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La Cantagranda

Ivan Della Mea


Lingue: Italiano, Italiano (Lombardo Brianzolo)

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S'eri là fœura che lavoravi
(anonimo)
Portavérta
(Lorenzo Monguzzi)
Basta y hasta
(Ivan Della Mea)


[2000]
Testo e musica di Ivan della Mea
chitarre di Ivan della Mea e Paolo Ciarchi
Intercalazione del canto popopolare brianzolo del "Cristé".
della-mea- -cantagranda

L'inserimento della "Cantagranda" tra le Canzoni Contro la Guerra è dovuto essenzialmente a due sole strofe di carattere chiaramente antimilitarista (e, in misura minore, anche alla presenza nella lunghissima canzone -diciannove minuti e tre secondi-) di un riferimento alla morte di Giuseppe Pinelli (queste strofe sono evidenziate in neretto). Per il resto, su questa vastissima canzone (il cui testo viene inserito in rete per la prima volta) riporto un mio articolo pubblicato sulle mailing list "Fabrizio" e "Brigatalolli" (e sui newsgroup it.fan.musica.guccini e it.politica) in data 22 luglio 2005.

Ivan Della Mea ha gli stessi anni di Guccini, e di De André. Anche lui di quel 1940 di guerra; è nato un sedici ottobre, curiosamente lo stesso giorno di mia madre (che, pochi giorni fa, lo ha ascoltato per la prima volta in vita sua, con una reazione inaspettata di cui magari parlerò una volta o l'altra). Mi dicono che non stia molto bene di salute, e che non abbia male soltanto all'orologio; sarebbe quindi anche fin troppo facile appiccicare alla "Cantagranda" l'etichetta di testamento. Ma ci son troppe cose che non quadrerebbero in questa presunta etichetta, prima tra le quali il fatto che non contiene proprio nessun lascito, né materiale, né "spirituale" e né tantomeno letterario. Della Mea non ha mai villoneggiato, sbrassensato, poeteggiato smaledettamente o anarcheggiato su un pero, ma ha combattuto, ha lottato come una bestia tirando le sue chitarrate, e continua a farlo. Così facendo, gli è riuscito neanche troppo "en passant" scrivere pure tra le più belle canzoni di vita, e di amore, che siano mai state scritte in questo paese di merda. Ovviamente, come Franco Senia scrisse di Massimiliano Larocca, non ha mai venduto un cazzo; e mi piacerebbe quindi vederlo comparire proprio a un concerto di Massimiliano, uno che scrive cose che talvolta gli somigliano. Vederli magari duettare insieme su "Domani amore andremo" e sull' "Anonimo sovversivo", su Perché mai parlarvi di pace? e su La mia libertà, col Parodi a far da controcanto; e non importa se son voci poco compatibili. In qualche modo si farebbero compatibilare, per la sant'anima di Apollonio di Tiana.

La "Cantagranda" fa parte dell'ultimo album di Ivan Della Mea, cui dà il titolo. E' del 2000. Dura diciannove minuti e tre secondi; come chiamarla? Chiamiamola semplicemente una canzone, una lunghissima canzone densa come una mistura di miele e petrolio. Della Mea non perde tempo a dichiararlo: sin dal primo verso. "Ho tante cose che voglio dire". E quante ne dice; a volte mi è perfino venuto il sospetto che le abbia pure dette tutte, o che vi si sia quantomeno avvicinato. E' una canzone che parla di questo mondo, con un suono "garbato e gentile" che un orecchio attento trova impreziosito da una congerie di strumenti, anche elettronici, e dalla chitarra di Paolo Ciarchi. E', ancora una volta, una canzone che tutto dice fuorché cedimento e rassegnazione; e non è mica facile, con questi chiar di luna, non cedere e non rassegnarsi. E' la descrizione esatta di tutto quel che ci sta passando sotto gli occhi, in questo "mondo che insegna a morire"; dai preti di morte ai "profeti che contano le lire", dalla vita e dalla sua coscienza rimandata, ritardata e annichilita all'annientamento delle cose più belle e degne create dall'essere umano. C'è come natura che si ribella col silenzio e con l'abbandono delle sue caratteristiche (il merlo che tace il suo canto, il salice piangente che non piange più, persino la rosa che si sposa con un fico), il mare che dice al gabbiano di andare a Milano perché oramai è nelle città che si trovano più cose da mangiare (avete mai visto quanti gabbiani volano sulle discariche di spazzatura e sui megaimmondezzai metropolitani?), ma c'è anche chi ancora ha una nave e una scorta di vele "per far memoria passata e presente". Ed è questa la rivolta più efficace, quella che tutti noi saremmo chiamati non solo a compiere, ma ad iniziare in ogni momento. Le cento, le mille, le diecimila rivolte della memoria. Non perdere mai nessun fatto, nessun nome, nessuna storia. Son cose che, un giorno, avranno il loro frutto. Son cose che saranno ficcate nella gola e nel culo dei bastardi che adesso si compiacciono di pontificare, di sbeffeggiare, e di mostrare in ogni attimo e in ogni luogo la loro più intima essenza di servi. Costoro, sembra dire Della Mea, si meritano il potere che li rende schiavi, "ricchi di tutto sì come di nulla"; mal sopportano che qualcuno, ancora, non intenda affatto dichiararsi sconfitto.

