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Mennyből az angyal

Miklós Varga


Lingua: Ungherese


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[2002]
Poesia di Sándor Márai (1956)
A poem by Sándor Márai
Versek: Márai Sándor
Musica / Music / Zene: Szilveszter Jenei / Jenei Szilveszter
Album: Mennyből az angyal – versek és dalok 56-ról
["Angelo dal cielo - poesie e canzoni del '56"
"Angel from the Heaven - Poems and Songs from 1956"]
Interpretata da / Performed by: Miklós Varga / Varga Miklós

mennyboel


Nel 1956, il sig. Sándor Károly Henrik Grosschmid de Mára ha 56 anni e vive da qualche tempo a New York. Di professione scrittore e poeta, si è abbreviato il chilometrico nome in “Sándor Márai”, ove quel “Márai” altro non è che la forma magiarizzata del gentilizio “de Mára”. E' nato l'11 aprile del 1900 in una città che, in un secolo, ha cambiato quattro nazioni (Impero Austroungarico, Ungheria, Cecoslovacchia e, infine, la Slovacchia dove si trova attualmente); in ungherese si chiama Kassa, in slovacco Košice, in tedesco Kaschau, in polacco Koszyce, in ucraino Košyci e in italiano (ha persino un nome italiano!) Cassovia. Nato quando Kassa, o Košice, faceva parte ancora dell'Impero Asburgico, Sándor Márai era di etnia e di lingua ungherese; all'inizio, però, scrisse in tedesco come Kafka (di cui, scrivono le biografie, fu il primo recensore), passando alla lingua materna solo in un secondo momento. Fu fieramente antifascista come lo fu anticomunista; un profilo perfetto per un precoce esilio da guerra fredda. Viveva nell'Ungheria e nella Budapest del 1948, sotto il regime stalinista di Rákosi, quando se ne andò; in Ungheria non sarebbe ritornato mai più. Visse prima in Svizzera, poi a Napoli, poi ancora negli Stati Uniti tornando poi in Italia, a Salerno (città che gli eresse un busto in bronzo, poi rubato). Infine di nuovo negli Stati Uniti, dove si suicidò nel 1989 con un colpo di pistola alla tempia pochi mesi prima della caduta del regime comunista. Solo nel 1992 fu “scoperto” all'estero, divenendo una figura importantissima nella letteratura del XX secolo. In sommi capi.

Sándor Márai (1900-1989).
Sándor Márai (1900-1989).
Nel 1956, come detto, Sándor Márai è a New York, dove lo raggiungono gli avvenimenti in Ungheria; sotto Natale, scrive questa Mennyből az angyal. Márai non scrisse mai né in inglese, né in italiano (lingue che conosceva alla perfezione); dopo i primi passi in tedesco, scrisse sempre e solo in ungherese. Il triste Natale nella Budapest del 1956, dove ad un “angelo dal cielo” (questo il significato del titolo della poesia) viene affidato un messaggio di luce e di speranza. Magari la stessa luce e la stessa speranza che non erano certo state riservate ai settecentomila ebrei ungheresi deportati e sterminati prima sotto il regime del neo-riabilitato ammiraglio Horthy von Nagybánya (il primo in Europa a promulgare leggi antisemite al di fuori della Germania hitleriana) e poi, soprattutto, durante la guerra con il dominio delle “Croci Frecciate” di Szalási. Il tutto più o meno sotto l'indifferenza della cristianissima popolazione magiara, del “martire” cardinal Mindszenty e di parecchi altri; insomma, della stessa Ungheria che nel 1956 diventava il “Cristo d'Europa” con la rivolta antistalinista schiacciata nel sangue (trentamila morti, duecentomila profughi). Ritengo che proprio nei giorni del sessantesimo anniversario della rivolta, queste cose vadano un po' ricordate anche per situare meglio la situazione dell'Ungheria di oggi, membro della “UE” e in mano all'autocrate Orbán e a tutta una impressionante serie di risorgenze nazifasciste, nazionaliste e razziste. E dico queste cose con un senso di profondo disagio, in quanto legato all'Ungheria (e alla lingua ungherese) fin da ragazzo, quando a sedici anni cominciavo a imparare quella incredibile lingua che soltanto da poco, dopo quarant'anni di pratica, maneggio in modo decentemente sciolto. Certo, nell'Europa di oggi non si tratta di un fenomeno esclusivamente ungherese; neppure in Italia siamo, del resto, messi troppo bene. Da incallito ateo e antireligioso quale sono, ritengo che l' “angelo dal cielo” attualmente dovrebbe avere un superlavoro, e un lavoro non tanto da postino e latore di messaggi, quanto di demolitore di muri fisici e mentali. Ma mi sia permesso di dubitare fortemente del suo intervento.

