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Mio fratello è figlio unico

Rino Gaetano


Lingua: Italiano

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ringat
[1977]
Testo e musica di Rino Gaetano
Lyrics and music by Rino Gaetano
Album: Mio fratello è figlio unico

Mio.
"Mio fratello è figlio unico" è, a mio parere (ma non solo mio, fortunatamente) una delle più belle e straordinarie canzoni che siano mai state scritte in lingua italiana. Confesso candidamente di avere sempre avuto, nei confronti di questa canzone, delle reazioni che a volte mi hanno portato letteralmente alle lacrime. Altrettanto candidamente ammetto di aver cercato a lungo un purissimo pretesto per inserirla nelle CCG/AWS. Un pretesto. Sinceramente è stato così.
Così oggi mi ero deciso, sfruttando gli "Extra delle CCG", vale a dire l'apposito calderone per gli excursus, per gli off-topics, finanche per certe "voglie" personali. Prima di farlo, però, me la sono riascoltata. Per la milionesima volta, fino all'ultimo, disperato e irridente "E ti amo Mariù". E mi sono ricordato di una vecchia cosa ascoltata a una radio locale, tanti di quegli anni fa, ma talmente tanti, che, probabilmente, il webmaster di questo sito non era nemmeno nato. La voce di una ragazza che aveva telefonato per ascoltare questa canzone, e che aveva detto al disc-jockey in diretta: "La voglio dedicare solo a chi la capisce".
Allora ho cancellato la consueta titolatura degli "Extra" (Rino Gaetano: "Mio fratello" eccetera), e l'ho inserita tra le CCG vere e proprie, sotto l'autore, e risolvendomi a scrivere un'introduzione un po' particolare, che difficilmente rivedrete per altre canzoni.
La voglio anch'io inserire dedicandola a chi la capisce, e soprattutto a chi capisce perché questa è anche una canzone contro la guerra, contro la sopraffazione, contro la derisione, contro la violenza. Il fratello-figlio unico di Rino Gaetano siamo tutti noi. Sono tutti i poveri cristi di questo mondo. Ma non vado oltre, anche perché una canzone di Rino Gaetano non è mai una cosa sola.

Riccardo Venturi, 12 dicembre 2005


Lavorare con lentezza.
"Mio fratello è figlio è unico" è la sigla finale del film Lavorare con lentezza di Giulio Chiesa. Una canzone scritta nel 1977, in quell'indimenticabile anno, per un film nel quale le vicende di Radio Alice, l'emittente bolognese chiusa manu militari dalla polizia. Riportiamo qui di seguito la recensione del film, di Emanuela Liverani, da questa pagina

Bologna, 11 marzo 1977: Francesco Lo Russo, militante di Lotta Continua, è ucciso in via Mascarella da un poliziotto durante degli scontri iniziati precedentemente all'università. Lo Russo è appena sceso in strada dopo aver dedicato il mattino allo studio. Alle 13.30 Radio Alice, tra le prime radio libere d'Italia, diffonde la notizia.
Bologna 12 marzo 1977, h 23.15: la polizia irrompe nei locali di Radio Alice, rea di aver sobillato i manifestanti che si riversarono nelle strade dopo la notizia della morte di Lo Russo, divulgata dalla radio il giorno prima. La radio aperta un anno prima chiude definitivamente le trasmissioni.

