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L'Arca di Noé

Sergio Endrigo


Lingua: Italiano


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(1970)
Testo di Sergio Endrigo
Musica di Sergio Endrigo e Luis Bacalov

Presentata in coppia con Iva Zanicchi al Festival di Sanremo (terza classificata)

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L'Arca di Noè
di Antonio Valentino
da Conoscere per essere

In questo brano dei primi anni Settanta, Sergio Endrigo, rinnovando la migliore tradizione lirica dei trovatori provenzali, affronta con abilità compositiva e freschezza di ispirazione una tematica centrale della modernità: la questione ecologica e ambientale.

Il problema non viene esaminato in una dimensione analitica, fredda e intellettualistica, ma affiora dolcemente dall’impianto metaforico che sorregge il testo.

Sulle orme di Jaufré Rudel e di Garcia Lorca, il poeta Endrigo, modulando con eleganza immagini evocative dense di significato, riesce a delineare un quadro sintetico, efficace e drammaticamente essenziale.
Il motivo ecologico, in senso ampio e, per così dire, universale, onnicomprensivo, trova nella stimolante allegoria proposta da Endrigo un’interessante occasione meditativa.

L’incipit del brano è quanto mai incisivo e non lascia dubbi interpretativi: l’equilibrio organico e naturale è stato infranto, la direzionalità spontanea dei processi ambientali, la loro armoniosa integrazione hanno subito un grave processo degenerativo apparentemente irreversibile e ineluttabile.

Il volo dei gabbiani, simbolo canonico di purezza e di vitalità, risulta contaminato da un elemento patologico che si è infiltrato nell’ordo rerum, alterandolo alla radice. Gli uccelli appaiono "telecomandati", governati cioè da un principio meccanico del tutto ateleologico e cieco.

Come se non bastasse, la spiaggia è popolata da conchiglie morte, inesistenti, fantasmatiche e il cielo, tradizionale punto di riferimento per gli spostamenti umani, nega al marinaio qualunque possibilità di orientamento e di consapevolezza spazio-temporale. La stella, non a caso, è fatta di acciaio ed è privata della sua luminosità quasi provvidenziale e benevola. L’uomo – il marinaio smarrito ne è la chiara metafora – sembra confuso, mentre i bambini coltivano le loro ultime illusioni, indotte da un cielo azzurro ma indifferente.

Quella luna silenziosa cui Leopardi si rivolge nel Canto Notturno di un pastore errante dell’Asia, alla ricerca di una verifica esistenziale e di un dialogo ormai vano, qui risulta piena di bandiere senza vento, e diventa, così, una immagine statica, inerte, vuota. Il còsmos classico è stato ormai annientato dalla successione inarrestabile delle Rivoluzioni industriali e la natura non è più quella totalità perfettamente simmetrica e ordinata che conferiva senso al divenire e che riassorbiva in sé il dolore e le fatiche dell’uomo. L’uomo del Novecento appare scisso dalla natura e da se stesso e, quindi, dall’orizzonte dell’Alterità.

Nei versi di Endrigo ritroviamo le tracce dell’angoscia di Pascal di fronte all’avvento del meccanicismo e la distruzione sistematica dell’ambiente, perpetrata nel XX secolo, non è che l’ultimo risultato di quel processo epocale. Il toro abbandonato sulla sabbia ricorda il cavallo stremato di Montale e la trasformazione del sangue in cherosene è l’ennesima conferma del deterioramento che si è consumato ai danni degli esseri viventi.

L’ordine dei fenomeni, nel delirio di onnipotenza della tecnica, viene inesorabilmente invertito e l’antieroico cavaliere non può che essere annientato da un mostruoso cavallo di latta, quasi un presagio di sconfitta e di fallimento per una civiltà incapace di ritrovare un senso e un’identità ontologica.

La terra e il mare sono ridotti ad una strana e informe polvere bianca e un’intera città, conclude Endrigo, si è perduta nel deserto. Il deserto dell’indifferenza e dell’esasperazione individualistica, forse.

La fatica di essere uomini si condensa, poi, in quella casa vuota che non aspetta più nessuno, perchè ogni appartenenza è preclusa per chi sia stato fagocitato dal buco nero dell’incomunicabilità. L’uomo che qui viene implicitamente tratteggiato non ha più domicilio né patria. Si tratta di un homo viator condannato ad un pellegrinaggio che sembrerebbe riprodurre non tanto il modello agostiniano e dantesco dell’itinerario verso Dio, quanto una sorta di nevrotica coazione a ripetere. Poi, d’un tratto, la svolta. La nave partirà. Ecco la speranza, l’idea ancora indeterminata eppure forte di un recupero, di una palingenesi.

