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Tsigaynerlid
[1941]
Words and Music by David Beyglman
Testo e musica di David Beyglman

tsigaynerUn esempio tangibile di come la pietà umana di chi in quel momento stava vivendo le ore più terribili della sua vita, prigioniero in un ghetto, non potesse indietreggiare di fronte all'analogo destino di altri esseri umani in preda alla follia criminale di altri esseri umani. David Beyglman, nato a Ostrowiec nel 1887, era stato un famoso violinista prima della guerra, compiendo acclamate tournées per tutta l'Europa e per gli Stati Uniti come membro di un'orchestra. Ciononostante, il fulcro della sua attività era rimasto in Polonia, nella città di Łódż, nel cui ghetto, al pari di tutti gli altri ebrei, si ritrovò prigioniero con l'invasione nazista. A Łódż esisteva anche un campo di concentramento dove furono rinchiuse dai tedeschi migliaia di zingari austriaci nel 1941; nonostante le sue condizioni, fu impressionato dal destino di quella gente e scrisse questa "Canzone degli Zingari" (Tsigaynerlid) in yiddish, la sua lingua materna. Beyglman stesso fu deportato a Auschwitz, dove morì nel maggio del 1944.

Jerry Silverman writes, "David Beyglman, himself trapped in the Lodz ghetto along with his fellow Jews, was nevertheless moved by the plight of the thousands of Austrian gypsies who were transported there by the Germans in 1941. He had been a concert violinist before the war, touring Europe and, as a member of a theater orchestra, played in the United States. The musical center of his life, however, remained in Lodz, where he actively took part in that city's cultural and literary life. He continued his activities as best he could in the ghetto until he was transported to Auschwitz in May 1944. It was there he perished in February 1945. 500,000 Gypsies were murdered in the Holocaust."

Da questa pagina, dalla quale sono stati ripresi anche il testo originale yiddish (in trascrizione; è stata poi ricostruito in caratteri ebraici) e la traduzione inglese.
פֿינסטער די נאַכט, װי קױלן שװאַרץ,
נאָר טראַכט און טראַכט, און ס'קלאַפּט
מײַן האַרץ.
מיר ציגײַנער לעבן װי קײנער!
מיר לײַדן נױט, גענוג קױם אױף ברױט.

דזום, דזום, דזום, דזום, דזום
דזום, דזום
מיר פֿליׅען אַרום װ׳ די טשײַקעס
דזום, דזום, דזום, דזום, דזום
דזום, דזום
מיר שפּילן אױפֿ די באַלאַלײַקעס

ניט װוּ מען טאָגט, ניט װוּ מען נאַכט;
אַ יעדער זיך פּלאָגט, נאָר כ'טראַכט
און טראַכט.
מיר ציגײַנער לעבן װי קײנער!
מיר לײַדן נױט, גענוג קױם אױפֿ ברױט.

דזום, דזום, דזום, דזום, דזום
דזום, דזום
מיר פֿליִען אַרום װ׳ די טשײַקעס
דזום, דזום, דזום, דזום, דזום
דזום, דזום
מיר שפּילן אױף די באַלאַלײַקעס.

inviata da Riccardo Venturi - 28/5/2008 - 03:45




Lingua: Yiddish

Il testo in trascrizione:
Romanized lyrics:
TSIGAYNERLID

Finster di nakht, vi koyln shvarts,
Nor trakht un trakht, un s'klapt
mayn harts.
Mir tsigayner lebn vi keyner!
Mir laydn noyt, genug koym oyf broyt.

Dzum, dzum, dzum, dzum dzum,
dzum, dzum
Mir flien arum vi di tshaykes
Dzum, dzum, dzum, dzum,
dzum, dzum
Mir shpiln af di balalaykes

Nit vu men togt, nit vu men nakht;
A yeder sikh plogt, nor kh'trakht
un trakht.
Mir tsigayner leben vi keyner
Mir laydn noyt, genug koym oyf broyt.

Dzum, dzum, dzum, dzum dzum,
dzum, dzum
Mir flien arum vi di tshaykes
Dzum, dzum, dzum, dzum,
dzum, dzum
Mir shpiln af di balalaykes

inviata da Riccardo Venturi - 28/5/2008 - 03:59




Lingua: Italiano

Versione italiana di Riccardo Venturi
28 maggio 2008

sterzin


LO STERMINIO DEGLI ZINGARI
di Mirella Karpati


La «giornata della memoria» fissata il 27 gennaio, anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz da parte delle truppe sovietiche, vede unite nel ricordo delle sofferenze subite le vittime di una persecuzione che colpì non solo gli avversari politici dei regimi dittatoriali, in primo luogo i comunisti, ma anche quanti venivano considerati «corpi estranei» minaccianti l'integrità nazionale, in primo luogo gli ebrei e gli zingari.

Mirella Karpati. Studiosa della cultura zingara, direttrice della prestigiosa rivista scientifica «Lacio Drom». Opere di Mirella Karpati: (a cura di), Zingari ieri e oggi, Centro StudiZingari, Roma; (con B. Levak), Rom sim. La tradizione dei Rom kalderasha, Centro studi zingari, Roma; (a cura di, con Ezio Marcolungo), Chi sono gli zingari?, Edizioni Gruppo Abele, Torino. Indirizzi utili: Centro studi zingari, via dei Barbieri 22, 00186 Roma.


La «giornata della memoria» fissata il 27 gennaio, anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz da parte delle truppe sovietiche, vede unite nel ricordo delle sofferenze subite le vittime di una persecuzione che colpì non solo gli avversari politici dei regimi dittatoriali, in primo luogo i comunisti, ma anche quanti venivano considerati «corpi estranei» minaccianti l'integrità nazionale, in primo luogo gli ebrei e gli zingari.

L'intrecciarsi del destino degli zingari con quello degli ebrei non è un fatto recente. Cinque secoli fa, ed esattamente il 4 marzo 1499, i re cattolici Ferdinando d’Aragona ed Isabella di Castiglia, bandirono dalla Spagna gli zingari, dopo aver bandito nel 1492 i mori e gli ebrei. Questo nell'intento di creare uno Stato unitario, in cui una coscienza nazionale sostenesse il potere, premessa fondamentale per l'instaurarsi delle monarchie assolute. L'esempio della Spagna fu seguito dagli altri Stati dell'Europa occidentale in un crescendo che giunse sino ad assicurare l'immunità a chi uccideva uno zingaro, come stabiliva la Dieta dell'Impero tenuta ad Augusta nell'anno 1500, o addirittura a premiare l'assassino, come nella Repubblica di Venezia. Né mancò la condanna delle Chiese cristiane verso questi propagatori di superstizioni, sui quali pesava il sospetto di appartenere all'Islam; e se gli ebrei erano i «deicidi», nella mentalità popolare gli zingari erano i forgiatori dei chiodi della crocifissione di Gesù. Quanto le misure repressive fossero efficaci, lo dimostra un semplice dato statistico: se nei paesi dell'Europa orientale si stima che gli zingari siano circa otto milioni, nell'Europa occidentale essi non raggiungono i due milioni.

