Lingua   

Bella 'ca partenza

Cantannu Cuntu


Lingua: Italiano (Calabrese)


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Testo: Anonimo popolare
Musica: Carlo Alberto Malito

Mandolino: Pino Coschignano
Chitarra: Elio Curto
Tastiere: Adolfo Cappello
Basso: Adolfo Cappello
Percussioni: Carlo Alberto Malito
Cori: Cantannu Cuntu

cantannu

Ispirato, se così posso dire, da Riccardo Venturi di ‘Canzoni contro la guerra’, sono andato a rovistare nella memoria e su qualche ripiano. Ho scelto questo canto popolare del gruppo Cantannu Cuntu, che mi ritrovo per casa quale frutto del fortunato acquisto di un cd (Canzoni di campagna, di mare e d’amore) allegato ad un numero della rimpianta rivista Avvenimenti di qualche (…eufemismo) anno fa. Il nome del gruppo, Cantannu Cuntu significa "Cantando Racconto" e mi sembra che renda abbastanza bene la funzione del canto di estrazione popolare, che è sempre partecipativo e corale ed in certe realtà uno dei pochissimi mezzi di aggregazione concessi al popolo da parte dell’organizzazione padronale, chiamiamola così.

Il gruppo Cantannu Cuntu è nato ed opera ad Acri, quello che si può comunemente definire un popoloso centro silano in provincia di Cosenza. Io sottolineerei, invece, che Acri è il paese natale di Vincenzo Padula (1819-1893), prete, patriota e rivoluzionario, e che, nonostante tutto, questo paese è abbastanza popoloso, forse perché ha avuto miglior sorte rispetto a comuni vicini e che trovo ad esso assimilabili come San Giovanni in Fiore o Petilia Policastro. Sono luohi d’emigrazione ai quali il tempo ha concesso poche opportunità, fatti salvi i natali o la presenza di qualche personaggio illustre, vedi il Padula stesso e Gioacchino da Fiore, e la bellezza e salubrità dei luoghi. Non mi soffermerei sull’etichetta che qualifica l’altopiano della Sila come "Svizzera d’Italia", piuttosto ribadisco che questi sono luoghi d’emigrazione ai quali ‘i padroni’ vicini e lontani hanno tolto tantissime vite e possibilità di crescita: le gallerie autostradali italiane mormorano ancora, almeno per chi ne è a conoscenza, il dialetto delle maestranze petiline cadute sul lavoro, come le miniere di tutto il mondo rilasciano, per chi non vuole dimenticarli, i richiami dei minatori sangiovannesi periti ovunque ci fosse da scavare, in Belgio come a Monongah. Cantare tutto questo e fare in modo che questo patrimonio intimamente culturale non vada smarrito è compito precipuo dei ‘ricercatori musicali’, con ciò non sminuendo la componente ludica del canto, specie quando associato al ballo popolare.

Trovo normalissimo, concludendo, che i canti di Calabria in buona parte vertano sugli aspetti disperanti che derivano dalla separazione e dalla lontananza, vale a dire emigrazione, brigantaggio, guerre e conseguenti ostacoli alla realizzazione di quelli che si chiamano, senza dubbio né vergogna, ‘amori’, quali che siano, in questa terra indurita dai millenni ma che riesce sempre a sorprendere, anche in positivo. Una terra chiusa in sé stessa, pensierosa, che nel proprio dialetto non contempla un equivalente dell’italiano "ti amo", un dialetto che ha scientemente omesso un tempo che in altre lingue si chiama "futuro": in calabrese non c’è, non cercatelo questo "tempo".

Ho ricopiato il testo della canzone dal sito dei Cantannu Cuntu e l’ho tradotto e annotato per quanti volessero leggerlo. (Cataldo Antonio Amoruso)
Bella ca a partenza è certa e chiara
E ni partiri nua e venuta d’ura
Na neava mmienzu u meari si pripara
Pensa a su cori mia na doluru
Pensa a su cori mia na doluru

E vua staviti buoni amici e freati cari
Ca partu duvu vo’ la mia sventura
Ca pu mi vuatu e dicu mamma cara
Benedicemi i mumenti e d′ura
Benedicemi i mumenti e d′ura

Ca partu supra mearu e jaccu dunna
Ca fazzu a mia partenza dacrimannu
Ca appena arrivu a chillu mearu funnu
Subitu scrivu e dittara ti mannu
Subitu scrivu e dittara ti mannu

Si viu a ′ncunu de lu tua paisu
Cu lli lacrimi all′uocchi l′addimmannu
Si unn′e′ amicu mi lu fazzu amicu
Gioia ppe ti mannari salutannu
Gioia ppe ti mannari salutannu

Si giuvani tu vidi cumi e mmia
Tu vascia l'uocchi e u llu guardari
Ca si Gesù Cristu mi nni fa veniri
Ugne gustu chi vu te aju e cacciari
Ugne gustu chi vu te aju e cacciari.

