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Io so che un giorno

Ivan Della Mea


Lingua: Italiano

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[1966]
Testo e musica di Ivan Della Mea
Chitarra di Paolo Ciarchi [?]
dall'album "Io so che un giorno"

manIo so che un giorno: Il manicomio moderno
di Riccardo Venturi

Lo scorso 28 maggio, trovandomi a Brescia in piazza della Loggia (e no, non mi ci trovavo affatto per caso), mi sono messo a parlare con Ivan Della Mea. A un tavolaccio improvvisato in piazza, in un casino di chitarre e bottiglie di vino, mi è sorta dal profondo la classica domanda idiota. Anzi, la madre di tutte le domande idiote. Proprio quella: "Ma senti, Ivan, qual è la tua canzone che ami di più?" M'aspettavo che mi guardasse con quella sua aria là e mi dicesse roba del tipo "Quarantaquattro gatti" oppure "Papaveri e papere". Ben meritato me lo sarei! Invece m'ha anche risposto, e senza nessuna esitazione. "Io so che un giorno". E allora ve ne vorrei parlare un pochino; perché in Italia, anni fa, c'erano i manicomi, e c'erano i matti dentro ai manicomi. Qualcuno lottava perché non esistessero più quei luoghi ancor peggiori della galera, e qualcuno ci scriveva sopra persino delle canzoni per aiutare quella lotta.

A Firenze, prima della soppressione dei manicomi, c'era il vecchio manicomio di San Salvi. E mi è capitato tante volte di entrarci dentro, e spesso di notte, come volontario e autista di autoambulanze. Ho visto cos'è un ottavo padiglione, e la cosa non era per nulla giocosa come nel nome del vecchio gruppo di Bobo Rondelli. Mi è successo di vedere, una notte di luglio che si crepava dal caldo, un infermiere gigantesco, tale Giustarini, massacrare di botte un ricoverato che aveva dato in escandescenze. Sono nomi che non si scordano, perché era arrivato il dottore, in pantaloncini corti e con la sigaretta in bocca, e gli aveva detto, alla lettera, "Giustarini, rimettilo a posto te". E giù cazzotti e calci a quel povero essere umano. Finché il caposquadra dell'ambulanza, Stefano Guidotti (a me i nomi piace sempre farli), non aveva urlato basta, e aveva minacciato di andare alla radio di bordo per chiamare la polizia. Il ricoverato, si chiamava Carlo, era a terra mentre i compagni di stanza, alcuni legati, urlavano e urlavano. Tranne uno che si era cacato addosso e si stava beatamente tirando una sega nella sua merda. Ecco, non so se a qualcuno è mai capitato di sentir dire dalla parrucchiera o dal pizzicagnolo frasi come "Ci rivorrebbero i manicomi, lì almeno li curavano!". Se sentite qualche deficiente dire una frase del genere, raccontategli questa storia, coi nomi e coi cognomi.

"Io so che un giorno", Ivan della Mea l'ha scritta nel 1966. E continua a cantarla, a quanto mi risulta. Anche se i manicomi li hanno chiusi. Forse continua a cantarla perché il manicomio si è semplicemente dilatato, è tutta questa società, tutto questo mondo che è un manicomio. Ma è una canzone che parla di un manicomio dall'immagine "classica", con i camici bianchi, le tendine bianche, i letti bianchi (ho un odio feroce verso il colore bianco, devo proprio dirlo). Ed è una canzone che parla di libertà, della libertà che non si vuol fare più esistere, della libertà che però è un fatto. Magari qualcuno non l'ha mai sentita. Nella sua incisione storica comincia con un motivo popolare di fisarmonica, che poi è la melodia di un'altra canzone di Della Mea, "A quel omm". Poi si sentono dei rumori di martello pneumatico. Sulla melodia propria della canzone, ma senza accompagnamento strumentale, Della Mea comincia a cantare; poi entra una chitarra, e poi un'altra.

C’è da chiedersi se “Io so che un giorno” sia una canzone dal manicomio, o se sia piuttosto una canzone in cui l’immagine del manicomio (un’immagine, come detto, decisamente stilizzata) serve a parlare di qualcosa che va persino oltre. E questo “oltre” si chiama a mio parere repressione. Non serve aver visto com’era fatto per davvero un manicomio per rendersi conto che quello di “Io so che un giorno” è piuttosto ciò che molti s’immaginavano che fosse. Un luogo asettico, dove tutto è bianco; nel testo, Della Mea insiste volutamente con il bianco, sin dall’inizio; la canzone assume quindi un valore “cromatico” che ha una grande importanza, il bianco come nebbia separatrice, come attutimento delle sensazioni e dei rumori, come barriera, come isolamento e quindi, in definitiva, come preciso simbolo di allontanamento coatto, di “campo”, di lager.

Sebbene stilizzata, tale immagine non è del tutto irreale e si basa su criteri che venivano effettivamente adottati nei manicomi. Anche nel più putrido, il bianco (come colore delle pareti, delle tende, delle suppellettili, dei letti) la faceva da padrone. Il bianco doveva separare e doveva soprattutto contribuire ad obnubilare la mente di chi era rinchiuso nel manicomio (scopo del manicomio non era quello di “curare”, ma di contribuire a mantenere la follia, e spesso di indurla in coloro –numerosi- che vi erano costretti dentro senza essere minimamente “matti”). Il manicomio veniva quindi percepito come un luogo “tranquillo” (da qui i tanti nomi sullo stile di “Poggio Sereno”, “Villa la Quiete”, “Loggia Paradiso” –il bianchissimo paradiso come perfetto manicomio, insomma), e la tranquillità è bianca. Si deve opporre, con la sua sorridente, paradisiaca e rassicurante repressione, alla confusione di colori, al violento caleidoscopio con cui viene raffigurata la mente del “matto”. Il mondo della repressione è sempre terribilmente monocromatico. Esiste la repressione nera della polizia, e quella bianca del manicomio. Sono andate spesso e volentieri perfettamente a braccetto. Strumenti dello stesso potere.

Ritengo inutile dilungarmi sul modo in cui l’istituzione “manicomio” è stata utilizzata dal potere per reprimere, e non importa neppure andare all’ovvio esempio stalinista (il manicomio e il gulag sono del tutto intercambiabili). Il manicomio e la galera sono istituzioni del tutto universali, sono strumenti-principe dello stato repressivo. Per la galera non è stato trovato nessun sostituto; per il manicomio, diciamo, si è passati piuttosto ad una dilatazione. Il manicomio “chiuso” (inteso come luogo ben definito di concentramento di persone la cui marginalizzazione era stata sancita in termini “psichiatrici”) è stato sostituito da forme di manicomio “aperto”, dove le barriere fisiche tipiche dei vecchi manicomi (i cancelli, le grate, le inferriate, le cinghie, le camicie di costrizione) sono state sostituite da barriere sociali. Dal manicomio-fortezza si è passati quindi al manicomio-ghetto; ma verrebbe da dire che non c’è proprio nulla di nuovo sotto il sole. Proprio nulla.

