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Τὸ Ἄξιόν Ἐστι

Mikis Theodorakis / Mίκης Θεοδωράκης
Pagina della canzone con tutte le versioni


La versione italiana di “Ένα το χελιδόνι” (4. Unica è la Rondine)...
GLORIA [DIGNUM EST]

1. La Genesi


ALLORA PARLO’ e nacque il mare.
E vidi e ammirai.
E nel suo mezzo disseminò piccoli mondi a mia
immagine e somiglianza:

Cavalli di pietra dalla criniera eretta
e anfore serene
e ricurvi dorsi di delfini
Io, Sìcino, Sèrifo, Milo
«Ogni parola la porti una rondine
perché ti porti la primavera dentro l'estate» disse
E tanti tanti olivi
che setaccino la luce nelle loro mani
e leggera si distenda essa sul tuo sonno
e tante tante cicale
da non averne la sensazione
come non hai la sensazione del pulsare nel tuo braccio
ma poca sia l'acqua
perché tu l'abbia a Dio ed apprenda il significato della sua parola
e l'albero sia tutto solo
non imbrancato
perchè tu te lo faccia amico
e ne conosca esattamente il nome
sottile sia il suolo sotto i tuoi piedi
sì che tu non abbia da estendere radici
ma debba senza sosta spingerle in profondità
ma largo in alto il cielo
perché tu possa da solo leggerne
l'infinitezza

QUESTO
il cosmo, il piccolo il Grande !

2. La Passione


ECCOMI dunque,
io che fui foggiato per le piccole Kore e per le isole dell'Egeo
l'amante del salto dei daini
l'iniziato delle foglie d'olivo
il bevitore di sole lo sterminatore di locuste
Eccomi in faccia
alla nera toga dei risoluti
e agli anni della licenza, quando il parossismo,
come un utero, abortì i propri figli !
Scioglie il vento gli elementi e un tuono s'abbatte sui monti.
Destino degli innocenti, ancora una volta lasciato solo, eccoti negli Stretti
Negli Stretti ho aperto le mie mani
Negli Stretti ho svuotato le mie mani
né altro bene vidi, né d'altro bene udii parlare
se non di fredde fontane che scorrono
Rodia, Sèfiro, Filià.

Ognuno con le sue armi, dissi:

Negli Stretti aprirò le mie melograne
Negli Stretti porrò a guardia gli zefiri
darò congedo ai baci di un tempo santificati dal mio trasporto
Scioglie il vento gli elementi e un tuono si abbatte sui monti.
Destino degli innocenti, sei il mio stesso Destino !

3. La Marcia verso il Fronte (Prima lettura)

poriametopo


All'alba di San Giovanni, il giorno prima dell'Epifania, ricevemmo l'ordine di avanzare ancora, verso quei luoghi dove non esistono giorni feriali né festivi. Bisognava, ci dicono, prendere le linee tenute fino allora da quelli i Arta, da Chimara a Tepeleni. Siccome quelli avevano combattuto fin dal primo giorno, senza sosta, ed erano ridotti quasi alla metà e non ce la facevano più.

Notte dopo notte avanzavamo senza fermarci, uno dietro l'altro, come fanno i ciechi. Con la pena di liberare le gambe dal fango, dove, a volte, affondavano fino al ginocchio. Poiché il più delle volte piovigginava fuori sulle strade, ma anche nella nostra anima. E le rare volte che facevamo una sosta per riposarci, non ci scambiavamo parola, solo seri e taciturni. Facendo luce con una piccola torcia, dividevamo chicco a chicco l'uva passa. Oppure qualche volta, se era possibile, slacciavamo di furia i vestiti e ci grattavamo con accanimento per ore fino a far scorrere il sangue.

Perché eravamo pieni di pidocchi fino al collo, e questo era ancor più insopportabile della fatica.
Insomma, talora si sentiva nell'oscurità il fischietto, segnale di metterci in marcia, e di nuovo come bestie tiravamo avanti per guadagnare strada prima che albeggiasse e gli aeroplani ci prendessero a bersaglio.

