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Τα λόγια και τα χρόνια τα χαμένα

Yannis Markopoulos / Γιάννης Μαρκόπουλος



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(Yannis Markopoulos / Γιάννης Μαρκόπουλος)
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(José Afonso)
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(Lluís Llach)


Ta lógia ke ta hrónia ta haména
[1974]
Στίχοι: Μάνος Ελευθερίου
Μουσική: Γιάννης Μαρκόπουλος
Πρώτη εκτέλεση: Χαράλαμπος Γαργανουράκης
Άλλες ερμηνείες: Γιάννης Μαρκόπουλος || Μάριος Φραγκούλης || Νίκος Ξυλούρης || Γιώργος Νταλάρας || Αλκίνοος Ιωαννίδης
'Αλμπουμ : Θητεία

Versi di Manos Eleftheriou
Musica di Yannis Markopoulos
Primo interprete: Charalambos Garganourakis
Altri interpreti: Yannis Markopoulos || Marios Frangoulis || Nikos Xylouris || Yorgos Dalaras || Alkinoos Ioannidis
Album: Thitìa

thitia

In Italia (ed in altri paesi), al cantautore può venire, in certi casi e magari con il modesto schernirsi del diretto interessato, essere riconosciuta la qualifica di “poeta”: il caso di Fabrizio de André è senz’altro quello che viene subito a mente. In Grecia, la cosa è radicalmente diversa. In Grecia tutti i più grandi poeti contemporanei hanno per natura interagito con la musica: coi più grandi musicisti (Theodorakis, Xarchakos, Markopoulos…) e con i più grandi interpreti. A loro volta, gli stessi musicisti e interpreti hanno scritto poesia, e poesia di grande spessore; e tutto ciò sembra riprodurre veramente una tradizione millenaria, così come millenario è l’impegno civile costante dell’Artista. Non deve quindi stupire di trovarsi di fronte a una “canzone” del genere, dove i versi di un grande poeta, Manos Eleftheriou, sono accompagnati dalla musica di un Markopoulos; quanto agli interpreti, è caratteristica tutta ellenica quella del rifiuto totale dell’esclusiva. Ci sono i versi, c’è la musica, e per il testo l’interpretazione è condivisa. Xylouris, Garganourakis, Dalaras…tutti vi attingono, fino ad arrivare a moderne “rock star” come Alkinoos Ioannidis (una rock star che si chiama “Alcinoo”, pensate un po’).

I versi di questa poesia-canzone sono ardui. Qui non siamo di fronte a delle “parole”, ma a un’impervia poesia contemporanea. Il tema è quello dell’esilio, ed è un tema che nel 1974 riguardava tutti i greci sulla soglia del termine di una dittatura buia e sanguinosa; una dittatura durante la quale la poesia e la musica, spesso attingendo al mito, era stata una tra le principali forme di lotta e di resistenza. E’ una poesia-canzone che,”sotto il velame”, nasconde l’immagine di un esiliato politico sfuggito alle persecuzioni nel suo paese e che, una data sera (“venerdì sera alle nove”, immagine ripresa dalle celebri “nove della sera” di Kavafis; alle nove della sera il poeta ellenico ha come una sua "hora") è come schiacciato dal peso dei ricordi (particolarmente della donna amata) e del dolore.

La canzone, nel suo “girovagare” tra i vari interpreti, ha subito delle variazioni testuali. Il suo primo interprete, Charalambos “Babis” Garganourakis la canta in un testo più accessibile e, forse, più chiaramente “politico”; Nikos Xylouris la canta invece in un testo più criptico, e che pone sicuramente maggiori problemi di interpretazione. In questa pagina ho voluto presentare entrambe le versioni, anche perché il testo che si trova in rete è esclusivamente quello della versione xylouriana. L’altro l’ho dovuto ricostruire all’ascolto.

