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Ta-Ra-Ra Boom-De-Ay

Joe Hill
Language: English

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Le lundi au soleil
(Claude François)
Les petits graviers
(Théodore Botrel)


[1914]
Parole di Joe Hill.
Sulla melodia di una nota canzonetta di varietà ed avanspettacolo risalente alla fine dell’800.



Sabotaggio: il termine ha origine durante la rivoluzione industriale, nel settore tessile, nei paesi francofoni di fine 700, inizio 800. Quando cominciarono a diffondersi i telai a vapore, i lavoratori in sovrannumero che venivano licenziati li danneggiavano infilando negli ingrannaggi i loro “sabots”, gli zoccoli di legno…

L’uomo dal cacciavite in mano: il sabotaggio.

Di Valerio Evangelisti, da “Come si fa: tecniche e prospettive di rivoluzione”, a cura di Franco "Bifo" Berardi e Valerio Monteventi, Manni editore.



Esiste una forma di lotta che ha gli effetti di uno sciopero di massa, pur se attuata da un numero esiguo di lavoratori o, in certi casi, persino da uno solo? Sì, esiste, e si chiama sabotaggio. Era comune, e teorizzata da alcune forze sindacali, nei primi decenni del secolo scorso, soprattutto in Francia, in Inghilterra e in America. A quei tempi, in Italia, era praticata principalmente nelle campagne. Tornò di moda, da noi, negli anni Settanta. Noto è il caso, ai tempi della catena di montaggio, del cosiddetto “salto della scocca” nella industria automobilistica. La vettura completata mancava di qualche pezzo piccolo ma essenziale, e ciò la rendeva inservibile. Un danno economico altissimo per il padrone. Nel 1984 vi fu un processo contro alcuni operai dell’Alfa Romeo colpevoli del sabotaggio. A sorpresa, i magistrati condannarono l’azienda e assolsero i lavoratori. Una sentenza che, in certi ambienti e sulla stampa mainstream, fece scandalo. Provocò anche una breve crisi tra i sindacati, favorevoli alla decisione del giudice, e il PCI, risolutamente contrario.
Non conosco altre sentenze così esplicite, ma non voglio occuparmi qui del sabotaggio in toto, che ha avuto mille altre espressioni (anche recentissime). Intendo invece chiarire perché un secolo fa alcuni sindacati importanti, come la CGT in Francia, gli IWW in America e altri ancora, un po’ in tutto il mondo, ritenevano il sabotaggio un mezzo di lotta legittimo, per quanto ritenuto dalla legge un atto criminale.

Partiamo dalla definizione. Il testo fondamentale, tradotto in molte lingue, è Il sabotaggio di Émile Pouget (un dirigente della CGT di tendenza anarco-sindacalista), pubblicato in Italia nel 1911. Sua è la formula che riassume il concetto: “A cattiva paga, cattivo lavoro”. Il prefatore italiano, che si firma Notari, offre una definizione sintetica ma più ampia:
“Il sabotaggio si divide in due grandi rami. Il primo comprende il sabotaggio delle industrie, e consiste (…) nel ridurre la macchina, o qualsiasi altro strumento di lavoro, in istato di inattività impedendo, così, che l’arma escogitata dalle classi padronali — il krumiraggio — possa spuntare quella delle classi operaie — lo sciopero.
Il secondo comprende il sabotaggio applicato ai commerci il quale consiste (…) nel fare l’interesse del cliente, e non quello del padrone: nel dare, cioè, il peso giusto della merce richiesta, nell’offrire quella di migliore scelta e di migliore fattura, anziché quella avariata od imperfetta.”
Tralascio la seconda forma di lotta, meno attuale, che pure trova in certe azioni degli anni Settanta — primi anni Ottanta alcune analogie (tipo la scelta degli autoferrotranvieri, durante le loro vertenze, di far viaggiare i passeggeri senza biglietto, invece di astenersi dal lavoro). Quanto alla prima, fu ufficialmente adottata, creando uno scandalo enorme, dal congresso di Tolone della CGT francese del 1897, ribadita dal congresso di Rennes l’anno successivo, poi sancita a Parigi nel 1900. Il motivo della risoluzione è ben spiegato da Pouget:
“Bisogna che i capitalisti sappiano che il lavoratore non rispetterà la macchina se non quando questa sia divenuta per lui un’amica che abbrevia il lavoro, invece di essere, come oggi è, la nemica che gli ruba il pane e lo uccide.”
Simili idee, che oggi possono apparire datate e persino oltraggiose, conobbero una diffusione stupefacente. Del resto si rifacevano a prassi già adottate spontaneamente dalla classe operaia. Comprendevano forme varie, che andavano dall’osservanza pedissequa dei regolamenti (usata dai ferrovieri francesi già prima del congresso di Tolone) al ricorso a espedienti capaci di bloccare un ingranaggio, e con esso tutti quelli collegati, a monte e a valle. L’azione di uno solo, o di pochi, era davvero sufficiente a interrompere un’intera catena produttiva. Talora bastava togliere un bullone o versare un liquido colloso sulle pulegge. Impossibile, o quasi, scoprire il colpevole, tra la folla degli operai manifatturieri.