Siccome Dio non si occupava di bersagli e cose simili, come era sua abitudine, sempre alla stessa ora faceva giorno.
E che si fosse molto vicini ai luoghi dove non esistono giorni feriali né festivi, né ammalati né sani, né poveri né ricchi, lo capivamo. Perché il rumore più in là, qualcosa come un temporale dietro le montagne, diventava sempre più forte, tanto che alla fine distinguevamo quello lento e pesante dei cannoni e quello secco e rapido delle armi automatiche. E anche perché sempre più spesso ci capitava d'incontrare, che venivano dall'altra parte, i lenti convogli con i feriti. Dovunque deponevano a terra le barelle gli infermieri con la croce rossa sul bracciale, sputando nelle palme e con lo sguardo torvo per la voglia di fumare.

E quando poi sentivano dove eravamo diretti, scuotevano la testa, cominciando a raccontare storie mirabolanti e mostruose. Ma noi, l'unica cosa cui badavamo erano quelle voci nell'oscurità, che salivano bruciate ancora dal catrame e dallo zolfo. « Ohi, mamma mia », « ohi, mamma mia », e talora, più raramente, un respiro soffocato, come un russare che dicevano, quelli che lo sapevano, questo è il rantolo della morte.
C'erano volte che trascinavano con loro anche i prigionieri, catturati appena poche ore prima negli assalti a sorpresa che facevano le pattuglie. Puzzavano di vino i loro fiati, e le loro tasche erano piene di conserva e cioccolata. E noi non ne avevamo, ché erano tagliati i ponti dietro di noi, e i nostri pochi muli anche loro erano fuori uso in mezzo alla neve e nella fanghiglia. Alla fine, ad un certo momento, apparvero di lontano colonne di fumo che salivano di qua e di là, e all'orizzonte le prime rosse e brillanti segnalazioni luminose.


4. Unica è la Rondine


Unica è la rondine – costosa la Primavera
Per far girare il sole – ci vuole tanta fatica

Occorre che morti a migliaia - stiano alle Ruote
Occorre che anche i vivi – diano il loro sangue

Dio mio, Capomastro * -mi hai costretto dentro le montagne
Dio mio, Capomastro -mi hai serrato dentro il mare !

Fu preso dai Magi – il corpo del Maggio
L'hanno seppellito – in una tomba marina

In un pozzo profondo – l'hanno rinchiuso
Profumò la tenebra – e tutto l'Abisso

Dio mio, Capomastro - tra i lillà di Pasqua anche Tu
Dio mio, Capomastro- hai sentito profumare la Resurrezione!


5. Le mie Fondamenta


Le mie fondamenta sono sulle montagne
e le montagne i popoli reggono sulle spalle e sopra di loro la memoria arde
come roveto inestinguibile. Memoria del mio popolo, hai nome Pindo, hai nome Athos.
Tu sola parli dalla fenditura della roccia.
Tu rendi acuta la vista dei santi,
e tu trai al bordo della corrente dei secoli
il fiore della resurrezione !
Tu sfiori la mia mente e soffre il bimbo della Primavera!
Castighi la mia mano e si fa candida nell'oscurità !
Sempre sempre passi oltre il fuoco per attingere lo splendore
Sempre sempre passi oltre lo splendore per attingere in alto le montagne, gli arcobaleni di neve.
Ma perché le montagne ? E chi e che cosa sulle montagne ?
Le mie fondamenta sono sulle montagne
e le montagne i popoli reggono sulle spalle
e sopra di loro la memoria arde
come roveto inestinguibile !

6. Al Lume della stella


Al lume della stella – uscii verso i cieli
Verso la frescura dei limoni – verso l'unica riviera del cosmo

Dove posso trovare la mia anima – la lacrima quadrifoglia !
Le mie fanciulle portano – il lutto nei secoli

I miei ragazzi imbracciano – fucili e non comprendono
Dove posso trovare la mia anima – la lacrima quadrifoglia !