Testo impervio e in alcuni passi criptico, certamente; ma la realtà non può fare a meno di essere espressa. Nell'amaro e terribile ricordare dell'esiliato, si avverte ad un certo punto l'immagine di che cosa siano le circostanze che hanno provocato l'esilio. La "casa devastata e vuota" e "la gente che ha visto il male" che "tiene le bocche cucite". E qui sembra di riandare all'altro estremo dell'Europa, al Portogallo di Era de noite e levaram. Portogallo e Grecia, ai due estremi del continente, hanno condiviso molte cose, e continuano a condividerle. Quasi come l'immenso José Afonso avesse come voluto scrivere il prologo di questa canzone. [RV]
Τα λόγια και τα χρόνια τα χαμένα
και τους καημούς που σκέπασε καπνός
η ξενιτιά τα βρήκε αδελφωμένα.
Κι οι ξαφνικές χαρές που ήρθαν για μένα
ήταν σε δάσος μαύρο κεραυνός
κι οι λογισμοί που μπόρεσα για σένα

Και σου μιλώ σ' αυλές και σε μπαλκόνια
και σε χαμένους κήπους του Θεού
κι όλο θαρρώ πως έρχονται τ' αηδόνια
με τα χαμένα λόγια και τα χρόνια
εκεί που πρώτα ήσουνα παντού
και τώρα μες στο κρύο και στα χιόνια

Η μοίρα κι ο καιρός το 'χαν ορίσει
παρασκευή το βράδυ στις εννιά
κι η νύχτα χίλια χρόνια να γυρίσει.
Στο τέλος της γιορτής να τραγουδήσει
παρασκευή το βράδυ του φονιά
και του λαού την πόρτα να χτυπήσει
και του λαού την πόρτα να χτυπήσει
και του λαού την πόρτα να χτυπήσει

Δεν ήτανε ρολόι σταματημένο
σε ρημαγμένο κι άδειο σπιτικό
οι δρόμοι που με πήραν και προσμένω
Τα λόγια που δεν ξέρω σου τα δένω
με τους ανθρώπους που 'δαν το κακό
και το 'χουν στ' όνομά τους κεντημένο

Αυτός που σπέρνει δάκρυα και τρόμο
θερίζει την αυγή θανατικό
μαύρα πουλιά τού δείχνουνε το δρόμο.
Κι έχει κρυφή πληγή κοντά στον ώμο,
σημάδι μυστικό και ριζικό
πως ξέφυγε απ' ανθρώπους κι από νόμο

Η μοίρα κι ο καιρός το 'χαν ορίσει
παρασκευή το βράδυ στις εννιά
κι η νύχτα χίλια χρόνια να γυρίσει.
Στο τέλος της γιορτής να τραγουδήσει
παρασκευή το βράδυ του φονιά
και του λαού την πόρτα να χτυπήσει
και του λαού την πόρτα να χτυπήσει
και του λαού την πόρτα να χτυπήσει.

26/11/2010 - 14:13





La versione interpretata da Nikos Xylouris:
The song as performed by Nikos Xylouris:

Nikos Xylouris.
Nikos Xylouris.
ΤΑ ΛΟΓΙΑ ΚΑΙ ΤΑ ΧΡΟΝΙΑ ΤΑ ΧΑΜΕΝΑ

Τα λόγια και τα χρόνια τα χαμένα
και τους καημούς που σκέπασε καπνός
η ξενιτιά τα βρήκε αδελφωμένα
Κι οι ξαφνικές χαρές που ήρθαν για μένα
ήταν σε δάσος μαύρο κεραυνός
κι οι λογισμοί που μπόρεσα για σένα

Και σου μιλώ σ' αυλές και σε μπαλκόνια
και σε χαμένους κήπους του Θεού
κι όλο θαρρώ πως έρχονται τ' αηδόνια
με τα χαμένα λόγια και τα χρόνια
εκεί που πρώτα ήσουνα παντού
και τώρα μες στο κρύο και στα χιόνια

Η μοίρα κι ο καιρός το 'χαν ορίσει
στον κόσμο αυτό να ρίξω πετονιά
κι η νύχτα χίλια χρόνια να γυρίσει
Στο τέλος της γιορτής να τραγουδήσει
αυτός που δεν εγνώρισε γενιά
και του καημού την πόρτα να χτυπήσει
και του καημού την πόρτα να χτυπήσει
και του καημού την πόρτα να χτυπήσει

