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La ballata di Franco Serantini

Canzoniere del Proletariato


Lingua: Italiano


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[1972]
Composta da Piero Nissim sulla morte di Franco Serantini, il giovane anarchico ventenne ucciso a Pisa dalla polizia il 5 maggio 1972. Ringraziamo Donato Landini per la precisazione autoriale.
Piero Nissim.
Piero Nissim.

Sull'aria de Le ultime ore e la decapitazione di Sante Caserio di Pietro Cini.

Pisa, maggio 2012. Quarant'anni dopo e un bicchiere di vino.
Pisa, maggio 2012. Quarant'anni dopo e un bicchiere di vino.


Il video S'era tutti sovversivi dedicato a Franco Serantini. Si veda anche il dossier su A - rivista anarchica.


Franco Serantini. Anarchico. 1951-1972.
Franco Serantini. Anarchico. 1951-1972.

Franco Serantini (il suo nome di battesimo era Francesco) nasce il 16 luglio 1951 a Cagliari. Abbandonato al brefotrofio vi rimane fino all'età di due anni quando viene adottato da una coppia senza figli. Dopo la morte della madre adottiva è dato in affidamento ai "nonni materni", con i quali vive, a Campobello di Licata in Sicilia, fino al compimento dei nove anni quando è trasferito di nuovo in un istituto d'assistenza a Cagliari.

Nel 1968 è inviato all'Istituto per l'osservazione dei minori di Firenze e da qui -pur senza la minima ragione di ordine penale- destinato al riformatorio di Pisa "Pietro Thouar" in regime di semilibertà (deve mangiare e dormire in istituto). A Pisa, dopo la licenza media alla scuola statale Fibonacci, frequenta la scuola di contabilità aziendale. Con lo studio e la conoscenza di nuovi amici incomincia a guardare il mondo con occhi diversi e ad avvicinarsi all'ambiente politico della sinistra frequentando le sedi delle Federazioni giovanili comunista e socialista, passando da Lotta continua fino ad approdare, nell'autunno del 1971, al gruppo anarchico "Giuseppe Pinelli" che ha la sede in via S. Martino al numero civico 48.
Insieme a tanti altri compagni è impegnato in tutte le iniziative sociali di quegli anni, come l'esperienza del "Mercato rosso" nel quartiere popolare del Cep, in molte azioni antifasciste e, infine e nell'accesa discussione che la candidatura di protesta di Pietro Valpreda ha innescato nel movimento anarchico. Il 5 maggio 1972 partecipa al presidio antifascista indetto da Lotta continua a Pisa contro il comizio dell'on. Giuseppe Niccolai del Movimento Sociale Italiano. Il presidio viene duramente attaccato dalla polizia; durante una delle innumerevoli cariche Franco viene circondato da un gruppo di celerini del Secondo e del Terzo plotone della Terza compagnia del I Raggruppamento celere di Roma, sul lungarno Gambacorti, e pestato a sangue.
Successivamente viene trasferito prima in una caserma di polizia e poi al carcere Don Bosco, dove, il giorno dopo, viene sottoposto ad un interrogatorio, durante il quale manifesta uno stato di malessere generale che il Giudice e le guardie carcerarie e il medico del carcere non giudicano serio.

Il 7 maggio, dopo due giorni di agonia, Serantini viene trovato in coma nella sua cella, trasportato al pronto soccorso del carcere muore alle 9,45.

Il pomeriggio dello stesso giorno le autorità del carcere cercano di ottenere dal Comune l'autorizzazione al trasporto e al seppellimento del cadavere. L'ufficio del Comune rifiuta, mentre la notizia della morte di Serantini si diffonde in tutta la città. Luciano Della Mea, antifascista e militante storico della sinistra pisana, decide insieme all'avvocato Massei di costituirsi parte civile. Il giorno dopo si svolge l'autopsia: l'avvocato Giovanni Sorbi, esce dalla sala dell'obitorio dell'Ospedale di Santa Chiara e ricorda: "È stato un trauma assistere all'autopsia, veder sezionare quel ragazzo che conoscevo. Un corpo massacrato, al torace, alle spalle, al capo, alle braccia. Tutto imbevuto di sangue. Non c'era neppure una piccola superficie intoccata. Ho passato una lunga notte di incubi".

