Lingua   

La bête est revenue

Pierre Perret


Lingua: Francese


Ti può interessare anche...

La petite Kurde
(Pierre Perret)
La pompe à merde (Marseillaise des Vidangeurs)
(anonimo)
La Bête (J-M-L-P)‎
(Zebda)


[1998]
Paroles et musique de Pierre Perret
Testo e musica di Pierre Perret
Album: La bête est revenue

perretlabete


Una canzone del 1998 molto poco gradita al Front National; quindi, per natura, assai gradita a questo sito. Una canzone che ha valso al suo autore una sequela impressionante di lettere e telefonate di minacce e di insulti. Una canzone, infine, non attuale solamente in Francia e nella situazione francese. Ovunque, in Europa, il fascismo e i fascismi hanno da tempo rialzato la cresta, e tutto va bene per fargliela abbassare. Anche una canzone può e deve essere un no pasarán.
Sait-on pourquoi, un matin,
Cette bête s'est réveillée
Au milieu de pantins
Qu'elle a tous émerveillés
En proclamant partout, haut et fort :
"Nous mettrons l'étranger dehors"
Puis cette ogresse aguicheuse
Fit des clones imitatifs.
Leurs tirades insidieuses
Convainquirent les naïfs
Qu'en suivant leurs dictats xénophobes,
On chasserait tous les microbes.

Attention mon ami, je l'ai vue.
Méfie-toi : la bête est revenue !
C'est une hydre au discours enjôleur
Qui forge une nouvelle race d'oppresseurs.
Y a nos libertés sous sa botte.
Ami, ne lui ouvre pas ta porte.

D'où cette bête a surgi,
Le ventre est encore fécond.
Bertold Brecht nous l'a dit.
Il connaissait la chanson.
Celle-là même qu'Hitler a tant aimée,
C'est la valse des croix gammées
Car, pour gagner quelques voix
Des nostalgiques de Pétain,
C'est les juifs, encore une fois,
Que ces dangereux aryens
Brandiront comme un épouvantail
Dans tous leurs sinistres éventails.

Attention mon ami, je l'ai vue.
Méfie-toi : la bête est revenue !
C'est une hydre au discours enjôleur
Qui forge une nouvelle race d'oppresseurs.
Y a nos libertés sous sa botte.
Ami, ne lui ouvre pas ta porte.

N'écoutez plus, braves gens,
Ce fléau du genre humain,
L'aboiement écœurant
De cette bête à chagrin
Instillant par ces chants de sirène
La xénophobie et la haine.
Laissons le soin aux lessives
De laver plus blanc que blanc.
Les couleurs enjolivent
L'univers si différent.
Refusons d'entrer dans cette ronde
Qui promet le meilleur des mondes.

Attention mon ami, je l'ai vue.
Méfie-toi : la bête est revenue !
C'est une hydre au discours enjôleur
Dont les cent mille bouches crachent le malheur.
Y a nos libertés sous sa botte.
Ami, ne lui ouvre pas ta porte.
Car, vois-tu, petit, je l'ai vue,
La bête. La bête est revenue.

inviata da Alessandro - 8/1/2008 - 15:31



Lingua: Italiano

Versione italiana di Riccardo Venturi
9 gennaio 2008
LA BESTIA È TORNATA

Non si sa come mai, una mattina
'sta bestia si è risvegliata
in mezzo a dei fantocci
e li ha sbalorditi tutti
proclamando ovunque a voce alta:
"Sbatteremo fuori lo straniero".
Poi quest'orchessa adescatrice
ha prodotto dei cloni a sua imitazione.
Le loro tirate insidiose
hanno convinto gli ingenui
che seguendo i i loro diktat xenofobi
si sarebbero eliminati tutti i microbi.

Attento, amico mio, io l'ho vista.
Non ti fidare: la bestia è tornata!
È un'idra dai discorsi seducenti
che forgia una nuova razza di oppressori.
Calpesta le nostre libertà.
Amico, non aprirle la porta.

Da dov'è sorta questa bestia,
il ventre è ancora fertile.
Bertolt Brecht ce lo ha detto,
lui la canzone la conosceva.
La stessa che piaceva tanto a Hitler,
il valzer delle croci uncinate
perché, per guadagnarsi il favore
dei nostalgici di Pétain,
sono ancora una volta gli ebrei,
che questi perniciosi ariani
agiteranno come uno spauracchio
su tutti i loro sinistri ventagli.

