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Los Salieris de Charly

León Gieco


Lingua: Spagnolo


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(León Gieco)


[1992]
Parole e musica di León Gieco
Nell’album intitolato “Mensajes del alma”.

Mensajes del alma

Come già La memoria e tante altre canzoni di León Gieco, anche questa è un’epopea, un poema narrativo di un’epoca sordida, l’ennesima per un’Argentina ancora alle prese con gli spettri (piuttosto concreti) della dittatura sanguinaria conclusasi nel 1982-83. Il punto di vista è quello del cantautore e dei suoi amici musicisti, tutti in qualche modo debitori e modesti allievi dell’innarivabile maestro Charly García, così come si dice (ma sarà poi vero?) che Antonio Salieri lo sia stato di Wolfgang Amadeus Mozart.



Una canzone di feroce protesta da parte di un gruppo di artisti che hanno molto da dire perchè nel decennio precedente hanno dovuto mangiare morte e silenzio, e sono sopravvissuti, ed ora sono costretti ad assistere allo stupro della memoria, all’insulto a tutti quei morti desaparecidos e assassinati, un’intera generazione di giovani, la loro generazione. Sono infatti i primi anni di quella che sarà la lunga e devastante presidenza di Carlos Menem (oggi ultraottantenne e ancora recentemente condannato per traffico d’armi e peculato), anni caratterizzati dalle privatizzazioni selvagge, dalla corruzione diffusa, da ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri, dall’impunità dei carnefici della dittatura,... anni che posero, come si è visto, una seria ipoteca sul futuro dell’Argentina.



E accanto alla condanna del potere e delle sue nefandezze, accanto alla denuncia dell’arricchimento ladresco e vergognoso di pochi e della miseria inenarrabile dei molti (“En mi país por año hay 15 mil chicos que vuelan / como angelitos con sus alas por el buen aire”, così si apre Mensajes del alma) c’è l’affermazione dell’opposizione ad oltranza a tanto scempio e la rivendicazione dei propri riferimenti artistici, culturali e politici: le radici rurali, il quotidiano Página/12 (che allora poteva ancora dirsi di sinistra), Eduardo Galeano, la Negra Mercedes Sosa, Víctor Jara, il RoberTone, l’amplificatore valvolare alla portata di tutti, Tanguito, Litto Nebbia e il loro grande successo del 1967, “La balsa”, canzone composta nei cessi della pizzeria La Perla del Once a Buenos Aires, i grandi musicisti e compositori di tango Agustín Magaldi, Osvaldo Pugliese, Aníbal Troilo e Roberto Grela.

Rileggendo quanto ho scritto - per provare a rendere un po’ più leggibile questa bella canzone, così argentina - mi rendo conto che quasi tutti gli autori citati da Gieco sono già sulle CCG/AWS... Bene, allora anche qui siamo nel gruppo dei Salieri di Charly!
Somos campesinos de la raza de altroque
Jamás un turista del famoso déme tres
Nacimos en el pasto, asado y mucho vino
Pero nunca seremos un gordito argentino

Nos gusta la tierra odiamos la ciudad
Mas sabemos que en el polvo no hay oportunidad
Andamos de aquí, andamos para allá
Chocamos al país diciendo la verdad

Menos mal, no somos cualquiera
Nunca nos odiaron en la escuela
Menos mal, no somos cualquiera
Nunca mentimos en la iglesia
Somos del grupo los Salieris de Charly
Le robamos melodías a él, ah, ah, ah,...

Queremos ya un presidente joven
Que ame la vida, que enfrente la muerte
La tuya, la mía, de un perro, de un gato,
De un árbol, de toda la gente.

Compramos el Página, leemos a Galeano
cantamos con la Negra, escuchamos Víctor Jara
Dicen la juventud no tiene
para gobernar experiencia suficiente

Menos mal, que nunca la tenga
Experiencia de robar
Menos mal, que nunca la tenga
Experiencia de mentir
Somos del grupo los Salieris de Charly
Le robamos melodías a él, ah, ah, ah,...

Aunque tengamos un equipo Robertone
Un Leme, un Ucoa, para sacar la voz
Siempre sobrará para decirte fuerte
Si sos una mierda o no.

En la Perla del Once compusiste "La balsa"
Después de la cana no saliste más
¿Qué nos dirán por no pensar lo mismo
Ahora que no existe el comunismo?

Estarán pensando igual
Ahora son todos enfermitos
Estarán pensando igual
Ahora son todos drogadictos
Somos del grupo los Salieris de Charly
Le robamos melodías a él, ah, ah, ah,...