In questa lunga storia di persecuzioni la «novità» del nazismo fu la volontà esplicita, puntualmente programmata e metodicamente eseguita, di sterminare ebrei e zingari come popolo, una volontà di genocidio.

Si è molto discusso se la persecuzione degli zingari sotto il regime nazista e sotto i regimi fascisti degli Stati satelliti sia stata motivata dalla prevenzione e repressione della criminalità oppure da motivi razziali. La prima tesi, sostenuta anche a lungo dal governo della Repubblica Federale Tedesca per negare loro ogni riconoscimento e risarcimento, trova il suo fondamento nella qualifica di «asociali» attribuita agli zingari ancor prima dell'avvento di Hitler. Già nel 1899 era stato istituito a Monaco di Baviera un apposito ufficio (Zigeunerpolizeistelle) con compiti di controllo e di schedatura, la cui competenza fu estesa nel 1926 a tutto il territorio nazionale; nel 1938 l'ufficio fu trasferito a Berlino presso la polizia criminale del Reich alle dirette dipendenze di Himmler.

Ma è possibile che 500.000 vittime, fra cui quasi la metà bambini, fossero tutte dei criminali? In realtà già fin dal 1935, in ottemperanza delle leggi di Norimberga «per la tutela del sangue e dell'onore tedeschi», i teorici della razza includevano nelle misure razziali anche gli zingari. La questione, che si presentava controversa data la loro origine indiana e la lingua ariana parlata, fu affidata nel 1936 ad un apposito ufficio, il Centro di ricerche scientifiche sull'ereditarietà, diretto dal dott. Robert Ritter. Le conclusioni del dott. Ritter e della sua assistente Eva Justin segnarono il destino definitivo degli zingari: erano da considerarsi come un meticciato di diversi elementi razziali e pertanto pericolosi per la purezza del sangue tedesco: dovevano quindi essere sterilizzati e/o deportati nei campi di concentramento.

Le prime deportazioni degli zingari ebbero luogo già nel 1936 nel «campo di lavoro» di Dachau, destinato agli «asociali», categoria in cui erano inclusi, oltre agli zingari, i detenuti politici, gli omosessuali e i Testimoni di Geova. Il 1° luglio giunse un primo trasporto di 170 zingari, seguito da altri tre. Nello stesso anno per «ripulire» Berlino in occasione delle Olimpiadi i Sinti della zona furono rinchiusi nel campo di Marzahn, da cui dovevano uscire solo per essere deportati ad Auschwitz. Nel 1937 crescente fu il numero dei deportati a Sachsenhausen, Sachsenburg, Lichtenberg, Dachau e, dopo l’annessione dell'Austria, a Mauthausen.

Il 27 settembre 1939 fu decisa da Heydrich la «soluzione finale» per ebrei e zingari: la detenzione in campi di concentramento non doveva essere che la premessa della loro estinzione. Un primo passo fu la deportazione dei 30.000 zingari viventi in Germania nella Polonia occupata, il cosiddetto Governatorato generale, rinchiudendoli dapprima nei ghetti di Lodz, Varsavia, Siedle, Radom e Belsec e poi nei Lager di Treblinka, Majdanek, Sobibor. Il Liquidierungsbefehl (ordine di liquidazione) del maggio 1941 dispose «l'uccisione di tutti gli indesiderabili dal punto di vista razziale e politico in quanto pericolosi per la sicurezza», indicando quattro categorie principali: funzionari comunisti, asiatici inferiori, ebrei e zingari. Infine lo Auschwitzerlass (decreto di Auschwitz) del 16 dicembre 1942 dispose l'internamento di tutti gli zingari anche dai territori occupati. Nel febbraio 1943 fu predisposto ad Auschwitz-Birkenau il cosiddetto «campo per famiglie zingare» nel settore II E con 32 baracche, dove furono accolti in condizioni spaventose, come attestato dallo stesso comandante del campo Rudolf Hoess, i 20.946 Zingari regolarmente registrati. Nella notte del 2 agosto 1944 gli ultimi 2.897 sopravvissuti furono passati nelle camere a gas. Ma altri già li avevano preceduti: si sa di trasporti interi uccisi al loro arrivo per sospetto di epidemie. E molti altri trovarono la morte negli altri Lager: Flossenburg, Ravensbrück, Buchenwald, Bergen Belsen, Majdanek, Sobibor, Kulmhof...

L'Austria non aveva atteso queste disposizioni, ma fin dal 1939 aveva creato dei Lager appositi per gli zingari austriaci a Salisburgo e a Lackenbach, mentre quelli stranieri venivano detenuti a Mauthausen. In seguito molti furono avviati nei campi di sterminio. Dei 16.493 cittadini austriaci morti nei campi di concentramento, 4.097 erano ebrei e circa 6.000 zingari. Nel solo campo di Auschwitz fra il 31 marzo 1943 e il 22 gennaio 1944 furono internati 3.923 zingari austriaci, di cui il 42% era costituito da bambini.

Solo gli zingari polacchi non venivano deportati; temendo che potessero evadere, venivano massacrati sul posto: bambini scaraventati contro gli alberi per sfracellarne il cranio o gettati in aria per infilzarli con le baionette, donne incinte sventrate, altre con i seni recisi, fucilazioni in massa con sepoltura in fosse comuni anche dei feriti. Analoga sorte ebbero gli zingari nei territori occupati all'Est ad opera non solo delle SS, ma anche della Wehrmacht. In Boemia e in Moravia la popolazione zingara fu quasi completamente sterminata. In Ukraina la stessa polizia locale si fece parte attiva nell’individuare gli zingari e ucciderli. Del resto gli ukraini si distinsero anche per la loro ferocia come Kapo nei campi di sterminio. Nelle Repubbliche Baltiche la persecuzione ebbe inizio il 5 dicembre 1941 per ordine del comandate della Sicherheitspolizei Lohse: agli zingari, in quanti inaffidabili e propagatori di epidemie, doveva essere riservato lo stesso trattamento che agli ebrei. Singolare la testimonianza del vescovo di Riga, Mons. Springovics, il quale in una lettera diretta al papa Pio XII del 12 dicembre 1942 raccontava come i lettoni avessero accolto i tedeschi come liberatori dal dominio sovietico, ma ben presto avessero dovuto ricredersi: «L’atrocità della dottrina nazista si è mostrata in Lettonia in tutta la sua durezza e abominazione». Sterminati «in modo crudelissimo» ebrei, zingari e malati mentali.