Attento, amico mio, io l'ho vista.
Non ti fidare: la bestia è tornata!
È un'idra dai discorsi seducenti
che forgia una nuova razza di oppressori.
Calpesta le nostre libertà.
Amico, non aprirle la porta.

Non ascoltare più, brava gente,
questo flagello del genere umano,
l'abbaiare sconfortante
di questa bestia di sventura
che instilla col suo canto di sirena
la xenofobia e l'odio.
Lasciamo ai detersivi il compito
di lavare più bianco del bianco.
I colori rendono più allegro
l'universo che è tanto diverso.
Rifiutiamoci di entrare in quel giro
che promette il migliore dei mondi.

Attento, amico mio, io l'ho vista.
Non ti fidare: la bestia è tornata!
È un'idra dai discorsi seducenti
che forgia una nuova razza di oppressori.
Calpesta le nostre libertà.
Amico, non aprirle la porta.
Perché vedi, piccolo mio, io l'ho vista,
la bestia. La bestia è tornata.

9/1/2008 - 01:03


Vorrei segnalarvi un libro, a proposito della genesi della "bestia" e del suo sempre possibile ritorno, che mi ha colpito molto: si tratta di "Come si diventa nazisti. Storia di una piccola città 1930-1935", scritto nel 1968 dallo statunitense William Sheridan Allen (pubblicato da Einaudi, con la prefazione di Luciano Gallino).
Si tratta di una microstoria, alla Carlo Ginzburg, in cui l'autore analizza l'avvento del nazismo e le dinamiche che lo favorirono non a partire dai grandi eventi politici, bensì all'interno di una piccola comunità nell'Hannover tedesco...
Beh, questo libro mi ha fatto venire i brividi perchè dimostra che la storia, anche la peggiore, può ripetersi e che la "bestia" può tornare in ogni momento se, come dice Perret, le si apre la porta.

Qui riporto una recensione tratta da librando.net:

"Nel non molto lontano 1933, Adolf Hitler diventa cancelliere in forma perfettamente democratica; i tedeschi lo votano in massa, il Presidente gli affida il compito di formare il governo e lui esegue, interpretando a modo suo un classico della democrazia parlamentare: un esecutivo di coalizione, per la precisione nazi-nazionalista. La maggior parte dei suoi elettori, probabilmente né si aspettava né riconobbe inmediatamente il “colpo di stato a rate” che egli portó a compimento nei mesi successivi; il senno di poi scarseggiava anche allora, e a quella parziale cecitá contribuí pure il desiderio smisurato di veder arrivare l’uomo della provvidenza con la soluzione a tutti i problemi. Disoccupazione, inflazione, umiliazione: alle tre grandi ferite della Germania del primo dopoguerra il partito nazista diede la illusione di poter rispondere, e raccolse il consenso necessario mostrando a ciascuno la faccia giusta. “Nazionale” per i nostalgici della Grande Germania; “socialista” per accompagnare verso una maggiore uguaglianza nello sforzo comune del Volk; “dei lavoratori”, a lasciar chiara la importanza e la prioritá del lavoro e naturalmente “Tedesca”, la NSDAP aveva tanti volti quanti gliene potessero addossare, ed ogni elettore era legittimato a vederne uno e ad ignorare tutti gli altri. Fu cosí che per alcuni il progamma economico fu chiave, mentre l’antisemitismo era bollato come una eccentricitá dei vertici; ad altri piacque la promessa di riarmo, ed il contorno d’odio verso la Francia, la Russia e quant’altri pareva una bonaria esagerazione retorica. Ognuno votò per un motivo, molti ebbero ragione di pentirsi – e purtroppo era troppo tardi. Al giorno d’oggi, sarebbe possibile ricadere in questo errore? Gli elettori moderni (?) dispongono di un arsenale democratico ed analitico per riconoscere un “dittatore in nuce” e negargli il consenso?
William Sheridan Allen, americano dell’Illinois, azzarda una risposta. Lo fa adottando un punto di vista non tradizionale: non giá l’alta politica coi suoi accordi interni e le sue alleanze, ma la vita quotidiana di un piccolo paesino dell’Hannover; non Hitler, Goëring e Goebbels ma il libraio, il vice-sindaco e l’operaio dello zuccherificio; non l’orrore dell’olocausto ma il disagio di cambiare di marciapiede per non obbligare l’amico ebreo a salutarti col braccio teso. Ed é cosí che nelle 279 pagine di “Come si diventa nazisti” l’autore ci racconta di cinque anni drammatici, unici e – speriamo – irripetibili: dal 1930 – anno in cui il nazismo pare solo folklore – al 1935, con la sua ormai ferrea e ineludibile dittatura.
Che succede in quegli anni a “Thalburg”? Conta piú l’ennesimo discorso di Hitler o l’operato del boss locale? Il nazismo vince (fino a due terzi dei voti, nelle ultime elezioni libere), ma si puó dire che convince? Quanti socialdemocratici sono mandati ai lavori forzati? E che percentuale dei professori si converte al partito unico? In una cronaca dettagliata fino al pettegolezzo, ci sono risposte per questi ed altri interrogativi.
Ma dalla minuta ricostruzione della vita del paese (con la “p” minuscola) emergono anche risposte generali. In primo luogo, il ruolo della paura: senza questa chiave di lettura, l’intera vicenda parrebbe incomprensibile. I thalburghesi sono benestanti, in buona parte impiegati statali, in gran maggioranza hanno soldi in banca, studiano, lavorano, si divertono, fanno sport, coltivano hobby. Nonostante il quadretto arcadico, nel 1930 hanno paura. Il primo spettro é la recessione: per quanto abbiano mantenuto i propri impieghi pubblici, vedono passare per i vicoli le centinaia di disoccupati che da tutta la contea vengono a far fila all’ufficio di collocamento di Thalburg - e il solo pensiero di un futuro di stenti può più della non perduta agiatezza. Altra paura, l’ingovernabilità ed il caos: la debole repubblica di Weimar non sembra andare da nessuna parte, e l’unica ricetta per evitare di consegnare la Germania ai comunisti sembra essere – guarda caso – quella nazista.
Ed é cosí che in mezzo ad un’infinita sequela di votazioni (e forse anche grazie ad essa) i voti nazisti dei thalburgesi aumentano continuamente, a danno di tutti gli altri partiti; ed il miraggio del “mondo migliore” fa presa in particolare sui giovani, che tributano al partito nazionalsocialista percentuali che oggi definiremmo “bulgare”.
Con una sinistra divisa ed incerta che rinuncia di fatto a resistere e grazie all’appoggio dei nazionalisti (presto scaricati), a Thalburg come a Berlino la nuova classe dirigente arriva – democraticamente – a sedersi nella stanza dei bottoni. Ed è da quella posizione privilegiata che attacca senza indugio ogni nucleo di appartenenza sociale che non sia il partito o una delle sue tante emanazioni.
L’analisi di questo processo di “atomizzazione” della società thalburgese rappresenta un altro cardine dello studio di Sheridan Allen, ed alle mille maniere con cui il segretario locale della NSDAP lo mette in pratica dedica alcune delle pagine più memorabili. Il vicesindaco che non si piega e finisce giornalaio ambulante; lo scioglimento delle corporazioni e dei circoli sportivi (ed i grandi ricevimenti che essi organizzavano per evitare che la cassa fosse confiscata dai nuovi padroni); la disarticolazione dei sindacati, dei partiti politici, dei giornali. La trasformazione – insomma – di una societá viva e compiuta in un reggimento di automi impauriti; è il “coordinamento” (Gleichschaltung), dove uno detta la linea e gli altri seguono.
Con soli diecimila abitanti, senza alcun segno caratteristico, perduta in una valle dell’Hannover, Thalburg e la sua nazificazione sono un coacervo di storie universali: il dramma della sconfitta di un ideale, la comicitá involontaria degli adulatori, la demenzialità del razzismo, la spudoratezza dei nuovi capi. E poiché si tratta di storie piccole, di tutti i giorni, esse risultano molto più vicine al lettore di quanto non possa essere il resoconto di una conferenza di pace o la descrizione di una battaglia campale. Traspare quindi una urticante somiglianza con episodi a noi vicini, spesso drammaticamente attuali, e pare evidente che quegli uomini – nazisti a tutti gli effetti – non erano molto diversi da noi. E che anche noi potremmo sbagliarci come loro, e come loro pentirci solo dopo aver permesso e legittimato nuove tragedie."