El 1 % quiere esto torcer
El 9 % tiene el poder
De lo que queda el 50 sólo come
Y el resto se muere sin saber por qué

Es mi país, es el país de Cristo
Damos todo sin recibir
Es mi país, es un país esponja
Se chupa todo lo que pasó

Menos mal que estamos acá
Nosotros no vamos a transar
Menos mal que estamos acá
Nosotros no vamos a parar
Somos del grupo los Salieris de Charly
Le robamos melodías a él, ah, ah, ah,...

Somos tipos solos comemos de la lata
nos gusta el sol del cementerio de Tilcara
Nos apura la Odeón, nos apuran los amigos
Nos gastan por teléfono pidiendo si tenemos

Les damos guita a los basureros
Vendemos muchos discos pero somos igual que ellos
¿Qué culpa tenemos si vamos al bar más rasca
A tomarnos unos vinos con el borracho que nos canta?

Nos gusta Magaldi cantando chamamé
Siempre mencionamos a Pugliese
Troilo y Grela es disco cabecera
Siempre mencionamos a Pugliese

Somos del grupo los salieris de Charly
Le robamos melodías a él, ah, ah, ah,...

inviata da Bernart Bartleby - 20/3/2016 - 17:23



Lingua: Italiano

Traduzione italiana di Riccardo Venturi
21 marzo 2016

Due parole del traduttore. Di questa canzone, si trovano diverse spiegazioni in Rete (una delle quali deve essere stata, penso, utilizzata anche da Bernart che la ha contribuita per il sito). Quanto a traduzioni, però, nisba. E ci credo, vacca boia (o “cow hangman”, come a volte si dice internazionalmente): per azzardarmi a tradurla ho dovuto non solo mettere in azione il benemerito “Lenguaje de los Argentinos” di Carlos V. Cicottino, recatomi a suo tempo dall'altrettanto benemerito Io Non Sto Con Oriana dopo uno dei suoi viaggi, ma soprattutto son dovuto uscire in cortile e precettare la mia vicina di casa, argentina di Tucumán. Senza di lei non ci avrei capito nulla in certi passi del testo, e le vanno quindi caterve di ringraziamenti. La canzone è un concentrato di argentinismi, e quindi presenta parecchie note esplicative.
I SALIERI DI CHARLY

Siamo contadini della razza d'altroché [1]
Mai turisti del famoso “dammene tre” [2]
Siam nati tra il foraggio, asado e tanto vino
Ma non saremo mai un panzone argentino [3]

Ci garba la terra, odiamo la città
Ma sappiamo che tra la polvere non c'è possibilità
Ce ne andiamo via di qui e ce ne andiamo là
E sciocchiamo il paese dicendo la verità

Per fortuna non siamo gente qualunque
Non ci hanno mai odiati a scuola
Per fortuna non siamo gente qualunque
Non abbiamo mai detto bugie in chiesa
Siamo del gruppo dei Salieri di Charly
È a lui che freghiamo le melodie, ah, ah, ah...

Ora vogliamo un presidente giovane
Che ami la vita, che affronti la morte,
La tua, la mia, quella di un cane o di un gatto,
Di un albero, di tutti...

Compriamo il Página [4], leggiamo Galeano [5],
Cantiamo con la Negra [6], ascoltiamo Víctor Jara
Dicono che la gioventù non ha abbastanza
Esperienza per governare

Per fortuna non la avrà mai
L'esperienza per rubare,
Per fortuna non la avrà mai
L'esperienza per mentire,
Siamo del gruppo dei Salieri di Charly,
È a lui che freghiamo le melodie, ah, ah, ah...

Anche se abbiamo un impianto Robertone [7]
Un Leme [8], un Ucoa [9] per tirar fuori la voce,
Basteranno sempre per dirti forte
Se sei una merda o no.

Alla Perla del Once [10] hai composto “La balsa”,
Però poi non sei mai uscito dal cesso
Che ci diranno perché non pensiamo la stessa cosa,
Ora che non esiste il comunismo?

Staranno pensando lo stesso
Che ora son tutti fuori di ceppa,
Staranno pensando lo stesso
Che ora son tutti dei fattoni,
Siamo del gruppo dei Salieri di Charly,
È a lui che freghiamo le melodie, ah, ah, ah...

L'1% vorrebbe arrovesciare tutto [11]
Il 9% ha il potere
Di quel che resta, solo il 50% mangia
E il resto crepa di fame senza sapere perché

È il mio paese, il paese di Cristo
Diamo tutto senza nulla in cambio
È il mio paese, un paese spugna,
Si ciuccia tutto quel che è successo

Per fortuna che stiamo qua
Noi non scendiamo a patti
Per fortuna che stiamo qua
Noi non ci fermeremo
Siamo del gruppo dei Salieri di Charly,
È a lui che freghiamo le melodie, ah, ah, ah...