I suoi funerali il 9 maggio 1972 vedono una grande partecipazione popolare. Al cimitero, Cafiero Ciuti, un anziano militante anarchico, tiene l'ultimo discorso di commiato. In piazza S. Silvestro il 13 maggio del 1972 dopo una grande manifestazione indetta da Lotta continua con un comizio conclusivo di Gianni Landi per gli anarchici e di Adriano Sofri per Lotta continua viene apposta all'ingresso del palazzo Thouar, che è stata l'ultima abitazione di Franco, una lapide in suo ricordo. Le manifestazioni e le iniziative per ricordare Serantini si rinnovano, anno dopo anno, a Torino gli viene dedicata una scuola, nel 1979 a Pisa nasce la biblioteca omonima e nel 1982 in piazza S. Silvestro, ribattezzata nel frattempo piazza Serantini, viene inaugurato un monumento donato dai cavatori di Carrara.

Le indagini per scoprire i responsabili della morte di Serantini affogano nella burocrazia giudiziaria italiana e nei "Non ricordo" degli ufficiali di PS presenti al fatto. I sessanta uomini del Secondo e del Terzo plotone della Terza compagnia del I Raggruppamento celere di Roma che sono i protagonisti della vicenda scompaiono nelle nebbie delle stanze della magistratura. Ma la vicenda di Serantini rimane all'attenzione dell'opinione pubblica: attraverso una costante campagna stampa dei giornali anarchici, di Lotta continua, del movimento, di quelli democratici, dei comitati "Giustizia per Franco Serantini" e infine del libro di Corrado Stajano, "Il sovversivo. Vita e morte dell'anarchico Serantini", uscito nel 1975, si è potuto conoscere e mantenere in vita la memoria di un ragazzo assassinato in una strada dell'Italia dei primi anni Settanta che credeva nella libertà, nella giustizia e in un mondo migliore.
Era il sette di maggio, giorno delle elezioni,
e i primi risultati giungon dalle prigioni.
C’era un compagno crepato là,
era vent’anni la sua età
C'era un compagno crepato là,
era vent'anni la sua età.


Solo due giorni prima parlava Niccolai,
Franco era coi compagni, decisi più che mai:
«Cascasse il mondo sulla città
quell’assassino non parlerà."
«Cascasse il mondo sulla città
quell’assassino non parlerà."


L’avevano arrestato, lungarno Gambacorti,
gli sbirri dello Stato lo ammazzano dai colpi:
«Rossa marmaglia, devi capir
se scendi in piazza si può morir!"
«Rossa marmaglia, devi capir
se scendi in piazza si può morir!"


E dopo, nelle mani di Zanca e di Ballardo,
continuano quei cani, continuano a pestarlo:
"Te l’ho promesse sei mesi fa»,
gli dice Zanca senza pietà.
"Te l’ho promesse sei mesi fa»,
gli dice Zanca senza pietà.


Rinchiuso come un cane, Franco sta male e muore.
Ma arriva alla prigione solo un procuratore:
domanda a Franco: « Perché eri là?"
“ Per un’idea: la libertà."
domanda a Franco: « Perché eri là?"
“ Per un’idea: la libertà."


Poi tutt’a un tratto han fretta: da morto fai paura;
scatta l’operazione « rapida sepoltura »:
«E' solo un orfano, fallo sparir,
nessuno a chiederlo potrà venir».
«E' solo un orfano, fallo sparir,
nessuno a chiederlo potrà venir».


Ma invece è andata male, porci vi siete illusi,
perché al suo funerale tremila pugni chiusi
eran l’impegno, la volontà
che questa lotta continuerà.
Eran l’impegno, la volontà
che questa lotta continuerà.


Era il sette di maggio, giorno delle elezioni,
e i primi risultati giungan dalle prigioni.
C’era un compagno crepato là,
era vent’anni la sua età.
C’era un compagno crepato là,
per un'idea: la libertà.

inviata da Riccardo Venturi




Lingua: Francese

Version française – La Ballade de Franco Serantini – Marco Valdo M.I. – 2008
Chanson italienne - La ballata di Franco Serantini – Canzoniere del Proletariato

seramon


C'est l'histoire d'un jeune homme, orphelin, qui s'en fut manifester contre la venue à Pise d'un député fasciste, le dénommé Niccolai. Il a rencontré les “forces de l'ordre”; tabassé, il agonisa en prison deux jours, puis il mourut de ses blessures, sans soin. On voulut cacher l'horreur en l'enterrant en cachette, en cachant son corps dans la terre... Vite, vite... C'était compter sans ses camarades, sans cette solidarité des opprimés... Ils lui firent des funérailles aux poings levés. Le 9 mai 1972. Depuis, la guerre contre les pauvres, contre les libertaires continue... Il s'appelait Franco Serantini. Il était né à Cagliari, il avait vingt ans, il est mort anarchiste.
LA BALLADE DE FRANCO SERANTINI

On était le sept mai, jour des élections
et les premiers résultats parvenaient des prisons
Il y avait un camarade crevé là-bas,
il avait vingt ans d'âge.
Il y avait un camarade crevé là-bas,
il avait vingt ans d'âge.