inviata da Cataldo Antonio Amoruso + CCG/AWS Staff - 28/12/2012 - 01:21



Lingua: Italiano

Traduzione in italiano corrente di Cataldo Antonio Amoruso

Acri (CS)
Acri (CS)


BELLA CHE LA PARTENZA

Bella che 1 la partenza è certa e chiara
E 2 di andar via è venuta l’ora
Una nave 3 in mezzo al mare si prepara
Pensa al cuore mio che si addolora 4
Pensa al cuore mio che si addolora

E voi restate buoni amici e fratelli 5 cari
Ché vado dove vuole la mia sventura 6
Ché poi ritorno e dico 7 mamma cara
Benedicimi i momenti e l’ora 8
Benedicimi i momenti e l’ora

Ché parto sopra mare e fendo l’onda 9
E affronto 10 la partenza lacrimando 11
E appena arrivo a quel mare profondo
Subito scrivo e nuove mie ti mando
Subito scrivo e nuove mie ti mando

Se vedo qualcuno del paese tuo 12
Con le lacrime agli occhi gli domando 13
Se non è amico me lo faccio amico
Gioia per mandarlo a salutarti 14
Gioia per mandarlo a salutarti

Se giovani tu vedi come me 15
Tu abbassa gli occhi e non guardarlo
Ché se Gesù Cristo mi fa tornare
Ogni tuo piacere ti devo soddisfare 16
Ogni tuo piacere ti devo soddisfare.
NOTE ALLA TRADUZIONE

di Cataldo Antonio Amoruso


[1] L’incipit ‘bella che…’ sembra la ripresa di un discorso che ‘l’anima poetante’ sta intrattenendo con l’amata, una attitudine normalissima dalle mie parti.

[2] Nel testo ‘’E’’, secondo me andrebbe preceduto da un apostrofo, poiché ritengo che significhi ‘di’, che si pronuncia esattamente come ‘’e’’ congiunzione, ché, se tale fosse, necessiterebbe di un ‘de’ che completerebbe il significato che ho appena espresso.

[3] L’esito linguistico ‘neava’ da nave, ‘meari’ da mare, mi ha stupito, credo che farebbe (e magari l’ha fatta) la felicità di Gerhard Rohlfs, il grandissimo filologo e glottologo studioso dei dialetti italiani, calabresi e salentini in particolare.

[4] Traduco a senso, perché la costruzione non mi è chiara, o è diversa da quella che mi aspettavo: presumevo di trovarmi di fronte un ‘pensa a su cori mia ca n’ha doluru’, ma trovo senz’altro stimolanti queste differenze tra dialetti (Cirò, il mio paese, è un po’ distante da Acri).

[5] Per ‘freati’, fratelli, vale quanto detto sopra, ma al di là di questo dato, siamo ad una svolta, nel testo: nella prima strofa è stata espressa quella inevitabile ‘condanna’ alla partenza, ora è il momento di raccomandare a chi rimane, fratelli ed amici, le cure verso l’amata.

[6] Sventura, sua accettazione, e un filo di speranza, un empito fugace: parto verso l’ignoto, ma poi torno; tu intanto benedicimi, mamma.

[7] Forse c'è una separazione, ineliminabile per motivi ritmici, tra 'dicu' e 'mamma cara', nel senso che 'dicu' significa 'vi racconto', 'vi informo', al mio ritorno, ma quel 'dicu' si lega al vocativo seguente 'mamma cara': se fosse in fine di verso si potrebbe leggere come un enjambement, almeno credo. Diversamente avrebbe poco senso chiedere la benedizione dopo il ritorno, dal momento che quella benedizione deve il viatico per la partenza.

[8] Qui e nel verso seguente, nel testo calabrese si riporta 'l'ura', a differenza di 'd'ura' come nel 2° verso della 1a strofa; non so se sia casuale o dovuto al fatto che la 'l' è preceduta da una 'e' che le impedisce di trasformarsi in 'd'.
Ma si veda qui al punto 1

[9] ‘E benedicimi per ogni istante, per ogni ora’, perché il mio viaggio è fitto di insidie: parto ‘sopra mare’ (che Acri si trovi parecchio all’interno ha un suo significato: il mare fa ancor più paura), e ‘jaccu’, cioè letteralmente ‘spacco’ (come direbbe esattamente e giustamente un boscaiolo silano; questo mi ricorda il moto di speranza richiamato alla nota precedente) l’onda. Credo che ‘dunna’ potrebbe scriversi pure staccato, anche se mi piace leggere questa fusione dell’articolo col sostantivo: la ‘elle ’ di ‘la’ con l’elisione è diventata una ‘d’: ‘l’onda’ diventa ‘d’unna’; questo fenomeno della trasformazione della ‘l’ in d è molto diffuso in provincia di Cosenza, come pure la trasformazione di ‘l’, ‘ll’, in ‘u’, ad esempio in Rogliano (lampadina, uampadina; gallina, gauina, con una ‘u’ più marcata).

[10] ‘Fazzu’ sarebbe ‘faccio’.