“Io so che un giorno” è una canzone che, ambientata in una specie di manicomio di rappresentazione immaginaria collettiva, parla invece del manicomio di classe che l’essere umano deve vivere ogni giorno della sua vita. E’ un manicomio generalizzato dove chi parla di libertà è semplicemente matto. Chi si azzarda a presentarla come un fatto, come qualcosa che “resiste”, deve essere legato al letto. Arrivano i signori bianchi e forti e sei legato. 1966, l’anno in cui viene scritta. Mancano due anni al ’68, ma già da qualche parte ci sono dei ragazzi, ovviamente matti, che “parlano dei loro sogni come se fosse la realtà”. Gli sforzi per presentarli come completamente pazzi cominciano fin da subito. Qualcuno parla loro di libertà, qualcuno che può avere un nome (Orwell, Marcuse, Vaneigem, Débord) o può non averlo. Matti. Matti che hanno visto tutto chiarissimo, lucidissimo (come nella più pura tradizione dei matti). Qualcun altro arriva a dire che “la libertà più non esiste”, e presenta ciò che la sostituisce: la seicento, la lavatrice, il supermercato, l’immagine, lo spettacolo. E’ il grande e bianco sonno della società dello spettacolo. 1966. L’anno dopo, Débord, scrive il suo libriccino. “Lo spettacolo è il cattivo sogno della società moderna incatenata, che non esprime in definitiva se non il suo desiderio di dormire (-‘mio caro amico, tu sei stanco’-). Lo spettacolo è il guardiano di questo sogno”. Così Débord descrive perfettamente non solo la società dello spettacolo, ma anche il manicomio. E’ la stessa cosa.

“Io riderò /il mondo è bello”. La famosa risata che seppellisce. Non so se questa risata seppellisca, ma sicuramente è un’espressione di resistenza, di ribellione; e la risata, non per niente, è sempre stata associata con la follia! “Il riso abbonda nella bocca degli stolti”, recita l’antico adagio, e viene senz’altro a mente anche la feroce opposizione al riso di Jorge da Burgos. Il matto ride. Ride sempre! Questo è intollerabile. Deve essere rinchiuso. Deve essere eliminato. E cambiando l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia: chi ride è matto.

Per avere un posto in questa società, quindi, è necessario vendere il proprio cervello. E non solo quello. Assieme al cervello bisogna vendere anche l’intero proprio corpo, la propria forza. Venderla al lavoro, per il quale ti viene data la possibilità di comprare, comprare, comprare una miriade di oggetti inutili. E così la vita è bella nel mondo della Seicento e della lavatrice (nel 1966) o della Grande Punto e della megativvù al plasma (nel 2006). Continuano ad esserci però dei matti che, per necessità o per disperazione, distruggono. Matti. Per nulla vestiti di bianco. Di nero. Black. Black bloc. Presentati come folli, distruggendo gli oggetti-simbolo essi compiono in realtà un atto di opposizione al manicomio, cioè un atto di libertà e di sanità mentale.
Viva la vita
pagata a rate
con la Seicento
la lavatrice.
Viva il sistema
che rende uguale e fa felice
chi ha il potere
chi invece non ce l’ha.


Io so che un giorno
verrà da me
un uomo bianco
vestito di bianco
e mi dirà:
«Mio caro amico tu sei stanco»
e la sua mano
con un sorriso mi darà.

Mi porterà
tra bianche case
di bianche mura
in bianchi cieli
mi vestirà
di tela greggia dura e bianca
e avrò una stanza
un letto bianco anche per me.

Vedrò il giorno
e tanta gente
anche ragazzi
di bianco vestiti
mi parleranno
dei loro sogni
come se fosse
la realtà.

Li guarderò
con occhi calmi
e dirò loro
di libertà;
verrà quell’uomo
con tanti altri forti e bianchi
e al mio letto
stretto con cinghie mi legherà.

«La libertà
- dirò - è un fatto,
voi mi legate
ma essa resiste».
Sorrideranno:
«Mio caro amico tu sei matto,
la libertà,
la libertà più non esiste».

Io riderò
il mondo è bello
tutto ha un prezzo
anche il cervello
«Vendilo, amico,
con la tua libertà
e un posto avrai
in questa società».

Viva la vita
pagata a rate
con la Seicento
la lavatrice
viva il sistema
che rende uguale e fa felice
chi ha il potere
e chi invece non ce l'ha.

inviata da Riccardo Venturi - 11/8/2006 - 22:42




Lingua: Francese

Version française – JE SAIS QU'UN JOUR – Marco Valdo M.I. – 2010
Chanson italienne – Io so che un giorno – Ivan Della Mea – 1966

manIo so che un giorno : l'asile moderne

Le 28 mai dernier, me trouvant à Brescia sur la place della Loggia (eh non, je ne m'y trouvais pas par hasard) [ NdT : 28 mai 1974 : attentat à la bombe fasciste contre une manifestation syndicale – huit morts, plus de cent blessés], je me mis à parler avec Ivan Della Mea. À une table improvisée sur la place, dans un bordel de guitares et de bouteilles de vin, m'est venue la question idiote classique. Même la mère de toutes les questions idiotes. Justement celle-là : « Dis-moi, Ivan, quelle est la chanson que tu aimes le plus ? » Je m’attendais à ce qu'il me regarde de son air-là et me dise quelque chose du genre : « Quarantequatre chats » ou « Papaveri e papere » [NdT : dans le domaine de langue française, il serait question d'une souris verte, d'un âne gris ou d'un grand cerf... Bref, une de ces ritournelles pour distribution des prix à l'école gardienne et qu'on fait subir à tous les enfants, qui n'en peuvent, mais...] . Je l'aurais bien mérité ! Au contraire, il m'a même répondu et sans hésitation. « Io so che un giorno » (JE SAIS QU'UN JOUR). Et alors, je voudrais vous en parler un peu; car en Italie, il y a des années, il y avait des asiles et il y avait des fous dans les asiles. Quelqu'un luttait pour n'existent plus ces lieux encore pires que la prison et quelqu'un écrivait des chansons pour appuyer la lutte.

À Florence, avant la suppression des asiles, il y avait le vieil asile de San Salvi. Et il m'est arrivé d'y entrer tant de fois, et souvent de nuit, comme volontaire et chauffeur d'ambulance. J'ai vu ce qu'est un « ottavo padiglione » (un pavillon psychiatrique, du nom de celui de l'hôpital de Livourne), et la chose n'était pas réjouissante comme le nom du vieux groupe de Bobo Rondelli [qui en effet s'appelait "Ottavo Padiglione"]. Il m'est arrivé de voir, une nuit de juillet où on crevait de chaud , un infirmier gigantesque, un certain Giustarini, massacrer de coups un interné qui piquait une crise. Il y a des noms qu'on n'oublie pas, car le docteur était arrivé, en short et la cigarette à la bouche, et il avait dit à la lettre : « Giustarini, remets-le à sa place, toi ». Et vlan, les beignes et les coups de pied sur ce pauvre être humain. Jusqu'à ce que le chef d'ambulance, Stefano Guidotti (il me plaît de donner des noms) hurle « basta » et menace d'appeler la police par la radio de bord. L'interné, qui s'appelait Carlo, était à terre tandis que ces compagnons de chambrée, certains liés, hurlaient, hurlaient. Excepté celui qui s'était chié dessus et faisait béatement une pipe à sa merde. Voilà, je ne sais s'il est arrivé à quelqu'un d'entendre chez le coiffeur ou chez l'épicier des phrases comme : « On devrait rouvrir les asiles, là au moins, on les soignait ! » Si vous entendez un déficient dire une phrase du genre, racontez-lui cette histoire, avec noms et prénoms. [Au fait quel était le nom du médecin ? N'était-ce pas Mengele ou Mabuse ?, demande Lucien l'âne]