Dovrebbero leggersi, costoro, le parole che Della Mea riserva al "povero Dio che piange sconfitto"; perché se c'è proprio uno sconfitto totale in questo mondo, questo è Dio. E più viene invocato vuotamente, più viene biascicato da folle adoranti e puzzolenti di piedi, di acquesante e di televisioni, più viene fatto saltare in aria nelle metropolitane e nelle corti supreme, più viene delegato a sant'uomini che inalano potere dal buco del culo e lo rivomitano dai loro balconi sulle teste del "gregge". Mai parola fu più appropriata. Il mondo è fatto di greggi. Di pecore belanti. E così, quel "povero Dio" non è più neppure morto. E morto e sepolto, finalmente. Altro che cielo: è seppellito nelle viscere della terra. Che vi rimanga fino alla morte del sole, se davvero, come ciarlano quei poveri cialtroni che si dicono "credenti", l'uomo è stato fatto "a sua immagine e somiglianza". Bella immagine e bella somiglianza, non c'è che dire. Ma, del resto, il segno più tangibile e la prova più inconfutabile dell'inesistenza di Dio sono proprio quelle organizzate accozzaglie di infamie, menzogne e oppressione che vanno sotto il nome di "religioni". Nel 1259, poco prima di essere ammazzato, il grande poeta islandese Snorri Sturluson, l'autore dell' "Edda in prosa", coniò per la religione una "kenning" che è il termine più terrificante ed esatto che sia mai stato creato: "þrallagervari", che significa, alla lettera, "facitrice di schiavi".

La verità è che fa male sognare, come dice la "ginestra" che, nel registro variegato della "Cantagranda", Della Mea cava fuori, assieme all' "ermo colle" da cui "non c'è più infinito", da un Leopardi che pare attraversar saltellando l'intero testo (e la "Cantagranda" è forse, nella sua essenza più intima, un' "operetta morale").
Bisognerebbe però vedere attentamente a chi faccia veramente più male sognare, se a chi sogna (altresì definito spesso, sprezzantemente, "utopista" o roba del genere), o a chi non sogna affatto. Se a chi sulle nuvole ci sta perché si è accorto che dall'alto si percepisce immensamente meglio la realtà, o se a chi sbava costantemente di "piedi per terra" senza accorgersi che la terra sulla quale li poggia rischia di essere la sua tomba già da vivo. E la "Cantagranda" appare dedicata proprio alle grandi quantità di morti viventi che vagano per questo pianeta oramai "sacrato al dio denaro, al figlio profitto e al santo spirito d'ogni mercato".

Ma c'è chi continuerà a "cantare coi matti, coi gatti e col mare" e ad avere "il proprio tempo per gioia e dolore". Ci son dei gabbiani che, volando sulle piazze, si accorgeranno ancora di come siano sempre più ricolme di vecchiaia, solitudine e morte, e che vorranno ancora riservare il loro volo ad una speranza che non ha vuoto nome fine a se stesso, ma che si chiama lotta. Che si chiama comunismo, quella cosa in cui Della Mea scopre "un dio che ha creato le cose più belle". Che si chiama anarchia, che è il cognome di Beppe ammazzato da una finestra, che è il cognome di chi va a sfasciare ogni cosa restituendo al potere "un po' del suo disordine e del suo rumore", che è il cognome più diffuso nelle vostre galere di merda. Ma un giorno, come cantava un amico di Della Mea che si chiamava Alfredo Bandelli, se ne farà buon uso, di quelle vostre galere.

