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Fabrizio De André: Jamin-a

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Lingua: Italiano (Ligure Genovese)

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Per i trent'anni di Creuza de mä
[1984]
Testo di Fabrizio De André
Musica di Mauro Pagani e Fabrizio De André
Album: Creuza de mä

Lyrics by Fabrizio De André
Music by Mauro Pagani and Fabrizio De André
Album: Creuza de mä

Paroles de Fabrizio De André
Musique de Mauro Pagani et Fabrizio De André
Album: Creuza de mä



Trent'anni fa, nel 1984, usciva “Creuza de mä”, e si è pensato che un album del genere meritasse una pagina speciale contenente una canzone del tutto speciale che ne fa parte. Fabrizio De André diceva che era “l'unica canzone erotica del suo repertorio”; forse non è vero, ripensando magari all'antichissima “Barbara” (ad esempio), ma resta il fatto che “Jamin-a”, dedicata a un'amica algerina di Faber, è veramente un pozzo di sensualità, di sesso e di vita dal quale non si esce e non si vuole uscire. Di “Creuza de mä” abbiamo quasi tutte le canzoni nel sito, compresa, ovviamente, Sidùn; nei giorni dell'ennesimo attacco israeliano su Gaza, lo vogliamo ricordare anche su questa pagina dedicata a ben altra e vitale esplosione, anche come antidoto a moralismi e “purezze” che rappresentano l'unico, vero degrado di morte di questo tempo. Fosse per certa gente, nel centro di Genova non ci sarebbero più Jamine, ma salottini, banche, “sicurezze” e polizia. Al diavolo. Noialtri si vuole restare totalmente impuri e insicuri, tanto più che l'unico luogo dove si rischia quotidianamente la vita è la famosa “famiglia”. Con Jamina non si rischia nulla e si sta da dio. [RV]

"Seduzione" - Milo Manara


Trent'anni di Creuza de mä
di Luca Casarotti
da Carmilla On Line


creucreuFortemente eccentrico, lontano dalle (anche se non estraneo alle) sonorità pop di metà anni Ottanta, i testi scritti in una lingua ostica persino ai genovesi: questo è stato Crêuza de mä. Uno degli esperimenti più rischiosi nella discografia di Fabrizio De André. Uno dei suoi maggiori successi. Come mai? Com’è accaduto che un pugno di canzoni incomprensibili – a meno di non avere la traduzione sotto gli occhi – è risuonato con una tale potenza nella testa e nel cuore di molti?

Esiste una risposta emotiva, che ognuno può dare per sé: l’evocazione di un altrove, il riconoscersi in un’appartenenza, o tutte e due le cose. Risposta vera, ma individuale, valida una tantum. Non esaustiva.

Se Crêuza de mä è stato così influente, se a trent’anni dall’uscita lo si continua a comprare, ristampare, rimasterizzare, reinterpretare, se non si contano le tribute band che lo suonano in giro per i locali, ci dev’essere dell’altro: motivi più profondi e collettivi, meccanismi in grado di attivare quella risonanza a distanza nel tempo e nello spazio.

I mantra vogliono che sia il quarto miglior disco italiano di sempre secondo Rolling Stone, uno dei più influenti degli anni Ottanta secondo il Talking Heads David Byrne, vogliono che abbia fondato un genere nuovo, la world music, e altre cose ancora che mi sto dimenticando. Sono dati che riducono in pillole l’impatto del disco su pubblico e critica, ma non ne spiegano le ragioni: non penetrano la carne viva di testi e musica, ché le suddette ragioni vanno cercate tra versi e pentagrammi, non altrove.
A voler riassumere quel che io ho capito di Creuza de mä, non saprei far di meglio che citare Michel Foucault: “Occorre fare a pezzi ciò che permetteva il gioco consolante dei riconoscimenti, giacché sapere non significa «ritrovare», e ancor meno ritrovarsi: anzi, la storia non ha per fine di ritrovare le radici della nostra identità, ma d’accanirsi al contrario a dissiparla; non si mette a cercare il luogo unico da dove veniamo, ma al contrario si occupa di far apparire tutte le discontinuità che ci attraversano”. (M. Foucault, Nietzsche, la genealogia, la storia, in Microfisica del potere, Einaudi 1977)

Non so se De André conoscesse e apprezzasse Foucault. Di sicuro apprezzava Pasolini, che negli stessi anni del filosofo francese andava sviluppando un pensiero a tratti non dissimile (cfr. qui): prova ne sia che Foucault presenziò a una retrospettiva parigina del ’75 sul Pasolini-regista e la recensì per Le monde. Durante i concerti del 1998, il cantautore era solito citare Pasolini: “Pasolini diceva che il dialetto è il popolo e il popolo è l’autenticità”. E continuava, alludendo a Crêuza de mä: “Ho fatto questo disco (…) per riconoscere questa nostra etnia in un universo più vasto, quello del mar Mediterraneo”.

