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La canción de Luciano

Patricio Manns
Lingua: Spagnolo


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Hemos dicho basta
(Tiempo Nuevo)
Cuando me acuerdo de mi país
(Patricio Manns)
Mi país fue vestido de paciencia
(Patricio Manns)


[1972]
Parole e musica di Patricio Manns
Nel disco “Chants de la résistance populaire chilienne”, inciso nel 1974 con i Karaxú, gruppo fondato dallo stesso Manns durante l’esilio in Francia dopo il golpe militare in Cile nel 1973.
Testo trovato su Cancioneros.com

Chants de la résistance populaire chilienne
Chants de la résistance populaire chilienne

Canzone dedicata a Luciano Cruz Aguayo (“Juan Carlos” nella clandestinità), uno dei dirigenti del MIR (Movimiento de Izquierda Revolucionaria), morto in circostanze misteriose il 14 agosto de 1971. Due giorni dopo anche la sua compagna, docente di sociologia di origine francese, fu trovata morta nello stesso modo, asfissiata.



Negli archivi della CIA, oggi in parte declassificati, si ipotizza che Luciano Cruz Aguayo, leader emergente e particolarmente radicale e rigoroso, sia rimasto vittima di una faida interna alla sinistra cilena. Sembra infatti che Cruz Aguayo si fosse permesso di espellere dal MIR tal Max Marambio, il potente capo dei guardaspalle di Allende, perché ritenuto violento ed inaffidabile. Guarda caso, Marambio fu tra i pochi stretti collaboratori di Allende a mettersi in salvo a Cuba dopo il golpe, dove strinse forti legami con la famiglia Castro, con cui fece grossi affari nel campo dell’aviazione civile, e da dove in seguito ritornò in Cile, già ricco sfondato, come grosso imprenditore nei settori agroindustriale, immobiliare e cinematografico. Insomma, un uomo sempre all’ombra del potere.

Funerali di Luciano Cruz Aguayo (di profilo, a reggere la corona del MIR, Miguel Enríquez, segretario del movimento, poi ucciso dalla DINA nel 1974)
Funerali di Luciano Cruz Aguayo (di profilo, a reggere la corona del MIR, Miguel Enríquez, segretario del movimento, poi ucciso dalla DINA nel 1974)
Al paso de Luciano
lloran las pergoleras
y así cubren de pétalos su muerte interminable,
su vida interminable, su reloj detenido
pero que, mudo, marca
las horas que anunciara,
la terca y fría hora
que el pueblo ató a su mano
para que floreciera
la lucha de Luciano.

Vuelve en hueso, en frío, en un caballo,
en un beso, en una quemadura.
Es de acero, de aire, de ceniza, y,
todo despierto, viene a seguir.

¿Quién le amarra sobre el mapa?
¿Quién destroza su retrato?
¿Quién silencia su palabra?

Luciano al regresar
se descerraja en luz,
destapa la verdad,
revienta con su mano los alambres del temor,
respira en cada boca para la revolución.

Vuelve armado de agua y viento,
a velar los sueños vuestros,
a encender los sueños muertos.
¡Ábranle!
¡Ábranle!
¡Ábranle ya!

Al paso de Luciano hay pueblo innumerable
y una mujer desgarra su nombre desde lo alto.
La oscura ceremonia de la muerte le lleva
como sombra en la sombra del rito funerario,
el rito que le alumbra,
que el pueblo ató a su mano,
para que floreciera
la lucha de Luciano.

inviata da Bernart Bartleby - 3/2/2015 - 09:35


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