« Io so che un giorno » (JE SAIS QU'UN JOUR), Ivan Della Mea l'a écrite en 1966. On peut se demander si « Io so che un giorno » (JE SAIS QU'UN JOUR) est une chanson sur l'asile ou si elle ne serait pas plutôt une chanson où l'image de l'asile (une image fortement stylisée) ne servirait pas à parler d’autre chose qui va bien au-delà. Et cet « au-delà » s'appelle à mon avis : répression. Il ne faut pas avoir vu comment est fait un asile pour se rendre compte que celui de « Io so che un giorno » (JE SAIS QU'UN JOUR) serait plutôt ce que d'aucuns s’imaginent qu'il soit. Un lieu aseptisé, où tout est blanc; dans le texte, Della Mea insiste délibérément sur le blanc, dès le début. La chanson a donc une valeur « chromatique » qui a une grande importance; le blanc comme brouillard séparateur, comme amortisseur des sensations et des bruits, comme barrière, comme isolation et dès lors, en définitive, comme symbole précis de l'éloignement forcé, de camp, de lager.

Bien que stylisée, cette image n'est nullement irréelle et se fonde sur des éléments qui étaient effectivement ceux en usage dans les asiles. Même dans le plus putride, le blanc (couleur des parois, des tentures, des draps, des lits) dominait. Le blanc devait séparer et devait surtout contribuer à obnubiler l'esprit de celui qui était enfermé à l'asile (le but de l'asile n'était pas de « soigner », mais de contribuer à maintenir la folie et souvent, de l'instiller chez des gens – nombreux – qui y étaient placés sans être « fous »). L'asile était perçu comme un lieu « tranquille » (d'où les multiples noms comme « La colline sereine », « La villa calme », « le coin de paradis »... – le paradis lilial comme refuge parfait, en somme), et la tranquillité est blanche. On doit opposer la souriante, paradisiaque et rassurante répression à la confusion des couleurs, au violent kaléidoscope dont on représente l'esprit du « fou ». Le monde de la répression est terriblement monochromatique [et monocratique, d'ailleurs aussi, ajoute Lucien l'âne]. Il y a la répression noire des polices et la blanche des asiles. [et la grise partout ailleurs – à l'école, au travail..., glisse Marco Valdo M.I.]. Elles vont souvent volontiers parfaitement de concert. Instruments parfaits du pouvoir.

Je trouve inutile de m'appesantir sur la manière dont l’institution « asile » a été utilisée par le pouvoir pour réprimer, et il n'importe pas vraiment d'aller rechercher l'évident exemple stalinien (l'asile et le goulag sont totalement interchangeables). L'asile et la prison sont des institutions universelles, ce sont des instruments de principe de l'état répressif. Pour la prison, on n'a pas trouvé de substitut; pour l'asile, disons, on est passé à une dilatation. L'asile « fermé » (entendu comme lieu bien défini de concentration de personnes dont la marginalisation a été définie en termes « psychiatriques » ) a été remplacé par des asiles « ouverts », dont les barrières physiques typiques des vieux asiles (les barrières, les grilles, les barreaux, les ceintures, les camisoles de force) ont été remplacées par des barrières sociales. De l'asile-forteresse, on est passé à l'asile-ghetto; et cela signifierait qu'il n'y a rien de nouveau sous le soleil. Rien de rien.

« Io so che un giorno » (JE SAIS QU'UN JOUR) est une chanson qui, maturée dans une espèce d'asile [issu] de la représentation imaginaire collective, parle de l'asile de classe où l'être humain doit vivre chaque jour de sa vie. C'est un asile généralisé où celui qui parle de liberté est tout simplement fou. Celui qui se hasarde la présenter comme un fait, comme quelque chose qui « résiste » [Ora e sempre : Resistenza !, disent Lucien l'âne et Marco Valdo M.I.], doit être lié à son lit. Arrivent les messieurs tout blancs et forts et tu es lié. 1966, l'année où elle est écrite. Il manque deux ans pour 1968, mais déjà en divers endroits, il y a des gars, évidemment fous, qui « parlent de leurs rêves comme si c'était la réalité » [Soyez réalistes, demandez l'impossible !]. les efforts pour les présenter comme complètement fous commencèrent immédiatement. Quelqu'un leur parla de liberté, quelqu'un avec un nom (Orwell, Marcuse, Vaneigem, Debord) ou même sans. Fous. Fous qui ont [pré]vu tout clairement, lucidement (comme dans la meilleure tradition des fous). Quelqu'un [en réalité, le système lui-même] vient pour dire que « la liberté n'existe plus [ce qui est à la fois, vrai à l'intérieur du système, vrai comme objectif du système, comme prédiction créatrice et faux, dans la réalité de la vie humaine – celle qui résiste à cette pression] et il présente ce qu'il lui substitue : la sixcents, la lessiveuse, le supermarché, l'image, le spectacle. C'est le grand et blanc sommeil de la société du spectacle. 1966. L'année suivante, Debord publie son petit livre. « Le spectacle est le mauvais rêve de la société moderne enchaînée, qui n'exprime rien si ce n'est son désir de dormir (« Mon cher ami, tu es fatigué »). « Le spectacle est le gardien de ce rêve. » Ainsi Debord décrit parfaitement la société du spectacle, mais aussi l'asile. C'est la même chose.

« Je rirai / Le monde est beau ». Le fameux rire qui enterre. Je ne sais si ce rire enterre, mais c'est sûrement une expression de résistance, de rébellion; et le rire, ce n'est pas pour rien, a toujours été associé à la folie ! « Le rire abonde dans la bouche des sots », dit un adage ancien et revient d'un coup à l'esprit la féroce opposition au rire de Jorge da Burgos [Personnage du Nom de la Rose d'Umberto Eco – renvoie à Jorge Luis Borges... etc]. Le fou rit [Fou, rire]. Il rit toujours ! Cela est intolérable. Il doit être enfermé. Il doit être éliminé. Et en changeant l'ordre des facteurs, le produit ne change pas : celui qui rit est fou. [C'est tout simple, dit Lucien l'âne : fou + rire = fourire, fou = rire, rire = fou...]

Pour avoir une place dans cette société, dès lors, il faut vendre son propre cerveau [Vendre sa tête (asservir sa pensée) ou son cul ? Quelle différence ? Simplement ceci, qu'il est pire de vendre sa tête, car comme le poisson, l'humanité périt par la tête, dit Marco Valdo M.I. ]. Et non seulement celui-ci. Avec son cerveau, il faut vendre son corps tout entier, toute sa force. [Surtout son temps, sa vie... dit Lucien l'âne]. La vendre au travail, par lequel t'es donnée la possibilité d'acheter, acheter, acheter une myriade d'objets inutiles. Et ainsi la vie est belle dans le monde de la Sixcents et de la lessiveuse (1966) ou de la Grande Punto et de la mégatélé plasma (en 2006). Il continue cependant d'y avoir des fous qui, par nécessité ou par désespoir, détruisent. Des fous. Pas du tout habillés de blanc. De noir. Black. Black bloc. Présentés comme fous, détruisant les objets-symboles, ils accomplissent en réalité un acte d'opposition à l'asile, c'est-à-dire un acte de liberté et de santé mentale.