Nel compiere la loro ricognizione sulle musiche del “nostro” mare, De André e Mauro Pagani non sono andati alla ricerca delle radici di una cultura per affermarne la superiorità: al contrario, la loro è una dimostrazione, poetica ma non per questo meno impietosa, che non esiste nessuna superiorità identitaria, che la presunta “tradizione” può avere un senso solo nel momento in cui viene ibridata, sfidata, riutilizzata, messa in discussione. Ho usato di proposito il verbo “ibridare” e non “contaminare”. Il concetto di “contaminazione”, pur ribadito ad nauseam anche in ambienti che si vorrebbero tutt’altro che razzisti, è un altro di quelli di cui faremmo meglio a sbarazzarci il più in fretta possibile. La “contaminazione”, per esser tale, presupporrebbe una iniziale o mitica “purezza” (di sangue, di stirpe, di nascita, di costumi…). Ma niente nasce “puro”: nessun popolo, nessuna lingua o musica. Tutto è già in partenza “contaminato”.

Potrebbe essere questo il senso, uno dei sensi, di Crêuza de mä, anzi la sua allegoria profonda, per usare la terminologia di Benjamin: non c’è nessuna purezza; ci sono, semmai, millenni di culture (rigorosamente al plurale) da interrogare. L’ipotesi non è implausibile, se teniamo conto che De André aveva inizialmente l’idea di scrivere i testi in una lingua inventata, sorta di grammelot del marinaio, misto di tutte le lingue “impure” parlate nei porti e nelle città che attorno ad essi vivono.

Ma la scelta del genovese non è stata meno radicale. Se è vero che la base sintattica e lessicale è la lingua post-rinascimentale della repubblica marinara, è vero anche che Fabrizio non esita a mandarla gambe all’aria, a rovesciarla dall’interno, infilandoci una serie di voluti anacronismi, come quando menziona una “foto da ragazza” (fotu da fantinn-a) in Dä mê riva; oppure, e ancor più scopertamente in Sidùn , ricorrendo all’adynaton, cioè facendo parlare in genovese un abitante di Sidone, a cui la guerra ha strappato il figlio. Qui il cantautore usa la lingua del Seicento, ma sta raccontando un evento contemporaneo alla stesura del disco: la strage del 1982 perpetrata nella città libanese dalle truppe di Ariel Sharon, la cui voce si ascolta prima dell’inizio del brano, in montaggio sovrapposto con quella di Ronald Reagan che esalta “il crescente ruolo dell’Italia sul palcoscenico internazionale”.

creufabE come i testi, così le musiche. Gli arrangiamenti sono addirittura più ibridi e stratificati delle liriche. Vi si trovano strumenti che spaziano – parole di De André – “dal Bosforo allo stretto di Gibilterra”: ci sono fiati tipici della Turchia come lo shanai, cordofoni greci come il bouzouki o nordafricani come l’oud, accanto a mandolini e chitarre. Nelle note di copertina si legge di uno strumento dallo strano nome, l’undulele… che non esiste. Era una beffa di Pagani, che probabilmente voleva mettere alla prova i presunti studi di etnomusicologia vantati da parecchi recensori nostrani. Infatti, puntuali, uscirono gli articoli che si sperticavano in lodi per “il sapiente uso dell’undulele”… A riprova che Crêuza de mä è un’opera meticcia, i suoni di tutti questi strumenti acustici, undulele a parte, si sommano a quelli di sintetizzatori e macchine elettroniche come il Synclavier. Anche l’interpretazione vocale di De André si fa più articolata che in passato. Forse lo agevola il genovese, zeppo com’è di gruppi consonantici gutturali, di parole tronche e sdrucciole, metricamente duttili. Pure le potenzialità microfoniche sono sfruttate con maggior consapevolezza. In studio più che dal vivo, l’artista genovese comincia ad aggiungere nuove sfumature alla sua vocalità: arrochisce il timbro, alterna il suo solito canto scandito a una pronuncia più “zoppicante” e sussurrata, in linea con la metrica. Il risultato è un amalgama originale, un impasto musicale in cui, anche volendo, le singole identità etniche, di cui dovrebbero essere portatori gli strumenti tradizionali, non si riescono più a distinguere: un inno potente alla mescolanza.