Abbiamo ancora, e la cosa vi deve fare una gran rabbia vista la bile che vedo spandere da cistifellee semoventi, uno straccio d'amore per mèta. Abbiamo ancora una coscienza che si fa sempre più precisa più viene presa a calci, assieme alla sua sorella e compagna memoria. Una coscienza che non si vergogna affatto, pur fra mille diversità di origine, di formazione, di cultura e di esperienze, a definirsi ancora di classe. E se Della Mea, assieme a tanti altri, ha visto "il viale di ogni tramonto di una classe chiamata operaia" (qui parla soltanto di tramonto, ma in un'altra terribile canzone, parla assai più semplicemente della "Gran classe morta dei compagni che già libera il suo No"), vorrà dire che prenderò a prestito da Antonio Negri e Michael Hardt l'adeguamento del concetto di proletariato ad un'ampia categoria che comprende tutti coloro il cui lavoro è direttamente o indirettamente sfruttato e soggetto alle norme capitalistiche di produzione e riproduzione. Parliamo un linguaggio che non vi potete neanche minimamente immaginare coi vostri cervelli a forma di sonerìa.
Queste mie parole siano quindi anche il mio definitivo distacco da quelle voci che oramai mi stonano troppo, che oramai cominciano a disgustarmi nel profondo e la cui presunta "saggezza" mi fa non solo vomitare, ma ridere e ridere:

E ho visto il mondo della canzone
far di versetti contanti sonanti,
ci riesce meglio, c'è più ispirazione,
los compañeros son tutti cantanti.

E ho fatto i cori di rivoluzione,
pure una nota da sempre stonava,
là tra le voci con grande passione
c'era il potere e cantava, cantava

Con voce chiara, decisa, scandita,
ma senza il blues che è dentro all'amore,
che rende al canto un segno di vita,
per dire gioia, per dire dolore.

E, sempre prendendo a prestito l'opera di Negri e Hardt, sembra di leggere in queste parole "dall'interno" di Ivan Della Mea la stessa definizione del "biopotere", vale a dire una forma di potere che "regola il sociale dall'interno, inseguendolo, interpretandolo, assorbendolo e riarticolandolo. Il potere può imporre un comando sull'effettiva vita della popolazione solo nel momento in cui diviene una funzione vitale e integrale che ogni individuo comprende in sé e riattiva volontariamente." E non si creda che queste parole "stonino" parlando di una canzone; del resto, gli stessi Negri e Hardt hanno apposto come exergo ad "Impero" un verso di una canzone. Di Ani DiFranco, per la precisione. Dice: "Qualsiasi arnese diventa un'arma se lo si maneggia bene".

Ivan Della Mea sa maneggiare bene la sua arma, e quella sua "chitarra d'antica protesta" cui chiede "solo la corda ben tesa per dare suoni di gioia e di festa" nella strofa finale di questa "Cantagranda" multicolore -anche nel suo linguaggio frammisto d'antiche assonanze lucchesi e lombarde. Non è certo un caso che vi sia intercalato l'antico canto di questua che accompagnava il rito del "Cristé", in Brianza, descritto da Maria Adelaide Spreafico in "Canti popolari della Brianza" (Varese 1959) e per il quale riprendo il commento da "La musica dell'altra Italia":

"Nella settimana santa, due ragazzi del paese con una croce in mano su cui stanno infissi gli emblemi della Passione ed un cestello sotto il braccio in cui verrà deposto quanto verrà loro offerto, uova, frutta od altro, passano di casa in casa a cantare il "Cristé" e a benedire, toccando con la croce il soffitto del locale in cui verranno allevati i bachi da seta, il prodotto dei bozzoli".
Ho tante cose che voglio dire,
a volo d’ape o di vispa Teresa,
mi serve un suono garbato e gentile
perché il canto sia grande alla stesa.

Ho visto posti vicini e lontani,
ho visto un mondo che insegna a morire,
ho visto preti mangiare cristiani
e i profeti contavan le lire.

Ho visto Itaca tornare a Ulisse,
ho visto Ulisse tornare al suo mare,
“Quando io torno, io parto”, mi disse,
“E quando parto io debbo tornare.”

Ho visto muri di pietra e fatica
tirare sere di veglie costanti,
lì la parola è piana ed è amica,
dice sapienze e sospiri amanti.

E ho visto i denti di ruspe lascive
morire i muri lisciati da mani,
sorti magnifiche e progressive
ci fanno orfani d’ieri e domani.

Ho visto bimbi traditi già in culla,
pronti alla vita verso i quarant’anni,
ricchi di tutto sì come di nulla,
vittime forse, e forse tiranni.

