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Tempi difficili

Riccardo Venturi
Lingua: Italiano


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[1998]
Testo di Riccardo Venturi
Musica del Mare
da Livorno (1997/98)

Questa canzone è vecchia; è del 1998. In realtà, allora, credevo di scrivere “poesie” o roba del genere; però, senza saperlo, scrivevo canzoni. E se un giorno o l'altro imparerò a strimpellare due accordi su una chitarra, questa qui sarà una delle prime. In generale, sono molto critico verso me stesso; ci sono delle cose che non tirerei fuori nemmeno con un fucile puntato addosso. Col tempo, invece, ho maturato l'idea che sia giusto tirarne fuori altre che sembrano resistere almeno un po' al tempo. Non è per vanità, né per altre voglie autoreferenziali; proprio non sento queste cose in me, nemmeno minimamente. Ma ritengo che le parole scritte da ognuno chiedano, esigano di essere tolte dal silenzio perché, adesso, sono tutte importanti. In questo, e lo debbo riconoscere con onestà e con piacere, Marco Valdo mi è stato di scuola. Osservare la realtà e la storia, e renderle con le proprie parole, è l'antidoto più efficace e grande che si possa opporre alla fascista stupidità di questi tempi. Stupidità standardizzata, fascismo banale e terrificante.

Detto questo, due parole su Tempi difficili.

Fa parte di una raccolta di “cose” (poesie e/o canzoni) che ho scritto nel 1997/98, quando abitavo a Livorno. La raccolta si intitola, appunto, “Livorno”. Su Livorno avrei ancora da dire tante cose, ma forse sarebbe inutile perché la Livorno che credevo di vedere, probabilmente, non esiste. O non esiste più. Livorno, in quegli anni per me durissimi, era la mia compagna di solitudine e di ubriachezze notturne; Livorno era il male di vivere e, al tempo stesso, la Resistenza. Giravo per ogni angolo della città con un quadernetto e scrivevo qualsiasi cosa. Mi fottevo scientificamente un lavoro ben avviato, tradivo metodicamente quella che allora era mia moglie e stavo là a immaginare lotte sotterranee. E, come accade a volte in irripetibili frangenti del genere, avevo la capacità di guardare oltre. Ho scritto, in quel periodo, delle cose che, adesso, non mi riuscirebbe nemmeno più concepire. La mia scrittura poetica si è, dopo allora, involuta fino a scomparire del tutto; non ne restano tracce. Ma, ai suoi tempi, aveva meritato di essere inserita in un sito non di poco conto, quello di Giuseppe Cirigliano. E' ancora tutto lì, e così qualcuno potrà anche togliersi la curiosità di vedere il “Ventu” (come dice Marco Valdo) in un suo aspetto quasi insospettabile.

“Tempi difficili” è una canzone di crisi personale, e enorme. Ma, davanti al mare infinito, la crisi del singolo può spingersi, con aliti di brezza, a immaginare crisi più generali e più vaste. In quel “Che Guevara del '76” disegnato su un muro della “rossa” Livorno c'era un passato di lotta che si sfumava in una malinconia sfrangiata di tempi senza più ideali, senza più lotte, senza più sogni. Tempi di lontananza all'indietro, tempi di lontananza in avanti. Si vedevano le catastrofi che avremmo vissuto. Si vedevano le confusioni dell'oggi nelle confusioni di allora. Per questo, Tempi difficili trova qui il suo posto più giusto. E' arrivata. Non in modo facilmente comprensibile, e non lo domando a nessuno. Ma se mai ho scritto qualcosa che parla della crisi che massacra il singolo per spingersi poi a massacrare tutti, è questa. E non si parla di “economia” o di altre volgari, basse cose del genere: si parla dell'essenza umana stessa alle prese con un sistema che schiaccia. Bisogna raschiare le parole, e quelle mie di quel tempo necessitavano di essere raschiate a fondo. Buona lettura, se volete. [RV]
Quei tempi eran volati lievi come brezze,
Ma il vento, lo conosco se è dal mare;
Capisco quando arriva e so vedere
Se porterà bonaccia o la tempesta.
E camminare aperti, a passi lenti
Mischiare in un sorriso il trapassato,
A pezzi di presente e d'infinito.

È qui che mi sorprendo a testa bassa;
Mi colgo buffo di malinconia
Col suo contravveleno, l'ironia:
Ma sempre attento a dir poche parole
Qui intorno c'è il rispetto del silenzio.
Non sanno nulla. Esiste solo il dubbio
Di essere dovunque e in nessun luogo.

Le targhe delle strade ormai sbiadite.
M'infilo in qualche angolo smangiato
Contando quante scale e quante foglie
E ricontando il vuoto e il ricordare
E storie in pezzi di linguaggi strani
Senza l'assillo di dover andare.
E sopra un muro immagini graffite

E un Che Guevara del '76;
Una conversazione di due amici
Sospesa tra la scuola e due ragazze.
Ma poi, a chi l'avrà data quella là,
E due signore anziane, ed i lamenti,
Saranno tempi difficili
Certo, tempi difficili,

Tempi d'attesa e speranza
Tempi di lontananza.

29/4/2012 - 23:11


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