Siamo tipi solitari, mangiamo dal barattolo,
Ci piace il sole del cimitero di Tilcara [12]
Ci scoccia la Odeon [13], ci scocciano gli amici,
Ci rompono telefonandoci se ci abbiamo soldi

I soldi li diamo ai vendispazzatura
Vendiamo tanti dischi però siamo uguali a loro,
Che colpa ci abbiamo se andiamo al bar più schìfido
A bere un po' di vino col briacone che canta con noi?

Ci garba Magaldi che canta il chamamé [14]
E sempre nominiamo Pugliese,
Il disco di Troilo e Grela [15] ce lo teniamo sul comodino
e sempre nominiamo Pugliese

Siamo del gruppo dei Salieri di Charly,
È a lui che freghiamo le melodie, ah, ah, ah...
[1] Secondo il Cicottino, altroque è termine lunfardo derivato esattamente dall'italiano “altro ché!”, esclamazione tipica degli immigrati italiani; e si usa esattamente come in italiano (“Ma non ti piace? Altro ché!”, e roba del genere). Mi spiega la mia vicina che, almeno secondo lei, qui León Gieco voleva far notare la “componente rustica” del gruppo, che parla il bonaerense stretto (pieno, pienissimo, infarcito di italianismi). Quelli che dicono “altroque” non appartengono ai quartieri alti, insomma.

[2] L'espressione “déme dos” (“dammene due”) ha origine nella politica economica della dittatura militare di Videla & compagni di merende (1976-1982), detta “política de la plata dulce” (politica del denaro facile). Il modello economico della dittatura fu, naturalmente, basato su uno sfrenato liberismo che arricchì i ricchi e impoverì i poveri; in tale periodo, una conseguenza tipica fu che gli argentini ricchi e agiati delle classi medioalte cominciarono, col denaro che scorreva tra le loro mani, a fare “viaggi di shopping”, specialmente negli USA e ancor più specialmente a Miami, dove potevano contare su mezza città che parlava spagnolo. Coi portafogli gonfi di dollari grazie al cambio favorevole, gli argentini a Miami resero popolare la frase “Dammene due”: avendo a disposizione molto denaro, entravano nei negozi e, invariabilmente, ne uscivano col doppio della mercanzia. I voli delle Aerolíneas Argentinas di ritorno da Miami atterravano con le stive piene di casse e scatole contenenti soprattutto articoli elettronici alla moda, impianti stereo e abiti di marca. In non molto tempo, al posto del “dammene due” si ebbe addirittura il “dammene tre”, categoria alla quale, come fa notare León Gieco, i “Salieri di Charly” proprio non appartengono...

[3] Mi fa opportunamente notare la mia vicina di Tucumán che, nel castigliano argentino, molto spesso un diminutivo indica in realtà il suo esatto contrario, ovvero un accrescitivo. Da qui gordito (“grassoccio”, alla lettera) vuol dire invece “grassone, panzone, obeso”. La cosa ha valore pienamente sociale: il panzone argentino è il ricco borghese che volava a Miami a farsene dare due o tre nei negozi (vedi nota 2).

[4] Il quotidiano Página/12, di tendenze visibilmente progressiste, è stato fondato il 25 maggio 1987 dal giornalista Jorge Lanata, dallo scrittore Osvaldo Soriano e dall'altro giornalista Horacio Verbitsky (famoso per le sue indagini sulle connessioni e le complicità tra la dittatura militare e le maggiori istituzioni del suo paese, ivi compresa la chiesa cattolica: è stato lui ad accusare di connivenza piena anche l'allora arcivescovo Bergoglio). Per “Página/12” (così chiamato perché in origine aveva esclusivamente dodici pagine) hanno scritto anche lo storico Osvaldo Bayer e Eduardo Galeano. Ha pubblicato, nella sua collezione di classici della letteratura, anche le opere di autori rimasti vittime della dittatura, come Haroldo Conti (desaparecido il 5 maggio 1976) e Rodolfo Walsh (scomparso il 25 marzo 1977).