Riccardo Venturi.

Concluons de mémoire, dit Lucien l'âne, avec Pascal – un vieux fou aussi celui-là – qui disait : « Mais quelle étrange folie que de n'être point fou ! »...

Tu as raison de dire de mémoire, car Pascal ne s'était pas exprimé ainsi, même si le sens est le même. C'est en fait la façon dont je synthétise habituellement cette « pensée » du philosophe de Port-Royal. Lui-même a écrit : « Les hommes sont si nécessairement fous, que ce serait être fou par un autre tour de folie, de n'être pas fou. » Tu remarqueras, Lucien l'âne mon ami, la belle logique qu'il y a là et le côté à la fois absolu : la folie « est », c'est l'apanage des humains et, son côté très relatif : il existe un autre tour de folie, d'autres tours de folie. Comment dès lors ose-t-on maltraiter le fou au nom de la folie, puisqu'elle loge en chacun de nous, puisqu'elle est constitutive de l'humain ? Et de façon définitive, n'est-il pas fou celui qui achète une grosse totomobile pour affirmer sa réussite, pour satisfaire ses petits désirs infantiles ? N'y a-t-il pas pire fou, fou plus extrêmement fou que celui qui veut dominer les autres, que celui qui veut exploiter les autres, que ceux qui entendent tirer profit des autres humains ? N'y a-t-il pas pires fous que ceux qui envoient les autres se faire tuer à leur place, qui feignent de s'indigner lorsque ceux-là sont morts et qui versent des larmes de crocodile, profitant ensuite de la circonstance pour en envoyer d'autres encore se faire tuer et en plus grand nombre..? N'avait-il pas raison le fou de Courteline qui disait : « Le monde a une punaise dans le bois du lit et un rat dans la contrebasse. » ?

Je te crois bien que Courteline et Pascal avaient raison, dit Lucien l'âne.

Une dernière réflexion à laquelle tu me fais songer, Lucien l'âne mon ami. La folie, tu l'as bien vu dans les exemples ci-dessus, est différente selon où l'on se place; la folie est une maladie sociale, c'est un état d'être par rapport au monde. Et si on l'examine sous l'angle de la Guerre de Cent mille Ans que les riches mènent durement contre les pauvres, la folie elle aussi se divise en deux camps et définir la folie de telle ou telle façon revient à se situer d'un côté ou de l'autre... Dans le monde des riches et des puissants, on ne considère généralement pas comme folie de disposer de richesses et de privilèges et on accuse de folie ceux qui mettent en cause l'absurdité de la concurrence, de l’exploitation... Dans le monde des pauvres, par exemple, on considère qu'il est fou de faire la guerre, qu'il est fou d'affamer des peuples pour de l'argent, qu'il est fou de tirer profit des maladies, qu'il est fou de mener l'humanité à sa perte au nom de l'économie, qu'il est fou de vouloir posséder le monde, de vouloir gagner encore et toujours de l'argent, d'empiler des productions imbéciles, ou de devoir perdre sa vie pour la gagner ...

Et nous aussi d'ailleurs, on pense pareillement. C'est pour çà que nous tissons, en sens contraire et obstiné, le saint suaire de ce vieux monde fou et cacochyme.

Ainsi Parlaient Marco Valdo M.I. et Lucien Lane.
JE SAIS QU'UN JOUR

Vive la vie
À tempérament
Avec la Sixcents
La lessiveuse.
Vive le système
Qui rend égal et rend heureux
Celui qui a le pouvoir
Celui qui ne l'a pas.


Je sais qu'un jour
Viendra vers moi
Un homme blanc
Vêtu de blanc
Qui me dira :
« Mon cher ami, tu es fatigué »
Avec le sourire
Il me donnera sa main.

Il me conduira
Dans de blanches maisons
Entre des murs blancs
Sous des ciels blancs
Il me vêtira
De toile écrue dure et blanche
Et j'aurai une chambre
Et même à moi, un lit, blanc.

Je verrai le jour
Et tant de gens
Et même des garçons
Vêtus de blanc
Me parleront
De leurs rêves
Comme si c'était
La réalité

Je les regarderai
De mes yeux calmes
Et je leur parlerai
De liberté;
Un homme viendra
Avec tant d'autres forts et blancs
Et à mon lit
Par des ceintures il me liera.

« La liberté
Dirai-je, est un fait
Vous me liez
Mais elle résiste. »
Ils souriront :
« Mon cher ami, tu es fou,
La liberté,
La liberté n'existe plus. »

Je rirai
Le monde est beau
Tout a un prix
Même le cerveau.
« Vends-le, ami,
Avec ta liberté
Et tu auras une place
Dans cette société »

Vive la vie
À tempérament
Avec la Sixcents
La lessiveuse.
Vive le système
Qui rend égal et rend heureux
Celui qui a le pouvoir
Celui qui ne l'a pas.

inviata da CCG/AWS Staff - 24/5/2010 - 01:01




Lingua: Inglese

English version by Riccardo Venturi
August 12, 2006
I KNOW ONE DAY

Long live life paid
on the never-never
with a Morris Minor
a washing machine
Long live the system
making everyone happier
them who have power
and them who have not.


I know, one day
a gentleman comes
a white man
dressed in white
and he’ll tell me :
« My dear friend, you’re tired »
then with a smile
he’ll take me by the hand

He’ll take me then
into white houses
with white walls
in white skies
and he’ll dress me
with rough, hard white cloth
and I’ll have a room
a white bed for me too

I’ll watch the days
and see many people
also boys dressed
in white just like me
and they will tell me
about their dreams
as if they were
reality.

I’ll look at them
with calm eyes
and I’ll tell them
about freedom ;
the man will come
with many others, strong and white
and to my bed
he’ll tie me firmly with straps

« Freedom », I’ll say,
« is a matter of fact,
you can tie me
but freedoms stands. »
They’ll give a smile :
« My dear friend, you’re crazy,
you know, freedom,
freedom exists no longer. »

I’ll laugh at them
the world is beautiful,
everything has its price
even the brain
« Sell it, my friend,
with your freedom,
and you will be given
a place in the society. »

Long live life paid
on the never-never
with a Morris Minor
a washing machine
Long live the system
making everyone happier
them who have power
and them who have not.

12/8/2006 - 00:30




Lingua: Tedesco

Deutsche Fassung von Riccardo Venturi
13. August 2006
ICH WEIß, ES KOMMT

Es lebe Leben
in Raten gezahlt
mit dem Kiefer
der Waschmaschine.
Es lebe das System
das alle gleichmacht und erfreut
wen die Macht hat
und auch wen, der keine hat.


Ich weiß, es kommt
einen Tag bei mir
ein weisser Mann
mit weisser Kleidung
er wird mir sag’n
« Mein lieber Freund, du bist müde »
und seine Hand
wird er mir lächelnd streckn.