Dalle teorizzazioni di Pouget si passò alla pratica fatta propria dal sindacalismo rivoluzionario, e in particolare dagli Industrial Workers of the World americani. Un dirigente degli IWW, Ben H. Williams, sconsigliava nel 1911 la distruzione diretta delle macchine. I lavoratori non l’avrebbero capita, e forse avrebbero finito per giudicarla barbara. Meglio la tattica dei ferrovieri francesi. Dopo un accordo tra i militanti del sindacato, provocare un guasto qui, un guasto là, fino a rendere l’intera rete — pubblica e privata — inaffidabile e ingestibile. I padroni avrebbero finito per abbandonare la loro tracotanza e sarebbero scesi a patti spontaneamente. Come in effetti accadde in Francia, nel 1895.
Altri teorici degli IWW, a partire da Frank Bohn per arrivare a molti altri, incluso il leader “Big Bill” Haywood, approfondirono le modalità di questo tipo di lotta. Cerco di ricapitolare il loro discorso.
- Il sabotaggio è valido quale forma di conflittualità estrema, in presenza di situazioni eccezionali. In condizioni “normali”, i proletari lo ripudierebbero.
- Le situazioni eccezionali comprendono il ricorso ai crumiri, il rifiuto di ammettere le rappresentanze sindacali, l’impossibilità dello sciopero.
- Necessaria al sabotaggio detto “industriale” è la presenza di masse cospicue di lavoratori, tra le quali non sia possibile scovare uno o più colpevoli, se non colti sul fatto.
- Il sabotaggio ha per bersaglio le cose, non le persone. L’inverso della repressione del potere, che punta invece alle persone, non alle cose.
Simili concetti furono adottati dall’intero sindacalismo rivoluzionario mondiale, ai primi del Novecento. Gli IWW li teorizzarono più che praticarli. Una realizzazione molto concreta ebbe luogo principalmente nella California degli anni Dieci-Venti del Novecento. Braccianti precari ed esasperati, ridotti alla fame da salari sempre più bassi, cominciarono a dare fuoco alle trebbiatrici che toglievano loro il lavoro. Il compositore Joe Hill adattò a esaltazione di quel gesto una canzoncina popolare, Ta-Ra-Ra Boom De-Ay, in cui un proprietario terriero accettava di negoziare dopo avere assistito alla distruzione delle macchine agricole comperate per risparmiare manodopera.
Furono casi comunque isolati, e non paragonabili al galletto rosso praticato negli stessi anni dagli operai agricoli di molti paesi europei, a partire dai braccianti della Russia per arrivare a quelli, pure inquadrati in organizzazioni sindacali riformiste, dell’Emilia-Romagna. Consisteva semplicemente nel dare fuoco ai campi di cereali, e richiedeva un grado accentuato di alienazione dal lavoro. Difficilmente i piccoli proprietari contadini avrebbero accettato quella tattica. La facevano propria masse precarie che passavano da un lavoro all’altro, e non avevano nulla che le legasse al suolo, né al lavoro in sé.
Negli Stati Uniti, di norma, non si arrivò a tanto. Sta di fatto che il sabotaggio, o per meglio dire il suo elogio, fu tra i pretesti usati nel 1919 per mettere fuori legge gli IWW, tra deportazioni forzate e condanne a lunghi periodi di carcerazione. Nulla faceva rabbrividire chi deteneva il comando dell’economia e del potere quanto l’idea che un piccolo nucleo di operai potesse, con una “disattenzione” difficilmente imputabile, causare in pochi minuti una perdita di profitti maggiore di quella provocata da una settimana di sciopero — senza poter sapere a chi sospendere la paga o chi licenziare.