In generale nei territori sovietici occupati agivano le Einsatzgruppen (gruppi di assalto), unità adibite alla repressione. Particolarmente dura l’azione condotta in Crimea, dove gli zingari erano molto numerosi. Fra il 16 novembre e il 15 dicembre 1941 ne furono massacrati 824. Il quartiere zingaro di Sinferopol fu minato e fatto saltare in aria. Secondo una testimonianza, al processo di Norimberga «la pila dei cadaveri superava i bordi delle fosse e rimase così a lungo allo scoperto».

In Slovacchia, Stato satellite del Reich, in un primo tempo solo gli uomini furono inglobati in squadre speciali di lavoro forzato. Quando la lotta partigiana si fece più forte e organizzata, gli zingari furono sospettati di connivenza e le “Guardie di Hlinka”, i fascisti slovacchi, compirono massacri orrendi, sterminando intere famiglie, spesso chiudendole nelle loro capanne per bruciare vivi bambini, donne, anziani.

In Romania si ebbe la deportazione di quanti abitavano nei dintorni di Bucarest nella Transnistria, il territorio compreso fra il Dniester e il Bug, una terra bruciata dalla guerra dove, privati di ogni loro bene compresi i cavalli e i carrozzoni, perirono praticamente di fame. In Ungheria le «Croci stellate», i miliziani fascisti, si fecero parte attiva nella deportazione degli zingari nei Lager polacchi. Invece in Bulgaria, pur occupata da truppe tedesche, il primo ministro Dimitar Pečev si oppose decisamente all'emanazione di leggi razziste e costrinse il re Boris a ritirare il decreto che già aveva firmato sotto la pressione degli occupanti.

Anche nei paesi occidentali ci furono gravi persecuzioni, soprattutto in Francia, dove già nel 1940, cioè prima dell'occupazione tedesca, il governo aveva creato numerosi campi di concentramento, vere e proprie anticamere di Auschwitz. Nell’agosto di quello stesso anno ne esistevano ventisei nel Sud e sedici nel Nord della Francia.

Dal Belgio si ebbe un solo trasporto, il convoglio Z del 1944, con cui furono deportati ad Auschwitz 351 Zingari e solo cinque tornarono indietro.

Nella Jugoslavia occupata il governatore tedesco Thurner poteva dichiarare nel 1942 che quello era l'unico paese dove si era riusciti a risolvere totalmente la questione ebrea e quella zingara. Nel dopoguerra la Commissione di Stato della Repubblica Federale e Popolare della Jugoslavia faceva ammontare a 600.000 le vittime e aveva individuato 289 fosse comuni. Da Belgrado fu deportato a Dachau anche il vescovo ortodosso Nikolaj Velimirović, l'unico vescovo rinchiuso nei Lager nazisti, a motivo che era zingaro. La Chiesa serba ortodossa lo ha dichiarato santo nel 1984. Ma forse il paese dove ci furono gli stermini più atroci fu la Croazia, proclamata Stato indipendente il 10 aprile 1941 sotto la guida di Ante Pavelić, capo degli ustaša, i fascisti croati. Subito il ministro dell'interno Andrja Artukovic proclamò lo sterminio degli avversari politici, degli ebrei, degli zingari e dei serbi, creando ben 71 campi di concentramento. La documentazione fu distrutta alla fine della guerra e ora si stanno faticosamente ricostruendo gli elenchi dei deportati. Fra gli zingari le vittime accertate fino al 1998 sono 2.406, di cui 840 bambini. Il campo più terribile era quello di Jasenovac, dove si uccidevano le persone con metodi barbari. Né mancarono campi destinati ai bambini, come quello di «rieducazione» a Jastrebarsko, dove fra l'aprile 1941 e il giugno 1942 morirono 3.336 bambini di varie etnie di età fra gli uno e i quattordici anni a causa degli stenti, ma anche degli «esperimenti medici» finiti poi con una pugnalata al cuore o una mazzata in testa. Nel campo per le donne di Stara Gradiska perirono oltre trecento bambini zingari. Direttrice del campo era Nada Luburic, moglie di Dinko Sakic, comandante del campo di Jasenovac. Alla fine della guerra i due si rifugiarono in Argentina per sfuggire al mandato di cattura emanato contro di loro nel 1945 dalla Commissione per i crimini di guerra. Solo nell'autunno 1998 sono stati estradati a Zagabria e sottoposti a processo. Nada Luburic è stata assolta, perché sarebbero mancati i testimoni. Dinko Sakic è stato riconosciuto colpevole delle torture e della morte di oltre 2.000 detenuti serbi, ebrei, zingari e antifascisti croati e condannato a vent’anni di reclusione.

In Italia non ci furono provvedimenti razziali contro gli zingari. Le leggi razziali, emanate nel 1938, riguardavano solo gli ebrei e i mulatti, cioè i figli degli italiani in Africa, dove vigeva il costume del madamato, cioè di avere una concubina africana. Ai loro figli fu negato il diritto alla cittadinanza italiana.

Verso gli zingari furono introdotte invece misure speciali di polizia a cominciare dal 1938, quando le famiglie nomadi, che vivevano lungo i confini orientali, furono deportate in Sardegna e in Basilicata, dove però furono lasciate libere a patto che non abbandonassero quelle regioni.

Dopo l'entrata in guerra dell’Italia il 10 giugno 1940 una circolare del Ministero dell'Interno ordinava ai Prefetti di predisporre il concentramento degli zingari nomadi in appositi campi. L'ordine fu eseguito solo parzialmente per l’opposizione dei Comuni di accoglierli sul loro territorio; ma anche là dove esistevano, la sorveglianza era minima. Per i Rom stranieri furono creati due appositi campi a Tossiccia sul Gran Sasso in provincia di Teramo e ad Agnone in provincia di Isernia. Vi furono rinchiuse le famiglie dei Rom della Slovenia, divenuta provincia italiana. Ad esse si aggiunsero molti altri, che si consegnavano spontaneamente ai soldati italiani per sfuggire ai massacri degli ustaša. I due campi durarono fino all’8 settembre 1943, quando i carabinieri, che li avevano in custodia, si rifiutarono di consegnarli ai tedeschi e li lasciarono liberi di fuggire. Molti si rifugiarono in montagna ed alcuni si aggregarono ai partigiani. Si ha notizia di singole persone rinchiuse in altri campi, come per esempio a Ferramonti di Tarsia in provincia di Cosenza, il più grande campo di concentramento italiano.

Quando è finita la guerra, abbiamo detto «mai più», invece purtroppo oggi dobbiamo dire «ancora». Le guerre intestine scoppiate nella ex Jugoslavia e i conseguenti programmi di «pulizia etnica» hanno visto in primo luogo tra le vittime i Rom delle Krajne, della Bosnia, della Erzegovina e del Kosovo. Sono continui gli episodi di violenza, dovuti soprattutto a gruppi neonazisti in Slovacchia, in Repubblica Ceca, in Romania, in Bulgaria (villaggi bruciati, gente picchiata a morte o scaraventata dalle finestre o annegata nei fiumi) tanto che l'OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) ha istituito un apposito ufficio a Varsavia per la tutela dei Rom e il Consiglio d'Europa ha approvato nel maggio 1997 un documento che condanna il razzismo contro gli zingari.