Si diceva che Crêuza de mä ha gettato le basi per una strada, quella della world music, molto battuta negli anni successivi. Non si contano gli artisti, non soltanto musicisti, che hanno eletto De André a loro padre nobile e questo album a primaria fonte d’ispirazione. Ciò che difetta in più d’un epigono è però proprio questa complicata stratificazione di significati. C’è chi si concentra solo sulla ricerca etnomusicale e tralascia gli elementi di innovazione, così riproponendo una “tradizione” che, a forza d’esser ripetuta identica a se stessa, diventa sterile. In questo senso è interessante l’operazione sperimentata da Pagani con l’ultima riedizione del disco, uscita a febbraio in occasione del trentennale dalla prima pubblicazione. Il polistrumentista bresciano, che oltre ad essere coautore era stato anche coproduttore di Crêuza de mä, ha remixato alcune tracce dell’album, ma nel farlo ha usato soltanto le parti vocali e strumentali originali, senza aggiungere o risuonare niente: mostrando che il missaggio del 1984 non era che uno dei risultati possibili, una delle plurime possibili ricombinazioni del materiale registrato allora. Purtroppo questa nuova edizione include anche un secondo cd con una raccolta di esecuzioni live che non brillano per qualità, esito del classico svuotamento di cassetti ormai consueto in iniziative editoriali del genere. Fortuna che De André aveva l’abitudine di far distruggere i nastri di cui non era soddisfatto, dunque di roba simile dovrebbe essercene in giro ancora poca.

Tornando agli epigoni, a volte è l’accuratezza filologica a mancare, laddove De André e Pagani erano stati invece scrupolosissimi. Con la conseguenza che al posto di essere riproposta, qui la tradizione viene inventata di sana pianta: il mitologo Furio Jesi non si stancava di ribadire che l’invenzione di una inesistente tradizione è tipica del pensiero e della “Cultura di destra”, espressione che dà il titolo al suo libro del 1979. C’è chi si accontenta dell’uso del proprio dialetto d’origine, come bastasse quello a dar dignità letteraria a un testo, mentre in De André la scelta linguistica era in rapporto di dipendenza reciproca con il tipo di messaggio che il brano voleva significare.

creufabdueNaturalmente non mancano esempi di segno contrario, artisti che si sono dedicati alla cultura popolare con attenzione meticolosa. Per restare nella cerchia di quelli che hanno collaborato con il cantautore genovese, viene in mente il nome di Andrea Parodi, che pure si muoveva in un universo estetico assai diverso. Senza dimenticare i lavori dello stesso Mauro Pagani successivi a Crêuza de mä, magari quelli meno commerciali, ma non meno saldamente pop.

Bisognerebbe sempre evitare di scrivere l’agiografia di un autore. Con De André il rischio esiste, se lo si celebra di continuo, almeno a parole, ma lo si fa smussandone gli spigoli e le contraddizioni, rendendo evanescente il lato contestatario della sua poetica, a beneficio d’una sorta di “memoria condivisa” che permette a chiunque di citarlo a sproposito, anche ai figuri più biechi e distanti dalla sua storia.
A chi si dice fan, o estimatore, o studioso di Faber, è richiesto, credo, di lavorare per mantenere attuale, radicale e tagliente il messaggio della sua opera, ritorcendolo contro chi pretende di appropriarsene, mentre farebbe bene a lasciar perdere: vedi recenti e disastrosi tentativi di celebrazione sanremesi, profluvi di serate in memoriam nel più puro spirito veltroniano e quant’altro ci offrano a cadenza periodica i palinsesti televisivi.
Lengua 'nfeugä, Jamin-a
lua de pelle scûa
cu'a bucca spalancä
morsciu de carne dûa
stella néigra ch'a lûxe
me veuggiu demuä
'nte l'ûmidu duçe
de l'amë dû teu arveä.