Δεν ήτανε ρολόι σταματημένο
σε ρημαγμένο κι άδειο σπιτικό
οι δρόμοι που με πήραν και προσμένω
Τα λόγια που δεν ξέρω σου τα δένω
με τους ανθρώπους που 'δαν το κακό
και το 'χουν στ' όνομά τους κεντημένο

Αυτός που σπέρνει δάκρυα και πόνο
θερίζει την αυγή ωκεανό
μαύρα πουλιά τού δείχνουνε το δρόμο
Κι έχει τη ζωγραφιά κοντά στον ώμο,
σημάδι μυστικό και ριζικό
πως ξέφυγε απ' τον ʼAδη κι απ' τον κόσμο

Η μοίρα κι ο καιρός το 'χαν ορίσει
στον κόσμο αυτό να ρίξω πετονιά
κι η νύχτα χίλια χρόνια να γυρίσει
Στο τέλος της γιορτής να τραγουδήσει
αυτός που δεν εγνώρισε γενιά
και του καημού την πόρτα να χτυπήσει
και του καημού την πόρτα να χτυπήσει
και του καημού την πόρτα να χτυπήσει.

inviata da Riccardo Venturi - 28/11/2010 - 15:08




Lingua: Italiano

Versione italiana di Riccardo Venturi
26 novembre 2010

Manos Eleftheriou.
Manos Eleftheriou.
LE PAROLE E GLI ANNI PERDUTI

Le parole e gli anni perduti
e le pene coperte dal fumo
l'esilio le ha trovate affratellate.
E le gioie improvvise che mi son capitate
erano come un lampo in una buia foresta,
come i pensieri che potevo rivolgerti.

E ti parlo in stanze e su terrazze
e in giardini perduti di Dio,
eppure credo che verranno gli usignoli
con le parole e con gli anni perduti,
qui dove prima eri dappertutto
mentre ora sei nel gelo tra le nevi.

La sorte ed il tempo hanno deciso
venerdì sera alla nove
che torni la notte per mille anni,
e che canti alla fine della festa
venerdì, la sera dell'assassino
e che bussi alla porta del popolo
e che bussi alla porta del popolo
e che bussi alla porta del popolo.

E no non era fermo l'orologio
in una casa devastata e vuota,
le strade che mi han preso e che mi aspetto
Le parole che non so, te le lego
assieme alla gente che ha visto il male
e che tiene la bocca cucita.

Colui che semina lacrime e terrore
all'alba raccoglierà pestilenza
uccelli neri gli indicano il cammino.
E ha sulla spalla una ferita nascosta
segno misterioso e radicale
che è fuggito dagli uomini e dalla legge.

La sorte ed il tempo hanno deciso
venerdì sera alle nove
che torni la notte per mille anni,
e che canti alla fine della festa
venerdì, la sera dell' assassino,
e che bussi alla porta del popolo
e che bussi alla porta del popolo
e che bussi alla porta del popolo.

26/11/2010 - 14:17




Lingua: Italiano

La versione italiana del testo cantato da Nikos Xylouris
(Sempre di Riccardo Venturi, Piacenza 28 novembre 2010)

Charalambos Garganourakis, il primo interprete di questa canzone, nel 1984.
Charalambos Garganourakis, il primo interprete di questa canzone, nel 1984.
LE PAROLE E GLI ANNI PERDUTI

Le parole e gli anni perduti
e le pene coperte dal fumo
l'esilio le ha trovate affratellate.
E le gioie improvvise che mi son capitate
erano come un lampo in una buia foresta,
come i pensieri che potevo rivolgerti.

E ti parlo in stanze e su terrazze
e in giardini perduti di Dio,
eppure credo che verranno gli usignoli
con le parole e con gli anni perduti,
qui dove prima eri dappertutto
mentre ora sei nel gelo tra le nevi.