Deux jours avant seulement Niccolai parlait,
Franco était avec ses compagnons, décidés plus que jamais
“Que le monde tombe sur la ville,
Cet assassin ne parlera pas.”
“Que le monde tombe sur la ville,
Cet assassin ne parlera pas.”


Ils l'avaient arrêté sur le quai de l'Arno,
les flics de l'État le rouèrent de coups:
“Marmaille rouge, tu dois comprendre
que si tu descends dans la rue, tu peux mourir !”
“Marmaille rouge, tu dois comprendre
que si tu descends dans la rue, tu peux mourir !”


Et après, dans les mains de Zanca et de Ballardo,
Ils continuent ces chiens, ils continuent à le tabasser:
“Je te l'ai promis il y a six mois”,
lui dit Zanca sans pitié.
“Je te l'ai promis il y a six mois”,
lui dit Zanca sans pitié.


Enfermé comme un chien, Franco se trouve mal et meurt.
Mais un seul procureur vient à la prison :
Il demande à Franco : “Pourquoi es-tu ici ?”
“Pour une idée, la liberté.”
Il demande à Franco : “Pourquoi es-tu ici ?”
“Pour une idée, la liberté.”


Puis tout a accéléré d'un coup; mort, il fait peur.
Ils déclenchent l'opération “sépulture rapide”:
“C'est seulement un orphelin, fais-le disparaître,
personne ne viendra le réclamer”.
“C'est seulement un orphelin, fais-le disparaître,
personne ne viendra le réclamer”.


Mais au contraire ça a été mal, porcs, vous vous êtes trompés,
car à son enterrement trois mille poings fermés
martelaient l'engagement, la volonté
que cette lutte continue.
Martelaient l'engagement, la volonté
que cette lutte continue.


On était le sept mai, jour des élections,
et les premiers résultats arrivaient des prisons.
Il y avait un camarade crevé là-bas,
Il avait vingt ans d'âge.
Il y avait un camarade crevé là-bas
pour une idée: la liberté.

inviata da Marco valdo M.I. - 14/9/2008 - 23:41





Μετέφρασε στα Ελληνικά ο Ρικάρντος Βεντούρης
28.6.2013

Πἰζα, 12.5.2012. Οι Αναρχικοί για Φράγκο Σεραντἰνι.
Πἰζα, 12.5.2012. Οι Αναρχικοί για Φράγκο Σεραντἰνι.
Η ΜΠΑΛΑΝΤΑ ΤΟΥ ΦΡΑΓΚΟ ΣΕΡΑΝΤΙΝΙ

Ήταν στις επτά του Μάιου, τη μέρα των εκλογών,
τα πρώτα αποτελέσματα φτάνουν απ' τις φυλακές.
Υπήρχε σύντροφος που πέθανε 'δω
και μόνον ήταν είκοσι χρονώ.
Υπήρχε σύντροφος που πέθανε 'δω
και μόνον ήταν είκοσι χρονώ.


Μόνο προ δυο ημερών μίλαγε ο Νικολάι,
Ο Φράγκο κι οι σύντροφοι ήταν αποφασισμένοι·
“Κι αν πέσει ο κόσμος πάνω στη πόλη,
Αυτός ο φονιάς δε θα μιλάει.”
“Κι αν πέσει ο κόσμος πάνω στη πόλη,
Αυτός ο φονιάς δε θα μιλάει.”


Τον συλλαμβάνουν στο λουγκάρνο Γκαμπακόρτι,
οι μπάτσοι του Κράτους τον χτυπάνε μέχρι θανάτου.
“Τώρα καταλάβατε, κόκκινα κατακάθια,
αν βγείτε στο δρόμο μπορείτε να πεθἀνετε. ”
“Τώρα καταλάβατε, κόκκινα κατακάθια,
αν βγείτε στο δρόμο μπορείτε να πεθἀνετε. ”


Κι έπειτα στα χέρια των Ζάνκα και Μπαλάρντο,
'κείνοι οι σκύλοι τον χτυπάν ακόμη πιο δυνατά·
“Στο 'χω υποσχεθεί 'δω κι έξι μήνες”,
του λέει ο Ζάνκα χωρίς έλεος.
“Στο 'χω υποσχεθεί 'δω κι έξι μήνες”,
του λέει ο Ζάνκα χωρίς έλεος.