Ma seu Jamin-a,
ti me perduniæ
se nu riûsciò a ésse porcu
cumme i teu pensé

Destacchete, Jamin-a
lerfe de ûga spin-a,
fatt'ammiä Jamin-a
roggiu de mussa pin-a,
e u muru 'ntu sûù
sugu de sä de cheusce,
duve gh'è pei gh'è amù,
sultan-a de e bagasce

Dagghe cianìn, Jamin-a,
nu navegä de spunda,
primma ch'à cuæ ch'a munta chin-a
nu me se desfe 'nte l'unda,
e l'ûrtimu respïu, Jamin-a
regin-a muæ de e sambe,
me u tegnu pe sciurtï vivu
da u gruppu de e teu gambe

E l'ûrtimu respïu, Jamin-a
regin-a muæ de e sambe,
me u tegnu pe sciurtï vivu
da u gruppu de e teu gambe.

inviata da Riccardo Venturi - 11/7/2014 - 19:18




Lingua: Italiano

Il testo in italiano:



Jamin-a è un'amica algerina. Tutti quanti ma soprattutto la stampa più retriva ha detto che era una prostituta ed è invece una splendida compagna di viaggio. Ce ne fossero di Jamine! Voglio dire: è una Bocca di Rosa vista attraverso un'esperienza personale. Ed è forse l'unica canzone erotica del mio repertorio.
[In Alfredo Franchini, Uomini e donne di Fabrizio De André, pp. 73-74]

Attravero i suoni e le urla del mercato del pesce di Genova, Jamin-a ci conduce nel mondo dell'erotismo. Non si può definirla una prostituta, anche se è chiamata sultana delle bagasce: è una macchina perfetta del sesso, è un'instancabile goditrice dei beni della carne, è quella donna della quale si terrebbe nascosto perfino il desiderio, ma che molti vorrebbero incontrare, almeno una volta, nel loro navigare. Gli aggettivi per definirla si sprecano: lingua infuocata - lupa di pelle scura - morso di carne soda - sugo di salse di cosce - stella nera che brilla - labbra di uva spina... Il linguaggio è tenuto sempre lontano dalla volgarità ed il testo non ha niente da invidiare ad alcune poesie di Catullo, anche se, nella traduzione in italiano, questo aspetto può andare perso.
[Matteo Borsani - Luca Maciacchini, Anima salva, p. 137]

Canzone dal contenuto hard [...]. Non chiamatela prostituta, fareste adirare l'autore che l'ha scritta pensando a una belva del sesso. Chi è Jamin-a? [...] Jamin-a è la compagna di un viaggio erotico che ogni marinaio spera, o meglio pretende d'incontrare in ogni porto dopo le pericolose bordate subite per colpa di un mare nemico o di un comandante malaccorto. A Genova c'è un detto popolare - ricorda Fabrizio - che riferito alla gente che naviga e tradotto in italiano, recita: "Cara moglie, passato il monte di Portofino torno libero e scapolo". Jamin-a è quindi il compenso che il marinaio pretende di ricevere per il proprio rischio, per la sua pericolosa ginnastica d'obbedienza di fronte all'avventura.
[Alfredo Franchini, Uomini e donne di Fabrizio De André, p. 45]

(Dal Sito di Giuseppe Cirigliano)
JAMINA

Lingua infuocata, Jamina
lupa di pelle scura
con la bocca spalancata,
morso di carne soda
stella nera che brilla
mi voglio divertire
nell'umido dolce
del miele del tuo alveare.

Sorella mia Jamina,
mi perdonerai
se non riuscirò a essere porco
come i tuoi pensieri

Stàccati, Jamina
labbra di uva spina
fatti guardare, Jamina
getto di fica sazia
e la faccia nel sudore,
sugo di sale di cosce
dove c'è pelo c'è amore
sultana delle troie

Dacci piano, Jamina,
non navigare di sponda
prima che la voglia che sale e scende
non mi si disfi nell'onda,
e l'ultimo respiro, Jamina
regina madre delle sambe
me lo tengo per uscire vivo
dal nodo delle tue gambe

E l'ultimo respiro, Jamina
regina madre delle sambe
me lo tengo per uscire vivo
dal nodo delle tue gambe

inviata da Riccardo Venturi - 11/7/2014 - 20:21




Lingua: Inglese

La versione inglese di Dennis Criteser [2014]
Dal blog Fabrizio De André in English