O donn semm chí a cantà 'l Cristé
de fà 'ndà ben i cavalé
se me darì on quaj uvètt
farem 'ndà ben anca i galètt
se me darì un palancún
farem 'ndà ben anca i marsciún.
O donn semm chí a cantà 'l Cristé
de fà 'ndà ben i cavalé.

Ho visto un suono senza campana
e un’averla cercar la sua rama,
diceva, “Al vespro non c’è più magia
se anche l’ave non trova a Maria.”

Ho visto il merlo tacere il suo canto,
ho visto il salcio smarrire il suo pianto,
ho visto rosa del rosa più antico,
andare a sposa di maggio col fico.

Ho visto un uomo vestito di bianco,
quasi ogni giorno lui viene da me:
mi dice: “Sai, ti vedo un po’ stanco,
ho un posto bianco apposta per te.”

“Non posso”, dico, “io debbo andare,
non ho alpeggi e mi vivo pastore,
canto coi matti, coi gatti, col mare,
ho un tempo mio per gioia e dolore.

E ho una nave, e ho vele di scorta
per far memoria passata e presente,
forza Giuàn, ché l’idea non è morta,
chi è compagno è folle e cosciente.”

Ma la ginestra mi dice: “Pastore,
dall’ermo colle non c’è più infinito,
l’errore errante è errare per ore,
e fare sera col fiore passito.”

Dammi, ginestra, un vento levante,
e la ventura io levo dal sogno.
“Come ti chiami, pastore cantante?”
“Di nome Niente, cognome Bisogno”.

Ma so le notti ridenti alla vista,
di cieli fondi tra punti di stelle,
scoprire un dio nel mio comunista
che ha creato le cose più belle.

Povero Dio, che piange sconfitto
in ogni banca che l’uomo ha sacrato
al dio denaro e al figlio profitto
e al santo spirito d’ogni mercato.

“La verità”, mi dici, o ginestra,
“è che fa male, fa male sognare,
non si può dir ‘stagion gli è, sa, cotesta’,
e l’avvenire”, mi dice, “è già grave.”

O donn semm chí a cantà 'l Cristé
de fà 'ndà ben i cavalé
se me darì on quaj uvètt
farem 'ndà ben anca i galètt
se me darì un palancún
farem 'ndà ben anca i marsciún.
O donn semm chí a cantà 'l Cristé
de fà 'ndà ben i cavalé.

Ho visto il mare gridare al gabbiano:
“Per altri lidi convien che tu vada,
qui muori spento, è meglio a Milano,
ci trovi il tuo in ogni contrada.”

E il gabbiano volò sulla piazza
dei vecchi e soli che frullan le dita,
chi ammazza il tempo la mente si ammazza,
non è così che si ammazza la vita.

E ho visto il giorno dei passi perduti
senza uno straccio d’amore per mèta,
il tempo svelto smarrisce i saluti
il baco solo fa sola la seta.

E ho visto il viale di ogni tramonto
di una classe chiamata operaia,
storia e memoria non fan più di conto,
restan gli avanzi di satira gaia.

E a meriggiare si fan sceme l’ore,
dice l’esubero senza lavoro,
alla miseria che rima in dolore
non c’è poeta che renda decoro.

E ho rivisto la rosa sposata
senza profumo e petali gnécchi,
sposare un fico non è ben pensata,
se non sei noce e i fichi son secchi.

E ho visto il mondo della canzone
far di versetti contanti sonanti,
ci riesce meglio, c’è più ispirazione,
los compañeros son tutti cantanti.

E ho visto un segno della poesia
chiedere al braccio un’ultima vena
addio pazienza, così è, così sia,
non è così che si ammazza la pena.

E ho visto Beppe, cognome Anarchia,
ucciso a schianto da una finestra,
per chi sa il vero la sorte è più ria,
è un pentito che gli spara in testa.

E ho visto i nostri tutori di pace
i bianchi armati più duri e più tecchi
dare la guerra a chi già soggiace,
non eran bianchi i lanzichenecchi?

Sì come bianca è la nostra violenza,
sì come bianca è la nostra cultura,
perché la pace divenga coscienza
tocca negare la nostra natura.


Ma tu ancora mi dici, o ginestra:
“Quanto fa male, fa male sognare”.
Io duro sogno di carne, di testa
la Cantagranda può ancora cantare.