Φυλακισμένος, ο Φράγκο πεθαίνει από πόνο,
μα στη φυλακή φτάνει μόν' ένας εισαγγελέας·
του ρωτά στο Φράγκο· “Γιατί ήσουν εκεί;”
“Για μία ιδέα, τη λευτεριά.”
Tου ρωτά στο Φράγκο· “Γιατί ήσουν εκεί;”
“Για μία ιδέα, τη λευτεριά.”


Βιάζονται ξαφνικά, σε φοβούνται και νεκρό,
εξάπτεται η εγχείρηση “ταχύ θάψιμο”.
“Μόν' είναι ορφανός, άσε να χαθεί,
κανείς δε θα 'ρθει να ρωτήσει γι' αυτόν.”
“Μόν' είναι ορφανός, άσε να χαθεί,
κανείς δε θα 'ρθει να ρωτήσει γι' αυτόν.”


Μα κάνατε λάθος, ξεγελαστήκατε γουρούνια,
στη κηδεία του, τρεις χιλιάδες με κλειστές μπουνιές.
Σήμαιναν υποχρέωση κι επιθυμία
γι'αυτήν την πάλη ν'εξακολουθεί.
Σήμαιναν υποχρέωση κι επιθυμία
γι'αυτήν την πάλη ν'εξακολουθεί.


Ήταν στις επτά του Μάιου, τη μέρα των εκλογών,
τα πρώτα αποτελέσματα φτάνουν απ' τις φυλακές.
Υπήρχε σύντροφος που πέθανε 'δω
και μόνον ήταν είκοσι χρονώ.
Υπήρχε σύντροφος που πέθανε 'δω
για μία ιδέα, τη λευτεριά.

28/6/2013 - 21:23


I FUNERALI DI SERANTINI
Da: Corrado Stajano, Il Sovversivo, 1a edizione, Einaudi, 1975. pp.85-87.

Franco Serantini.



Sulla bara è stesa la bandiera anarchica, rossa e nera. I compagni la portano sulle spalle, sembra che l’accarezzino con la guancia. Le migliaia di bandiere del corteo, rosse, rosse e nere, nere con la “A” rossa, formano come una gigantesca rastrelliera di lance, le facce sono minacciose, il dolore si mescola alla rabbia.
Il funerale di Franco Serantini, martedi 9 maggio 1972: un misto di sfacelo e di orgoglio, di tensione e di consapevolezza che ancora una volta è finita, per uno, forse per tutti. Ci sono i ragazzi delle manifestazioni, delle marce, dei sit-in, della protesta, coi giubbotti, i maglioni, i blue-jeans, le barbe, i berretti cinesi, ci sono gli anarchici di tutta la Toscana, alcuni, i più anziani, con i cravattoni neri, ci sono il sindaco, i deputati della sinistra, i sindacalisti, i comunisti, i socialisti, i giovani repubblicani.
Una ragazza assorta, che cammina proprio davanti alla bara, tiene con le due mani un mazzo di gladioli rossi. I netturbini reggono la loro corona, un’altra corona la portano i ragazzi del riformatorio. La corona della giunta comunale è di calle bianche, tenuta alta dai vigili urbani. I detenuti del Don Bosco hanno inviato delle margherite, dalla massa di teste spuntano cuscini di viole, di rose, di garofani.
[…]
Quelli di Lotta Continua sono venuti da piazza San Silvestro marciando in migliaia attraverso mezza città, con bandiere tutte uguali, dall’asta di legno chiaro, in corteo dietro un enorme striscione rosso, teso a pochi centimetri da terra: Franco rivoluzionario anarchico aSSaSSinato dalla “giustizia” borghese.
Il funerale si muove dall’obitorio davanti all’Orto botanico in via Roma. Serantini è rimasto per molte ore nudo, il suo vestito era stato sequestrato per la perizia e lui non ne possedeva un altro. Poi è arrivato un compagno con una giacca, un paio di pantaloni e una rosa rossa da mettergli sul petto.
La città è partecipe, dolente, il popolo porta fiori, le donne sostituiscono la madre ignota e piangono il figlio di nessuno. Il corteo, che svolta nel Campo dei Miracoli è di una cupa suggestione. Il rosso e il nero delle bandiere e le migliaia di pugni levati verso il sole pomeridiano fanno sembrare ancora più candido e immoto il marmo della cattedrale, della torre, del battistero e più morbido il verde del prato. C’è un’atmosfera di attesa solenne, c’è un gran silenzio, rotto dal rullare dei passi.
“No, non erano funerali regali, erano funerali popolari. Nulla in essi era ordinato, tutto avveniva spontaneamente, in modo improvvisato. Erano funerali anarchici, ecco la loro maestà. Talvolta bizzarri, essi restano pur sempre grandiosi, di una grandiosità strana e lugubre” (Barcellona, novembre 1936, i funerali di Buenaventura Durruti).
[…]
Marciano nel corteo migliaia e migliaia di persone. Tra loro anche quelli che Franco salutava ogni giorno, su e giù per il corso Italia e il Borgo Stretto e che ora si sono ricordati di quel ragazzo col motorino blu.
Pianto da un’intera città come un eroe caduto, il funerale è l’unico dono che abbia avuto dagli uomini: quella di Serantini è anche la storia di un giovane che solo nella disperata morte realizza la sua personalità.
Il corteo imbocca la via Pietrasantina che conduce diritto al cimitero suburbano. Una strada che Franco conosceva bene, il bar Vezio, la lavanderia, la trattoria Buzzino, il passaggio a livello, il cimitero di macchine, il cimitero vero.
Davanti al camposanto, un vecchio anarchico, Cafiero Ciuti, dice poche parole commosse. È un ferroviere in pensione, Ardito del popolo nel ’21, licenziato dai fascisti nel ’24. Si rivolge a Serantini con semplicità, come se ci fosse: “Franco, siamo qui. Ti siamo sempre stati vicini, la tua lotta è stata la nostra lotta”. Poi intona l’Internazionale e tutti levano il pugno.
Vicino alla fossa parlano un militante di Lotta Continua e un anarchico del Gruppo Durruti di Firenze. La folla, poi, se ne va per i viali. Gli anarchici cantano piano una loro canzone: “Figli dell’officina o figli della terra già l’ora s’avvicina della più giusta guerra.”

