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Sen więźnia

Lubomir Szopiński
Language: Polish

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[1939-40]
Parole di Zdzisław Karr-Jaworski (1908-1941), giornalista e poeta.
Musica di Lubomir Szopiński, composta nel 1940 mentre si trovava prigioniero nel campo nazista di Stutthof (Sztutowo, vicino a Danzica).
Nella raccolta intitolata “Pieśni Obozowe. Mauthausen/Gusen”, pubblicata dalla polacca Veriton in data imprecisata, dove tutti i brani sono eseguiti dal Chór Meski Teatru Wielkiege W Warszawie, direttore Józef Bok.

Pieśni Obozowe

Testo ed informazioni trovate su questa pagina del museo del campo di concentramento di Stutthof
Sul sito Mes musiques régénérées – Jewish Music Claude Torres sostiene che il manoscritto con la musica originaria composta da Szopiński sia andato perduto e che sia stata riscritta dopo la guerra da Alexander Kulisiewicz, che avrebbe anche cambiato parzialmente il testo della poesia di Karr-Jaworski.

Mauthausen-Gusen, 1943. Esercizi vessatori ed umilianti imposti da un kapo a prigionieri che a stento si tenevano in piedi.
Mauthausen-Gusen, 1943. Esercizi vessatori ed umilianti imposti da un kapo a prigionieri che a stento si tenevano in piedi.


L’autore di questi versi, Zdzisław Karr-Jaworski, era emigrato molto giovane in Francia, dove aveva fatto tanti lavori, compreso il minatore. Ma aveva sempre coltivato la sua passione per la scrittura, sia in prosa che in poesia. Era tornato in patria poco prima dell’invasione nazista del 1939 ed era stato quasi subito arrestato, per via della sua professione di giornalista. Internato nel campo di Stutthof, lì organizzò l’attività culturale per i prigionieri, compresi recital poetici e sessioni corali che venivano svolti clandestinamente. La prigionia lo uccise nel 1941 ma ebbe forse il tempo di ascoltare questa sua struggente e patriottica – nel senso migliore del termine – poesia trasposta in canzone corale dal compositore Lubomir Szopiński (1913-1961), diplomato al Conservatorio di Danzica e direttore di coro, anche lui rinchiuso prima a Stutthof, poi a Sachsenhausen e infine a Mauthausen/Gusen, dove “Il sogno del prigioniero” acquistò forma definitiva e divenne una delle canzoni più amate dai prigionieri di lingua polacca.
Lubomir Szopiński sopravvisse a quasi 6 anni di prigionia ma ne uscì con la salute minata, morendo a soli 48 anni.
Śniła mi się nasza wioska,
mazowieckie nasze piaski,
a pod gruszą Matka Boska,
strojna w swej korony blaski,
na rozstajnych drogach stała…

Śniła mi się nasza chatka;
nad kądzielą pochylona
przędła sobie moja matka,
samiuteńka, opuszczona,
stara, jak gołąbek biała…

Śniły mi się nasze łąki,
Pola strojne ciężkim kłosem,
a rozśpiewane skowronki
wydzwaniały drżącym głosem
Bożą łaskę, Pana chwałę.

Śniły mi się Wisły wody,
A w nich rybek pełne krocie,
Nasze pralechickie grody,
Ukapane w słońca złocie.
Niewzruszone i wspaniałe!

Śniła mi się puszcza ciemna,
Mchem jej stopy podścielone,
od Prypeci aż do Niemna
Wiecznym śniegiem otulone
Śniły mi się nasze Tatry…

Śniło mi się – Mój Ty Boże!-
Bryzgające pianą w górę
nasze cudne polskie morze!...
A nad morzem srebrnopióre
Mewy wzniosły się jak wiatry …

Tak ci mi się dziwnie śniło…
Szkoda, że snem tylko było…

Contributed by Bernart Bartleby - 2015/5/11 - 11:48



Language: Italian

Traduzione italiana / Italian translation / Traduction italienne / Italiankielinen käännös:
Riccardo Venturi, 7-8-2020 10:57

Nota. La traduzione si basa su quella di Sen o pokoju, la versione modificata da Aleksandr Kulisiewicz nel campo di Sachsenhausen. Sono state ovviamente tradotte ex novo le parti differenti
Sogno di un prigioniero

Sognavo il nostro villaggio,
Le nostre terre sabbiose di Mazovia,
E sotto il pero, la Madonnina
Bagnata dalla sua luminosa corona
Stava ai crocicchi delle strade...

Sognavo la nostra casetta di campagna,
Mia madre che filava
La lana, china sul fuso.
Era tutta sola, abbandonata,
Grave d'età, coi capelli bianchi come una colomba.

Sognavo i nostri prati,
Campi adorni di grosse spighe di grano.
In lontananza cantavano le allodole
Annunciando con le loro voci tremule
Amor d' Iddio e ringraziamenti al Signore.

Sognavo le acque della Vistola,
Che scorrono piene di banchi di pesci.
La roccaforte della nostra antica Polonia, [1]
Immersa nei raggi dorati del sole -
Splendida e salda!

Sognavo le oscure foreste,
Un tappeto di muschio sotto ai piedi
Dal Pripyat fino al Niemen [2]
Ammantate da nevi eterne;
Sognavo i nostri monti Tatra.

Sognavo, -Dio mio!-
Il nostro meraviglioso mare polacco
Che spruzza spuma nell'aria !
E, appena sopra le acque, volavano
Gabbiani come il vento, con le loro ali argentate...

Questo sognavo ogni giorno...
Peccato, che era solo un sogno...
[1] Si veda la nota 1 alla traduzione italiana di Sen o pokoju.

[2] E' questa la “connotazione nazionalistica” di cui si parla in Sen o pokoju e che fu eliminata da Kulisiewicz assieme ai riferimenti religiosi: il Pripyat (pol. Prypeć) e il Niemen (lituano Nemunas) sono due fiumi della “Grande Polonia” storica, che comprendeva la Lituania e una discreta parte dell'Ucraina. Da notare che il Pripyat è il fiume che scorre nell'attuale zona del disastro di Chernobyl: Pripyat si chiama anche la città da allora totalmente abbandonata, che le “oscure foreste” si stanno letteralmente rimangiando.

2020/8/7 - 10:58



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