O donn semm chí a cantà 'l Cristé
de fà 'ndà ben i cavalé
se me darì un quei uvètt
farem 'ndà ben anca i galètt
se me darì un palancún
farem 'nda ben anca i marciún.
O donn semm chí a cantà 'l Cristé
de fà 'ndà ben i cavalé.

E ho fatto i cori di rivoluzione,
pure una nota da sempre stonava,
là tra le voci con grande passione
c’era il potere e cantava, cantava

Con voce chiara, decisa, scandita,
ma senza il blues che è dentro all’amore,
che rende al canto un segno di vita,
per dire gioia, per dire dolore.

Per dire rabbia e malinconia,
la donna all’uomo, la loro stagione,
il ritmo è storia, il suono è poesia,
e il canto infine può dare ragione

al Calendimaggio di ozio e lentezza
del tempo nostro per la nostra vita,
questa canzone mai sarà finita,
e non ci attrista alcuna certezza.

E alla chitarra d’antica protesta
io chiedo solo la corda ben tesa
per dare suoni di gioia e di festa
sia Cantagranda e si canti alla stesa.

inviata da Riccardo Venturi - 22/7/2005 - 19:40




Lingua: Italiano

Versione italiana del "Cristé"
da "La Musica de L'altra Italia"
Donne siamo qui a cantare il "Cristé"
per far andare bene i bachi da seta
se mi darete qualche uovo
faremo andare bene anche i bozzoli
se mi darete una palanca
faremo andar bene anche i bozzoli marci.
Donne siamo qui a cantare il "Cristé"
per far andare bene i bachi da seta

5/10/2005 - 15:43




Lingua: Francese

Version française – GRANDCHANT – Marco Valdo M.I. – 2010
Chanson italienne – La Cantagranda – Ivan Della Mea – 2000

L'insertion de « Grandchant » dans les CCG est due essentiellement à deux strophes au caractère clairement antimilitariste (et, dans une moindre mesure, aussi à la présence dans cette très longue chanson – dix neuf minutes et trois secondes – d'une allusion à la mort de Giuseppe Pinelli (Ces strophes sont en gras). Pour le reste, à propos de ces très vaste chanson (dont le texte est ins&éré pour la première fois sur le net) je reprends un article publié le 22 juillet 2005.

Ivan Della Mea est des mêmes années que Guccini et que De André. Lui aussi de 1940, année de guerre; il est né un seize octobre, curieusement le même jour que ma mère (qui il y a quelques jours, l'a écouté pour la première fois de sa vie...) On me dit qu'il n'est pas très bien et qu'il n'a pas seulement mal à sa tocante; il serait cependant trop facile d'accrocher à « Grandchant »l'étiquette de testament. Della Mea n'a jamais villonné, brassensé, poétisé … mais s'est battu, a lutté comme une bête en tirant ses guitarades, et il continue à le faire. En faisant ainsi, il est arrivé même « en passant » d'écrire certaines parmi les plus belles chansons de vie et d'amour qui aient jamais été écrites dans ce pays de merde. …

Le « Grandchant » fait partie du dernier album d'Ivan Della Mea, auquel il donne son titre. Il est de 2000. Il dure dix-neuf minutes et trois secondes, comment l'appeler ? Appelons-le simplement une chanson, une très longue chanson dense somme un mélange de miel et de pétrole. Della Mea ne perd pas de temps pour le dire; dès le premier vers : « Il y a tant de choses que je veux dire ». Et il en dit; parfois, j'ai l'idée qu'il les a dites toutes ou qu'au moins, il s'en est approché. C'est une chanson qui parle de ce monde, avec un son « doux et aimable »... C'est encore une fois une chanson de capitulation et de résignation; et ce n'est pas facile, avec ce clair de lune, de ne pas céder et de ne pas se résigner. C'est la description exacte de tout ce qui se passe sous nos yeux, dans ce monde qui « enseigne à mourir »; des prêtres de mort aux « prophètes qui comptent les lires », de la vie à la conscience renvoyée, retardée et annihilée par l'anéantissement des choses les plus belles et les plus dignes créées par l'être humain. C'est comme la nature qui se rebelle en silence et par l'abandon de ses caractéristiques (le merle qui tait son chant, le saule pleureur qui ne pleure plus, jusqu'à la rose qui épouse un figuier [ lequel est aussi un « minet », un « poseur », un « m'as-tu vu ? »...]), la mer qui dit à la mouette d'aller à Milan car désormais c'est dans les villes qu'on trouve le plus de choses à manger [Milan ???? le plus de choses à manger? Il y en a qui en savent quelque chose...] (Avez-vous jamais vu combien de mouettes volent au dessus des décharges et des mégadépôts d'immondices métropolitains?), mais il y a celui qui a encore un bateau et une réserve de voiles « Pour graver la mémoire du passé et du présent ». Et c'est là la révolte la plus efficace, celle que nous serons tous appeler à accomplir, mais aussi à chaque instant. Les cent, les mille, les dix mille révoltes de la mémoire.