Riccardo Venturi


FRANCO SERANTINI. ANARCHICO. FIGLIO DI NN. UCCISO DALLA REPRESSIONE POLIZIESCA.

Franco Serantini a una manifestazione a Pisa. Una delle rarissime foto di Franco vivo.
Franco Serantini a una manifestazione a Pisa. Una delle rarissime foto di Franco vivo.


Volantino del Gruppo Pinelli sul processo agli anarchici dopo la strage di Piazza Fontana. Il testo è stato scritto da Franco Serantini.
Volantino del Gruppo Pinelli sul processo agli anarchici dopo la strage di Piazza Fontana. Il testo è stato scritto da Franco Serantini.


Pisa, lungarno Gambacorti, 5 maggio 1972. Gli scontri tra i manifestanti che vogliono impedire il comizio del fascista Niccolai e la polizia. Franco Serantini viene abbattuto qui.
Pisa, lungarno Gambacorti, 5 maggio 1972. Gli scontri tra i manifestanti che vogliono impedire il comizio del fascista Niccolai e la polizia. Franco Serantini viene abbattuto qui.


Ancora gli scontri sul lungarno Gambacorti.
Ancora gli scontri sul lungarno Gambacorti.


La notizia della morte di Serantini come presentata dal Telegrafo nell’edizione pisana dell’8 maggio 1972. Telegrafo, Nazione, la stampa del padrone… (Alfredo Bandelli).
La notizia della morte di Serantini come presentata dal Telegrafo nell’edizione pisana dell’8 maggio 1972. Telegrafo, Nazione, la stampa del padrone… (Alfredo Bandelli).


La stessa notizia presentata da Umanità Nova.
La stessa notizia presentata da Umanità Nova.


I funerali di Franco Serantini. Pisa, 9 maggio 1972.
I funerali di Franco Serantini. Pisa, 9 maggio 1972.


Volantino dei Gruppi Anarchici Toscani (GAT) per la manifestazione indetta per l’assassinio di Serantini il 20 maggio 1972. Vi si vede Franco disteso nella bara.
Volantino dei Gruppi Anarchici Toscani (GAT) per la manifestazione indetta per l’assassinio di Serantini il 20 maggio 1972. Vi si vede Franco disteso nella bara.


Manifestazione per l’assassinio di Franco Serantini. Pisa, 20 maggio 1972.
Manifestazione per l’assassinio di Franco Serantini. Pisa, 20 maggio 1972.


Monumento a Franco Serantini. Pisa.
Monumento a Franco Serantini. Pisa.


Pisa, lungarno Gambacorti, 1992.
Pisa, lungarno Gambacorti, 1992.

Riccardo Venturi - 23/5/2006 - 14:36


La Biblioteca Franco Serantini ha un sito web QUI.
"La biblioteca è specializzata in storia del movimento anarchico dalle origini ai giorni nostri, del movimento operaio e sindacale, di quello antifascista e della Resistenza, dei movimenti studenteschi e di opposizione degli anni Sessanta e Settanta ed è suddivisa in tre diverse sezioni: biblioteca, emeroteca, archivio (documenti, manifesti, cimeli e fotografie)" (Dalla presentazione del sito).
Fateci un giro, è un bel posto dove affacciarsi ogni tanto a rinfrescare la memoria.
Ho conosciuto alcuni dei collaboratori al Social Forum di Firenze nel 2002, ragazzi in gamba, preparati, intelligenti e simpatici.