Le persecuzioni e la crisi economica del paesi dell'est ha provocato un forte esodo verso l'occidente, dove questo flusso di profughi non è stato certo accolto benevolmente. Anche l'Italia non è immune da episodi di violenza. La cronaca riporta episodi di fucilate contro gli accampamenti o di mine poste al loro ingresso, di tentativi di bruciare le roulottes, di giocattoli esplosivi regalati ai bambini. E che dire dello stillicidio di morti bianche dei bambini che muoiono di freddo o bruciati vivi nelle fatiscenti baracche, in cui le famiglie vivono spesso ammassate nei cosiddetti campi nomadi (per loro che non sono nomadi) in condizioni indegne di un essere umano, campi che sono valsi per l’Italia il 18 marzo 1999 una dura condanna di razzismo da parte del Comitato per l’Eliminazione delle Discriminazioni Razziali (CERD) dell’ONU.
CANZONE DEGLI ZINGARI

Nera la notte, più nera del carbone.
Siedo a pensare, c'è pena nel mio cuore-
Gli zingari soffrono e vivono come nessun altro.
Presto saremo morti, ci manca anche il pane.

Zum, zum, zum, zum,
Zum, zum,
Come gabbiani per sempre vaghiamo,
Zum, zum, zum, zum
Zum, zum,
Le nostre balalaike suoniamo.

Nessun posto dove stare, giorno o notte,
Altri resistono, io penso alla mia pena
Gli zingari soffrono e vivono come nessun altro.
Presto saremo morti, ci manca anche il pane.

Zum, zum, zum, zum,
Zum, zum,
Come gabbiani per sempre vaghiamo,
Zum, zum, zum, zum
Zum, zum,
Le nostre balalaike suoniamo.

28/5/2008 - 04:10




Lingua: Romanes

Versione in lingua romanes.

Leggo sul programma di sala dello spettacolo “Tutto ciò che mi resta. Il miracolo della musica composta nel lager”, concerto per il Giorno della Memoria tenutosi all’Auditorium Parco della Musica di Roma il 26 gennaio 2015, a cura di Viviana Kasam e Marilena Citelli Francese, che David Beyglman scrisse anche la versione in lingua romaní del suo “Tsigaynerlid”. Anzi, si ipotizza che “Romani Džili” – questo il titolo della versione – fosse una melodia originale dei Roma polacchi alla quale Beyglman si ispiro nella stesura del “Tsigaynerlid” in Yiddish.
Trovo il testo – con lievi difformità grafiche – anche in questo scritto dal titolo “The Pariah Syndrome. German Treatment of Gypsies in the Twentieth Century”
ROMANI DŽILI

Tunjariko e rjat, angar kalo,
Nekeži’ ma, marel o jilo.
Trajin el Rom sar nisave
Rrevdin e dukh, sa bokhale.

Dzum dzum dzum
Sar macˇarki paš-durial hurjas,
Dzum dzum dzum
Amare levuci Romane bašas.

Cˇi bešav katende, kek manaj te xav,
Saorre cˇhingarel, ’ma man te nekežisarav.
Trajin el Rom sar nisave
Rrevdin e dukh, sa bokhale.

Dzum dzum dzum
Sar macˇarki paš-durial hurjas,
Dzum dzum dzum
Amare levuci Romane bašas.

inviata da Bernart Bartleby - 22/7/2016 - 13:10




Lingua: Inglese

English (singable) version by Jerry Silverman
Versione inglese (cantabile) di Jerry Silverman

[c] 2002 Jerry Silverman
This song and 109 others are included in the book and CD set The Undying Flame: Ballads And Songs Of The Holocaust (Syracuse University Press, ISBN: 0815607083; available from 621 Skytop Road, Suite 110, Syracuse, NY 13244, Web: ).
GYPSY SONG

Pitch-black the night, darker than coal.
I sit and think; pain in my soul.
Gypsies suffer, live like no other.
Soon we'll be dead, we even lack bread.

Dzum, dzum, dzum, dzum
dzum, dzum, dzum
Like seagulls, forever we're straying
Dzum, dzum, dzum, dzum,
dzum, dzum
On our balalaikas we're playing

Nowhere to stay, daytime or night,
Others resist, I think of my plight
Gypsies suffer, live like no other.
Soon we'll be dead, we even lack bread.

Dzum, dzum, dzum, dzum
dzum, dzum, dzum
Like seagulls, forever we're straying
Dzum, dzum, dzum, dzum,
dzum, dzum
On our balalaikas we're playing.

inviata da Riccardo Venturi - 28/5/2008 - 04:02




Lingua: Italiano

Μετέφρασε στα Ελληνικά ο Ρικάρντος Βεντούρης
27 Ιανουάριου 2014
Traduzione greca di Riccardo Venturi
27 gennaio 2014

Con la presente traduzione greca inizia il "tris balcanico" di traduzioni di questa canzone assai significativa (greco, rumeno, ungherese). E' il mio personale contributo alla "Giornata della memoria" 2014. [RV]
ΤΡΑΓΟΥΔΙ ΤΣΙΓΓΑΝΩΝ

Μαύρη η νύχτα, πιο μαύρη απ' το κάρβουνο.
Κάθομαι, σκέφτομαι. Στην καρδιά μου ο πόνος.
Βασανίζονται οι τσιγγάνοι, ζούνε σαν κανένας άλλος.
Γρήγορα θα πεθάνουμε, μας λείπει και το ψωμί.

Τσουμ, τσουμ, τσουμ, τσουμ,
Τσουμ, τσουμ,
Σαν γλάροι περιπλανούμαστε για πάντα,
Τσουμ, τσουμ, τσουμ, τσουμ,
Τσουμ, τσουμ,
Τις μπαλαλάικες μας παίζουμε.

Κανέναν τόπο όπου να μένουμε νύχτα ή μέρα,
Άλλοι αντέχουν, εγώ σκέφτομαι τον πόνο μου.
Βασανίζονται οι τσιγγάνοι, ζούνε σαν κανένας άλλος.
Γρήγορα θα πεθάνουμε, μας λείπει και το ψωμί.

Τσουμ, τσουμ, τσουμ, τσουμ,
Τσουμ, τσουμ,
Σαν γλάροι περιπλανούμαστε για πάντα,
Τσουμ, τσουμ, τσουμ, τσουμ,
Τσουμ, τσουμ,
Τις μπαλαλάικες μας παίζουμε.