Ne jamais perdre aucun fait, aucun nom, aucune histoire. Ce sont des choses qui, un jour, donneront leur fruit. Ce sont des choses que l'on foutra dans la gueule et dans le cul de ces bâtards qui maintenant se complaisent à pontifier, à ironiser et à montrer à tout moment et en tout lieu leur plus intime essence de serviteurs. Ceux-là, semble dire Della mea, méritent le pouvoir qui les rend esclaves, « riches de tout et de rien »; ils supportent mal que quelqu'un, encore, n'entend pas se déclarer vaincu.

Ils devraient lire, ceux-là, les mots de Della Mea réserva au « pauvre dieu qui pleure déconfit »; car s'il y a bien dans ce monde un vaincu total dans ce monde, c'est Dieu. Et plus il est invoqué à vide, plus il est mâchonné par des foules adorantes et puantes de pieds, d'eaux bénites et de télévisions, plus il est jeté dans les métros et les cours suprêmes, plus il est représenté par de saints hommes qui inhalent le pouvoir du trou du cul et le revomissent de leurs balcons sur les têtes des « ouailles ». Jamais mot ne fut plus approprié. Le monde est fait d'ouailles, de brebis bêlantes. Et ainsi, ce « pauvre Dieu »N'est même plus mort. Il est mort et enterré, enfin. Ailleurs qu'au Ciel : dans les viscères de la terre. Qu'il y reste jusqu'à la mort du soleil, si vraiment, comme jacassent ces pauvres
nullards qui se disent « croyants », « l'homme a été fait à son image et à sa ressemblance ». Belle ipage, belle ressemblance, il n'y a pas à dire. Mais du reste, le signe le plus tangible et la preuve la plus irréfutable de l'inexistence de Dieu sont justement ces ramassis d'infamies, de mensonges et d'oppressions qui circulent sous le nom de « religions ». En 1259, peu avant d'être assassiné, le grand poète islandais Snorri Sturluson, l'auteur de l' « Edda en prose », créa pour la religion une « kenning »qui est la désignation la plus terrifiante et la plus exacte qui fut jamais : «  þrallagervari », qui signifie, à la lettre, « faiseuse d'esclaves ».

La vérité est que ça fait mal de rêver, comme dit le « genêt » qui, dans le registre bigarré du « Grandchant », Della Mea tire, avec « le col isolé »d'où « il n'y a plus d'infini », de Leopardi qui semble traverser en sautillant l'ensemble du texte (et le « Grandchant » est sans doute dans son essence une « opérette morale »).
Il faudrait pourtant voir précisément à qui fait vraiement le plus mal de rêver, si c'est à qui rêve ( autrement défini souvent, avec mépris, « utopiste » ou quelque chose du genre), ou à celui qui ne rêve jamais. Si c'est à qui est dans les nuages car il s'est aperçu que du haut on perçoit immensément mieux la réalité, ou si c'est à celui qui bavarde constamment de « pieds sur terre » sans se rendre comppte que la terre sur laquelle il se pose risque d'être sa tombe vivante. Et le « Grandchant » pazraît justement dédié à ces grandes quantités de morts-vivants qui vaguent sur cette planète désormais « consacrée Au dieu argent, au fils profit Et au saint esprit du marché».