Ma nel 1956, certamente, l'Ungheria è ridotta a un Ecce Homo. Nell'opulento Natale “occidentale”, Márai non può fare a meno di rivolgere un pensiero a come lo si sta vivendo nell'Ungheria calpestata. Tutto questo, però, non gli fa scordare l'ipocrisia del cosiddetto “mondo libero”, imbarazzato e pieno di belle parole (quelle e basta). L'ipocrisia della Realpolitik, degli uomini di stato e anche degli ecclesiastici che blaterano benedizioni senza minimamente tenere conto degli appelli provenienti dall'Ungheria devastata. Ed è un'ipocrisia del tutto logica: evviva l'Ungheria Martire, però tutti lo sanno che deve stare al suo posto nel “campo” che le è stato assegnato a Yalta. Così come tutti sanno che, esattamente negli stessi giorni, il colonialismo anglofrancese è impegnato nel Canale di Suez. Insomma, come dire: poveri ungheresi, accogliamo i profughi con tanto amore e solidarietà, facciamo le manifestazioni nelle quali si buttano a capofitto le democrazie cristiane e anche tanti bei fascisti coi saluti romani, facciamo pure le canzoncine di destra e incassiamo sia le non poche defezioni dai partiti comunisti occidentali, sia le dichiarazioni fedeli alla linea come quelle del buon Giorgio Napolitano. Però niente che vada oltre, sennò scoppia la terza guerra mondiale. E nessuno ne aveva certamente la voglia. L'Ungheria può essere benissimo sacrificata, e del resto un po' anche se lo merita quel piccolo paese di latifondisti, di contadini tradizionalisti, di eroi romantici alla Petőfi, di comunisti disperati alla József, di prelati e di paprika.

Miklós Varga canta per il partito di Orbán (foto ripresa dalla rivista Magyar Narancs)
Miklós Varga canta per il partito di Orbán (foto ripresa dalla rivista Magyar Narancs)
Va da sé che l' “Angelo dal Cielo” di Sándor Márai è diventata un classico della poesia ungherese; in musica, però, è stata messa soltanto nel 2002, a Ungheria oramai democratizzata dopo che, tra il '56 e il fatidico '89, era stata tenuta un po' buona con condizioni di vita decisamente migliori degli altri “paesi satelliti”. In musica l'ha messa Szilvester Jenei, preparandola per un album che reca il medesimo titolo, e che contiene poesie e canzoni dedicate alla rivolta del 1956 (il fatto che sia presente anche Gyula Illyés mi fa sospettare che vi sia anche, musicata o meno, la famosissima e agghiacciante Egy mondat a zsarnokságról, il brano n° 39 di tutte e ventiseimila le “CCG”). Il brano è interpretato dal cantante Miklós Varga, noto per essere stato anche il chitarrista della band Kormorán; interpretato forse con particolare partecipazione, dato che Miklós Varga è nato a Budapest esattamente il 4 dicembre del 1956. O forse anche perché anche lui, nell'Ungheria di oggi, si è schierato dalla parte di Orbán andando anche a cantare ai raduni elettorali di Fidesz (al parti di altri noti cantanti e rockstar ungheresi con qualche rara eccezione come Péter Gerendás).