Entrambi gli avvenimenti sono raccontati in Lavorare Con Lentezza (titolo preso a prestito dall'omonima canzone di Enzo Del Re, che apriva le trasmissioni di Radio Alice). Non un film su Radio Alice (Chiesa ne fece un documentario nel 2002 intitolato Alice è in Paradiso), non un film sugli eventi politici del '77 e nemmeno sul movimento extraparlamentare ed extraideologico di quel tempo, ed infine, neanche film incentrato su Francesco Lo Russo, né sulla lotta armata o qualsivoglia avvenimento specifico rapportabile ad un periodo che ha molto di più da raccontare.
Quello del film di Chiesa è un anno narrato dal di dentro, laddove dentro non significa solo dentro la Storia, o dentro una parte di essa scelta per comunanza ideale, soprattutto non significa nostalgica visione di un periodo. Qui il 1977 non è mitizzato, non è mummificato, è un ritratto corale di pensieri, sentimenti, emozioni, scelte, contraddizioni; i fatti creano uno sfondo certamente importante ma non esaustivo di storie che s'intrecciano senza mai esaurirsi, ritagli di un percorso impossibile da rappresentare, almeno non ancora. Nel caos che è ordine nel disordine, c'è tutto l'impulso creativo e liberato di uno stralcio di tempo soffocato dall'Ordine che tutto nega (e alle forze di quell'Ordine nel film viene restituito l'abituale, storico carattere negativo), un tempo chiuso nel carcere di una memoria volutamente parziale.
Da quella memoria monca il 1977 tradizionalmente viene fuori come tempo oscuro, pervaso da tabù inenarrabili, - e così è stato riproposto da un cinema italiano amante degli stereotipi (anche se, come sempre, è affrontata solo la lotta armata, l'eccezione data da Buongiorno, Notte è lì a significare che una riflessione realmente indipendente non considera la cronaca quale strumento di risposta al dubbio umano, come per altri versi altra eccezione è da rintracciare in La Mia Generazione). Ecco che l'unica strada percorribile da chi voglia offrire una visione meno angusta, recuperando quella parte di memoria obliata, parta necessariamente da quelle schegge che all'epoca caratterizzavano il meglio del tutto (ricordiamo il precedente dei personaggi delle tavole di Andrea Pazienza per Paz di Renato De Maria).

Lavorare Con Lentezza è un film tutt'altro che perfetto - e diciamo pure che la perfezione comunemente intesa non è una regola imprescindibile - ma con una grande anima così poco consueta nell'attuale cinema italiano. Sgualo, Pelo, il tenente Lippolis, Marta, Marangon, sono parti di una collettiva visione dove lo spazio è pubblico. La scrittura a più mani con il collettivo bolognese di nascita Wu Ming (per chi ancora non li conoscesse vada pure al sito www.wumingfoundation.com) da al film quella giusta confusione organica di personaggi di finzione verosimili e eventi storici senza i quali Lavorare Con Lentezza non sarebbe altro che l'ennesimo film afono sul classico periodo storico di ordinanza. Per chi, come chi scrive, quell'anno era una ragazzina incosciente, fa piacere non percepire neppure per un attimo la sensazione che dietro questa storia/e ci sia il sopravvissuto di turno ricordare con sguardo perso in un altrove mitico, come un Buffalo Bill che descriva immense praterie calpestate da mandrie di bufali, poiché Lavorare Con Lentezza è un film che narra dello ieri riferendosi principalmente alla generazione dell'oggi (quella dei social forum, di Giuliani, della repressione violenta).
Quel movimento - così si chiamano desideri collettivi non definibili una volta per tutte - che rifiutava ideologie preconfezionate (generalmente osteggiato dalla sinistra ufficiale), confini inviolabili, la centralità del lavoro come fondamento del vivere umano, l'omologazione dei costumi, dichiarandosi libero dalle regole vigenti, che viveva le sue contraddizioni con forza dichiarandosi per un cambiamento ora e qui e trovandosi spessissimo a omologare esso stesso, morì ufficialmente con l'irruzione della polizia a Radio Alice (l'audio originale è riproposto nei titoli di coda del film).
Da allora la pietra tombale cominciò a negare tutto quello che accadde, lasciando quelli a venire in balia della restaurazione giustificata dall'errore e orrore che si volle tipico di quei giorni, naturalmente lasciando intendere quale delle parti in conflitto fosse mostruosa, antistato, contraria al vivere civile. Le generazioni future caddero nel buco salvifico del nulla, per questo oggi qualcuno si può permettere di revisionare il revisionabile, finanche parlare in prima serata di quanto Mussolini sia stato un buon padre e quindi in fondo un buon diavolo, e perché no, parlare male di un film che non si è visto. Sembra che Chiesa se lo sentisse, visto che la canzone dei titoli di coda recita "Mio fratello è figlio unico perché non ha mai criticato un film senza prima vederlo". Rino Gaetano docet.
Mio fratello è figlio unico
Perché non ha mai trovato il coraggio di operarsi al fegato
E non ha mai pagato per fare l'amore
E non ha mai vinto un premio aziendale
E non ha mai viaggiato in seconda classe
Sul rapido Taranto-Ancona