La parola d’ordine “A cattiva paga, cattivo lavoro” scomparve in seguito dal novero degli slogan sindacali. Riapparve per un poco in Italia, negli anni Settanta, nella forma “A salario di merda, lavoro di merda”. Nei decenni successivi fu travolta dal decentramento produttivo, dagli appalti a lavoratori o agenzie presunti autonomi, dalla delocalizzazione. Dopo la condanna per legge di un’altra tradizionale arma sindacale, il “boicottaggio” (tu non rispetti i tuoi dipendenti e io ti boicotto; chiunque avrà a che fare con te sarà boicottato a sua volta, persino sul piano dei rapporti umani), si sono susseguite per ogni dove misure legislative, forme di sorveglianza, modalità organizzative che rendessero il sabotaggio impraticabile. Ma si può dire che la bestia sia domata? Per scatenarsi richiede un precariato diffuso, la conseguente estraneità ai fini dell’impresa, la mancata accettazione del “normale” rapporto sindacale da parte del padrone. Sull’altro versante esige coscienza dei fini, coraggio e disinvoltura nella scelta dei mezzi. Forse è sul secondo fronte che attualmente si avvertono le carenze maggiori.
Come che sia, credo opportuno riportare un brano delle conclusioni del congresso di Tolone della CGT, che adottò il sabotaggio come arma legittima:
“Noi vi abbiamo già dimostrato come istintivamente il lavoratore abbia risposto al capitalista feroce diminuendo la produzione, ossia offrendo un lavoro proporzionato alla miserabilità del salario.
Occorre augurarci che i lavoratori si rendano conto che il sabotaggio, per divenire un’arma poderosa, deve esser praticato con metodo e con coscienza.
Spesso basta la semplice minaccia del sabotaggio, per ottenere utili risultati.
Il congresso non può entrare nei particolari della tattica. Questi particolari debbono partire dalla iniziativa e dal temperamento di ciascuno di voi e sono subordinati alla varietà delle industrie.
Non possiamo che porre la massima e augurarvi che il sabotaggio entri nell’arsenale di lotta dei proletari contro i capitalisti, analogamente allo sciopero, e che l’orientazione del movimento sociale abbia sempre più la tendenza all’azione diretta degli individui e a una maggiore coscienza della propria personalità.”
Sono parole, quelle della CGT, che potrebbero avere senso ancora oggi? Non lo so, mi sono limitato a un semplice e semplificato excursus storico. Certo che in tempo di reti e di interconnessioni, l’idea di un omino — o donnina — in tuta che può bloccare tutto quanto, conseguendo gli effetti di uno sciopero generale prolungato, non può che affascinare.
I had a job once threshing wheat
Worked sixteen hours with hands and feet.
And when the moon was shining bright,
They kept me working all the night.
One moonlight night, I hate to tell,
I "accidentally" slipped and fell.
My pitchfork went right in between
Some cog wheels of that thresh-machine.