In De Andrè's words, "Jamína is not a dream, but rather the hope for respite. A respite in the face of possible gale force conditions at sea, or even a shipwreck. I mean that Jamina is the hypothesis of a positive adventure that, in a corner of the fantasy of a sailor, always finds space and respite. Jamina is the companion in an erotic voyage that every sailor hopes for, or better, expects to encounter in every place, after the dangerous broadsides subjected to by an enemy sea or an imprudent commander." - Dennis Criteser
JAMIN-A

Inflamed tongue Jamina,
dark-haired wolf
with wide-open mouth,
morsel of tough meat.

Black star that shines,
I want to enjoy myself
in the sweet dampness
of the honey of your hive.

My sister Jamina,
you'll pardon me
if I don’t manage to be lewd
like your thoughts.

Hold back, Jamina,
gooseberry lips,
let me look at you, Jamina,
climax of a full pussy

and your face in sweat,
salty leg juice -
where there’s hair there’s love,
lady sultan of the whores.

Give it to us slowly, Jamina,
don’t go sailing off of the banks
before the desire that rises and falls
casts me off into the waves.

And the final breath, Jamina,
queen mother of the sambas,
I'm hanging on to get out alive
from the knot of your legs.

inviata da Riccardo Venturi - 11/2/2016 - 07:57




Lingua: Ungherese

La versione ungherese di Adolfo Salomone
Fordította Adolfo Salomone

Indira, egy magyar Jamina?...
Indira, egy magyar Jamina?...


"Jamina: Az eredeti szöveg az első, Genova-i tájszólásban van írva (Fabrizio Genovában született); Olaszországban sok tájszólás van, általában nagyon különböznek az olasz nyelvtől, én se tudnám érteni a szöveget ha nem lenne az olaszra fordítás (második szöveg). Nagyon közönséges a szövege, de milyen költői hangulat, talán nem is közönséges mert az igazi költészet soha nem lehet közönséges." (A.S.)
JAMINA

Tüzes nyelvű Jamina
sötét bőrű nőstényfarkas
kitátott szájjal
egy falat kemény hús
ragyogó fekete csillag
mulatni támadt kedvem
méhkasod mézének
nyirkos édességében
Jamina nővérem

Biztosan megbocsátod
ha nem tudok
olyan disznó lenni
mint a te gondolataid.

Menj arrább Jamina
köszméte-ajkú
hadd lássalak Jamina
megcsömörlött pinájú
izzadt arcú
sós lében fürdő combú
ahol van szőr ott van szerelem
szajhák királynője

Lassan haladj Jamina
ne hajózz el duzzadó vitorlákkal
még mielőtt a fölemelkedő-leszálló vágy
szétzúzna engem a hullámok között
és végső lélegzetemet Jamina
szambák anyakirálynője
arra tartogatom hogy elevenen kerüljek ki
lábaid csomójából

Þs végső lélegzetemet Jamina
szambák anyakirálynője
arra tartogatom hogy elevenen kerüljek ki
lábaid csomójából

És végső lélegzetemet Jamina
szambák anyakirálynője
arra tartogatom hogy elevenen kerüljek ki
lábaid csomójából.

inviata da Riccardo Venturi - 27/3/2015 - 20:15




Lingua: Francese

Versione francese di Maryse da Lyrics Translate

Trouble in laces - Thomas Saliot
Trouble in laces - Thomas Saliot
JAMINA

Langue torride Jamina
louve à la peau sombre
à la bouche grande ouverte
morsure de chair ferme
étoile noire qui brille
je veux m'amuser
dans l'humidité douce
du miel de ta ruche.

Ma soeur Jamina
tu me pardonneras
si je n'arrive pas à être cochon
comme tes pensées.

Décolle-toi Jamina
lèvres de groseilles
laisse-toi regarder Jamina
jet de chatte rassasiée
au visage en sueur
jus de sel de cuisses
où il y a poil il y a amour
sultane des putains.

Donne-nous doucement Jamina
ne navigue pas par contrecoup
avant que l'envie qui monte et descend
ne se défasse de moi dans la vague.
Et le dernier souffle Jamina
reine mère des sambas
je me le garde pour sortir vivant
du noeud de tes jambes.