7. Il grande Esodo (Terza lettura)

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In quei giorni i ragazzi fecero una riunione segreta e presero la decisione,visto che le cattive nuove si moltiplicavano nella capitale, di uscire sulle strade e nelle piazze con l'unica cosa che gli fosse rimasta: una spanna di magrezza sotto la camicia aperta, con i peli neri e la piccola croce con il sole. Dovunque era signora e padrona la Primavera.
E poiché era prossimo il giorno in cui la Nazione aveva l'usanza di festeggiare l'altro Risorgimento, di nuovo in quel giorno decisero per l'Esodo. E per tempo uscirono proprio di fronte al sole, con dispiegata dall'alto in basso l'intrepidezza come una bandiera, i giovani con i piedi gonfi che li chiamavano vagabondi. E seguivano molti uomini, e donne, e feriti con i bendaggi e le stampelle. Ovunque vedevi all'improvviso nei loro aspetti tante rughe, che avresti detto che fossero passati molti giorni in breve tempo.

Tal genere di temerità venendo tuttavia gli Altri a sapere, molto ne furono turbati. E per tre volte soppesando con l'occhio i loro averi, presero la decisione di uscir fuori sulle strade e sulle piazze con la sola cosa che gli fosse rimasta: un cubito di fuoco dentro il ferro, con le nere canne e i denti del sole.
Dovunque, né ramoscello né fiore, mai versarono una lacrima. E colpivano dove capitava, serrando le palpebre con disperazione. E la primavera senza sosta li dominava. Come se non ci fosse sulla terra intiera altra strada, se non quella per dove doveva passare la Primavera, e l'avevano presa in silenzio, guardando molto lontano, oltre il limite estremo della disperazione, la Bonaccia in cui sarebbero stati, i giovani con i piedi gonfi, che li chiamavano vagabondi, e gli uomini e le donne e i feriti con i bendaggi e le stampelle.

E trascorsero molti giorni in poco tempo. E mieterono una moltitudine quelle belve, e fecero concentramento degli altri. E il giorno seguente trenta ne misero al muro.


8. Sole Ideale della Giustizia


Sole ideale della giustizia – e tu mirto della gloria
no, vi prego, - non dimenticate il mio paese !

Ha gli alti monti in forma di aquile - e sui vulcani festoni di vigne
e le case più bianche – nel quartiere dell'azzurro !

Le mie mani tristi con il Fulmine – le riporto indietro dal Tempo
chiamo i miei vecchi amici – con minacce e sangue!

9. Templi in forma di cielo [Solo per orchestra]

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10. Il Sangue dell'Amore


Il sangue dell'amore – mi imporporò
E gioie impensabili – mi sgomentarono

Al vento caldo degli uomini – ruggine mi ricoprì
Madre Lontana – Rosa mia Incorruttibile

In mare aperto -mi attesero
Trealberi con bombarde - e mi tirarono

Mea culpa se ho avuto – anch'io un amore
Madre Lontana – Rosa mia Incorruttibile

Di Luglio a un tratto – si socchiusero
I suoi grandi occhi – dentro le mie viscere

Per illuminare un istante – la mia vergine vita
Madre Lontana -Rosa mia Incorruttibile

11. Templi in forma di cielo


Templi in forma di cielo e belle ragazze
col grappolo d'uva tra i denti, fatte per noi !
Uccelli che dall'alto annullavano il peso del nostro cuore
e tanto tanto azzurro che abbiamo amato!
Se ne andarono, se ne andarono
Luglio con la sua camicia di luce
e Agosto pietroso con i suoi irregolari scalini
Se ne andarono, se ne andarono
e giù giù sotto la terra si formò una nube, facendo risalire un nero lapillo
e tuoni, la collera dei morti
e lentamente stridendo al vento
ritornarono col petto proteso in avanti
spaventose, le statue dei macigni

12. Profetico (Sesta lettura)

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Molti anni dopo il Peccato che dentro le chiese fu chiamato Virtù e benedetto.
Spazzando l'uragano gli avanzi delle vecchie stelle e gli angoli del cielo coperti di ragnatele dove nascerà la mente dell'uomo.
E pagando le opere degli antichi Governanti l' Edificio fremerà. Turbamento cadrà sull'Ade, e il tavolato cederà sotto la grande pressione del sole.
Il quale dapprima tratterrà i suoi raggi, segno che sarà tempo per i sogni di prendere la loro vendetta.
E poi parlerà, per dire: Poeta esiliato, cosa vedi nel tuo secolo ?