[11] E infatti, ‘lacrimando’diventa ‘dacrimannu’ e poco oltre ‘lettere’ produce ‘dìttara’.

[12] L’innamorato si rivolge all’amata promettendole che appena arriva, manderà notizie di sé, e appena incontrerà qualcuno del paese di lei, evidentemente diverso, se lo renderà amico, se già non lo fosse, per farne un messaggero d’amore e latore di saluti… altro che sms!

[13] ‘L’addimmannu’ è costrutto tipico: lo domando, nel senso di ‘gli domando’, con una soluzione semplicissima: in questo dialetto ‘addimmannar’, in questa accezione, è un verbo transitivo, tutto qui, con buona pace di chi storce il naso di fronte a un ‘t’u ‘mparu iju’, ‘te lo insegno io’ , dove basterebbe dire che ‘insegnare’ si traduce ‘mparare’… i false friends esistono anche tra italiano e dialetti…

[14] Anche questa è una costruzione idiomatica: ‘ti mannar a salutar’, che letteralmente sarebbe ‘mandare te a salutare’…

[15] Qui il discorso si fa per così dire più intimo, sanguigno: finora si è parlato di distanza, solitudine, amore materno, tentativi di stabilire un contatto ‘alto’, ma poi la carne, la gelosia e il desiderio intervengono: se vedi qualche (bel) giovane come me, abbassa gli occhi e non guardarlo, che se Dio mi concede la grazia, torno e… ogni tua voglia la soddisfo io. La traduzione letterale sarebbe ‘che se Gesù Cristo me ne fa venire a casa, ogni desiderio che vuoi te lo devo cacciare’.

[16] Nel testo in dialetto aggiungerei l’apostrofo dopo vu (vu’) e prima di e (‘e cacciari).

inviata da CCG/AWS Staff - 28/12/2012 - 01:53


Alcune cose in ordine sparso.

1. La pagina è stata costruita grazie al materiale inviato via mail da Cataldo Antonio Amoruso, poi collazionato con la corrispondente pagina del suo blog Sedimenti. Rispetto a quest'ultima, la pagina qui presente presenta però alcune modifiche. Innanzitutto, prima di inserire il testo è stato fatto un controllo all'ascolto ed è stata ripristinata la ripetizione dell'ultimo verso delle strofe 4 e 5 (omessa evidentemente nel testo ripreso dal sito dei Cantannu Cuntu). Quanto al dubbio espresso da C.A.A. nella Nota 8, l'ascolto fa sentire chiaramente la pronuncia d'ura che è stata quindi ripristinata nella grafia.

(Il ricontrollo all'ascolto è una pratica che consigliamo a Cataldo, perché sovente le trascrizioni di testi nella maggior parte dei siti Internet sono imperfette).

2. Rispetto alla pagina del blog "Sedimenti", le note colà denominate "6 bis" e "6 ter" sono state qui inserite invece nel normale ordine progressivo (sono quindi diventate la 7 e la 8).

3. Un'annotazione rispetto alla mancanza del tempo futuro nella coniugazione del verbo calabrese. E' una caratteristica che il "profondo Sud" condivide col "profondo Nord"; ma non quello di Bossi, bensì il Nord vero, quello delle latitudini boreali. Come in calabrese, il futuro è del tutto assente dalla lingua finlandese e dai suoi dialetti (e dall'imparentato estone). Nelle lingue germaniche più antiche (islandese e norvegese antico, antico alto tedesco, anglosassone ecc.) la situazione è esattamente identica: nessun futuro (i futuri delle lingue moderne, tipo l'inglese "you will go" o il tedesco "er wird gehen" sono formazioni storicamente molto recenti, e ancora adesso a livello popolare si usa il presente sia in inglese che in tedesco: "Tomorrow I go", "ich gehe morgen", come il toscano "ci vo domani" del resto). In generale, la mancanza del tempo futuro è indice di grande arcaicità di una lingua: nel protoindoeuropeo, probabilmente, non esisteva e ogni singola lingua si è arrangiata se ha sentito il bisogno di formare tale tempo. Parecchie, come il calabrese, non ne hanno sentito nessun bisogno; ma si ricordi che anche in italiano letterario forme come "farò" o "berrò" sono storicamente dei presenti debitivi: "facere habeo", "bibere habeo" = "ho da fare, ho da bere".

Riccardo Venturi - 28/12/2012 - 02:37


Grazie, Riccardo, la tua nota sul tempo futuro nelle varie lingue è per me straordinariamente interessante. Ero convinto, in via del tutto immaginaria e ignorando quelle cose che tu hai scritto, che fosse una peculiarità dei dialetti meridionali, calabresi in particolare, dovuta forse a quella 'rassegnazione' (il termine è poco preciso) che toglie speranza al futuro inteso come tempo ancora da vivere e realizzare.
Complimenti per il 'lavoraccio' che hai fatto: non mi sfugge che lo hai postato alle 02:37... anche questo ha un suo significato.
Ciao.

cataldo antonio amoruso - 28/12/2012 - 08:11


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