E non ha mai criticato un film senza prima, prima vederlo.

Mio fratello è figlio unico
Perché è convinto che Chinaglia non può passare al Frosinone
Perché è convinto che nell'amaro benedettino non sta il segreto della felicità
perché è convinto che anche chi non legge Freud può vivere cent'anni

Perché è convinto che esistono ancora gli sfruttati malpagati e frustrati

Mio fratello è figlio unico sfruttato represso calpestato odiato

E ti amo Mariù

Mio fratello è figlio unico deriso frustrato picchiato derubato

E ti amo Mariù

Mio fratello è figlio unico dimagrito declassato sottomesso disgregato

E ti amo Mariù

Mio fratello è figlio unico frustato frustrato derubato sottomesso

E ti amo Mariù

Mio fratello è figlio unico deriso declassato frustrato dimagrito

E ti amo Mariù

Mio fratello è figlio unico malpagato derubato deriso disgregato

E ti amo Mariù.

inviata da Riccardo Venturi - 12/12/2005 - 18:30




Lingua: Inglese

Versione inglese anonima
English version by unknown author
MY BROTHER IS AN ONLY CHILD

My brother is an only child
'cause he has never mustered the courage to operate on his liver
'n' he has never paid to make love
'n' he has never won a business reward
'n' he has never travelled second-class
on the flyer Taranto-Ancona

and he has never criticised a movie without watching it before

My brother is an only child
'cause he's persuaded that Chinaglia cannot move to "Frosinone"
'cause he's persuaded that in the "Amaro Benedettino" there isn't the secret of happyness
'cause he's persuaded that even who doesn't read Freud can live for an hundred years
'cause he's persuaded that exploited underpaid and frustrated people still exist

My brother is an only child exploited repressed trodden hated

'n I love you Mariù

My brother is an only child scoffed frustrated beaten robbed

'n I love you Mariù

My brother is an only child slimmed downgraded subdued broken up

'n I love you Mariù

My brother is an only child frustrated frustrated robbed subdued

'n I love you Mariù

My brother is an only child scoffed downgraded frustrated slimmed

'n I love you Mariù

My brother is an only child underpaid robbed scoffed broken up

'n I love you Mariù

18/6/2008 - 19:33




Lingua: Francese

Version française de Riccardo Venturi
7 août 2004
du forum it.cultura.linguistica.francese
MON FRÈRE EST FILS UNIQUE

Mon frère est fils unique
parce qu'il n'a jamais eu le courage de se faire opérer au fois
et qu'il n'a jamais payé pour faire l'amour
et qu'il n'a jamais obtenu une prime de production
et qu'il n'a jamais voyagé en deuxième classe
sur le rapide Tarente-Ancône

et qu'il n'a jamais critiqué un film sans l'avoir regardé avant.

Mon frère est fils unique
parce qu'il est coinvaincu que Chinaglia ne sera jamais transféré à Frosinone
parce qu'il est convaincu que la bénédictine ne renferme pas le secret du bonheur
parce qu'il est convaincu que même ceux qui ne lisent pas Freud peuvent vivre cent ans

parce qu'il est convaincu qu'il y a encore des exploités mal payés et frustrés

Mon frère est fils unique exploité refoulé piétiné détesté

et je t'aime Mariou

mon frère est fils unique raillé frustré cogné rossé pillé

et je t'aime Mariou

mon frère est fils unique maigri déclassé soumis désagrégé

et je t'aime Mariou

mon frère est fils unique fouetté soumis pillé

et je t'aime Mariou

mon frère est fils unique raillé déclassé maigri exploité

et je t'aime Mariou

mon frère est fils unique mal payé pillé raillé désagrégé

et je t'aime Mariou.