Vedo le nazioni, un tempo proterve, consegnate alla vespa ed alle erbe agre.
Vedo le scuri nel vento, che fendono busti di Imperatori e di Generali.
Vedo i mercanti che, piegando il capo, incassano il guadagno dei loro stessi cadaveri.

Spazzando l'uragano gli avanzi delle vecchie stelle e gli angoli del cielo coperti di ragnatele dove nascerà la mente dell'uomo. Ma prima, ecco, le generazioni passeranno il loro aratro sopra le terre sterili. E di nascosto i Governanti faranno la stima della loro merce umana, dichiarando guerre. Dovunque si sazieranno il Gendarme e il Giudice Marziale. Lasciando i monili d'oro agli ignobili, che siano loro a riscuotere il salario dell'oltraggio e del martirio.
E grandi navigli alzeranno bandiere, cortei si impadroniranno delle strade, perché i balconi facciano piovere fiori sul Vincitore. Il quale vivrà nel lezzo dei cadaveri. E presso la bocca della fossa, aprirà la tenebra per quanta è la sua statura gridando: Poeta esiliato, cosa vedi nel tuo secolo ?
Vedo i Giudici Marziali bruciare come candele, sulla grande tavola della Risurrezione.
Vedo i Gendarmi offrire il loro sangue, sacrificio alla purezza dei cieli.
Vedo l'incessante rivoluzione delle piante e dei fiori.

E pagando le opere degli antichi Governanti l' Edificio fremerà. Turbamento cadrà sull'Ade, e il tavolato cederà sotto la grande pressione del sole.
Ma prima, ecco gemeranno i giovani ed il loro sangue senza colpa invecchierà.
Condannati rasati batteranno le loro gavette sopra le sbarre. E si svuoteranno tutte le fabbriche, e poi torneranno a riempirsi con la requisizione, per trarne sogni conservati in scatole innumerevoli, e la natura imbottigliata di migliaia di forme di vita.
E giungeranno annate pallide e magre dentro le bende. E ciascuno avrà i suoi pochi grammi di fortuna. E le cose dentro di lui saranno rovine ancorché belle. Allora, senza avere altro esilio, che il Poeta debba piangere, liberando le forze salutari dell'uragano dal suo petto aperto, ritornerà per riversarsi dentro le belle rovine. E l'ultimo uomo dirà la sua prima parola, che cresca l'erba, che esca la donna al suo fianco come raggio di sole. Ed ancora adorerà la donna e la farà coricare sopra l'erba non appena sia pronta. Ed i sogni prenderanno la loro vendetta, e semineranno generazioni in saecula saeculorum!


13. Apro la mia Bocca


Apro la mia bocca- ed esulta il mare
E attira le mie parole – nelle sue grotte tenebrose

E le sussurra – alle piccole foche
Le notti quando piangono – i tormenti degli uomini.

Mi incido le vene – e si arrossano i sogni
E diventano cerchi – nei quartieri dei bambini

E lenzuola sulle ragazze – che vegliano
Per ascoltare di nascosto – le meraviglie dell'amore

14. Ora mi dirigo


Ora mi dirigo verso una terra lontana e levigata.
Ora mi seguono fanciulle azzurre
e cavallucci di pietra
con la piccola ruota del sole sulla larga fronte.
Generazioni di mirti mi riconoscono
da quando tremavo al cospetto dell'iconostasi dell'acqua,
santo santo gridando.
Colui che ha trionfato sull'Ade, che ha salvato Eros
è lui, il Principe dei Gigli.
E da quei respiri di Creta
venivo ritratto in un istante.
Affinché il croco prendesse incorruttibilità da quei soffi.
Ora chiudo nella calce le mie Leggi veritiere e gliele affido.
Beati, dico, i possenti che decodificano
l' Immacolato.
E' per i loro denti il capezzolo che inebria
sul petto dei vulcani e nella vigna delle vergini.
Ecco, che seguano i miei passi!
Ora mi dirigo verso una terra lontana e levigata.
Ora la mano della Morte
lei stessa regala la Vita
e non esiste il Sonno.
Batte la campana del mezzogiorno
e lentamente sulle pietre infuocate si incidono le lettere:
ORA e SEMPRE e E' COSA BUONA E GIUSTA.
Sempre, sempre ed ora gli uccelli cinguettano
E' BUONO E GIUSTO il prezzo.

