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Capaci e Via D'Amelio

Daniele Biacchessi
Lingua: Italiano

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‎[2007]‎
Dallo spettacolo “Il paese della vergogna” realizzato con i Gang

ilpaesedellavergogna
Occhi osservano dall’alto della collina.

Occhi minacciosi, pieni di odio.

Occhi che hanno il colore del tritolo incrociano occhi buoni di uomini e donne.

Sono dentro un’automobile che corre verso la morte.

L'ultima corsa di Giovanni Falcone inizia all'aeroporto di Ciampino, a Roma, sabato 23 maggio 1992.

Sono le 16:50.

Un jet dei servizi segreti decolla con a bordo il giudice e la moglie Francesca Morvillo.

Destinazione Palermo, aeroporto di Punta Raisi.

Atterrerà 53 minuti dopo.

Li attendono 6 agenti con le loro auto, 3 Fiat Croma blindate.

Le vetture si muovono dall'aeroporto alle 17:50.

Falcone sceglie la Croma bianca.

Lui è al volante, la moglie gli siede di poco accanto.

Imboccano l'A29.

La campagna siciliana sfila ai lati con i suoi colori di maggio.

Il sole taglia di traverso i finestrini mentre un caldo vento di scirocco accarezza tutti i loro volti.

C’è odore di mare.

Sulla statale che corre parallela all'autostrada, una Lancia Delta si mette in moto. E’ quella di Gioacchino la Barbera.

Palermo dista solo 7 chilometri.

Le auto si stanno lentamente avvicinando allo svincolo Capaci-Isola delle Femmine.

Dalle colline che sovrastano l'autostrada alcuni uomini seguono la scena, scatto dopo scatto, come se fosse la sceneggiatura di un film.

Ma un film proprio non è.

L'interruttore che mette in moto il meccanismo della strage è un segnale in codice.

Una telefonata " sbagliata", entrata nella storia di sangue di Capaci.

" Pronto Mario? "

" No, ha sbagliato numero. "

Il cellulare di La Barbera squilla alle 17:02.

Sa che quella telefonata non è un errore ma un segnale preciso.

Con lui, in un casolare vicino alla statale, ci sono altri sette uomini.

Sono al vertice di Cosa Nostra.

La Barbera sale sulla sua Lancia Delta e imbocca la strada che corre parallela alla Palermo - Punta Raisi.

Arrivato ad un punto prefissato si ferma e aspetta.

Ferrante e Salvatore raggiungono l'aeroporto.

Gioè e Troìa inseriscono una ricevente vicino a 500 chilogrammi di esplosivo, in un tombino dell'autostrada.

Poi salgono con Brusca e Battaglia sulle colline di Capaci, sotto lo sperone di rocce bianche che interseca il profilo di Montagna Grande.

Dall'autostrada, spuntano 3 Fiat Croma.

La Barbera riparte e le segue a distanza.

Alle 17:49 chiama Gioè sulle colline.

Meno di un secondo e la telefonata s'interrompe.

Sono le 17,56 minuti e 48 secondi, l'uomo della collina, Giovanni Brusca, sfiora il tasto del comando a distanza.

L'impulso raggiunge il tombino dove è collocata la ricevente.

I cinque quintali di tritolo, seppelliti nel canale di scolo, divampano, il boato è enorme, solleva cento metri di asfalto.

Si apre una voragine, larga trenta metri e profonda otto, che risucchia metallo, uomini, alberi, massi.

Sull'altra carreggiata una Fiat Uno verde con due turisti austriaci, e una Opel Corsa sono investite dai detriti.

Fiamme e fumo, poi solo silenzio.

Nella prima auto catapultata a 5 metri gli agenti di scorta muoiono sul colpo: Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani.

Nella seconda, spezzata in due tronconi, il giudice e la moglie, respirano ancora.

Una pattuglia della polizia accosta.

Giovanni Falcone e Francesca Morvillo moriranno all'Ospedale Civico di Palermo, un'ora più tardi.

L'autista del giudice e gli altri due poliziotti, feriti gravemente, sopravvivono.

L'uomo della Lancia Delta è ormai lontano.

Paolo Borsellino lo ripeteva come fosse un’ossessione: «Il mio problema è il tempo».

Lo diceva in quei cinquantacinque giorni dell’estate 1992.

Il 19 luglio 1992 a Palermo è una domenica calda.

Paolo Borsellino pranza in famiglia nella casa di Villagrazia di Carini. Poi, nel tardo pomeriggio, decide di far visita all’anziana madre.

Tra il mare e la casa della signora Maria a Palermo c’è un’autostrada, e quel pomeriggio le tre Croma blindate su cui viaggiano il giudice e la sua scorta transitano vicino allo svincolo di Capaci,

Arrivati in città, raggiungono via Mariano D’Amelio, una strada chiusa, ostruita al fondo da un muro di tufo che recinta un cantiere edile. Paolo Borsellino fa giusto in tempo a citofonare al numero civico 21, quando alle sue spalle esplode una Fiat 126 carica di tritolo.

Muore sul colpo, e con lui i sei uomini della scorta: Antonio Vullo, Emanuela Loi, Walter Cusina, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli e Agostino Catalano.

Così si moriva a Palermo. Soli. Senza la protezione dello Stato che si serve. Senza neanche il tempo di vivere.

Senza un saluto, senza aver chiuso l’ultima pagina di un’inchiesta.

Soli e minacciati... lavorando e basta. Soli...

Semplicemente soli.

inviata da DoNQUijote82 - 23/1/2012 - 23:19


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