14/12/2005 - 22:25




Lingua: Tedesco

Deutsche Fassung von Riccardo Venturi
14. Dezember 2005
MEIN BRUDER IST EINZIGER SOHN

Mein Bruder ist einziger Sohn
weil er den Mut nie gefunden hat, sich an der Leber operieren zu lassen
und er hat nie etwas bezahlt um Liebe zu machen
und er hat nie einen Betriebspreis gewonnen
und er ist nie zweiter Klasse gereist
mit dem Schnellzug Taranto-Ancona

Und er hat nie einen Film kritisiert bevor er ihn geschaut hat.

Mein Bruder ist einziger Sohn
weil er der Überzeugung ist, Chinaglia könne nicht dem Frosinone übergehn
weil er der Überzeugung ist, der Geheimnis des Glücks liege nicht im Benediktiner
weil er der Überzeugung ist, auch wer Freud nicht liest könne hundert Jahr leben

weil er der Überzeugung ist, es gebe noch Ausgebeutete Unterbezahlte und Frustrierte

und ich liebe dich Mariù

Mein Bruder ist einziger Sohn ausgebeutet unterdrückt geschmäht gehasst

und ich liebe dich Mariù

Mein Bruder ist einziger Sohn verspottet frustriert verprügelt beraubt

und ich liebe dich Mariù

Mein Bruder ist einziger Sohn abgemagert deklassiert unterworfen zersetzt

und ich liebe dich Mariù

Mein Bruder ist einziger Sohn gepeitscht frustriert beraubt unterworfen

und ich liebe dich Mariù

Mein Bruder ist einziger Sohn verspottet deklassiert frustriert abgemagert

und ich liebe dich Mariù

Mein Bruder ist einziger Sohn unterbezahlt beraubt verspottet zersetzt

und ich liebe dich Mariù.

14/12/2005 - 23:34




Lingua: Ungherese

Magyar nyelvre fordította Riccardo Venturi
2008-12-16án
TESTVÉREM EGYKE

Testvérem egyke
Mert soha nem volt bátorsága maját megoperáltatni
És soha nem fizetett hogy szerelmeskedjen
És soha nem nyert üzemi díjat
És soha nem utazott második osztályon
Az expresszvonaton Tarantóból Anconába

És soha nem bírált meg egy filmet anélkül, hogy előbb lássa.

Testvérem egyke
Mert meg van győzve, hogy Chinaglia nem átállhat Frosinonéhez
Mert meg van győzve, hogy a benediktiner likőrben nem áll a boldogság titka
Mert meg van győzve, hogy az is, aki nem olvassa Freudot, élhet száz évet

Mert meg van győzve, hogy még vannak kizsákmányoltak rosszul fizetettek és meghiúsítottak

Testvérem egyke kizsákmányolt elnyomott labbal taposott gyűlölt

És szeretlek Marjú

Testvérem egyke kinevetett meghiúsított megvert megrabolt

És szeretlek Marjú

Testvérem egyke lesoványodott deklasszálódott leigázott felbomlott

És szeretlek Marjú

Testvérem egyke ostorozott meghiúsított megrabolt leigázott

És szeretlek Marjú

Testvérem egyke kinevetett deklasszálódott meghiúsított lesoványodott

És szeretlek Marjú

Testvérem egyke rosszul fizetett megrabolt kinevetett felbomlott

És szeretlek Marjú.

