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Lamento di Marinetta per la morte di Masaniello suo marito

anonimo


Lingua: Italiano


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'A mugliera 'e Masaniello
(Ferdinando Russo)
'O cunto 'e Masaniello
(anonimo)


[1647]
Cantata in stile recitativo che viene attribuita a Francesco Melosio (Città della Pieve, Perugia, 1609-1670) poeta e magistrato italiano, ma che egli certamente trasse da una o più cantate forse opera del grande compositore ed insegnante napoletano Francesco Provenzale (1624-1704), il quale potrebbe averne composto testo e musica.
Per questa difficoltà di attribuzione il “Lamento di Marinetta” viene solitamente indicato come di autore anonimo.
Nel repertorio, per esempio, del grande tenore, sopranista, attore e chitarrista Pino De Vittorio, che l’ha inclusa nel suo “Il canto della Sirena. Cantate napoletane dell’Età Barocca”, con l’ensemble di musica antica I Turchini di Antonio Florio. Riproduco il testo dal libretto del disco.

Il canto della Sirena. Cantate napoletane dell’Età Barocca


Sulla rivoluzione di Masaniello si vedano 'O cunto 'e Masaniello e 'A mugliera 'e Masaniello
Correa l’ottavo giorno dal dì che sotto insopportabil soma lo cavallo di Napoli Fedele da ben mille ragazzi stimolato si pose a tirar calci com’un mulo arrabbiato, e parea volesse dire col feroce nitrire, che fedel la città più non vivea. Perché pagand’ ogn’ hor nuove gabelle all’ingordigia hispana s’era fatta pagana, e ch’ei magro, e distrutto com’uno storione, forzato al fin saria di lasciar la sua testa in pescaria. Né molto andò, che fu dal popol tutto chiamato per sua testa, e suo signore, Aniello il Pescatore, che se prendea si ben l’humor d’ognuno è forza ch’io lo nomini, un pescator degl’huomini. Marinetta di lui fida consorte, ch’in questo novo gioco sperava trionfando a poco a poco, poter di fante diventar regina, per più d’un fido messo spiarne ogni minuto evento, quando, ahi pena ahi tormento, ecco a lei ne ritorna un sì mesto, e tremante che non poteva più, e disse: «ohimè sai tu la nuova ch’io ti porto? è scomputo lo chiatto, Aniello è morto.»

Finì d’udire a ’pena, nuova così funesta,
che peggio d’una furia scatenata,
cominciò Marinetta a far tempesta.
Gridando ad alta voce:
«Figli, amici, parenti, armi, vendetta
pigliate la scoppetta:
È morto dunque Aniello,
e non si mette ancor Napoli a sacco?
E de’ spagnoli non si fa macello?
È morto e ’l popol sallo
ed io non veggio ancor
chi l’have ucciso,
e per un pied’impiso,
è strascinato a coda di cavallo.
Si trovi il traditor si prenda sù,
e chi s’indugia più
così giusta vendetta
pigliate la scoppetta.
O fato mariol, destin cornuto,
ne si move pur uno a darmi aiuto.
Oh! città sconoscente,
oh! Patria ingrata
che d’un si bravo figlio
vedi la morte,
e non la curi un pelo,
cada sopra di te l’ira del cielo,
l’avarizia spagnola
pagar si faccia il dazio
persin d’ogni parola.
Fugga da te per sempre l’abbondanza
e venga tal penuria
che ’l pan si vend’ a dramme,
e per rabbia di fame li piccirilli suoi,
mangin le mamme.
Mai vastaso carcato,
non giung’ allo mercato,
l’acqua de’ lo formale,
si dia velen mortale,
entr’ il casetl del Ovo,
in bocca al gallo,
e alfin tutto il paese,
s’empia di mal francese.
Misera m’ à che pro’
se non per questo ritornar in vita,
la vita mia vedrò.
Viva pur, viva Napoli felice.
Che s’è morto Aniello mio
sol con lui morir vogl’ io
s’i giorni suoi finì,
vuo’ finirli io per si’.
Figli, amici, parenti
se ’l cielo vi contenti,
deh! per unirmi al mio caro consorte,
datemi per limosina la morte.
Sei morto Aniello ohimè,
ma non saresti morto
se tu credevi a me.
Quante volte ti dissi, marito mio,
bada alli fatti tuoi,
non ti pigliar con ’sti giudii marrani,
che tu non sai ne puoi
drizzar le gambe ai cani,
non ti pigliar gl’impicci tu del Rosso,
stasene con suoi guai,
ch’in casa tua ben hai,
da rossicar del osso.
Non ti fidar della minuta plebe, che subito
si piglia ma come la frittura,
scappa per ogni poco di cottura.
Quante volte ti dissi, loca la lingua Aniello,
sii manco linguacciuto,
impara dallo pesce ad esser muto.
Stassene in pescaria, non andar per le piazze
a far del malcontento
che muore il pesce ancora,
lontan dal suo elemento.
Mille volte tel dissi e sempr’ invano, che su forse
nel cielo scritto già stava,
ch’al dì della mia festa, farsi dovea
questa brutta ottava.
Oh! Speranze fallaci,
oh! Contentezze amareggiate e corti,
datemi per limosina la morte.
Figli, parenti, amici
ne’ miei casi infelici
deh! Pria che lo spagnol più se ne rida,
chi mi vuol ben m’uccida.
A me sarà più grato, chi di morir più presto
il modo mi procaccia,
da voi chiedo sol questo,
che chi meglio mi vuol
peggio mi faccia.»

[Passacaglia]
Sì pianse Marinetta il morto Aniello
e ben fu del suo pianto il caso degno
se ’l portò via la barca di Caronte
mentr’ei pescava un regno,
ma si consoli pur s’ei morì al fin da re,
e che se falsa non è,
la fama che risuona,
hebbe mille rosarii
che vaglion ben più d’una corona.

inviata da Bernart Bartleby - 13/9/2014 - 14:09


Qu eBien....muchas gracias!

23/7/2017 - 02:05


Passacaglia di Masaniello -- Pino De Vittorio -- I Turchini di Antonio Florio *** Cappella Sansevero

5/11/2018 - 20:52



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