La sorte ed il tempo hanno deciso
che in questo modo io vada pescando
che torni la notte per mille anni,
e che canti alla fine della festa
chi non ha conosciuto i suoi antenati
e che bussi alla porta del dolore
e che bussi alla porta del dolore
e che bussi alla porta del dolore.

E no non era fermo l'orologio
in una casa devastata e vuota,
le strade che mi han preso e che mi aspetto
Le parole che non so, te le lego
assieme alla gente che ha visto il male
e che tiene la bocca cucita.

Colui che semina lacrime e terrore
all'alba ne raccoglierà un oceano
uccelli neri gli indicano il cammino.
E ha sulla spalla un quadro dipinto
segno misterioso e radicale
che è fuggito dall'inferno e dal mondo.

La sorte ed il tempo hanno deciso
che in questo modo io vada pescando
che torni la notte per mille anni,
e che canti alla fine della festa
chi non ha conosciuto i suoi antenati
e che bussi alla porta del dolore
e che bussi alla porta del dolore
e che bussi alla porta del dolore.

28/11/2010 - 16:15




Lingua: Francese

Version française - PAROLES ET ANNÉES PERDUES – Marco Valdo M.I. – 2010
d'après la « versione italiana » de Riccardo Venturi d'une chanson grecque – Tα λόγια και τα χρόνια τα χαμένα – Yannis Markopoulos / Γιάννης Μαρκόπουλος – 1974

Poème de Manos Eleftheriou. Μάνος Ελευθερίου
Musique de Yannis Markopoulos
Premier interprète: Charalambos Garganourakis
Altri interpreti: Yannis Markopoulos || Marios Frangoulis || Nikos Xylouris || Yorgos Dalaras || Alkinoos Ioannidis

thitia

En Italie (et dans d'autres pays), il peut arriver, en certains cas et peut-être, avec un peu d'autodérision de l'intéressé, que soit reconnue la qualité de « poète » : le cas de Fabrizio De André est celui qui sans doute vient à l'esprit. En Grèce, la chose est radicalement différente. En Grèce, tous les plus grands poètes contemporains ont par nature interagi avec la musique, avec les plus grands musiciens (Theodorakis, Xarchakos, Markopoulos…) et les plus grands interprètes. À leur tour, les musiciens et les interprètes ont écrit de la poésie, de la poésie de grande valeur, et tout cela reproduit une tradition millénaire, tout comme est millénaire l'engagement civique constant de l'Artiste. Il ne faut donc pas s'étonner de retrouver une chanson du « genre » où les vers d'un grand poète – Manos Eleftheriou - sont accompagnés de la musique de Markopoulos ; quant aux interprètes, le refus de toute exclusivité est une caractéristique hellénique. Il y a les vers, il y a la musique, l'interprétation, elle, est partagée. Xylouris, Garganourakis, Dalaras… tous y ont contribué jusqu'à une rock star comme Alkinoos Ioannidis (une rock star qui s'appelle « Alcinoos », pensez un peu).

Les vers de cette poésie-chanson sont ardus. Là, nous ne sommes pas en présence de « paroles », mais face à une inaccessible poésie contemporaine. Le thème est l'exil , thème qui en 1974 concernait tous les Grecs au seuil de la fin d'une dictature sombre et sanguinaire, une dictature durant laquelle la poésie et la musique, atteignant souvent au mythe, avaient été parmi les principales formes de lutte et de résistance. C'est une poésie-chanson qui « sous le voile », cache l'image d'un exilé politique fuyant les persécutions dans son pays et qui un certain soir (« vendredi soir à neuf heures », image reprise du célèbre « neuf heures du soir » de Kavafis) est écrasé par le poids du souvenir (spécialement de la femme aimée) et de la douleur.