27/1/2014 - 09:39




Lingua: Rumeno

Traduzione rumena di Riccardo Venturi
27 gennaio 2014
Tradusă în Româneşte de Riccardo Venturi
27 ianuarie 2014

Per essere più sicuro della traduzione ho “provato” praticamente ogni parola e ogni frase su Google; la traduzione dovrebbe essere ragionevolmente corretta. Poi, chiaro, c'è sempre una Nicoleta in agguato... Perché una traduzione proprio in rumeno? Perché dalla Romania, storicamente, proviene la maggior parte dei Rom europei. E perché, non dobbiamo aver certo paura di dirlo, proprio dai rumeni i Rom hanno subito un razzismo sistematico e storico (senza contare le decine di migliaia di ebrei rumeni deportati e sterminati con la piena collaborazione dei fascisti locali). Si immagini quindi che effetto debba fare loro quando, esercitando il nostro italico razzismo idiota nei confronti dei rumeni immigrati, li chiamiamo spesso “zingari”, confondendo “romeno” e “rom”. La stupidità e l'ignoranza non hanno mai fine, e nemmeno frontiere. [RV]
CÂNTECUL ŢIGANILOR

Neagră e noaptea, mai neagră decât cărbune.
Stau în gândire, am durere în inima mea.
Ţiganii suferă şi trăiesc ca nimeni altul.
O să murim repede, n-avem nici o bucată de pâine.

Ţum, ţum, ţum, ţum
Ţum, ţum,
Ca pescari rătăcim în totdeauna.
Ţum, ţum, ţum, ţum
Ţum, ţum,
Balalaicile noastre să cântăm.

Nici un loc unde să stăm ziua sau noaptea,
Alţii rezistă dar eu mă gândesc la durerea mea
Ţiganii suferă şi trăiesc ca nimeni altul.
O să murim repede, n-avem nici o bucată de pâine.

Ţum, ţum, ţum, ţum
Ţum, ţum,
Ca pescari rătăcim în totdeauna.
Ţum, ţum, ţum, ţum
Ţum, ţum,
Balalaicile noastre să cântăm.

27/1/2014 - 14:26




Lingua: Ungherese

Traduzione ungherese di Riccardo Venturi
28 gennaio 2014
Riccardo Venturi fordította 2014 január 28-án

Gitani ungheresi. Magyar cigányok.
Gitani ungheresi. Magyar cigányok.


Che dire dell'Ungheria di oggi? Con il governo parafascista di Viktor Orbán e le bande di estrema destra che scorrazzano, per i gitani ungheresi la situazione si è fatta di nuovo precaria. Nuove leggi "per la sicurezza" (ovviamente) equiparano i gitani, che in Ungheria sono parte del tessuto sociale e addirittura organizzati in un partito (il MCOP, Partito Nazionale dei Gitani Ungheresi), a dei criminali. Tanto da costringere i gitani a scendere in piazza con striscioni che dicono tout court "I gitani ungheresi vogliono vivere qua":

akarelni


oppure a manifestare davanti alla sede del partito di estrema destra "Jobbik" con felpe con la scritta: "Sono un rom, non un criminale":

kolomparbunozo


Ogni altro commento è superfluo.
CIGÁNYDAL

Fekete az éj, a szénnél feketébb.
Gondolataimba mélyedt ülök, van bánat szívemben.
A cigányok szenvednek és élnek mint semmi más.
Gyorsan meghalunk, egy darab kenyérünk sincs.

Tum, tum, tum, tum,
Tum, tum,
Mint sirályok kóborolunk örökké,
Tum, tum, tum, tum,
Tum, tum,
A balalajkáinkat játszunk.

Nincs semmi hely ahol lehet maradni, nappal vagy éjjel,
Mások bírnak, én a bánatomra gondolok.
A cigányok szenvednek és élnek mint semmi más.
Gyorsan meghalunk, egy darab kenyérünk sincs.

Tum, tum, tum, tum,
Tum, tum,
Mint sirályok kóborolunk örökké,
Tum, tum, tum, tum,
Tum, tum,
A balalajkáinkat játszunk.

28/1/2014 - 00:59




Lingua: Francese

Version française – CHANT GITAN – Marco Valdo M.I. – 2014
d'après la version italienne de Riccardo Venturi
d'une chanson en yiddish – Tsigaynerlid – David Beyglman – 1941
Texte et musique de David Beyglman

Un exemple tangible de la manière dont la pitié humaine ce queiqu'un qui à ce moment vivait les heures plus terribles de sa vie, prisonnier dans un ghetto, ne pouvait pas reculer face à l'analogue destinée d'autres êtres humains en proie à la folie criminelle d'autres êtres humains. David Beyglman, né à Ostrowiec en 1887, avait été un célèbre violoniste avant la guerre, accomplissant des tournées dans toute l'Europe et aux Etats Unis comme membre d'un orchestre. Malgré cela, le coeur de son activité était resté en Pologne, dans la ville de Łódż, dans le ghetto duquel, comme tous les autres Juifs, il se retrouva prisonnier avec l'invasion nazie. À Łódż, il existait aussi un camp de concentration où furent enfermés par les Allemands des milliers de Gitans autrichiens en 1941 ; malgré sa situation, il fut impressionné par le destin de ces gens et il écrivit cette « Chanson des Gitans » (Tsigaynerlid) en yiddish, sa langue maternelle. En mai 1944, Beyglman lui aussi fut déporté à Auschwitz, où il mourut en février 1945.

L'EXTERMINATION DES GITANS
Mirella Karpati

La « journée de la mémoire » fixée le 27 janvier, anniversaire de la libération du camp d'extermination d'Auschwitz par les troupes soviétiques, voit unies dans le souvenir des souffrances subies les victimes d'une persécution qui ne frappa pas seulement les adversaires politiques des régimes dictatoriaux, en premier lieu les communistes, mais même ceux qui étaient considérés comme des « corps étrangers » menaçant l’intégrité nationale, en premier lieu les Juifs et les Gitans.

Que le destin des Gitans s'entremêle à celui des Juifs n'est pas un fait récent. Il y a cinq siècles, exactement le 4 Mars 1499, les rois catholiques Ferdinand d'Aragon et Isabelle de Castille, bannirent de l'Espagne les Gitans, après avoir banni en 1492, les Maures et les Juifs. Ceci dans le but de créer un État unitaire, dans lequel une conscience nationale soutenait le pouvoir, prémisse fondamentale à l'instauration des monarchies absolues. L'exemple de l'Espagne fut suivi par les autres États de l'Europe occidentale en un crescendo qui arriva jusqu'à assurer l'immunité à celui qui tuait un Gitan, comme l'établit la Diète de l'Empire tenue à Augusta dans l'an 1500, ou même à récompenser l'assassin, comme dans la République de Venise. Il ne manqua même pas la condamnation des Églises chrétiennes envers ces propagateurs de superstitions, sur lesquels pesait la suspicion d'appartenir à l'Islam ; et si les Juifs étaient les « déicides », dans la mentalité populaire les Gitans étaient les forgeurs des clous du crucifiement du Christ. Combien les mesures répressives étaient efficaces, le montre une simple donnée statistique : si dans les pays de l'Europe orientale, on estime que les Gitans sont huit millions ; en Europe occidentale, ils n'atteignent pas les deux millions.