E poiché l'Angelo dal Cielo qualche lavoro lo deve pur fare, sembra che un po' abbia operato ieri a Budapest, durante il gran discorso tenuto dall'autocrate Orbán in piazza Kossuth per “celebrare” l'anniversario della rivolta (senza però nominare troppo i russi, data la sua ammirazione per il compagno Putin). Il simpatico Orbán, insomma, ad un certo punto è stato sommerso da bordate di fischi, mandando subito dopo la polizia a pestare un bel po' di oppositori. Che l'Ungheria si stia in un certo qual modo risvegliando? Chi lo sa. Ma sono il primo ad auguraglielo e ad augurarmelo, anche se non mi si potrà mai definire un angelo dal cielo. Nel ricordo della sofferenza di ieri, un pensiero va però alla sofferenza riservata a chi voleva semplicemente attraversarla per andarsene altrove. Ma le frontiere, si sa, si attraversano solo in due modi. Coi carri armati, o con i soldi. I disperati siriani, afghani o di chissà dove, non avevano né gli uni, e né gli altri. E non sono “martiri”, sono solo straccioni che scappano da guerre e fame come gli ungheresi del 1956. [RV]
Vers:
(Mennyből az angyal, menj sietve
Az üstökös fagyos Budapestre. 
Oda, ahol az orosz tankok 
Között hallgatnak a harangok. 
Ahol nem csillog a karácsony, 
Nincsen aranydió a fákon, 
Nincs más, csak fagy, didergés, éhség. 
Mondd el nekik, úgy, hogy megértsék. 
Szólj hangosan az éjszakából: 
Angyal, vigyél hírt a csodáról.)

Ének:
Mennyből az angyal, menj sietve
Az üstökös fagyos Budapestre. 
Oda, ahol az orosz tankok 
Között hallgatnak a harangok. 
Ahol nem csillog a karácsony, 
Nincsen aranydió a fákon, 
Nincs más, csak fagy, didergés, éhség. 
Mondd el nekik, úgy, hogy megértsék. 
Szólj hangosan az éjszakából: 
Angyal, vigyél hírt a csodáról. 

Csattogtasd szaporán szárnyad, 
Repülj, suhogj, mert nagyon várnak.
Ne beszélj nekik a világról, 
Ahol most gyertyafény világol, 
Meleg házakban terül asztal, 
A pap ékes szóval vigasztal, 
Selyempapír zizeg, ajándék, 
Bölcs szó fontolgat, okos szándék. 
Csillagszóró villog a fákról: 
Angyal, te beszélj a csodáról. 

Mennyből az angyal, menj sietve
Az üstökös fagyos Budapestre. 
Mennyből az angyal-menj sietve
Oda, ahol az orosz tankok 
Között hallgatnak a harangok.


Mondd el, mert ez a világ csodája: 
Egy szegény nép karácsonyfája 
A Csendes Éjben égni kezdett- 
És sokan vetnek most keresztet. 
Földrészek népe nézi, nézi, 
Egyik érti, másik nem érti. 
Fejük csóválják, sok ez, soknak. 
Imádkoznak vagy iszonyodnak, 
Mert más lóg a fán, nem cukorkák: 
Népek Krisztusa, Magyarország. 

És elmegy sok ember előtte: 
A Katona, ki szíven döfte, 
A Farizeus, ki eladta, 
Aki háromszor megtagadta. 
Vele mártott kezet a tálba, 
Harminc ezüstpénzért kínálta 
S amíg gyalázta, verte, szidta: 
Testét ette és vérét itta- 
Most áll és bámul a sok ember 
De szólni Hozzá senki nem mer. 

Mert Ő sem szól már, nem is vádol, 
Néz, mint Krisztus a keresztfáról. 
Különös ez a karácsonyfa, 
Ördög hozta, vagy Angyal hozta- 
Kik köntösére kockát vetnek, 
Nem tudják, mit is cselekszenek, 
Csak orrontják, nyínak, gyanítják 
Ennek az éjszakának a titkát, 
Mert ez nagyon furcsa karácsony: 
A magyar nép lóg most a fákon. 

Mennyből az angyal, menj sietve
Az üstökös fagyos Budapestre. 
Mennyből az angyal-menj sietve
Oda, ahol az orosz tankok 
Között hallgatnak a harangok.


És a világ beszél csodáról,
Papok papolnak bátorságról.
Az államférfi parentálja,
Megáldja a szentséges pápa.
És minden rendű népek, rendek
Kérdik, hogy ez mi végre kellett.
Mért nem pusztult ki, ahogy kérték?
Mért nem várta csendben a végét?
Miért, hogy meghasadt az égbolt,
Mert egy nép azt mondta: "Elég volt!”

Mennyből az angyal, menj sietve
Az üstökös fagyos Budapestre. 
Mennyből az angyal-menj sietve
Oda, ahol az orosz tankok 
Között hallgatnak a harangok.