Maria Cristina - 16/3/2007 - 11:48


Questo testo non è di pino masi, ma di piero nissim.pino masi ha scritto la ballata sull'aria di Joe Hill: "Ho fatto un sogno questa notte"...

salute
donato landini


(donato landini)

Salute a te, Donato, e prendiamo atto della correzione modificando immediatamente la pagina. [CCG/AWS Staff]

1/11/2008 - 21:50


per favore mi potete dire come posso fare per ascoltare la ballata di Franco Serantini
grazie miry vallero

miry21aprile@libero.it - 22/9/2011 - 23:09


per ora dal video di Youtube, aspettando Giorgio che magari troverà un mp3

CCG/AWS Staff - 22/9/2011 - 23:38


Ricordo che installando su Mozilla Firefox l'estensione "YouTubeToMp3" è possibile scaricare i file audio direttamente dai video, anche in HQ...

Bartleby - 23/9/2011 - 09:01


adriana - 15/5/2012 - 07:14


A me musicalmente ricorda "le ultime ore prima della decapitazione di sante caserio"

lucone - 11/8/2012 - 11:42


In vino veritas: Un omaggio a Franco Serantini da Daniele Sepe e la sua band
da Insorgenze, il blog di Paolo Persichetti.

fserant"Franco Serantini era nato a Cagliari, fu abbandonato nel locale brefotrofio e dopo una vita difficile passata tra istituti per minori e riformatorio giunse a Pisa, dove entrò in contatto con il circolo anarchico Giuseppe Pinelli.
Nel 1972 in occasione di un comizio del MSI, tenuto dall’onorevole Niccolai, Lotta Continua organizzò una manifestazione per impedirne lo svolgimento e negli scontri che ne seguirono Franco fu circondato dai celerini e massacrato di botte.
Trasportato nel carcere di Pisa, non avendo ricevuto nessuna assistenza, dopo due giorni morì.
Il processo che ne seguì non condannò nessuno degli autori materiali dell’omicidio, ne il direttore sanitario del carcere, il dottor Mammoli, che però, quando nel ’77 fu assolto, fu colpito alle gambe da un nucleo di Azione Rivoluzionaria.
Giustizia proletaria.
Ho sentito questa ballata la prima volta da Ivan Della Mea, il cui fratello, Luciano, si costituì parte civile nel processo.
La ballata fu scritta a caldo, subito dopo gli avvenimenti, da Piero Nissim.
Corrado Stajano scrisse un libro su Franco, chiamato Il sovversivo, che faceva parte delle letture più amate negli anni ’70 dai compagni, e in seguito Giacomo Verde ne trasse un documentario.
Abbiamo preparato questo brano nel maggio 2012, quando ci ha invitati a Pisa per un concerto la Biblioteca Franco Serantini.

Questo brano è dedicato a Nicola Pellecchia e Dario Iacobelli. Il primo irriducibile combattente, persona di cuore, il secondo la persona che mi ha regalato i testi più belli per la mia musica." - Daniele Sepe.

sovversivo


Daniele Sepe: La ballata di Franco Serantini (Il sovversivo)

Floriana Cangiano voce
Daniele Sepe sax tenore
Franco Giacoia chitarra elettrica
Tommy De Paola pianoforte e tastiere
Davide Costagliola basso elettrico
Paolo Forlini batteria

Ahmed il Lavavetri - 28/6/2013 - 16:05


I morti
Scritto da Riccardo Venturi il 14 maggio 2012, a quarant'anni dall'assassinio di Franco Serantini, dopo una grossa manifestazione a Pisa in suo ricordo.

Pisa, Lungarno Gambacorti. Il luogo dove Franco Serantini fu prelevato e pestato a morte dalla Polizia.
Pisa, Lungarno Gambacorti. Il luogo dove Franco Serantini fu prelevato e pestato a morte dalla Polizia.