16/12/2008 - 18:22


quando mi trovo a parlare di questa canzone, non so perchè, ma nn riesco a trovare le parole per definire l'oceano di emozioni che mi trasmette.
E' una canzone piena di significati, dove nessuno di essi è messo in secondo piano...
concludo dicendo che Rino è stato e sarà sempre tra di noi...

gaetano (xXx dj ) - 8/1/2007 - 16:01


La canzone "Mio fratello è figlio unico" ha avuto un effetto sconvolgente sulla mia vita. Può sembrare esagerato ma è così.Ha un'incredibile forza d'urto,scuote certezze, fa vacillare fortezze, rende partecipi di sofferenze che ci sfiorano,rende consapevoli della propria sofferenza. "Mario" o "Mariù"? E' la stessa cosa ma, in qualche misura, il senso cambia: Mario è "mio fratello"(disgregato, deriso, calpestato. Sono dalla sua parte), Mariù è l'amore che consola, che comunque c'è.

Dora - 14/3/2008 - 13:46


è difficile spiegare con poche parole quello che mi provoca questa canzone, emozione, commozione, brividi, immedesimazione; figli unici ce ne sono tanti, fratelli ben pochi...
La società si sta trasformando in un enorme macelleria della sopraffazione, della derisione, dello svilimento: una lotta fratricida si sta consumando sotto i nostri occhi ma qualche speranza c'è, ne sono certa, e una di questa è la forza della Musica!!!!!

giusy - 3/5/2008 - 19:10


io tempo fa scrissi questa lettera a Rino Gaetano e la dedicai proprio a Riccardo.
La metto qui:
a Riccardo,
perché lo stimo e perché questo tipo di scritti me li ha fatti amare lui

ciao Rino,
come stai? Ti scrivo dopo più di trent’anni perché ieri, dal mio letto bianco di calce di un corridoio d’ospedale – le stanze erano piene –, ti ho pensato. Sai perché ero lì? Ho finalmente trovato il coraggio di operarmi al fegato.
Lo so che starai sorridendo indulgente; starai pensando: «Ma era un gioco verbale! “Non hai il coraggio di operarti” si può anche dire con “non hai fegato”, e allora come fai a operartelo?». Lo so. Però la scienza ha fatto passi da gigante in questi trent’anni e non ci lasciano più nemmeno il fascino delle metafore: hanno trovato un donatore compatibile e dalle sue cellule hanno clonato il fegato e me l’hanno trapiantato; poi birra e whisky hanno fatto il resto e nel giro di due anni mi sono operato.
Lo sai, Rino? Molte cose sono cambiate dopo quella maledetta notte del giugno dell’81. De Gregori disse che sei volato via presto perché “eri caro agli dei”, ma lo diceva Menandro in realtà e tutti lì a pensare “Che genio De Gregori!”; io dico che è una gran stronzata simil-consolatoria e probabilmente De Gregori il fatto che non fosse sua l’ha sempre tenuta come asso nella manica, per lavarsene le mani nel caso qualcuno gli avesse fatto notare la realtà ontologicamente fecale dell’affermazione.