19/6/2016 - 21:55


Un'appendice linguistica (sarei io se non la facessi?). Magari, chissà, parecchi in trent'anni si saranno chiesti come mai in "Jamin-a" e parecchie altre parole genovesi (anche in questo testo: pin-a, spin-a ecc.) ci sono tutte queste "n" col trattino che le separa dalla vocale che segue. In questo modo l'ortografia tradizionale della lingua genovese indica un fonema consonantico rarissimo che essa possiede: la nasale faucale. Si tratta di una "n" esplosiva (Rinaudo e Padalino, state buoni, è un fenomeno fonetico e non serve a far saltare compressori in Valsusa!) articolata all'altezza delle fauci (come la "n" finale dell'inglese cotton). E' detta anche faringale o nasale desonorizzata: il genovese la condivide con l'islandese. Tanto per mischiare lingue, nello spirito di Creuza de mä.

Riccardo Venturi - 11/7/2014 - 23:30


Solo due appunti linguistici. Anzitutto, è una mera leggenda metropolitana il fatto che De André si sia servito di una lingua genovese «arcaica» (o secentesca, come descritta in questa pagina; il genovese del XVIII era in realtà ben diverso): le difficoltà di comprensione da parte degli attuali parlanti si devono sia ad un fortissimo processo di italianizzazione venuto a verificarsi ormai vari decenni a questa parte, sia al fatto che è lo stesso De André ad adottare una pronuncia “artificiale” (in linguaggio specifico si dice che ha una pronuncia da alloglotto). In secondo luogo, che la “n faucale” sia un «fonema consonantico rarissimo» è un'affermazione un po' ridicola: esiste in una miriade di lingue, italiano compreso (si tratta semplicemente della dell'italiano “banco”, con la differenza che in genovese compare anche in posizione prevocalica).

Ad ogni modo, complimenti per il meraviglioso sito e, ciò che più conta, abbasso sempre tutte le guerre!

Gryhpus - 4/10/2014 - 21:39


Carissimo Gryphus, è pur vero che si tratta dell'italiano "banco", ma tu stesso specifichi (giustamente) che in genovese si ha tale fonema in posizione prevocalica: e questa è una caratteristica, converrai non comune, del genovese e -se non erro- anche di diversi parlari piemontesi. Magari, certamente, sono stato un po' impreciso non specificando anch'io tale cosa, ma, suvvia, la mia affermazione non mi sembra poi così "ridicola" (tanto è vero che, nelle grafie tradizionale del genovese, si è sempre sentito il bisogno di notare tale fonema, ora con "nn" (altri avrebbero scritto "Jaminna"), ora con la "n" seguita dal trattino (Jamin-a). Sinceramente non mi vengono a mente altri idiomi dove esista tale caratteristica fonetica; ma se ne conosci altri, si vede che è una mia lacuna e le lacune son sempre felice di colmarle. Quanto al "genovese arcaico", ho riportato in questa pagina, senz'altro, un parere altrui che è abbastanza comune e diffuso a proposito del genovese di De André; ma non conosco a sufficienza la realtà linguistica attuale genovese per poter esprimere un parere personale. Ben venga quindi il tuo contributo che, sicuramente, ha i suoi fondamenti. L'italianizzazione dei vari parlari locali è, del resto, un fenomeno storico generale e non riguarda soltanto il genovese. Saluti e grazie ancora per il contributo e per quel che hai detto su questo sito!

Riccardo Venturi - 5/10/2014 - 13:04


Vivo vicino a Genova, dove ancora si parla un po' di dialetto genovese, e riuscendo a capire poco il testo della canzone l'ho ricercato, e devo dire che mi ha molto stupito, perché pensavo parlasse di lavoro e spiego il perché:
Il verbo "jami-nna" in genovese vuol dire faticare, si riferisce ad una azione che riesci con difficoltà a compiere, di solito si usa in ambito lavorativo per es un motorino che si accende a stento, o il pagamento di una multa alle poste, o ancora persona un po' difficile... Come in questo caso!

Riccardo Berton - 9/1/2015 - 12:59


Beh, carò Riccardo, a questo punto non sarebbe "di fuori" che De André, nel dare il nome alla protagonista di questa canzone, abbia voluto proprio giocare di parole...

Riccardo Venturi - 27/3/2015 - 20:09


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