Dans cette longue histoire de persécutions, la « nouveauté » du nazisme fut la volonté explicite, méticuleusement programmée et méthodiquement exécutée, de détruire Juifs et Gitans comme peuple, une volonté de génocide.

On a beaucoup discuté pour déterminer si la persécution des Gitans sous le régime nazi et sous les régimes fascistes des États satellites avait été motivée par la prévention et la répression de la criminalité ou bien par des raisons raciales. La première thèse, longtemps soutenue par le gouvernement de la République Fédérale Allemande pour leur nier toute reconnaissance et indemnisation, trouve son fondement dans l'épithète d'« asociaux » attribuée aux Gitans bien avant la venue de Hitler. Déjà en 1899, il avait été institué à Munich en Bavière un bureau spécifique (Zigeunerpolizeistelle) avec des tâches de contrôle et de fichage, dont la compétence fut étendue en 1926 à tout le territoire national ; en 1938, le bureau fut transféré à Berlin près de la police criminelle du Reich sous la dépendance directe de Himmler.

Mais est-il possible que 500.000 victimes, parmi lesquelles presque la moitié d'enfants, fussent toutes des criminels ? En réalité déjà depuis 1935, à la suite des lois de Nüremberg « pour la préservation du sang et de l'honneur des Allemands », les théoriciens de la race incluaient dans les mesures raciales également les Gitans. La question, qui était controversée de leur origine indienne et leur langue aryenne, fut confiée en 1936 à un bureau spécialisé, le Centre de recherches scientifiques sur l'hérédité, dirigé par le doc. Robert Ritter. Les conclusions du doc. Ritter et de son assistante Eva Justin signèrent le destin définitif des Gitans. Il fallait les considérer comme un métissage de différents éléments raciaux et par conséquent dangereux pour la pureté du sang allemand : ils devaient donc être stérilisés et/ou déportés dans les camps de concentration.

Les premières déportations des Gitans eurent lieu déjà en 1936 au « camp de travail » de Dachau, destiné aux « asociaux », catégorie dans laquelle étaient inclus, outre les Gitans, les détenus politiques, les homosexuels et les Témoins de Jéhovah. Le 1° Juillet arriva un premier transport de 170 Gitans, suivi de trois autres. La même année pour « nettoyer » Berlin à l'occasion des Jeux Olympiques, les Sinti de la zone furent enfermés au camp de Marzahn, dont ils ne devaient sortir que pour être déportés à Auschwitz. En 1937, crût le nombre de déportés à Sachsenhausen, à Sachsenburg, à Lichtenberg, à Dachau et, après l'annexion de l'Autriche, à Mauthausen.

Le 27 septembre 1939 fut décidé par Heydrich la « solution finale » pour Juifs et Gitans : la détention en camps de concentration ne devait être que la prémisse de leur extinction. Un premier pas fut la déportation des 30.000 Gitans vivant en Allemagne en Pologne occupée, le soi-disant Gouvernorat général, en enfermant eux d'abord dans les ghettos de Lodz, Varsovie, Siedle, Radom et Belsec et ensuite dans les camps de concentration de Treblinka, de Majdanek, de Sobibor. Le Liquidierungsbefehl (ordre de liquidation) de mai 1941 disposa « l'exécution de tous les indésirables du point de vue racial et politique car dangereux pour la sécurité », en indiquant quatre catégories principales : fonctionnaires communistes, asiatiques inférieurs, Juifs et Gitans. Enfin l'Auschwitzerlass (décret d'Auschwitz) du 16 décembre 1942 disposa l'internement de tous les Gitans, même des territoires occupés. En février 1943, il fut créé à Auschwitz-Birkenau le soi-disant « camp pour familles gitanes » dans le secteur II avec 32 baraques, où furent accueillis dans des conditions épouvantables, comme en attesta le commandant du camp Rudolf Hoess, les 20.946 Gitans régulièrement enregistrés. Dans la nuit du 2 août 1944, les 2.897 survivants furent passés dans les chambres à gaz. Mais d'autres déjà les avaient précédés : des convois entiers tués à leur arrivée car suspects d'épidémiologies. Et beaucoup d'autres trouvèrent la mort dansd'autres camps de concentration : Flossenburg, Ravensbrück, Buchenwald, Bergen Belsen, Majdanek, Sobibor, Kulmhof…

L'Autriche n'avait pas attendu ces dispositions ; depuis 1939, elle avait créé des camps de concentration spécifiques pour les Gitans autrichiens à Salsbourg et à Lackenbach, tandist que ceux de l'étranger étaient détenus à Mauthausen. Par la suite beaucoup furent envoyés dans les camps d'extermination. Des 16.493 citoyens autrichiens morts dans les camps de concentration, 4.097 étaient Juifs et environ 6.000 Gitans. Dans le seul champ d'Auschwitz entre le 31 mars 1943 et le 22 janvier 1944, furent interné 3.923 Gitans autrichiens, dont 42% étaient des enfants.

Seuls les Gitans polonais n'étaient pas déportés ; craignant qu'ils s'évadent, ils étaient massacrés sur place : des enfants flanqués contre les arbres pour en broyer le crâne ou jetés en air pour les embrocher sur les baïonnettes, femmes enceintes éventrées, d'autres les seins coupés, exécutions en masse avec enterrement dans des fosses communes, y compris les blessés. Un sort analogue fut réservé aux Gitans dans les territoires occupés à l'Est pas seulement par la SS, mais aussi par la Wehrmacht. En Bohème et en Moravie, la population gitane fut presque complètement détruite. En Ukraine, même la police locale participa activement à l'identification et l'élimination des Gitans. Du reste, les Ukrainiens se distinguèrent aussi par leur férocité comme Kapo dans les camps d'extermination. Dans les Républiques Baltes, la persécution commenca le 5 décembre 1941 sur ordre du commandement des Sicherheitspolizei Lohse : aux Gitans, comme porteurs et propagateurs d'épidémies, il devait être réservé le même traitement qu'aux Juifs. À noter le témoignage de l'évêque de Riga, Mons. Springovics, qui dans une lettre adressée au pape Pie XII du 12 décembre 1942 racontait comme les Lettons avaient accueilli les Allemands en libérateurs de la domination soviétique, mais bien vite avaient dû changer d'avis : « L'atrocité de la doctrine nazie s'est montrée en Lettonie dans toute sa dureté et abomination ». Exterminés « de manière très cruelle » Juifs, Gitans et malades mentaux.