Qualche settimana fa me ne andavo alle tre di notte, col mio fegato malato, in giro per la città. Era stato un lunedì, mi pare, ed era stato uno di quei lunedì alienanti, tristi come solo può essere triste la vita di un modesto lavoratore in una modesta azienda di periferia. Sul lavoro era stato il giorno del premio; mi avranno dato una dozzina di premi aziendali da una quindicina d’anni a questa parte, solo che con lo stipendio non arrivo mai a fine mese come accadeva prima, ma sarà che non c’ho mai capito molto con queste cose. Insomma, quel lunedì tornai a casa tardi, verso le nove e mezza di sera e vidi che sulla Rai stavano dando una Fiction, che aveva come protagonista un tale che si chiamava come te. Ah già, ti chiederai : «Che cazzo è una “Fiction”?». Beh, è un film prodotto per la Tv che va molto di moda ai nostri tempi, dove si inventano storie che immancabilmente devono stecchirti una quantità corposa di neuroni, facendoti però credere di vedere un’opera abbastanza intelligente perché “la storia è avvincente”, “è comunque arte”, “è la moderna espressione dell’arte cinematografica”, “parla dei valori sani della società”, e tante altre pistolate del genere. In realtà sono solo riprese fatte con molto mestiere, senza un minimo di valenza artistica, con strafighe, belli e tenebrosi, brutti ma simpatici, lacrime mostrate e stimolate, amori giusti e sbagliati, buoni, cattivi, carabinieri simpatici e criminali imperdonabili; incollano famiglie intere alla Tv e le bombardano con costosissime pubblicità ogni venti minuti. Durano due, tre, dieci puntate, con lo stesso meccanismo delle telenovelas, e ne fanno anche sui mafiosi, perché, sai, la perversione della gente non si ferma solo ai cadaveri; eh no, il gossip orwelliano ha nuove frontiere e oggi vanno di moda anche i mafiosi ed è intrigante sapere come è andata la vita di una bestia come, metti caso, Riina; è intrigante esaltare le gesta di questo eroe postmoderno, è comunque un buon esempio di selfmeidmen, s’è fatto da solo ed è il sogno di tutti.
La Fiction sul tale che portava il tuo nome ha rispettato tutti i canoni, senza, però, i carabinieri simpatici; senti: ma Venditti ha mai suonato una chitarra in vita sua? Vabbè…
Insomma, alla fine di questa Fiction ho pensato di uscirmene di casa e andare un po’ in giro per la città. Sono passato da Berta, sull’Appia. Te la ricordi Berta? La figlia del sarto, quella ragazzina che andava all’asilo al tempo della canzone che mi dedicasti. Adesso batte lì sull’Appia e quando mi capitano giornate da vomito e serate a tema vado a trovarla; la vado a trovare spesso. Con lei mi sfogo, si parla di tutto, è molto intelligente e sa tutte le tue canzoni a memoria, solo che non possiamo stare molto, così poi facciamo l’amore, la pago e la saluto.
Berta abitava a Monte Sacro, ricordi? La sua famiglia era di Manfredonia e aveva uno zio ferroviere. Me lo ricordo bene lo zio di Berta, perché veniva a trovarci spesso e ci portava quel vino tanto aspro di sole che faceva lui. Per lui era un lusso. Sai che mi ha ospitato per un po’ di tempo qualche anno fa? Per lavoro andai ad abitare a Foggia un paio d’anni e i primi tempi andai a stare da lui; non dimenticherò mai quel periodo perché facevo praticamente la spola tra Foggia e Milano, dove c’erano dei clienti importanti. Non dimenticherò mai il puzzo di piedi dell’Intercity – è così che adesso chiamano il Rapido – delle ventidue e ventisette da Foggia per Milano Centrale. Veniva da Lecce, non da Taranto, ed io prenotavo sempre il mio bel posticino in seconda classe, perché l’azienda così imponeva. Il posto io lo prenotavo, ma lo trovavo immancabilmente occupato da famiglie intere che si facevano tutta la notturna traversata adriatico-padana; appena aprivo la porta dello scompartimento venivo inondato dal fetore e poi vedevo di sistemarmi alla meno peggio. Fino ad oggi ho l’incubo del poggiatesta sulla nuca, sulla guancia, sulle tempie a ritmo del tremolio del treno e l’ansia per il male alle ginocchia a forza di tenerle piegate tutte il tempo.