Er wird mich führen
in weisse Häuser
mit weissen Wänden
in weissen Himmeln
er wird mich kleiden
mit weisser ungebleichter Leinwand
und ich werde ein Raum
und ein weisses Bett auch für mich habn.

Die Tage werde ich schauen
und viele Leute sehen,
auch Jungen
gekleidet in Weiß
sie werden mir
von ihren Träumen reden
als ob es wäre
die Wirklichkeit.

Ich werde sie schauen
mit ruhigen Augen
und werde ihnen
von Freiheit reden ;
es kommt dann der Mann
mit vielen andern, stark und weiß
und mit Riemen wird er
mich ans Bett festbind’n.

« Die Freiheit »,
sag’ ich, « ist Tatsache,
ihr bindet mich fest,
sie aber hält stand ».
Sie werden lächeln :
« Mein lieber Freund, du bist verrückt,
die Freiheit,
die Freihet existiert nicht mehr ».

Ich werde lachen,
die Welt ist schön
alles hat einen Preis,
auch das Gehirn.
« Verkauf’ es, Freund,
mit deiner Freiheit,
und einen Platz
kriegst du in der Gesellschaft. »

Es lebe Leben
in Raten gezahlt
mit dem Kiefer
der Waschmaschine.
Es lebe das System
das alle gleichmacht und erfreut
wen die Macht hat
und auch wen, der keine hat.

13/8/2006 - 21:20




Lingua: Italiano

Μετέφρασε στα Ελληνικά ο Ρικάρντος Βεντούρης
10-05-2017 12:53

Αυτή η μετάφραση είναι μια από τις πρώτες θαρρώ από τα τραγούδια του 'Ιβαν Ντέλλα Μέα. Την άρχισα στο τρένο από Μπολόνια στο Πράτο στις 8.5.2017 ενώ άλλοι ταξιδιώτες ξεμωραίνονταν με το smartphone. Κυττάζοντάς τους ήρθε στο νου μου αυτό το τραγούδι. [PB]
ΤΟ ΞΕΡΩ ΘΑ 'ΡΘΕΙ

Ζήτω η ζωή
που πληρώνουμε με δόσεις
με το 600,
με το πλυντήριο
ζήτω η εξουσία
που εξομοιώνει και χαροποιεί
όσους έχουν εξουσία
κι όσους δεν την έχουν αντίθετα


Το ξέρω θα 'ρθει
μια μέρα προς εμένα
ένας άσπρος άνθρωπος
σε άσπρο ντυμένος
και θα μου πει,
Φίλε μου, είσαι κουρασμένος
και θα μου δώσει
με χαμόγελο το χέρι του

Θα με φέρει
μέσα σ' άσπρα σπίτια
με άσπρος τοίχους
σ' άσπρους ουρανούς
και θα με ντύσει
με σκληρό άσπρο πανί
και θα 'χω δωμάτιο,
κι άσπρο κρεβάτι και για μένα

Θα δω τη μέρα
και πολύν κόσμο
και τόσα αγόρια
σε άσπρο ντυμένα
θα μου μιλήσουν
για τα όνειρά τους
καν ήταν πραγματικά

Θα τους κοιτάξω
μ' ήσυχα μάτια
και θα τους μιλήσω
για Λευτεριά,
θα 'ρθει αυτός ο άνθρωπος
με πολλούς άλλους γερούς κι άσπρους
και στο κρεβάτι μου
σφιχτά με ζώνες θα με δέσει

“Η Λευτεριά,
θα πω, είναι πράγμα,
εσείς με δένετε
αλλ' αυτή αντιστέκεται”
Θα χαμογελάσουν,
“Φίλε μας, είσαι τρελός,
η λευτεριά,
η λευτεριά δεν υπάρχει πια.”

Κι εγώ θα γελάσω,
ο κόσμος είν' ωραίος,
όλα έχουν τιμή,
και το μυαλό.
“Πουλήσ' το, φίλε,
με τη λευτεριά σου,
και τη θέση του θά 'χεις
σ' αυτήν την κοινωνία.”

Ζήτω η ζωή
που πληρώνουμε με δόσεις
με το 600,
με το πλυντήριο
ζήτω η εξουσία
που εξομοιώνει και χαροποιεί
όσους έχουν εξουσία
κι όσους δεν την έχουν αντίθετα.

10/5/2017 - 13:00




Lingua: Italiano

La versione cantata da Giovanna Marini. Presenta alcune differenze rispetto al testo originale di Della Mea, non sappiamo se volute, oppure semplicemente per la nota caratteristica della Marini di non ricordarsi mai bene a memoria i testi delle canzoni, neppure delle sue...scusa Giovanna, ti vogliamo tanto bene! :-P
La Marini sembra essersi dedicata soprattutto alle preposizioni. Le preposizioni sono piccole parolette importantissime. Ad esempio, un conto è dire "vendilo amico con la tua libertà" (testo originale di Della Mea) e un altro è dire "vendilo amico per la tua libertà. E gli occhi calmi diventano occhi stanchi... [RV]
IO SO CHE UN GIORNO

Io so che un giorno
verrà da me
un uomo bianco
vestito di bianco
che mi dirà:
«Mio caro amico tu sei stanco»
e la sua mano
con un sorriso mi darà.

Mi porterà
in bianche case
tra bianche mura
con bianchi cieli
mi vestirà
di tela grezza dura e bianca
e avrò una stanza
un letto bianco anche per me.

Vedrò il giorno
e tanta gente
anche ragazzi
di bianco vestiti
mi parleranno
dei loro sogni
come se fosse
la realtà.

Li guarderò
con occhi stanchi
e dirò loro
di libertà;
verrà quell’uomo
con tanti altri forti e bianchi
ed al mio letto
stretto con cinghie mi legherà.

«La libertà
- dirò - è un fatto,
voi mi legate
ma essa esiste».
Sorrideranno:
«Mio caro amico tu sei matto,
la libertà,
la libertà più non esiste».

Io riderò
il mondo è bello
tutto ha un prezzo
anche il cervello
«Vendilo, amico,
per la tua libertà
e un posto avrai
in questa società».

Viva la vita
pagata a rate
con la Seicento
la lavatrice
viva il sistema
che rende uguale e fa felice
chi ha il potere
e chi invece non ce l'ha.

12/8/2006 - 00:42


CIAO IVAN

Comunicato stampa dell'/Istituto Ernesto de Martino e del Circolo Gianni Bosio.
Canzoni Contro la Guerra/Antiwar Songs si unisce sentitamente.


iedmgb


Questa notte intorno alle 1.30 è morto improvvisamente Ivan Della Mea, all’Ospedale San Paolo di Milano dove era stato ricoverato d’urgenza dopo un malore. Aveva 68 anni, era nato a Torre Alta di Lucca nel 1940.