Mais il y a celui qui continuera à « chanter avec les fous, avec les chats et avec la mer » et à avoir « son propre temps pour la joie et la douleur ». Il y a des mouettes qui, volant par dessus les palces, s'apercevront qu'elles sont toujours plus emplies de vieillesse, de solitude et de mort, et voudront encore réserver leur vol à une espérance … qui s'appelle lutte. Qui s'appelle « communisme », cette chose dans laquelle Della Mea découvre « un dieu qui a créé les choses les plus belles ». Celui qui s'appelle Anarchie, dont le nom est Beppe tué par une fenêtre, qui est le nom de celui qui va défaire toute chose en restituant au pouvoir « un peu de son désordre et de son bruit », qui est le nom le plus répandu dans vos prisons de merde. Mais un jour, comme chantait un ami de Della Mea qui s'appelait Alfredo Bandelli, on en fera bon usage de vos prisons.
Nous avons encore, et la chose doit vous mettre en grande rage vu la bile que je vois couler des vésicules automobiles, un lambeau d'amour pour moyen. Nous avons encore une conscience qui se fait toujours plus précise plus on la frappe, avec sa soeur et camarade mémoire. Une consicence qui n'a pas honte du tout, bien que issue de mille origines , fomrations, cultures et expériences, à se définir de « classe ». Et si Della Mea , avec tant d'autres, a vu « Et j'ai vu le déclin
D'une classe dite ouvrière » 'ici il parle seulement de déclin, mais dans une autre chanson terrible, il parle plus simplment de la « Grande classe morte des camarades... »)...


Ivan Della Mea sait utiliser son arme et sa « guitare d'ancienne protestation » à qui il demande «  seulement la corde bien tendue Pour donner des sons de joie et de fête » dans la strophe finale de ce « Grandchant » multicolore – aussi dans son langage parsemé de vieilles assonances lucchaises et lombardes. Ce n'est certes pas un hasard s'il y a intercalé l'ancien chant de quête qui accompagnait le rite du « Cristé », en Brianza...


Quant à la « Vispa Teresa », dit Marco Valdo M.I., c'est d'abord une comptine enfantine – dont l'autre titre est « Petit papillon », mais aussi une chanson moins innocente où la Vispa est une « guêpe » (elle est fine la guêpe) un peu piégée par la vie... Voir l'histoire récitée par Andrea Camilleri. C'est une chanson dès lors présente dans le folklore dès l'école et dont apparemment, on se souvient bien des années plus tard.
GRANDCHANT

Il y a tant de choses que je veux dire,
au vol comme l'abeille ou la vispa Teresa,
J'utilise un son doux et gentil
Pour que mon chant soit d'une grande longueur.

J'ai vu des lieux proches et lointains
J'ai vu un monde qui enseigne à mourir,
J'ai vu des prêtres manger des chrétiens
Et des prophètes compter les lires.

J'ai vu Ithaque revenir à Ulysse,
J'ai vu Ulysse retourner à sa mer,
« Quand je rentre, je pars », me dit-il,
« Et quand je pars, il me faut rentrer. »

J'ai vu des murs de pierre et je fatigue
À tirer des soirs de veilles constantes,
Là la parole est plane et amie,
Elle dit des choses sages et des soupirs aimants.

Et j'ai vu des dents d'excavatrices lascives
Crever les murs lissés à la main,
Des résultats magnifiques et des progrès
Y font des orphelins d'hier et demain.

J'ai vu des enfants trahis au berceau
Prêts pour la vie à quarante ans,
Riches de tout et de rien,
Victimes peut-être, peut-être tyrans.

Mesdames nous venons chanter ici le « christ »
Pour mener à bien les vers à soie
Si vous donnez un œuf
Nous ferons réussir aussi les cocons
Si vous donnez un sou
Nous guérirons les cocons malades
Mesdames nous venons chanter ici le « christ »
Pour mener à bien les vers à soie.

J'ai vu une cloche sans son
Et une pie-grièche chercher sa branche,
Elle disait : « À la vêprée, il n'y a plus de magie
Si même l'Ave ne trouve pas Marie. »

J'ai vu le merle taire son chant,
J'ai vu le saule tarir son pleur,
J'ai vu la rose du plus vieux rosier,
Se marier en mai avec le figuier.

J'ai vu un homme vêtu de blanc,
Venir presque chaque jour chez moi
Me dire : « Tu sais, je te vois un peu fatigué,
J'ai une place blanche exprès pour toi »

« Je ne peux pas », dis-je, « je dois avancer,
Je n'ai pas d'alpage et je suis berger,
Je chante avec les fous, les chats et la mer,
J'ai un temps pour la joie et un temps pour la douleur.

Et j'ai un bateau, et j'ai des voiles de secours
Pour graver la mémoire du passé et du présent,
Forza Giuan, car l'idée n'est pas morte,
Qui est camarade est fou et conscient. »

Mais le genêt me dit : « Berger,
Du col isolé, il n'y a plus d'infini
L'erreur errante est d'errer pendant des heures
Et de faire du vieux avec la fleur passée. »

Donne-moi, genêt, un vent levant,
Et l'aventure je l'ôte du rêve.
« Comment t'appelles-tu, berger chantant ?
Prénom : Rien, Nom : Besoin. »

Je connais les nuits souriantes à la vue
De ciels profonds parsemés d'étoiles,
J'ai découvert dans mon dieu communiste,
Un dieu qui a créé les plus belles choses.