Ah, il treno! Forse, come disse qualcuno poco dopo che tu te ne andasti, «un treno è sempre così banale se non è un treno della prateria o non è un tuo "Orient Express" speciale, locomotiva di fantasia», ma a me il treno fa pensare ai film western, a «Vedete caro reverendo, questo treno non ferma a Tucumcari...»… «Questo treno FERMA a Tucumcari!», alle uniche due espressioni di Eastwood – col cappello e senza –, al panciotto antiproiettile, ai quattro assi nella manica; forse, sì, quel tale ha ragione sulla banalità del treno, però certi film me li restituivano mutati dal vetrino della fantasia. Oggi che schifo che è diventato anche il cinema! Ci sono dei saloni enormi, freddi, per carità, sempre ben puliti, dove non si fuma più e per terra non trovi più involucri di semi sminuzzati o di pistacchi; ogni cinema ne ha parecchi di saloni così, dentro vi proiettano i film dei loro compari, che iniziano Trilogie dicendoti prima che è una Trilogia, così decidi coscientemente che lo prenderai nel culo dalla fine del film fino all’anno dopo, quando uscirà il seguito. Sono film che di cinematografico hanno solo l’involucro nostalgico del rumore dei popcorn sgranocchiati, per il resto riciclano attori inventati – mica tutti, per carità, solo gli strafighi e le strafighe da far poi accoppiare per i rotocalchi – e costruiscono il film al computer. Ecco, una volta c’era il movimento di macchina che ti faceva sentire qualcosa muoversi dentro il petto, o la forza iconica di una inquadratura inaspettata, o un linguaggio del tutto personale tramite le immagini, oggi c’è il “Signore degli anelli”. Cos’è? E’ uno di questi pseudo-film che proiettano dentro questi baracconi; per carità, non l’ho mai visto – nessuna delle tre puntate – ma non ci tengo, né ci tesi mai.

Sai, gioco ancora a calcio. Ogni tanto si organizzano delle partitine tra colleghi ed è l’unica cosa che ancora mi tiene in contatto con questo sport. L’anno scorso hanno arrestato gente della serie A italiana. Ricordi nel 1980 che successe? Beh, l’anno scorso è successo ben di peggio, solo che alla fine hanno trovato un capro espiatorio, come spesso si fa per queste cosucce della nostra turgida Italietta, l’hanno fatta pagare ad alcuni e ad altri, Golia, hanno regalato scudetti e risarcito le spese pazze del passato con uno scudettino vinto su campi pieni di Davide; ora tutto è tornato come prima, con poliziotti che sparano sui ragazzi di vent’anni e rigurgiti nazifascisti nelle curve: tutto perfettamente normale.
Ma voglio parlare dello sport, in questa lettera. Mi spiace che te ne sia andato troppo presto, tanto da non veder giocare quello che ad oggi è il più forte giocatore italiano di sempre, altro che Chinaglia. Si chiama Roberto Baggio ed ha giocato in Italia dalla metà degli anni Ottanta per una ventina d’anni. E’ vicentino. Avresti dovuto vederlo! Non giocava, danzava. E’ stato il migliore e, ad un certo punto – non ci volevo credere e, lo sai, ero convinto che cose così non potessero accadere –, è passato al Brescia, una neopromossa!

Ci sono troppe cose che non vanno e che, credo andranno sempre peggio. A volte mi difendo, sogno un posto meraviglioso fatto di soli amici e per qualche minuto sono anche felice, bevendo un amaro dopo un pasto con un amico, persino scandagliando Freud e i suoi sogni col lanternino.
Ma la televisione incita sempre più all’odio razziale, si insinua il Quarto Reich col beneplacito dei cittadini “liberi”; i governanti incitano le ronde per bastonare gli stranieri, la società è basata sul lavoro precario e ormai anche un paio di scarpe devi comprarle a rate ma, se non hai un lavoro fisso, le rate non te le fanno fare. E nessuno si indigna più per questo. E qualche anno fa si sono indignati e c’è scappato il morto – sparato e calpestato a colpi di retromarcia – in una città ripida chiusa da sbarre, un flipper messo in bilico, in mezzo a manifestanti indignati vomitati lì in un sussulto da Piazza Principe; c’è scappato il morto e le persone per bene hanno detto che se l’è meritato; gli stessi per cui Diaz è solo un centravanti che ha giocato con Inter e Avellino.

