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Figlio ImPastato d'amore

Salvatore Azzaro


Lingua: Italiano


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Figlio impastato d’amore
-Testo e Musica: Salvatore Azzaro-
versione: 7 dicembre 2004 - a donna Felicia.

Salvatore Azzaro assieme a Donna Felicia, la madre di Peppino Impastato.
Salvatore Azzaro assieme a Donna Felicia, la madre di Peppino Impastato.


Vi proponiamo l’album di un cantautore siciliano, Salvatore Azzaro, “Ciùscia-Il Satiro danzante”, un insieme di sonorità e contenuti culturali e sociali, che ha per sfondo la Sicilia e le sue vicende di vita e di morte.

MUSICA E IMMAGINI TRA STORIA E LEGALITA’
Salvatore Azzaro è un cantautore pop-folk siciliano che ama la cultura della sua terra e i buoni esempi, soprattutto quando sono rappresentati da coloro che combattono o che hanno combattuto contro la mafia. Il suo ultimo lavoro, autoprodotto, “Ciùscia- Il satiro danzante”, è un insieme di sonorità diverse, che accompagnano i differenti scenari descritti dalle canzoni. E’ possibile rinvenirvi le melodie tipicamente pop di “Mia principessa”, più vicine allo stile del suo primo album, “Io non sono Adriano”; le atmosfere caratteristiche della musica folk siciliana, nella sua versione più intimista e riflessiva, come nella ballata “Figlio Impastato d’amore”, dedicata alla memoria di Peppino Impastato, il giovane ucciso dalla mafia a Cinisi, ricordato dal celebre film “I cento passi”; i ritmi mediterranei e le tarantelle de “Il satiro danzante”, la canzone che ha ispirato l’album; e, infine, i motivi blues della canzone “Nino, tu che dormi con il cane”, dedicata ai senza tetto.

Un album non facile, che richiede un ascolto attento, un lavoro che, partendo dall’ispirazione della danza del satiro, affronta importanti tematiche sociali, dalla mafia ai viaggi della speranza degli immigrati alla situazione dei barboni nelle grandi metropoli. Azzaro dimostra una grande sensibilità, testimoniata dal fatto di aver dedicato il suo album al maresciallo Giuliano Guazzelli, vittima della mafia, ex collaboratore di altri importanti personaggi dell’antimafia, tragicamente stroncati dai colpi della barbarie di “cosa nostra”, come il generale Dalla Chiesa, il colonnello Russo e il giudice Livatino, il cosiddetto “giudice ragazzino”. L’album, come detto, è stato ispirato dal fascino di un’opera d’arte, il satiro danzante, trovata dai pescatori di Mazara del Vallo, in fondo al mare. Il cantautore siciliano ha immaginato il satiro addormentato negli abissi marini, poi il vento capace di svegliarlo e dunque spingerlo a risalire verso la superficie e a poggiare il suo piede nudo sulla terra di Mazara.

Il vento è centrale nella canzone che guida l’album, un vento che si confonde con lo stesso satiro e che soffia sulla Sicilia il suo carico di cultura, pace e libertà. E il vento si sente, all’interno di questa canzone, che parte lentamente e poi prende vigore, energia, suscitando, attraverso il coro dei pescatori, la sensazione di vedere il loro lavoro, la loro millenaria fatica, la storia della Sicilia, le sue radici classiche (marcate da una doppia voce che pronuncia alcune frasi di Euripide). Particolarmente apprezzabile la canzone su Peppino Impastato, anch’essa capace di fornire immagini, di disegnare uno scenario. Si può, dunque, dire che si tratti di un disco “visivo”, di una musica fatta di immagini.

Un opera particolare e degna di interesse, realizzata da un cantautore emergente che usa la musica per testimoniare il suo impegno o semplicemente per comunicare quello che sente: l’amore per la sua terra unito alla speranza di un futuro migliore, fatto di libertà e di fratellanza. Un buon lavoro, con ottimi contenuti, che abbiamo voluto promuovere con grande piacere. Inoltre, Azzaro ha un altro merito: offre la possibilità di ascoltare gratuitamente le sue canzoni direttamente sul suo sito. Vi invitiamo a visitarlo. Buon ascolto.

Il Megafono.org
Ma.Pe., 10/03/2007
Oh Dio che è stato quel tuono
ma cosa è stato cos’è
viene dalla ferrovia
c’è un morto non so chi lui sia

tutti lì intorno quei sassi
sembrano rubini infuocati
le margherite del prato
lo vestono tutto di bianco

il vento gli accarezza i capelli
lo avvolge e lo porta con se
tra fichi d’india mandorli e aranci
soffia una canzone d’amor

la laralà laralà
la laralà laralà

hanno ammazzato un uomo
a na ‘mmazzatu un’ umu
ma dove è stato chi è
a na ‘mmazzatu un’ umu
non certo nella ferrovia
si ora so chi lui sia

è un figlio di questa terra
divisa tra silenzi e pianto
libertà oltre Oceano ha gridato
sulle onde di una radio scottante

sei tu quel grande figlio
figlio impastato d’amore
tra fichi d’india mandorli e aranci
tua madre con coraggio ti piange
sei tu quel grande figlio
figlio impastato d’amore
tra fichi d’india mandorli e aranci
tua madre con coraggio ti piange

la laralà laralà
la laralà laralà..aaaaaah

quanto mistero in quel tuono
lungo la ferrovia
sento che Giustizia Vera
la renderà solo Dio

la laralà laralà a na ‘mmazzatu… ammazzatu la laralà laralà ma na ‘mmazzatu… ammazzatu la laralà laralà Pippinu… la la la la la laralà ma na‘mmazzatu… ammazzatu la laralà laralà ma na ‘mmazzatu… ammazzatu la la la la la la làlaralà

inviata da Salvo - 31/8/2007 - 01:50


La matri di Pippinu

Umberto Santino, fondatore nonché direttore del Centro di Documentazione Giuseppe Impastato, ha scritto nel 1979 una splendida poesia in morte di Giuseppe Impastato, intitolata "La matri di Pippinu". La poesia, in lingua siciliana, non ha bisogno di traduzione. In ogni caso è proposta anche in italiano dal Centro di Documentazione Giuseppe Impastato, che, fra l'altro, ha fatto proprie poesie scritte da Peppino e da altri su di lui

Chistu 'un è me figghiu.
Chisti 'un su li so manu
chista 'unn è la so facci.
'Sti quattru pizzudda di carni 'un li fici iu.
Me figghiu era la vuci
chi gridava 'nta chiazza
eru lu rasolu ammulatu
di lo so paroli
Era la rabbia,
era l'amuri chi vulìa nasciri,
chi vulìa crisciri.
Chistu era me figghiu
quannu era vivu,
quannu luttava cu tutti:
mafiusi, fascisti,
omini di panza
ca 'un vannu mancu un sordu,
patri senza figghi
lupi sanza pietà.
Parru cu iddu vivu:
'un sacciu parrari cu li morti.
L'aspettu jornu e notti,
ora si grapi la porta, trasi,
m'abbrazza, lu chiamu..
È nnâ so stanza chi studia,
ora nesci, ora torna,
la facci nìura come la notti,
ma si ridi è lu suli chi spunta
pi la prima vota,
lu suli picciriddu.
Chistu 'un è me figghiu.
'Stu tabutu chinu di pizzudda di carni
'unn è di Pippinu.
Cca dintra ci sunnu tutti li figghi
chi 'un pòttiru nasciri di 'n'autra Sicilia.

giorgio - 1/5/2010 - 21:00



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