En général dans les territoires soviétiques occupés, opéraient les Einsatzgruppen (des groupes d'assaut), des unités affectées à la répression. Particulièrement dure, fut l'action menée en Crimée, où les Gitans étaient très nombreux. Entre le 16 novembre et le 15 décembre 1941, 824 furent massacrés. Le quartier gitan de Sinferopol fut miné et fait sauter en l'air. Selon un témoignage, au procès de Nürembeerg, « la pile des cadavres dépassait les bords des fosses et resta ainsi lontgtemps à découvert ».

En Slovaquie, État satellite du Reich, dans un premier temps, seuls les hommes furent englobés dans des équipes spéciales de travail forcé. Lorsque la lutte des partisans se renforça et s'organisa , les Gitans furent suspectés de connivence et les « Gardes de Hlinka », les fascistes slovaques, accomplirent des massacres horribles, en détruisant des familles entières, souvent en les enfermant dans leurs cabanes pour brûler vifs enfants, femmes, vieux.

En Roumanie, il y eut la déportation de ceux qui habitaient dans les alentours de Bucarest en Transnistrie, le territoire compris entre le Dniester et le Bug, une terre ravagée par la guerre où, privés tous leurs biens, y compris les chevaux et les roulottes, ils périrent pratiquement de faim.

En Hongrie, les « Croix étoilées », les miliciens fascistes, prirent une part active à la déportation des Gitans aux camps de concentration polonais.

Par contre en Bulgarie, aussi occupée par des troupes allemandes, le premier ministre Dimitar Pečev s'opposa fermement à la conception de lois racistes et força le roi Boris à retirer le décret qu'il avait déjà signé sous la pression des occupants.

Même dans les pays occidentaux, il y eut de graves persécutions, surtout en France, où déjà en 1940, c'est-à-dire avant l'occupation allemande, le gouvernement avait créé de nombreux camps de concentration, véritables antichambres d'Auschwitz. En août de la même année, ils en existaient vingt-six dans le Sud et seize dans le Nord de la France.

De Belgique, il n'y eut qu'un seul convoi, le convoi Z de 1944, par lequel furent déportés à Auschwitz, 351 Gitans dont cinq seulement revinrent.

En Yougoslavie occupée, le gouverneur allemand Thurner pouvait déclarer en 1942 que c'était l'unique pays où on avait réussi à résoudre totalement les questions juive et gitane. Dans l'après-guerre, la Commission d'État de la République Fédérale et Populaire de la Yougoslavie estima à 600.000 les victimes et avait mis à jour 289 fosses communes. De Belgrade, fut déporté à Dachau même l'évêque orthodoxe Nikolaj Velimirović, l'unique évêque enfermé dans les camps de concentration nazis, au motif qu'il était gitan. L'Église serbe orthodoxe l'a déclaré saint en 1984. Mais peut-être le pays où il y eut les exterminations plus atroces fut la Croatie, proclamée État indépendant le 10 avril 1941 sous la conduite d'Ante Pavelić, chef des Oustachis, les fascistes croates. Rapidement, le ministre de l'intérieur Andrja Artukovic proclama l'extermination des adversaires politiques, des Juifs, des Gitans et des Serbes, en créant 71 camps de concentration. La documentation fut détruite à la fin de la guerre et maintenant on reconstruit difficilement les listes de déportés. Parmi les Gitans, les victimes vérifiées jusqu'en 1998 sont 2.406, dont 840 enfants. Le camp plus terrible était celui-là que Jasenovac, où on tuait les personnes avec des méthodes barbares. Ne manquèrent même pas des camps destinés aux enfants, comme celui de « rééducation » à Jastrebarsko, où entre avril 1941 et juin 1942, moururent 3.336 enfants entre un et quatorze ans à cause des privations, mais aussi des « expériences médicales » achevés ensuite poignardés au cœur ou d'un coup de masse sur la tête. Dans le camp pour les femmes de Stara Gradiska, périrent plus de trois cents enfants gitans. La directrice du camp était Nada Luburic, femme de Dinko Sakic, commandant du camp de Jasenovac. À la fin de la guerre, les deux se sont réfugiés en Argentine pour échapper au mandat d'arrêt lancé contre d'eux en 1945 par la Commission pour les crimes de guerre. C'est seulement à l'automne 1998 qu'ils ont été extradés à Zagreb et jugés. Nada Luburic a été acquittée, par manque de témoins. Dinko Sakic a été reconnu coupable des tortures et de la mort de plus de 2.000 de détenus serbes, juifs, gitans et d'antifascistes croates et condamné à vingt ans de réclusion.

En Italie, il n'y eut pas de mesures raciales contre les Gitans. Les lois raciales, proclamées en 1938, concernaient seulement les Juifs et les mulâtres, c'est-à-dire les fils des Italiens en Afrique, où il était en vigueur la coutume du « madamato », c'est-à-dire d'avoir une concubine africaine. À leurs enfants fut refusé le droit à la citoyenneté italienne.

Envers les Gitans furent introduites par contre des mesures de police spéciales à partir de 1938, lorsque les familles nomades, qui vivaient le long des frontières orientales, furent déportées en Sardaigne et en Basilicate, où cependant elles furent laissées libres à condition qu'elles ne quittent pas ces régions.

Après l'entrée en guerre de l'Italie le 10 juin 1940, des circulaires du Ministère de l'Intérieur commandaient aux Préfets de prévoir la concentration des Gitans nomades dans des camps. L'ordre fut exécuté seulement partiellement en raison de l'opposition des Communes à les accueillir sur leur territoire ; mais même là où ils existaient, la surveillance était réduite au minimum. Pour les Roms étrangers furent créés deux camps à Tossiccia sur le Gran Sasso en province de Teramo et à Agnone en province d'Isernia. Y furent enfermées les familles de Roms de la Slovénie, devenue province italienne. À eux s'ajoutèrent beaucoup d'autres, qui se livraient spontanément aux soldats italiens pour échapper aux massacres des Oustachis. Les deux camps durèrent jusqu'au 8 septembre 1943, lorsque les carabiniers, qui les gardaient se refusèrent à les livrer aux Allemands et les laissèrent libres de fuir. Beaucoup se réfugièrent en montagne et certains se joignirent aux partisans. On a connaissance de personnes enfermées dans autres camps, comme par exemple à Ferramonti de Tarsia en province de Cosenza, le plus grand camp de concentration italien.