Il mare, intanto, continua a vomitare a sua volta. E vomita persone senza futuro e che alcuni vorrebbero anche senza presente. E’ un girone di mani protese e sguardi drammatici a mezzobusto; nomi perduti per sempre se nessuno li chiama, quando lo sapevamo anche noi l’odore delle stive e l’amaro del partire. E’ un giorno di vento freddo, di corpi che arrivano sporchi, dimagriti e che, quando va bene, vengono massacrati in qualche CPT e poi rispediti a morire a casa loro.
Ho paura, Rino. Ho paura che a loro serva diffondere l’odio per il debole, il ribrezzo per il disgregato, per il fuori moda, per l’autodeterminato. La mia vita è un inferno, mi spogliano di dignità in ogni momento, mi derubano della vitalità necessaria. Poi li sento, mi scherniscono, deridono, mi comprano la vita e fanno intorno a me terra bruciata.

Come vedi, amico mio, fratello mio, le cose sono cambiate; sono molto cambiate. Te le ho elencate tutte, se non sbaglio. Alcune cose sono cambiate da sole: te lo ricordi il Guccini che non reggevi più? Si è fatto da parte da solo. Non scrive più canzoni, dice che il prossimo disco sarà l’ultimo e già da tempo si fa scrivere canzoni su misura dai beppidati e dai bigazzi, che rispolverano e tirano a lucido i Che Guevara, i Cristoforo Colombo e i Cirani, cavalcano l’alone culturale e spremono le migliori forze vendibili dell’intera carriera di quel “pover’uomo”: politica e cultura, dalla storia alla letteratura; adesso è convinto di essere un bravo scrittore e un bravo ospite alle sagre della bruschetta.
Altre cose ho provato io a cambiarle e ci sono riuscito.
Mi aspettavo molto dai cambiamenti, confidavo. Ma dopo tutte queste cose la sai qual è la novità? Sono ancora solo.

Eh, adesso immagino che avrai sulla faccia una smorfia di riso amaro; lo so che questo non fa altro che esaltare e confermare il motivo che t’aveva spinto a scrivere quella canzone.
Oggi quel cane non ha più nemmeno il cono di luce.
Mi manchi.

Ti voglio bene Rino, tuo Mario

Paolo Talanca - 28/7/2008 - 23:17


in modo tutt'altro che tempestivo, volevo ringraziarvi di aver scelto la mia recensione per documentare questa meravigliosa canzone.
sono contenta di esservi stata in certo modo utile.

saluti,
emanuela liverani

Emanuela Liverani - 6/10/2009 - 17:39


Il Fratello figlio unico è Rino stesso.... ha dichiarato con questa canzone di aver lasciato la massoneria e di esser diventato figlio unico, senza fratelli... gli adepti delle logge massoniche si chiamano fratelli tra di loro...
Tutte le canzoni dell'album omonimo sono canzoni contro la massoneria...e se non avete capito ...cosa diavolo dedicate?

Cippa - 4/2/2014 - 14:26


Suggestiva ipotesi dietrologica, da "Misteri d'Itaglia"... Però - invece di inveire - perchè non la documenti meglio, caro/a Cippa? Tanto sappiamo tutti che non è farina del tuo sacco...

Bernart Bartleby - 4/2/2014 - 14:46


Credo che Cippa faccia riferimento al libro Rino Gaetano, la tragica scomparsa di un eroe

donquijote82 - 4/2/2014 - 16:28


Lo so a cosa si riferiva, ma mi stanno sonoramente sul culo quelli che, come Cippa, infilano commenti con tono saccente e quasi risentito ("...e se non avete capito ...cosa diavolo dedicate?"... ma che cazzo vuoi?), senza citare le fonti e, anzi, come se si trattasse di un loro scoop.

Detto questo, la storia di Rino Gaetano massone ammazzato dalla massoneria ha, secondo me, la stessa credibilità delle scie chimiche e di tante altre inutili teorie complottistiche e bufale che rimbalzano senza sosta nell'immensità della Rete.

Bernart Bartleby - 4/2/2014 - 21:23


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