I morti hanno cose da dire, chi parecchie e chi poche. Si fa solo una gran finta d'ascoltarle, però; si preferisce metter loro in bocca le nostre. Funziona come nella pubblicità, ci fanno da testimonial. Per mezzo dei morti non si parla dei loro sogni, dei loro ideali e delle loro lotte; si parla di noi. S'affida loro quel che siamo; i morti, del resto, sono ubbidienti e non protestano. Sono messi in campo, da chi li ha, i ricordi; diretti da chi li ha conosciuti di persona, più o meno a fondo; altrimenti si ricordano le epoche, le situazioni, le comunanze e le differenze vere o presunte. Ma neppure se i ricordi non esistono si rinuncia per questo ai morti; ci sono i libri, le testimonianze, le fotografie, le inchieste. E così i morti assolvono al loro vero compito, quello di darci una parvenza di vita. Si dice che sono sempre vivi e che non moriranno mai (nella lotta, nell'idea, nel cuore); ma quella loro eternità è in realtà la nostra esclusiva sopravvivenza. Popolano i nostri sogni e i nostri incubi; periodicamente il loro ricordo è rinovellato, in “anniversari” sempre più lontani. Per le strade delle città sfilano i superstiti generazionali; barbe bianche, capelli incanutiti, bastoni, passi incerti. Mazzi di fiori, slogan, promesse di continuità; eppure, io dico che non siamo capaci di cogliere l'unica cosa veramente importante che quei morti ci vorrebbero dire. Quei ragazzi, quelle ragazze. Perché avevano vent'anni e in qualche caso nemmeno quelli.

Vorrebbero dire che sono morti nel loro presente. Che per quello sono andati a farsi ammazzare, mentre noialtri s'invecchia sfilando. Oppure s'invecchia ridotti a atomi inaciditi, curando più di presentarci come unici portatori di verità che sono tante quanti siamo; ognuno con la propria, e ognuno pronto sempre a scannare chi non la riconosce o la critica (promuovendo, naturalmente, la sua). E così si parla di “coscienza di classe” quando l'unica coscienza che ci è rimasta, in abbondanza, è quella della propria irripetibile, irrinunciabile, insopprimibile individualità. La “classe” dovrebbe sempre essere a nostra immagine e somiglianza; e, ovviamente, sono i morti che lo dicono. Verso i quali, inutile dirlo, s'ha generalmente una malcelata invidia. Parecchi pagherebbero per essere morti al loro posto, in modo da farsi sfilare addosso ancora trenta o quarant'anni dopo. Senza accorgersi che anche adesso c'è un presente, e che cercare di sfuggirvi è la vera immagine della resa. Non sarebbe un problema, se non si dichiarasse ogni momento non soltanto che non ci si vuole arrendere, ma persino che si vorrebbe insegnare agli altri a smettere di farlo. Non arrendersi significa soltanto una cosa: rapportarsi col presente. Non scappargli davanti. Il presente è sempre schifoso; se non fosse schifoso non sarebbe presente. Sarebbe un passato scivolato in miti che diventano pian piano ridicoli, o un futuro che è una fitta nebbia di vaghe paure e disperazioni. Chi è morto voleva cambiare il presente. Si è ritrovato davanti lo stesso presente di polizia, su un lungarno pisano o in una piazza genovese. Il presente ha bussato e ha colpito.