Ta-ra-ra-boom-de-ay!
It made a noise that way.
And wheels and bolts and hay,
Went flying every way.
That stingy rube said, "Well!
A thousand gone to hell.
But I did sleep that night,
I needed it all right.

Next day that stingy rube did say,
"I'll bring my eggs to town today;
You grease my wagon up, you mutt,
And don't forget to screw the nut.
I greased his wagon all right,
But I plumb forgot to screw the nut,
And when he started on that trip,
The wheel slipped off and broke his hip.

Ta-ra-ra-boom-de-ay!
It made a noise that way,
That rube was sure a sight,
And mad enough to fight;
His whiskers and his legs
Were full of scrambled eggs;
I told him, "That's too bad –
I'm feeling very sad"

And then that farmer said, "You turk!
I bet you are an "I Won't Work".
He paid me off right there, By Gum!
So I went home and told my chum.
Next day when threshing did commence,
My chum was Johnny on the fence;
And 'pon my word, that awkward kid,
He dropped his pitchfork, like I did.

Ta-ra-ra-boom-de-ay!
It made a noise that way,
And part of that machine
Hit Reuben on the bean.
He cried, "Oh me, oh my;
I nearly lost my eye"
My partner said, "You're right –
It's bedtime now, good night"

But still that rube was pretty wise,
These things did open up his eyes.
He said, "There must be something wrong;
I think I work my men too long"
He cut the hours and raised the pay,
Gave ham and eggs for every day,
Now gets his men from union hall,
And has no "accidents" at all.

Ta-ra-ra-boom-de-ay!
That rube is feeling gay;
He learned his lesson quick,
Just through a simple trick.
For fixing rotten jobs
And fixing greedy slobs,
This is the only way,
Ta-ra-ra-boom-de-ay!

Contributed by Bernart Bartleby - 2014/5/20 - 11:39




Language: Swedish

Traduzione svedese / Swedish translation / Svensk översättning: Jacob Branting
TA-RA-RA BOM TA-RA

Jag plöjde åker natt och dag,
i sexton timmar jobba' jag.
Jag måste stå på mina ben
när både sol och måne sken.
Men så en afton blev jag trött,
så att jag började se rött.
Jag lyfte traktorns motorhuv
och tappade en liten skruv.

Ta-ra-ra bom ta-ra,
det var nog inte bra.
Då tog det skruv uti
ett stort maskineri.
Men jag fick vila sen
för arbetsgivaren.
Det kan han gärna ha.
Ta-ra-ra bom ta-ra.

Han sa till mej, jo du är snygg,
jag tror att du är arbetsskygg.
Du är visst nån slags bolsjevik,
så ta din löning här och stick.
Jag nämnde saken för en vän,
och tro det eller inte, men
på morron fick han motorstopp,
och skördetröskan den brann opp.

Ta-ra-ra bom ta-ra,
det var nog inte bra,
och arbetsgivarn han
stod breve när det brann.
Han sa o ve, o ve!
Det går åt helvete!
Men då min kompis sa:
Ta-ra-ra bom ta-ra.

Vår boss var ändå inte dum,
och ett och annat fick han hum,
och sa: »Det måste vara fel,
att ni skall slita er ihjäl.«
Nu räknas övertiden här,
och vi får varmrätt och dessert,
och vi har avtal och procent,
och inga olyckor har hänt.

Ta-ra-ra bom ta-ra,
nu mår vi alla bra.
Nu har vi honom i
vår blandekonomi.
Och snart så blir väl han
vår nästa ombudsman.
Vi kan en slipsten dra.
Ta-ra-ra bom ta-ra.