Nem érti ezt az a sok ember, 
Mi áradt itt meg, mint a tenger? 
Miért remegtek világrendek? 
Egy nép kiáltott. Aztán csend lett. 
De most sokan kérdik: mi történt? 
Ki tett itt csontból, húsból törvényt? 
És kérdik, egyre többen kérdik, 
Hebegve, mert végképp nem értik- 
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Az alomban, a jászol mellett, 
Ha az Élet elevent ellett, 
A Csodát most is ők vigyázzák, 
Leheletükkel állnak strázsát, 
Mert Csillag ég, hasad a hajnal, 
Mondd meg nekik, mennyből az angyal.

New York, 1956.

inviata da Riccardo Venturi - 23/10/2016 - 21:52



Lingua: Italiano

Traduzione italiana di Riccardo Venturi
Olasz fordítás: Riccardo Venturi
23 ottobre 2016 / október 23-a, 2016 22:13

Due parole del traduttore. Si tratta di una traduzione poco meno che letterale, senza nessunissimo intento poetico. Esiste, in italiano, perlomeno una traduzione con intenti artistici, e in rima: quella di Francesco Vernazza. Un vero e proprio "tour de force" ritmico, a volte con soluzioni un po' arcaizzanti (tipo "tirarno") ma sicuramente assai degno di nota. Un'ulteriore traduzione italiana è quella della sig.ra Agnes Preszler, che già una volta, anni fa, ci ha diffidati per iscritto dall'inserire sue traduzioni senza autorizzazione; indi per cui mi sono deciso ad affrontare da solo il testo di Márai. La mia traduzione, oltre ad essere praticamente letterale, segue l'andamento della versione musicata e cantata. Non potrebbe naturalmente essere eseguita neppure da una banda di paese, a differenza di quella della sig.ra Preszler; come ella tiene giustamente a dire, la sua versione italiana è stata messa in musica dal maestro Hukvari, direttore dell'opera di Oslo.
ANGELO DAL CIELO

Recitato:
(Angelo dal cielo, vai in fretta
nella gelida Budapest ferita.
Angelo dal cielo, vai in fretta
Là, dove tra i carrarmati russi
tacciono oramai le campane.
Là, dove il Natale non risplende,
non ci sono addobbi [1] sugli alberi,
altro non c'è che gelo, brividi, fame.
Diglielo, ché possano capire.
Parla loro forte dalla notte:
Angelo, porta il messaggio d'un prodigio.)

Cantato:
Angelo dal cielo, vai in fretta
nella gelida Budapest ferita.
Angelo dal cielo, vai in fretta
Là, dove tra i carrarmati russi
tacciono oramai le campane.
Là, dove il Natale non risplende,
non ci sono addobbi sugli alberi,
altro non c'è che gelo, brividi, fame.
Diglielo, ché possano capire.
Parla loro forte dalla notte:
Angelo, porta il messaggio d'un prodigio.

Sbatti rapidamente le tue ali,
vola, frulla perché aspettano tanto.
Non parlare loro del mondo
dove adesso ardono le candele,
le tavole traboccano [2] in case calde,
il prete conforta con solenni parole,
fruscia la carta: ecco il regalo!
Si medita [3] una saggia parola, un buon proposito.
Una candela riluce sugli alberi:
Angelo, parla di un miracolo.

Angelo dal cielo, vai in fretta
nella gelida Budapest ferita.
Angelo dal cielo, vai in fretta
Là, dove tra i carrarmati russi
tacciono oramai le campane.


Diglielo, perché questo è il prodigio del mondo:
L'albero di Natale di un povero popolo
ha preso a accendersi nella notte silente,
e ora in tanti si fanno il segno della croce.
E i popoli dei continenti guardano, guardano,
qualcuno capisce, qualcun altro no.
Scuotono il capo, e per tanti è già tanto.
Stanno pregando o provando disgusto
Ché qualcos'altro pende dall'albero, non caramelle:
il Cristo dei popoli, l'Ungheria.