La chanson, dans son errance entre les divers interprètes, a subi des variations de texte. Son premier interprète, Charalambos “Babis” Garganourakis la chanta dans un texte plus accessible et, peut-être, plus clairement politique ; Nikos Xylouris la chanta, par contre, en un texte plus cryptique, qui certainement comporte de plus grands problèmes d'interprétation. J'ai voulu présenter ici les deux versions, car le texte que l'on trouve sur le net est exclusivement celui de la version de Xylouris. J'ai dû reconstituer l'autre à l'oreille.
Texte peu accessible et par certains côtés cryptique, certainement, mais la réalité ne peut faire moins que d'être exprimée. Dans l'amer et terrible souvenir de l'exilé, surgit à un certain moment l'image de ce que furent les circonstances qui ont provoqué l'exil. La « maison vide et dévastée » et les « gens qui ont vu le mal qui tient les bouches cousues. ». Et ici, il semble que l'on aille à l'extrémité de l'Europe, au Portugal de Era de noite e levaram. Portugal et Grèce, au deux extrêmes du continent ont partagé beaucoup de choses et continuent à les partager. Comme si le grand José Afonso avait voulu écrire le prologue à cette chanson. [R.V.]

Comme tu vois, Lucien l'âne mon ami, comme toi et sans doute grâce à toi et à tes origines, j'ai un certain penchant pour la poésie grecque. Elle a quelque chose de particulier, comme si elle se souvenait – comme toi – d'avoir été à la source des grandes épopées, des chants, des chansons qui courent tout le continent. L'aède aveugle, réel ou feint, chante sur les places des villages l'histoire commune et s'il le fait pour l'amour de son art de conteur, il le fait aussi pour la mémoire des choses et des gens et pour dire les joies et les douleurs, pour porter enfin un message de résistance aux coups du sort. La paix profonde se construit contre la guerre et contre les guerriers. Tant que le civil tient le militaire en respect, le peuple peut respirer. C'est là, la seule voie de paix.

Te voilà bien hermétique, Marco Valdo M.I mon ami. Peux-tu, me décrypter un peu ce que tu viens de me dire... à propos du civil et du militaire...

Et bien, voilà... C'est assez simple finalement, même si il faut examiner cette affirmation à plusieurs niveaux de signification. En premier lieu, il faut se souvenir (car je ne parle pas dans le vague) qu'en 1974, la Grèce renvoyait ses colonels à leurs écuries. En clair, elle mettait fin à la dictature de ces colonels qui avaient pris le pouvoir en 1967 et fait subir aux Grecs quelques années d'enfer. Vu de là, il est facile de comprendre combien il est important que le civil tienne le militaire en respect. Une autre approche est qu'il s'agit là de la transposition d'un principe de droit : « le pénal tient le civil en l'état ». Je te passe les considérations juridiques. L'essentiel est qu'il convient de reléguer le militaire dans sa caserne – dans un premier temps, avant de le soumettre et enfin, de le faire purement et simplement disparaître en tant que tel. Pour le reste, comme tu le sais aussi bien que moi, il faut mesurer ces propos à l'aune de la Guerre de Cent Mille Ans que les riches mènent contre les pauvres afin d'accroître leurs, richesses, leur pouvoir, leur domination et leurs privilèges. Ainsi l'on voit que cet épisode des colonels est un moment dans cette guerre-là et que de s'être débarrassé des colonels n'a pas pour autant permis à la Grèce ni surtout au peuple grec d'échapper à la domination des riches sur leur destin quotidien. Se débarrasser des colonels n'était qu'un premier pas, il eut fallu poursuivre bien au-delà... Comme tu l'entends partout à présent, nos amis grecs paient très cher de s'être arrêtés à l'éradication du régime des colonels. Une fois encore, comme dans bien d'autres pays, on a réussi à leur vendre et leur faire boire la soupe à la démocratie...Faut dire que leur attitude et leur acceptation candide, cela ressemble assez à la tradition socratique... où le dénommé Socrate accepta également de boire...