Paolo Miscia

Alessandro - 9/1/2008 - 15:08


Perdonate i miei interventi bibliografici...
Il fatto è che la "bestia" mi sembra magistralmente descritta anche in un altro libro: "I carnefici della porta accanto" di Jan T. Gross, edito da Mondadori.
Come per il libro di William Sheridan Allen, anche qui una microstoria ambientata in una piccola comunità, questa volta nella Polonia rurale. A Jedwabne, nel 1941, tutti gli abitanti di fede ebraica (ca 1600 persone) furono trucidati nel giro di poche ore, in gran parte arsi vivi all'interno di un grande fienile dove erano stati rinchiusi. Per 60 anni si credette che l'orribile massacro fosse stato perpetrato dalla Gestapo degli occupanti tedeschi. Jan T. Gross nella sua ricerca riesce invece a dimostrare come i responsabili diretti di quel pogrom furono soltanto i compaesani non ebrei, i vicini di casa, i carnefici della porta accanto, appunto...

Come non essere d'accordo con il monito di Perret? "Non aprite quella porta!"
(Alessandro)

N[o, Alessandro, i tuoi interventi bibliografici non te li "perdoniamo": te li sollecitiamo! Mettine il più possibile! [CCG/AWS Staff]

10/1/2008 - 01:53


Ieri sera ho visto il film di Michael Haneke "Il nastro bianco" e, man mano che la storia procedeva, mi tornavano alla memoria le pagine di "Come si diventa nazisti" di Sheridan Allen...

1914, alla vigilia dello scoppio della prima guerra mondiale.
In una piccola comunità rurale tedesca l'asprezza della vita quotidiana, del lavoro nei campi si accompagnano alla meschinità degli uomini, solo malamente celata dalla durezza implacabile di un sistema educativo improntato ad un protestantesimo rigidissimo, bigotto e feroce. Mentre sullo sfondo di paesaggi bellissimi scorre la vita di tutti i giorni, si susseguono incidenti e delitti oscuri e atroci che sembrano mossi alcuni da un desiderio di vendetta, altri da puro sadismo nei confronti dei più deboli, dei diversi...
Solo il maestro del villaggio, un estraneo alla comunità, si rende piano piano conto che tutta quella quotidiana violenza, tutte quelle regole e punizioni cui è impossibile sottrarsi, tutta la menzogna, la meschinità, la putrescenza di cui è intrisa la vita della comunità, hanno reso i bambini non delle mansuete e docili creature, non dei ribelli bensì dei violenti sadici frustrati fortemente solidali fa loro... il nucleo di quei giovani che cominceranno a costruire l'incubo nazista a partire dal primo dopoguerra...
Echi di "Scene di caccia in Bassa Baviera" di Peter Fleischmann (1968), de "I villaggio dei dannati" di Wolf Rilla (1960) e de "Il signore delle mosche" di Peter Brook (1963)...

Alessandro - 17/11/2009 - 09:25


"Guarda bene queste immagini, guarda quella gente: è incapace di una rivoluzione, è troppo umiliata, ha troppa paura, è troppo frustata. Ma, tra dieci anni, quelli che ora hanno dieci anni ne avranno venti, quelli che ne hanno quindici ne avranno venticinque. All’odio ereditato dai genitori aggiungeranno il loro idealismo e la loro impazienza. Si farà avanti qualcuno e trasformerà in parole i loro sentimenti inespressi [...] Si affaccia una nuova società. L'uomo è una malformazione della natura. Sterminiamo ciò che è inferiore e incrementiamo ciò che è utile. Il mio esperimento è come un abbozzo di ciò che avverrà nei prossimi anni. Tuttavia nitido e preciso: proprio come l'interno dell'uovo di un serpente. Attraverso la sottile membrana esterna, si riesce a discernere il rettile già perfettamente formato"
(da "L'uovo di serpente", film di Ingmar Bergman del 1977 ambientato a Berlino nel 1923, proprio l'anno in cui Hitler saliva alla ribalta delle cronache tedesche con quella "prova generale di dittatura" che fu il cosiddetto "Putsch della birreria di Monaco")

Alessandro - 17/11/2009 - 09:49


Pagina principale CCG

Segnalate eventuali errori nei testi o nei commenti a antiwarsongs@gmail.com




hosted by inventati.org