Viveva a Milano con la sua compagna Clara Longhini e aveva due figli, Sara e Pietro. Da tempo aveva problemi di salute. Impossibile dire nelle poche righe di un comunicato la vita e la storia di Ivan Della Mea. Forse basta solo ricordare quello che aveva fatto in questo ultimo scorcio di vita: aveva ideato una ricerca con l’ARCI di Firenze sulla storia della case del popolo; il 25 aprile aveva suonato per la Festa della Liberazione a Fosdinovo (Carrara) dai compagni degli Archivi della Resistenza; era stato a Sesto Fiorentino all’Istituto Ernesto de Martino, che aveva diretto per 13 anni, per la conferenza stampa della rassegna InCanto; il 12 maggio aveva presentato l’ultimo numero della rivista “il de Martino”, ad Acquanegra sul Chiese, paese natale di Gianni Bosio; il 28 maggio aveva suonato a Brescia per ricordare la strage di Piazza della Loggia; sabato 30 maggio era stato con Paolo Pietrangeli e Paolo Ciarchi a Montevarchi a cantare per il ’68; il 3 giugno aveva scritto un appello al voto per Rifondazione comunista; venerdì 12 giugno il suo ultimo articolo su “il Manifesto” dal titolo “Brucia compagno brucia”. Pochi mesi fa Ala Bianca aveva distribuito una “Antologia” con molte delle sue canzoni più belle ed è appena uscito per la Jaka Book l’ultimo libro di Ivan Della Mea, la sua autobiografia: “Se la vita ti dà uno schiaffo”, il racconto della sua infanzia e la storia della sua famiglia, un testo di grande spessore narrativo e di forte impatto emotivo.

Una dura resa dei conti con la vita e con la morte che suona, purtroppo, come l’epitaffio nella vita di un grande artista e di un grande compagno comunista. A Clara, Pietro e Sara e a tutti i familiari va l’abbraccio più forte di tutti i compagni dell’Istituto Ernesto de Martino.

Saluteremo Ivan martedì 16 giugno alle ore 11 presso il Circolo ARCI Corvetto in via Oglio, 21, a Milano.

Stefano Arrighetti.

CCG/AWS Staff - 14/6/2009 - 18:14


Per Ivan Della Mea
di Alessandro PORTELLI
da "Il Manifesto" 16.6.09


Quando morì Gianni Bosio, suo amico, interlocutore,maestro, Ivan Della Mea gli dedicò una delle sua canzoni più belle: “Se qualcuno ti fa morto.” Se qualcuno ti fa morto, diceva, un motivo c'è: ti commemorano, ti fanno elogi e monumenti di parole, ma se ti fanno morto è perché non credono più alle ragioni della tua vita. Basterebbe una canzone come questa per complicare quell'etichetta di “cantante di protesta” che Ivan Della Mea si portava appresso fin dagli anni '50 – come se avesse da dire solo cose contro cui lottare, e non anche moltissime cose per cui vivere. Ivan ha cantato, scritto, parlato la politica e le lotte, ma soprattutto i sentimenti, i rapporti che a quelle lotte davano, e se non vogliamo farlo morto, daranno ancora un senso.
Nato in Toscana, cresciuto a Bergamo, cantava in milanese le sue canzoni rivolte a Gianni Bosio: ti ricordi, Giovanni, del quarantotto, quei bei tempi di buriana, “vegniven giù da la rocca de Berghem i tusan braccia' su tucc'insema, tutt'insema cantaven, cantaven – Bandiera Rossa, Giuan, te se ricordet...” Il suo comunismo cominciava - “avevo otto anni, calzettoni e due grandi occhi per guardare” - con quell'immagine di amicizia e di gioia, era quello il mondo sognato da creare. E quando poi i ragazzi sconfitti cantavano ancora Bandiera Rossa, la guerra e la rabbia che avevano negli occhi era quella di chi è respinto a forza in un mondo cupo di solitudine e repressione.
Accanto alla grande violenza della restaurazione clericale e della guerra fredda, Ivan cantava la “piccola violenza” del mondo familiare, e – come suo fratello Luciano, un altro maestro della nostra cultura e della nostra storia - ci vedeva le radici della violenza maggiore. Quando comprai titubante il suo primo disco, i suoni con cui cominciava – il rumore antimusicale di un motore di scooter – mi sconcertarono, e altrettanto mi sconcertava la sua voce non canonica e imperfetta. Ma “Io so che un giorno” era la più acuta e poetica denuncia che avessi ancora sentito del nuovo mondo che avanzava, che ti comprava il cervello in cambio di una lavatrice, che trattava per matto chi cercava altre libertà (Luciano ne sapeva qualcosa), e che mascherava tutto sotto una coltre di bianco elettrodomestico e manicomiale. Il rumore, le imperfezioni, anche la qualità ruvida di una registrazione fatta in economia, erano tutti segni di una resistenza a quella bianca pulizia senz'anima.
Non è stato un cantore di vittorie, di sorti magnifiche e progressive di un comunismo portato dall'onda della storia. A ripensarci, tante delle sue canzoni parlano di sconfitte, di compagni uccisi (Serantini, Ardizzone), di lotte andate a male – e della orgogliosa determinazione a ricominciare. La sua canzone più cantata, quella entrata davvero nella tradizione orale, “O cara moglie”, è la storia di uno sciopero sconfitto, di un operaio licenziato, del ricatto padronale che convince o costringe tanti operai a chinare la testa e rientrare in fabbrica – e gli scioperanti che gli gridano crumiri e venduti, ma vedono la loro umiliazione anche come un'offesa fatta a se stessi. Ma la storia è raccontata nel calore di una cucina operaia, condivisa con l'amore familiare, con la proiettività nei confronti del figlio che si trasforma in orgoglio e insegnamento. Alla grande violenza della repressione e dei licenziamenti risponde, stavolta, la “piccola” resistenza dei sentimenti, dell'amore, della dignità. E da qui si ricomincia, oggi come allora.
La cucina di “O cara moglie” è anche un pezzo di quel mondo popolare, “di ringhiera”, in cui Ivan si è sempre riconosciuto. Da questo mondo viene la più perfetta della canzoni, “El me gatt”, a questo mondo ha dedicato un disco (“Ringhera”), e questo mondo frequentava in quell'”arcicorvettocheincormistà” di cui ci raccontava ogni tanto nelle sue lettere al manifesto, e che in cuor gli stava anche quando i discorsi che sentiva lì dentro non gli andavano più tanto bene – un po' perché al cuore non si comanda, e un po' perché una cosa sono i discorsi e un'altra le persone, e che se certe persone a cui si vuol bene parlano in un certo modo un motivo ci sarà e noi dobbiamo ascoltare e capire per cambiare.
Ivan aveva fatto una vita faticosa e logorante negli ultimi anni, in continuo movimento fra Milano e Sesto Fiorentino, per tenere in vita la creatura più importante e più amata, sua, di Gianni Bosio, di Franco Coggiola, e di tanti che da loro avevamo imparato: l'Istituto Ernesto deMartino, il cuore della memoria e della cultura profonda di un'Italia che vogliono annullare e farci dimenticare. Era davvero un sacrificio, non solo per la fatica fisica ma anche perché in fondo quella di organizzatore e dirigente non era neanche la sua vocazione – ribelle fino in fondo, si adattava con sforzo generoso alle esigenze dell'organizzazione, dell'ordine, dell'ammninistrazione. Ma davvero non c'erano altri che potessero farlo, che rappresentassero così intensamente quella storia (comprese le divisioni, i conflitti, le riconciliazioni, gli incontri) di persone, di suoni, di parole, di carte. Anche questo era un dovere d'amore.
Come facciamo a non “fare morto” l'indimenticabile Ivan Della Mea? A me la notizia arriva via internet mentre sono a Whitesburg, in Kentucky, e ieri ho ascoltato una giornata bellissima di musica e di condivisione, creata da Appalshop, un'organizzazione praticamente sorella del deMartino. Leggendo la notizia di Ivan ho pensato che se fosse stato qui ieri si sarebbe divertito e si sarebbe sentito a casa, non tanto per la politica felicemente obamiana (su cui sono sicuro che avrebbe avuto qualche critica) quanto perché quello che ha sempre cercato di fare è stato di tenere insieme le persone in nome di un desiderio bello e sensato, di festa e non solo di lotta. In un film prodotto da Appalshop, Sara Ogan Gunning, una delle voci più grandi della canzone proletaria americana, canta in una canzone la storia della sua vita e conclude “e cantate sempre le mie canzoni”. Per non fare morto Ivan Della Mea, cantiamo ancora “A quel omm”, “La pipa di Costante”, “A Costabona”... Ma ricordiamo anche quello che Phill Ochs diceva, in memoria di Woody Guthrie: “Oggi tutti cantano le sue canzoni, ma che senso ha cantarle senza le ragioni per cui lui le ha scritte?” Le ragioni di Ivan erano tante, qualche volta contraddittorie. Ma lo possiamo salutare con la parole che Gianni Bosio gli disse, e che lui canta, dopo una grande giornata di ricerca sul campo in Toscana: “qualcos'em fatt.” Grazie a Ivan, qualcosa abbiamo fatto e molto ci resta da fare.