Je vois, je vois, dit Lucien l'âne en tournant brusquement la tête, je vois et je comprends que là comme ailleurs, il a fallu changer pour que rien ne change, on a liquidé les colonels, mais on a gardé le régime où les riches se veulent toujours plus riches et où il faut en conséquence, que les pauvres soient toujours plus pauvres. Je vois bien que c'est ce qui se passe actuellement en Grèce et que c'est ce qu'on veut étendre partout ailleurs. Mais, toi et moi, Marco Valdo M.I. mon ami, moi l'âne venu de l'antique Ionie et toi l'aède qui continue une si ancienne tradition, nous devons assidûment poursuivre le tissage du linceul de ce monde avide, menteur et cacochyme.

Ainsi Parlaient Marco Valdo M.I. et Lucien Lane.
LES PAROLES ET LES ANNÉES PERDUES

1. Version de Manos Eleftheriou.


Les paroles et les années perdues
Et les peines recouvertes par la fumée
L'exil les a retrouvées réunies.
Et les joies inattendues qui me sont échues
Étaient comme un éclair dans une forêt profonde,
Comme les pensées que je pouvais t'adresser.

Je te parle dans des salles et sur des terrasses
Et dans des jardins perdus de Dieu
Pourtant, je crois que reviendront les rossignols
Avec les paroles et les années perdues,
Ici où auparavant tu étais partout
À présent, tu es dans les gels et les neiges.

Le destin et le temps en ont décidé ainsi
Vendredi à neuf heures
Revint la nuit pour mille ans
Et chanta la fin de la fête
Vendredi, le soir de l'assassin
Qui frappa à la porte du peuple
Qui frappa à la porte du peuple
Qui frappa à la porte du peuple

Non, l'horloge n'était pas arrêtée
Dans une maison vide et dévastée,
Les rues qui m'ont pris et m'attendent
Les paroles que je ne sais pas, je te les lis
À l'unisson de gens qui ont vu le mal
Qui tient les bouches cousues.

Celui qui sème larmes et terreur
À l'aube recueille la pestilence
Des oiseaux noirs lui indiquent le chemin
t à son épaule, une blessure cachée
Signe mystérieux et radical
Qu'il a fui de l'enfer et du monde.

Le destin et le temps en ont décidé ainsi
Vendredi à neuf heures
Revint la nuit pour mille ans
Et chanta la fin de la fête
Vendredi, le soir de l'assassin
Qui frappa à la porte du peuple
Qui frappa à la porte du peuple
Qui frappa à la porte du peuple

1. Version de Nikos Xylouris.


Les paroles et les années perdues
Et les peines recouvertes de fumée
L'exil les a retrouvées réunies.
Les joies inattendues qui me sont advenues
Étaient comme un éclair dans une forêt sombre
Comme les pensées que je pouvais t'adresser.

Je te parle dans des salles et sur des terrasses
Et dans des jardins perdus de Dieu
Pourtant, je crois que viendront les rossignols
Avec les paroles et les années perdues,
Ici où auparavant tu étais partout
À présent, tu es dans les gels et les neiges.

Le destin et le temps en ont décidé ainsi
Que de cette manière je m'en vais pêcher
Que revint la nuit pour mille ans
Et chanta à la fin de la fête
Celui qui n'a pas connu ses parents
Qui frappa à la porte de la douleur
Qui frappa à la porte de la douleur
Qui frappa à la porte de la douleur

Non, l'horloge n'était pas arrêtée
Dans une maison vide et dévastée,
Les rues qui m'ont pris et m'attendent
Les paroles que je ne sais pas, je te les lis
À l'unisson de gens qui ont vue le mal
Qui tient les bouches cousues.

Celui qui sème larmes et terreur
À l'aube recueille un océan
Des oiseaux noirs lui indiquent le chemin
Et à son épaule, un tableau peint
Signe mystérieux et radical
Qu'il a fui de l'enfer et du monde.

Le destin et le temps en ont décidé ainsi
Que de cette manière je m'en vais pêcher
Que revint la nuit pour mille ans
Et chanta à la fin de la fête
Celui qui n'a pas connu ses parents
Qui frappa à la porte de la douleur
Qui frappa à la porte de la douleur
Qui frappa à la porte de la douleur

inviata da Marco Valdo M.I. - 30/11/2010 - 13:58


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