ma tutto in modo aperto, mai dogmatico, mai assoluto, mai definitivo. Chi non conosce questo brano, comunque, si prepari ad ascoltare qualcosa non di tutti i giorni. [RV]

Contributed by Riccardo Venturi - 2018/1/16 - 21:41



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