Sarà come l’Arca di Noè, aggiunge Endrigo che, con questa allusione, vuole esprimere un senso di fraternità cosmica che rigenera e che ravviva. E su quell’arca, ultimo baluardo ai bordi dell’abisso, la fantasia del poeta, vede uniti un cane, un gatto e due persone senza nome, "io e te", ovvero l’io e l’altro da sé, il proprio fratello, i due soggetti attivi della nuova condivisione.


Questo brano ebbe degli attacchi furibondi da Lietta Tornabuoni, che all’epoca era ancora costretta ad occuparsi di canzonette. Le basi delle sue accuse erano costituite dal fatto che i versi della canzone erano un misto di Martinetti e Lorca. Altri tempi, altre critiche! Anche Padre Ugolino si scagliò contro questa canzone perché sosteneva che non “lasciava nessuno spiraglio alla speranza”.
Cantai L’Arca Di Noè in coppia con Iva Zanicchi. Ricordo che i giornali di allora scrissero cose di questo tipo: “la Zanicchi ha dichiarato che sarebbe andata a Sanremo solo con questa canzone”; oppure: “la Zanicchi è andata a Sanremo con Endrigo contro il parere del marito”. Questa, comunque, è una canzone che canto ancora oggi e riesco a strappare sempre un applauso supplementare in maniera un po’ ruffiana, dicendo: “E quando dico 'che fatica essere uomini' intendo dire anche 'che fatica essere donne'".

[da “Sergio Endrigo” (Lato Side Editori, 1982)]
Un volo di gabbiani telecomandati
e una spiaggia di conchiglie morte
nella notte una stella d'acciaio
confonde il marinaio

Strisce bianche nel cielo azzurro
per incantare e far sognare i bambini
la luna è piena di bandiere senza vento
che fatica essere uomini

Partirà
la nave partirà
dove arriverà
questo non si sa
sarà come l'Arca di Noè
il cane, il gatto, io e te

Un toro è disteso sulla sabbia
il suo cuore perde cherosene
Ad ogni curva un cavallo di latta
distrugge il cavaliere

Terra e mare, polvere bianca
una città si è perduta nel deserto
la casa è vuota, non aspetta più nessuno
che fatica essere uomini

Partirà
la nave partirà
dove arriverà
questo non si sa
sarà come l'Arca di Noè
il cane, il gatto, io e te

28/4/2013 - 23:52



Lingua: Francese

Version française – L'ARCHE DE NOÉ – Marco Valdo M.I. – 2013
Chanson italienne - L'Arca di Noé – Sergio Endrigo – 1970
Texte de Sergio Endrigo
Musique de Sergio Endrigo et de Luis Bacalov
L'ARCHE DE NOÉ

Un vol de mouettes télécommandé
Et une plage de coquillages morts
Dans la nuit, une étoile d'acier
Trompe le matelot

Bandes blanches dans un ciel de lin
Pour charmer et faire rêver les enfants
La lune est pleine de drapeaux sans vent
Quelle peine d'être des humains

Partira
Le bateau partira
Où il arrivera
On ne le sait pas
Ce sera comme l'Arche de Noé
Le chien, le chat, toi et moi

Un taureau est étendu sur le sable
Son coeur perd du kérosène
À chaque courbe un cheval de faux acier
Détruit le cavalier

Terre et mer, poussière atone
Une ville s'est perdue au bout du chemin
La maison est vide, elle n'attend plus personne
Quelle peine d'être des humains

Partira
Le bateau partira
Où il arrivera
On ne le sait pas
Ce sera comme l'Arche de Noé
Le chien, le chat, toi et moi

inviata da Marco Valdo M.I. - 1/5/2013 - 18:17


non sono quelle che cercooooooo!!!!!!

14/12/2015 - 18:29


forse cercavi "ci son due coccodrilli ed un orangotangoooooo"????

CCG Staff - 14/12/2015 - 21:37


Ma noi siamo qui o no anche per accontentare i nostri piccoli lettori...?!?

Riccardo Venturi - 14/12/2015 - 21:54


Poi c'è anche la versioncina che fa:

Ci son due celerini
ed un carabiniere,
la guardia di finanza,
la polizia di stato,
ecco che arriva anche la Digos,
non manca più nessuno,
solo non si vede la Municipale."

Riccardo Scocciante - 14/12/2015 - 22:22



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