Contributed by Juha Rämö - 2015/5/25 - 10:29




Languages: Italian, English

La versione di Massimo Liberatori

Con questa seconda canzone il "Tratturo Zero” va ancora oltre la dimensione territoriale internazionalista di “This land is your land" assumendone anche una politico sociale.
Si tratta qui di cantare a proposito delle prime lotte contadine, sotto forma di sabotaggi, per la conquista di una paga e un orario più dignitosi. Il riferimento e "Ta ra ra boom de ay" del sindacalista anarchico e folk singer Joe Hill. E’ qui adattata in dialetto romanesco per conservarne l‘originale ironia che più incisivamente si può esprimere con i dialetti, soprattutto quando si narrano storie cosi popolari e tragiche come il sabotaggio.
La versione originale dei 1891 è attribuita a Henry J. Sayers, invece l‘elaborazione di Joe Hill fu pubblicata per la prima volta, nel marzo del 1916, nel ”Joe Hill Memorial Edition of the industrial Worker - Little Red Songbook”.
Il testo è fondamentale per comprendere questa forma di lotta operaia propagandato su "Il sabotaggio" di Émile Pouget (1860-1931), dirigente del sindacato anarcosindacaiista C.G.T., che fu pubblicato in Italia nel 1911. Sua è la formula che si riassume neil'astrazione: “A cattiva paga, cattivo lavoro". Da molti sindacati, questa forma di lotta non fu accolta con eccessivo entusiasmo, gli rinfacciavano i principi sottoproletari e anarchici. Ma la classe operaia, per praticare il sabotaggio, non attese certamente la consacrazione di quelle confederazioni e attraverso gli I.W.W., i celebri Wobblies, "itineranti“ (coloro che attraversavano l'America per diffondere la cultura della lotta operaia e del sindacato], analizzarono le modalità di lotta che sostenevano il sabotaggio concludendo:

“Il sabotaggio è valido quale forma di conflittualità esterna, in presenza di situazioni eccezionali. In condizioni normali, i proletari lo ripudierebbero.
Le situazioni eccezionali comprendono il ricorso ai crumiri, il rifiuto di ammettere le rappresentanze sindacali, l'impossibilità dello sciopero.
Necessaria al sabotaggio, industriale e la presenza di masse cospicue di lavoratori, tra le quali non sia possibile scovare uno o più colpevoli, se non se colti sul fatto.
ll sabotaggio ha per bersaglio le cose, non le persone. L‘inverso della repressione, sempre violenta, del potere, che punta invece alle persone e non alle cose.”


Pe sedici ore alla trebbiatura
Era pe tutti vitaccia dura
And when the moon was shining bright
They kept me working all the night
Ero a lavoro in una notte nera
Me ritrovai lungo per tera
Nun feci apposta...o cosi se dice
Ma cor forcone infilai la trebbiatrice
Takara boomdeay- takara boomdeay
Zompo' tutto per aria - e fu una gran caciara
Er padrone che voi fa? - se mise a bestemmia
E io de corsa a riposa

Ma poi er padrone, ciariprova:
Preparame er carro che io vado a vende uova”
You, grease my wagon up, you mu"
And don't forget to screw the nut
Io il. Carro suo .l'ho preparato
Ma de strigne un dado...oibo me so' scordato
Padrone ancora in città n'era arrivato
Che 'na rota e uscita e s'è scapicollato
Tara” Boomdeay- ta… Boomdeay
Er padrone zompo' in aria-e fu una gran caciara
Sui baffi spiaccica'ie - ouan'i' ova strapazzate
Io sotto i baffi quante risate

Così mo er capo pare s'e sve.iato
Penzanno che forze ouarcosa avea sba..iato
He said: "There must be something wrong
I think l work my man too long
Troppo lavoro accorciamo l'ora
Troppa la fame cocemoje du' ova
Così magara nun se sbatteno piu' i denti
E la finimo co' tutti ‘st" Incidenti"
Takara boom dea y
Cor trucco er sor padrone - ha imparato la lezione
Adesso e un po' più saggio-bestemmia ar sabbotaggio
Ta… Boomdeay- tarara bomdeay/ tara…
Boomdeay- ta… Boomdeay

Contributed by Dq82 - 2018/10/31 - 19:58



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