Lorsque la guerre est finie, nous avons dit « jamais plus » ; par contre malheureusement aujourd'hui, nous devons dire « encore ». Les guerres intestines éclatées dans l'ex Yougoslavie et les conséquents programmes de « nettoyage ethnique » ont vu en premier lieu parmi les victimes les Roms de Krajna, de la Bosnie, de l'Herzégovine et du Kosovo. les épisodes de violence sont continus, dus surtout à des groupes de néonazis en Slovaquie, en République Tchèque, en Roumanie, en Bulgarie (villages brûlés, gens frappés à mort ou jetés par des fenêtres ou noyés dans les fleuves) tellement que l'OSCE (Organisation pour la Sécurité et la Coopération en Europe) a institué un bureau spécial à Varsovie pour la protection des Roms et le Conseil d'Europe a approuvé en mai 1997 un document qui condamne le racisme à l'égard des Gitans.

Les persécutions et la crise économique des pays de l'est a provoqué un fort exode vers l'occident, où ce flux de réfugiés n'a certes pas été accueilli avec bienveillance. Même l'Italie n'est pas exempte d'épisodes de violence. La presse rapporte des épisodes de coups de fusil contre les campements ou de mines posées à leur entrée, de tentatives de brûler les roulottes, de jouets explosifs offerts aux enfants. Et que dire des morts blanches d'enfants qui meurent de froid ou brûlés vifs dans les baraques délabrées, où les familles vivent souvent amassées dans les soi-disants camps nomades (pour eux qui ne sont pas nomades) dans des conditions indignes d'un être humain, camps qui ont valus à l'Italie le 18 Mars 1999 une dure condamnation pour racisme de la part du Comité pour l'Élimination des Discriminations Raziali (CERD) de ONU.

Pourquoi une traduction précisément en roumain ? Parce que de Roumanie, historiquement, provient la plupart des Roms européens. Et parce que, nous ne devons pas avoir peur de le dire, précisément de la part des Roumains, les Roms ont subi un racisme systématique et historique (sans compter les dizaines de milliers de Juifs roumains déportés et exterminés avec la pleine collaboration des fascistes locaux). On imagine donc quel effet doit leur faire lorsque, en exerçant notre italico-racisme idiot vis-à-vis des Roumains immigrés, nous les appelons souvent « Gitans », en confondant « romeno » et « rom ». La stupidité et l'ignorance n'ont jamais de limites, et même pas frontières. [RV]

Que dire de la Hongrie d'aujourd'hui ? Avec le gouvernement parafasciste de Viktor Orbán et les bandes d'extrême droite qui courent, pour les Gitans hongrois, la situation est devenue à nouveau précaire. De nouvelles lois « pour la sécurité » (évidemment) assimilent à des criminels les Gitans, qui en Hongrie font partie du tissu social et sont même organisés en parti (MCOP, Parti National des Gitans Homgrois). Jusqu'à pousser les Gitans à descendre dans la rue avec des banderoles qui disent tout net « Les Gitans hongrois veulent vivre ici » :
ou bien à manifester devant le siège du parti d'extrême-droite « Jobbik » avec des pancartes écrites : « Je suis un Rom, pas un criminel » : Tout autre commentaire est superflu. [R.V.]
CHANT GITAN

Noire la nuit, plus noire que le charbon.
Assis, pensif, mon cœur n'est que désolation
Les Gitans souffrent et vivent comme personne.
Bientôt nous serons morts, le pain aussi manque.

Zum, zum, zum, zum,
Zum, zum,
Comme les mouettes toujours nous vaguons,
Zum, zum, zum, zum
Zum, zum,
De nos balalaïkas nous jouons.

Aucun endroit où rester, jour ou nuit,
D'autres résistent, je pense à ma vie
Les Gitans souffrent et vivent comme personne.
Bientôt nous serons morts, le pain aussi manque.

Zum, zum, zum, zum,
Zum, zum,
Comme les mouettes toujours nous vaguons,
Zum, zum, zum, zum
Zum, zum,
De nos balalaïkas nous jouons.

inviata da Marco Valdo M.I. - 9/7/2014 - 21:42




Klezroym
Yankele nel ghetto (2009)


Yankele nel ghetto


Yankele nel Ghetto è l'elaborazione originale in forma di suite delle Canzoni del Ghetto di Łódź raccolte nel libro di Gila Flam: "Singing for survival, Songs of the Łódź Ghetto,1940-45", University of Illinois Press.

L’album dei KlezRoym raccoglie e rielabora le canzoni che Gila Flam, direttrice del Dipartimento di Musica e della Fonoteca di Stato dell’Università di Gerusalemme, ha ricostruito insieme ai superstiti, intervistandoli, accogliendo i loro ricordi, riannodando liriche e note preservate nella memoria di chi le ha cantate per sopravvivere. Molte di queste canzoni erano inedite, altre erano già state eseguite in pubblico.

I KlezRoym hanno così lavorato sulle liriche e le melodie di Yankele Hershkowitz, cantore di strada, di Miriam Harel, membro di un’organizzazione giovanile, e di David Beygelman, direttore musicale del teatro della Casa della Cultura. La popolazione del ghetto di Łòdź, tra i primi a essere istituiti, e l'ultimo a essere smantellato, tenuta a lavorare per l’esercito tedesco, privata di qualsiasi rapporto con il mondo esterno, di cibo e libertà, nelle strade, presso le riunioni dei movimenti giovanili, sul lavoro, nella Casa della Cultura, ha trovato nella musica un modo per esprimersi, per eludere le censure, per mantenersi libera creando un mondo e un tempo che trascendesse e al contempo parlasse della realtà. Le canzoni, molte delle quali composte da Hershkowitz (lo Yankele cui fa riferimento il titolo dell'album), erano frutto di creazioni originali o rielaborazioni di fonti prebelliche, attingevano alla tradizione klezmer, alla cultura ebraica dell’Europa dell’Est, accogliendo le influenze della musica zigana… erano proprio per questo famigliari, con i loro testi spesso in yiddish mantenevano un legame con le tradizioni, con le abitudini che riportavano ai giorni precedenti la guerra, anche se le liriche non rinunciavano a raccontare il presente.
losthighways.it

Intro (from "װײַל איך בין אָ ייִדעלע/Vayl ikh bin a yidale")
עס איז אַ קלאָג/Es iz a klug
Yankele nel ghetto
רומקאָװסקי חײם/Rumkovski khaym
Yankele nel ghetto #2
איך פֿור אין קעלצער קאַנט/Ikh fur in keltser kant
קאַלט: אַ לידל פֿון לאָדזשער געטאָ 1945/Kalt: a lid fin lodzger getto, 1945
Sakharin finf a marek
ציגײַנערליד/Tsigayner lid
Vayl ikh bin a yidale
פּאַפּיראָסן/Papirosn/nishtu kain przydziel
Kalt #2
?װער קלאַפּט עס/Ver klapt dos azoy shpet bay nakht?
ניט קײן ראָזשינקעס, ניט קײן מאַנדלען/Nit kayn rozhinkes, nit kayn mandlen
Finale (from "Vayl ikh bin a yidale,")





Versione dei Klezroym

dq82 - 27/7/2016 - 18:01


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