Pauvre Dieu, qui pleure déconfit
Dans chaque banque que l'homme a consacré
Au dieu argent, au fils profit
Et au saint esprit du marché.

« La vérité », me dis-tu, ô saule,
«  Est que ça fait mal, fait mal de rêver,
On ne peut dire « La saison est ainsi
Et l'avenir », me dit-il, « est déjà grave. »

Mesdames nous venons chanter ici le « christ »
Pour mener à bien les vers à soie
Si vous donnez un œuf
Nous ferons réussir aussi les cocons
Si vous donnez un sou
Nous guérirons les cocons malades
Mesdames nous venons chanter ici le « christ »
Pour mener à bien les vers à soie.

J'ai vu la mer crier à la mouette
« Il est préférable que tu ailles à d'autres plages
Ici tu meurs éteint, c'est mieux à Milan
Tu y trouves ton content dans chaque quartier. »

Et la mouette vole au-dessus de la place
Des vieux et solitaires qui agitent leurs doigts,
Qui tue le temps, tue son esprit
Ce n'est pas ainsi qu'on achève la vie.

Et j'ai vu le jour des pas perdus
Sans un brin d'amour pour but,
Le temps vif égare les saluts
Seul le vers fait seulement la soie.

Et j'ai vu le déclin
D'une classe dite ouvrière,
Histoire et mémoire ne comptent plus,
Restent des bribes de satire gaie.

Et à siester les heures s'abêtissent,
Dit le surnuméraire sans travail,
Pour la misère qui rime avec douleur,
Il n'est pas de poète qui rende l'honneur.

Et j'ai revu la rose mariée
Sans parfum et aux pétales fanés
Épouser un figuier n'est pas une bonne idée
Si tu n'es pas de noix et les figues sont sèches.

J'ai vu le monde de la chanson
Faire des versets sonnants et trébuchants,
On gagne mieux, il y a plus d'inspiration,
Los compañeros sont tous chantants.

Et j'ai vu un signe de la poésie
Demander au bras une dernière veine
Adieu patience, c'est ainsi, qu'ainsi ce soit,
Ce n'est pas ainsi qu'on assomme la peine.

Et j'ai vu Beppe, de son nom Anarchie,
Tué avec fracas par une fenêtre
Pour qui sait la vérité, son destin est plus pervers
C'est un repenti qui lui tira dans la tête.

Et j'ai vu nos tuteurs de paix
Les blancs armés plus durs et plus prospères
Porter la guerre chez qui déjà succombe
N'étaient-ils pas blancs les lansquenets ?

Tout comme blanche est notre violence,
Tout comme est blanche notre culture,
Puisque la paix découle de la conscience,
Il reste à nier notre nature.

Mais toi, ô genêt, tu me dis encore :
« Comme ça fait mal, fait mal de rêver. »
Moi, rêve dur de chair , de tête
Le Grandchant peut encore chanter.

Mesdames nous venons chanter ici le « christ »
Pour mener à bien les vers à soie
Si vous donnez un œuf
Nous ferons réussir aussi les cocons
Si vous donnez un sou
Nous guérirons les cocons malades
Mesdames nous venons chanter ici le « christ »
Pour mener à bien les vers à soie.

Et j'ai chanté les chœurs de la révolution
Pourtant de toujours une note sonnait faux
Là, entre les voix de grandes passions
Perçait le pouvoir et il chantait, il chantait

D'une voix claire, décidée, scandée,
Mais sans le bleu qu'on trouve dans l'amour,
Qui donne au chant un signe de vie,
Pour dire la joie, pour dire la douleur.

Pour dire la rage et la mélancolie,
La femme à l'homme, leur saison,
Le rythme est histoire, le son est poésie,
Et le chant enfin donne raison

Aux Calendes de mai d'oisiveté et de lenteur
De notre temps pour notre vie.
Cette chanson ne sera jamais finie
Et aucune certitude ne nous attriste,

Et à ma guitare d'ancienne protestation
Je demande seulement la corde bien tendue
Pour donner des sons de joie et de fête
À Grandchant et à des chants aux grandes aires.

inviata da Marco Valdo M.I. - 20/2/2010 - 16:40


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