[5] Eduardo Galeano (v. anche nota 4). Scrittore uruguaiano, nato il 3 settembre 1940 a Montevideo e morto il 13 aprile 2015. Tra i giganti della letteratura latinoamericana contemporanea, è stato, come tutti sanno, anche un grande cantore del gioco del calcio (che paragona a una recita teatrale, o a una guerra). Fuggito dall'Uruguay per sfuggire alla dittatura militare, si rifugiò in Argentina; in breve si ritrovò di nuovo sulla lista nera degli squadroni della morte. Si rifugiò in Spagna, per tornare nel 1985 in Uruguay.

[6] Vale a dire Mercedes Sosa.

[7] L'amplificatore valvolare Robertone 7600 a 60 W era di produzione argentina, di basso costo e ha praticamente amplificato tutti i gruppi rock caserecci, giovanili e quant'altro tra gli anni '70 e '80.

robertone


[8] Altro impianto di amplificazione di prezzo contenuto (sebbene più sofisticato del Robertone), prodotto dalla ditta L.E.M.E., brasiliana (considerata una sottomarca della Sony).

leme


[9] Anche l'UCOA (in varie versioni) era un amplificatore valvolare di produzione argentina, pure di basso costo.

ucoa


I tre amplificatori a basso costo e di produzione locale stanno qui, evidentemente, in contrasto con i sofisticati apparecchi all'ultima moda che i turisti danarosi andavano a comprare a Miami (v. nota 2). Sono robaccia, ma sono sufficienti per urlare come stanno le cose e “dire se sei o no una merda”.

[10] La Perla del Once, detta semplicemente La Perla è un bar ristorante situato a Buenos Aires, nel quartiere di Balvanera, al n° 2800 della Avenida Rivadavia all'incrocio con la Avenida Jujuy.

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Si chiama “La Perla del Once” perché fu fondato nel 1911; negli anni '20 del XX secolo vi teneva conferenze, chiacchierate e dibattiti il filosofo Macedonio Fernández, cui assisteva con gran piacere anche l'allora poco più che ventenne Jorge Luis Borges. Negli anni '60, il locale divenne la culla del rock argentino sotto la direzione dell'impresario Rodríguez Barredo; il mitico episodio della composizione de La balsa da parte di Tanguito e Litto Nebbia (1967) è ricordato addirittura in una targa apposta nel 2006 dalla Municipalidad de Buenos Aires.

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Dal 1994, la Perla del Once è Sitio de Interés Cultural della città di Buenos Aires.

[11] Il particolare senso di “torcer” in questa espressione mi è stato fortunatamente chiarito dalla mia vicina di Tucumán; e poiché ella, oramai bilingue tra l'argentino e il fiorentino, ha tradotto “arrovesciare”, lo lascio così com'è.

[12] Può darsi che il Cimitero di Nuestra Señora del Carmen, situato nel villaggio di Maimará (nome che in lingua omaguaca significa “stella cadente”), nel Dipartimento di Tilcara della provincia di Jujuy, sia il più famoso dell'intera Argentina. L'immagine che segue servirà a chiarire perché.

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Il cimitero è un delirio di sole e colori, e si trova nel punto più alto della zona, in piena Quebrada de Humahuaca. Gli anziani del luogo sostengono che il cimitero si trova in alto perché le anime dei morti siano più vicine al Padre Inti.

[13] La casa discografica.

[14] Il chamamé è uno stile musicale e una danza tipico della provincia di Corrientes, nel nord dell'Argentina (la provincia confina con il Paraguay, col Brasile e con l'Uruguay). Corrientes è una provincia dove la lingua guaraní è ufficiale accanto al castigliano (come nel vicino Paraguay), e il chamamé è probabilmente di origine guaraní (lo stesso nome “chamamé” sembra fosse il vecchio nome del popolo Charrúas, anche se alcuni sostengono che il nome sia una corruzione di “San Mamés”, o San Mamete, santo assai venerato nei Paesi Baschi). Ha una storia antica, poiché le sue origini risalgono al XVI secolo; nel tempo si è venuto contaminando con diverse tradizioni musicali, tra le quali quella italiana e quella ebrea sefarditica. In linea di massima, il chamamé è suonato da un trio con due chitarre e una fisarmonica; si tratta di una danza molto allegra e animata, dove il ballerino tiene il ritmo battendo coi tacchi delle scarpe.

[15] Aníbal Troilo, detto Pichuco e Roberto Grela formarono un celebre duo nel 1953 in occasione della rappresentazione teatrale de El patio de la morocha. Da lì il duo ebbe modo di partecipare a varie pellicole cinematografiche, e si trasformò poi nel Cuarteto Típico Troilo y Grela assieme a Edmundo Zaldívar e Enrique “Kicho” Díaz, specializzato in tanghi e milonghe.

21/3/2016 - 07:36


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