17/6/2009 - 14:05


Vous me demandez, cher Marco Valdo, cher Lucien Lane, le nom du docteur. Je ne l'ai jamais su. Je ne sais pas s'il s'appelait Mengele ou Mabuse, mais c'est peut-être très différent. Mengele, Mabuse, ce sont des noms terribles qui évoquent la folie et la cruauté humaine; ce docteur-là, j'en suis sûr, devait avoir un nom ordinaire. Un Bianchi, un Rossi, un Durand, un Dupont. Sa manière de traiter les internés était également ordinaire. C'était un enfer tout à fait ordinaire. C'était un ordinaire d'où personne ne pouvait sortir.

Riccardo Venturi - 24/5/2010 - 01:17


Col nome del delirio
documentario storico e autobiografico di Bianca Pananti, Simone Malavolti e Leonardo Filastò (durata 105')

Un documentario storico e autobiografico sul su San Salvi, il manicomio di Firenze, realizzato da Bianca Pananti (psicologa), Simone Malavolti (storico) e Leonardo Filastò (videomaker). Un documentario che ha permesso agli autori di approfondire e conoscere meglio la storia del manicomio fiorentino, ma soprattutto di riflettere sulla malattia mentale ieri, oggi e, speriamo così di aver contribuito ad una riflessione anche per il futuro.

Verrò proiettato nel quadro della manifestazione Festival della Salute Mentale

MERCOLEDÌ 1 OTTOBRE – ORE 21,00
CINEMA ALFIERI ATELIER VIA DELL’ULIVO 6 – FIRENZE



L'Ospedale Psichiatrico Vincenzo Chiarugi di Firenze, o più semplicemente il Manicomio di San Salvi, venne inaugurato nel 1891 in una zona allora ai margini della città, oggi un'isola verde semi-abbandonata e silenziosa, sebbene ormai totalmente inglobata nel contesto urbano. San Salvi è ancora oggi un luogo carico di suggestioni che rischia di venir dimenticato, ma che racchiude in sé le storie di migliaia di pazienti che per ragioni diverse vi hanno trascorso molto, troppo tempo della loro vita. Il film è un racconto a più voci nel quale i protagonisti ci offrono la possibilità di rivivere alcune tra le pagine più significative della storia di San Salvi dal dopoguerra ad oggi. Lo spettatore è accompagnato in un viaggio che parte dalle stanze buie e sporche dei reparti e giunge alle prime gite fuori dal cancello, all'elettroshock, alle prime esperienze di art brut, fino alla festa di chiusura del manicomio e alle difficoltà che ne seguirono. Un documentario storico e autobiografico che ripercorre le vicende di un pezzo della nostra Storia per tanti anni ignorata, lasciata ai margini e ancora oggi per lo più rimossa dalla nostra incapacità di confrontarci serenamente con la malattia mentale. Un pezzo di Storia segnato da molte ombre, ma anche dai preziosi contributi delle persone che vi hanno speso una parte significativa della loro vita.

10/9/2014 - 21:53




29 agosto 2004
Festa Nazionale dell'Unità di Genova
Concerto "Macchie di rosso"
Ivan Della Mea, accompagnato da Claudio Cormio, introduce il canto spiegandone la genesi.

Ivan Della Mea su "Il Manifesto"

Si chiamava Sandro Di Meo. Era un mio amico. Irpino, aveva partecipato all'occupazione delle terre della sua regione, lottato contro la polizia di Scelba, emigrato a Milano con valigia di cartone, allora usava: sto parlando, lo so, del triassico della prima repubblica ed è forse per questo che Sandro Di Meo sta come un mastodonte nella mia memoria. Comunista di tessera e anarchico di vita; ottimo scrittore e grande poeta; mezzo cecato e cionondimeno formidabile correttore di bozze e revisore.
Una faccia da gattone

In un primo tempo ci unì la comune conoscenza di Elio Vittorini. Poi, la nostra amicizia crebbe di suo, con la frequentazione quotidiana del bar Giamaica, un luogo allora, fine anni Cinquanta e primi Sessanta, delle culture e delle arti, della scopa all'asso pigliatutto per me. Ognuno si faceva la sua boheme, ma era bello trovarsi, era bello parlare con Sandro, era bello il suo ragionare senza convenzioni date, senza perentorietà, con l'attenzione sua a passare la palla, o il bandolo se più vi aggrada, del ragionamento. Tra di noi ci chiamavamo Meo e Mea. Meo era un uomo piccolo e un po' tondo, come tonda quasi al compasso era la sua faccia da gattone saggio con baffi stentati e mongoli, la fronte era alta e larga e tonda e il suo gesto, tondo anch'esso, era solito mettere ordine tra i radi e rari capelli lunghi. Nella sinistra il calice di rosso, nella destra, tra l'indice e il medio abbruciati, l'eterna sigaretta senza filtro. Era, la sua, una miseria sensata; distribuiva le proprie risorse tra i bisogni primari: vino e sigarette; a seguire il cibo, poco; a seguire i libri. Eravamo entrambi lettori e correttori e revisori per una grande casa editrice milanese che aveva tra i suoi direttori di collana Elio Vittorini. Lavoravamo il giusto per sopravvivere. Entrambi concordavamo nel ravvisare una qualche perniciosissima deviazione liberal-doveristica in quel canto socialista, il turatiano Inno dei lavoratori se ben ricordo, laddove si enfatizza l'ideologia del travaglio umano cantando: «Noi vivremo del lavoro / o pugnando si morrà».