E così i morti si sono impossessati di noi. E' stato facile. Dispersi, sconfitti, isolati. La disfatta è stata vissuta in parecchi modi, che hanno abbracciato ogni situazione: dalla miseria nera alla ricchezza, dalla lotta allo sganciamento totale, dalla vitalità all'abulia, dalla logorrea al silenzio. L'unica cosa in comune per tutti: i morti. Su di loro non si deve neppure azzardarsi a discutere, ed i primi a dover stare zitti sono loro. Se parlassero, sarebbero casini. S'incazzerebbero anche parecchio nel vedere a che cosa si sono ridotti i cosiddetti vivi; andrebbero a parlare, invece, ai loro coetanei che non sanno nemmeno della loro esistenza. Franco Serantini, vent'anni, andrebbe a parlare al ragazzo di una qualche periferia che non ha mai saputo niente di lui; dopo un po', qualcosa da dirsi lo troverebbero senz'altro. Carlo Giuliani non si rivolge più a chi, ogni venti di luglio, va a far gruppetti sempre più sparuti in quella piazza che si chiama sempre Alimonda. Piazza Franco Serantini e piazza Carlo Giuliani dovrebbero essere ovunque c'è un presente da combattere e mutare nelle barbe delle radici; non sono inutili targhe stradali. Sí che andrebbero a parlare a coloro verso i quali non si nutre che perplessità, sufficienza, disprezzo. Con tutti i nostri morti giovani siamo diventati come tutti quanti i vecchi, dicendo magari che si è gli unici ad essere stati giovani. Sfruttando i morti si è inteso precludere per sempre la gioventù agli altri, sbeffeggiando altri e diversi presenti come inesistenti. Le rare volte che il presente è sembrato produrre una scintilla, la sola cosa che s'è fatta è stata rapportarsi al passato: è tornato il novecento! Incapaci di smuoversi da un lontano presente, neppure realmente vissuto in molti casi, che è diventato oramai un remoto passato tenuto artificialmente in vita soltanto grazie ai morti. X è vivo e lotta insieme a noi, le nostre idee non moriranno mai! Ecco lo slogan che riassume perfettamente lo stato di cose; lo urlano tutti, vecchi e giovani; e, invece, X è morto e le nostre idee sono cinquecento o mille strani individui che passano con striscioni e vessilli che la gente scambia per quelli del Milan. Ci ripetiamo la canzoncina per la quale saremmo l'uno per cento, ma siamo molto, molto meno. Preferiamo dirci che esistiamo ancora e che commemoriamo uno dei nostri tanti morti, piuttosto che cercare magari di diventare il due, il tre, il dieci per cento. Preferiamo rinchiuderci in piccoli ghetti senza riconoscere che, nella stragrande maggioranza dei casi, abbiamo una paura fottuta. Quella, ad esempio, di fare la stessa fine di colui che stiamo commemorando. Che sto commemorando anch'io. Di quello che voleva impedire di parlare al fascista, cascasse il mondo su un pero; e, invece, il mondo è cascato addosso a lui. Una paura mista, però, all'invidia di cui si parlava prima; come se si desiderasse, e non poco, essere morti quarant'anni prima; oppure che qualcuno inventasse la macchina del tempo per andare a morire sul lungarno Gambacorti, o in Spagna, o chissà dove. Morire giovani dopo aver vissuto una breve ed esaltante stagione; a volte m'è preso il sospetto che, a molti, interessasse soltanto quello. Che, in definitiva, cambiare lo stato di cose interessasse loro parecchio di meno; che la “rivoluzione” fosse in sottordine rispetto alla bella e toccante sconfitta, e che la loro vita successiva non fosse che un'appendice da riempire di lamenti, di disillusioni, di invettive e di morti. Infatti, chi non ha agito così è prima o poi tornato in galera; come Antonio Ginetti, perché a me piace fare nomi e cognomi. Come Alfredo Maria Bonanno, che non più di pochi anni fa era ancora in galera in Grecia nell'indifferenza quasi generale (anche di parecchi “anarchici”). Come chi ha ascoltato davvero i morti. Come Sole e Baleno, che sono diventati morti anche loro, anche se meno “commemorati”. Come chi non ha cessato di considerare la distruzione dell'ordine in tutte le sue forme come presupposto necessario per un mondo a venire.

E allora, dai, sí, sfiliamo in una giornata calda di maggio. Guardati quasi come marziani dalla gente che passa. Eppure, stiamo facendo un percorso che, in quel lontano presente, era di contrapposizione dura, di scontro. Ci fermiamo davanti al punto esatto dove Franco Serantini era stato picchiato a morte e portato via, e tutt'intorno non c'è altro che la sonnacchiosa tranquillità di una bella città al sabato pomeriggio. I turisti, le mamme con le carrozzine, i bambini coi pattini e col gelato. L'Anarchia, con le sue bandiere e il suo morto, sfila in mezzo ad un ordine talmente consolidato da potersi permettere anche un manipolo di bizzarri individui che vanno da una piazza a un'altra a deporre davanti a un blocco di pietra corone e mazzi di fiori, altre bandiere e persino un bicchiere di vino rosso. In quel preciso momento, avrebbero potuto parlare tranquillamente, da qualche altra parte, non un Niccolai, ma cinque o dieci come lui. Senza colpo ferire. La polizia? A debita distanza, quasi invisibile. E Franco Serantini, lui, il morto, dovrà avere avuto dei sentimenti contrastanti; “ma guarda tu questi qui”, avrà detto col suo accento sardo, “invece d'andare a smontare pezzo per pezzo un Emmeesseì (è rimasto un po' indietro il ragazzo, non sa di Forza Nuova e di Casapound) mi rifanno il funerale.” “E che vuoi farci, Franco?”, gli ho detto mentre bevevo il resto del vino rosso; “siamo tre gatti...” “Ma veramente siete quasi in mille!” “E che si fa in mille...?” “Tante cose, compagno. Tante cose. E da mille si diventa duemila, forza. Non state a perdere tanto tempo con me, che sto tanto bene. Ce lo avessi avuto io quel bel presente di merda che ci avete voi...”

E così ha salutato e se n'è volato via. Ve lo faccio vedere com'è arrivato alla fine del corteo, nella “sua piazza”; ora vola, e vola, e noialtri s'ha da fare per bruciare questo presente.

farfser.

28/6/2013 - 16:28


adriana - 2/5/2014 - 10:32



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