Davanti a Lui [4] passano tante persone:
il Soldato che gli ha trafitto il cuore,
il Fariseo che lo ha consegnato,
e chi lo ha tradito tre volte,
chi con Lui ha intinto la mano nel piatto,
voleva venderlo per trenta denari
e intanto lo oltraggiava, lo picchiava, lo insultava:
ha mangiato il Suo corpo e bevuto il Suo sangue.
Ora tanta gente sta là e Lo guarda fisso,
ma nessuno osa dirgli niente.

Perché Lui non dice niente e non accusa,
guarda, come il Cristo dalla croce.
È strano, quest'albero di Natale,
chissà chi lo ha portato: il Diavolo, o un Angelo.
Chi si gioca a dadi la sua tunica
non sa che cosa sta facendo,
solo presente [5], presagisce, sospetta
il segreto di questa notte,
perché questo è un Natale assai bizzarro:
è il popolo ungherese, ora, che pende dagli alberi. [6]

Angelo dal cielo, vai in fretta
nella gelida Budapest ferita.
Angelo dal cielo, vai in fretta
Là, dove tra i carrarmati russi
tacciono oramai le campane.


E il mondo parla di miracolo,
i preti blaterano di coraggio.
L'uomo di stato pure fa la predica
e sua santità il papa lo benedice.
E tutti i popoli d'ogni ordine e classe
si chiedono perché è dovuto succedere.
Perché non è finito tutto, come chiedevano?
Perché non hanno atteso, zitti, la fine?
Perché s'è squarciato il firmamento,
E popolo ha detto: “Ora basta!”

Angelo dal cielo, vai in fretta
nella gelida Budapest ferita.
Angelo dal cielo, vai in fretta
Là, dove tra i carrarmati russi
tacciono oramai le campane.


Tante persone non lo capiscono,
perché tutto questo è straripato come un mare?
Perché ha tremato l'ordine mondiale?
Un popolo ha gridato. E, poi, silenzio.
Ma ora in molti si chiedono: che è successo?
Chi di carne e ossa ha fatto legge? [7]
E se lo chiedono, e se lo richiedono
balbettando, perché davvero non capiscono
quelli che la hanno ricevuta in eredità:
è una cosa tanto grande, la Libertà?

Angelo, reca il messaggio dal cielo:
sempre dal sangue sgorga nuova vita.
Già s'incontrarono, qualche volta,
il bambino, il pastore e l'asinello
in sogno, accanto alla mangiatoia.
Se la vita ha dato vita,
anche ora sorvegliano il prodigio,
lo proteggono col loro fiato.
perché splende una Stella, sorge l'alba;
e tu diglielo, Angelo dal cielo.
[1] Lett. "noci dorate, noci d'oro".

[2] Il verbo terül (in ungherese i verbi non si nominano all'infinito, ma alla III persona singolare del presente indicativo della coniugazione soggettiva) significherebbe alla lettera "cadere, stramazzare al suolo". Si usa però nell'espressione terülj asztalkám!, ovvero: "tavolino mio, riempiti [d'ogni ben di Dio]". In pratica, il famoso: "Tavolino, apparecchiati!" della fiaba.

[3] Nelle traduzioni italiane questa parola è tralasciata. Ed è comprensibile, perché pone delle difficoltà: il soggetto della frase (al nominativo) è bölcs szó e il predicato è fontolgat "medita, riflette". La mia soluzione è qui "ad sensum".

[4] O "davanti a Lei": poiché l'Ungheria è Cristo, l'ambiguità e voluta. La lingua ungherese, del resto, non ha alcun genere grammaticale e non distingue tra "lui" e "lei". L'identificazione tra il tradimento subito da Cristo e quello subito dall'Ungheria è qui totale e indistinguibile. Se si vuol intendere "Lei, l'Ungheria" (e la cosa, ripeto, è totalmente libera e legittima), in italiano è ovviamente necessario mettere tutti i pronomi al femminile. Io ho optato per il "Cristo dei Popoli". Un traduttore turco o finlandese non ha qui di tali problemi, fortunato lui.

[5] Dal verbo "presentire".

[6] L'immagine ha un chiaro doppio senso: nelle case del "mondo libero" si festeggia il Natale con gli addobbi e i dolci che pendono dagli alberi di Natale, mentre agli alberi ungheresi pende il popolo ungherese, impiccato.

[7] Vale a dire: chi per legge ha sterminato e massacrato.

23/10/2016 - 22:14


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