Io e Sandro si praticava al massimo del minimo tutt'altra vita: ci stava bene un giusto tempo dedicato al libero pensiero, l'ore di lavoro quelle strettamente necessarie per una dignitosa sopravvivenza e non un minuto secondo non uno sacrificato nel nome del guadagno e della competitività e della meritocrazia: «noi», mi diceva lui ridendo, «nulla si deve fare per meritare alcunché, è l'universo mondo che deve industriarsi per meritare noi con discrezione, con garbo e senza pugna». Avevo una casa allora, popolare, in Via Mac Mahon, quasi all'altezza del Ponte della Ghisolfa. Una stanza grande, un cucinino di cottura, il minimo del cesso; il tutto per sole duemila e rotte lire al mese. Ci ho dormito una notte. Preferivo spendere diecimila lire al mese per una soffitta in Via Pontaccio con stufa a segatura, pipì e tutto il resto all'aria sul tetto: niente di più romantico. Ma ero in zona Brera, col Giamaica a pochi metri. Accadde così che una notte, in quel Viale Gorizia dove spesso incontravo un Elio Vittorini che urlava nel buio il suo dolore per la morte del figlio... a quel omm... camminando con Meo, reduci entrambi da ore di vino e di canti all'osteria della Magolfa, scoprii che da tempo il mio amico non aveva un posto dove dormire e che si arrangiava, com'era e com'è costume dei barboni di ieri - e anche mio per un anno buono - e di oggi e di sempre: panchina all'aria d'estate, Stazione centrale d'inverno. Gli diedi le chiavi di casa mia. E' libera, gli dissi, qualche coperta e qualche lenzuolo ci sono ancora, tegami e pentole anche, e perfino un po' di stoviglie, rànges, arrangiati. I suoi occhi tondi, nerissimi e grandi ma fatti stretti piccini da una miopia che lui non degnava neppure d'un occhiale usato, presero luce e si riempirono di lacrime e mi abbracciò e mi disse: vedrai è per poco... Feltrinelli ha un libro mio in prossima uscita e a giorni, me l'ha detto proprio lui, si fa il contratto. Gli dissi che non si facesse problemi perché io in quella casa non volevo starci. Morta lì.

Vittorini e Feltrinelli

Ma avevo una domanda da fargli: fammi capire una cosa Meo, gli dissi, perché non hai dato il tuo libro a Elio Vittorini? Perché è un amico, mi rispose, e non si chiede a un amico come lui di pubblicarti un libro, non glielo si chiede perché si sa che potrebbe farlo magari per amicizia e che il non farlo potrebbe forse metterlo in imbarazzo. Io glielo darò a Elio, certo che sì, bello e stampato da Feltrinelli: ci tengo, è importante per me. Sandro Di Meo era fatto così: prendere o lasciare... e i tre puntini di sospensione... [1, 2, 3] non sono un omaggio a Cèline, `gnornò, li metto nel ricordo perché ho memoria dell'asma di Meo e del suo enfisema.

Lo portarono al Paolo Pini

Pochi giorni appresso, al Giamaica, domenica pomeriggio, Meo mi disse che Feltrinelli aveva dei problemi a pubblicare il suo libro perché lettere anonime di fascisti gli avevano intimato di non farlo. Lo guardai, aveva il malessere nella faccia e negli occhi opachi e persi e lui fece sera a calici di rosso e nazionali semplici senza filtro e poco prima della chiusura prese a gridare con voce rotta e rauca eppure forsennata e buttò il calice per terra e disse che lì era pieno di fascisti e che lui li conosceva bene e crollò ginocchioni di schianto e infuribondì e mentre io con altri si cercava di calmarlo qualcuno chiamò un'ambulanza, che arrivò e caricò Sandro e io salii con lui. Lo portarono al Paolo Pini, manicomio si diceva allora, e lo misero nel reparto alcoolisti e alcoolizzati e quando lui vide gli infermieri bianchi nelle loro divise bianche riprese a urlare «fascisti...fascisti...» e a dibattersi e a smaniare ma era debolissimo e crollò di suo e un dottore disse «si è sedato» - che non mi parve un gran bel dire, una roba tra seduto e sedano... io so che un giorno.

Hanno vinto i fascisti

Ci demmo da fare noi, noi, gli amici, per tirarlo fuori prima della scadenza dei ventinove giorni trascorsi i quali, per legge mi pare di ricordare, Sandro Di Meo sarebbe finito in un cronicario; fu dismesso il mio amico Meo e si mangiò insieme dalle «Sorelle Pirovini» in Brera, poi, lui decise di tornarsene a casa sua che era la mia o di andare a casa mia che era la sua: istess, conforme.. Veniva poco al Giamaica. Ci vedemmo ancora e stava male: incupito, ringhiante, un calice appresso l'altro, una sigaretta appresso all'altra e senza consumare cerini. L'ultima volta che lo vidi era sera tarda, stava uscendo dal Giamaica, mi si parò davanti, mi sorrise con la tristezza del mondo intero, mi diede una carezza leggerissima e mi disse: noi non abbiamo capito Mea ... loro hanno vinto, gli uomini neri fascisti che sono diventati bianchi come i democratici che dentro sono neri come i fascisti... ormai ci comprano per poco, Mea, e chi non si fa comprare non c'è, non esiste, io l'ho detto a Feltrinelli che siamo circondati ma lui non mi ha creduto, è tutta da ridere... io riderò / il mondo è bello / tutto ha un prezzo / anche il cervello... Non ci fu verso di accompagnarlo a casa. Stetti qualche giorno fuori Milano. Quando tornai mi dissero che Sandro era scoppiato di brutto: Paolo Pini, ancora. Andai a trovarlo e non mi riuscì di ragionarci... Feltrinelli, ripeteva in un sussurro cupo, è in mano a fascisti che gli impediscono di pubblicare il mio libro... Feltrinelli libero... Feltrinelli libero...

Sandro Di Meo morì pochi giorni dopo. L'Istituto autonomo delle case popolari mi tolse la casa perché io l'avevo data a Meo e questo era contro il regolamento. Morta lì. Anni dopo, `65, in pieno boom economico, conobbi un architetto: bella casa, bella moglie, bei figlioli, bella Fiat 600 bianca nuova di pacca. Compagno, comunista. Tipo cà e botèga, casa e lavoro. A posto. Calmo, anche in sezione, interventi puliti, logici. Schioppa, il tipo: come una lippa mal tirata in un giorno che tu sei lì solo come un pirla senza neanche il fiato per rispondere rèlla; schioppa il mio architetto tutto conforme e dà giù di brutto che la metà basta e avanza, sfascia lo studio, all'aria all'aria, tutto fuori dalla finestra, sgabelli a vite, pantografi, matite, chine, rotoli di carta Fabriano, righe e squadre e compassi e normografi e urla frasi sconnesse... c'è troppo bianco, ripete, tutto è bianco, tutto uguale, tutto bianco e anche io bianco, tutti bianchi. Tutti. Paolo Pini, una volta ancora. Io so che un giorno... ancora una volta.

Scrivo e canto.. Estate 2004: l'uomo bianco c'è sempre stato e non sta scritto da nessuna parte che sia soltanto di destra, mica vero, c'è anche al centro, c'è anche a sinistra. C'è difesa? Non lo so. L'uomo bianco biancheggia tutto e tutti e non ci si può chiamare fuori, `gnornò. Si può andare fuori, sì: di testa come un balcone. Viva la vita.

Giovanni Bartolomei da Prato - 29/12/2016 - 22:43


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