15. Dignum Est [Gloria]


E' cosa buona e giusta la luce e la prima
preghiera dell'uomo incisa nella pietra
la forza dentro il bruto che guida il sole
la pianta che cinguettò e ne uscì il giorno

La costa dove di tuffa ed erge il collo
un cavallo di pietra cavalcato dal mare
le innumerevoli piccole voci turchine
la grande bianca testa di Poseidone

I venti àuguri che officiano
che sollevano il mare come una Theotokos
che soffiano e accendono le arance
che fischiano sui monti e giungono

Gli imberbi novizi della burrasca
i corrieri che hanno percorso le miglia celesti
i figli di Ermes col petaso adunco
e col caduceo di nero fumo

Il Maestrale, il Levante, il Garbino
il Ponente, il Grecale, lo Scirocco
la Tramontana, l'Austro.

E' cosa buona e giusta il tavolo di legno
il vino biondo segnato dal sole
i giochi dell'acqua sul tetto
l'albero frondoso che nell'angolo adempie il suo sacro ufficio

Le scogliere e le onde mano nella mano
un'impronta che la sapienza ha composto nella sabbia
una cicala che da sola ne ha accordate altre migliaia
la coscienza splendente come un'estate

Le isole con il minio e la polvere nera
le isole con il rocchio di qualche Zeus
le isole con i porticcioli solitari
le isole che bevono le azzurre sorgenti vulcaniche

Col meltémi orzandole al contro-fiocco
col garbino scapolandole con la barra alla banda
spumeggianti per quanto son lunghe
di fiori color malva e di girasoli

Sifanto, Amorgo, Alonisso
Taso, Itaca, Santorini
Coo, Io, Sicandro

E' cosa buona e giusta che sul pilastro di pietra
di fronte al mare sosti Mirtò
come un bell'otto o come un orcio
col cappello di paglia del sole in una mano

Il mezzogiorno bianco e poroso
una piuma di sonno volitante
l'oro spento dentro i portali
e il cavallo rosso che ha preso la fuga

E' cosa buona e giusta quando si festeggia
la memoria dei santi Quirico e Giulita
che un prodigio divampi nelle aie nei cieli
che sacerdoti ed uccelli cantino il salve:

Salve, o Riarsa e salve, o Verdeggiante
salve, o Impenitente con la spada prodiera

Salve a te, al cui tocco svaniscono le piaghe
salve a te che ti svegli ed avvengono i prodigi

Salve, o Selvaggia del paradiso degli abissi
salve, o Santa della solitudine delle isole

Salve, o Madre dei sogni, salve, o Marittima
salve, o Portatrice di Ancora e Quinquestellata

Salve a te, che indori il vento con i capelli sciolti
salve a te, che con la bella favella domi il demone

Salve a te che appronti i Libri degli uffici degli Orti
salve a te che cingi la cintura del Serpentario

Salve, infallibile e venerabile schermitrice
salve, o profetica e dedàlea

E’ COSA BUONA E GIUSTA la terra che esala
un odore sulfureo di fulmine
l’abisso della montagna dove fioriscono
i morti fiori del domani

Una notte di Giugno senza vento
gelsomini e gonne nella campagna
la lucciola delle stelle che ascende
l’istante di gioia prima del pianto

Le fanciulle verzura dell’utopia
le fanciulle Pleiadi ingannate
le fanciulle Vasi dei Misteri
quelli pieni fino all’orlo e quelli senza fondo

Quelle acerbe nell’ombra eppure miracoli
quelle inscritte nella luce eppure tenebra
quelle che ruotano come fari su se stesse
quelle che si pascono di sole e quelle chi si tingono di luna

Ersi, Mirtò, Marina
Elena, Rossana, Fotinì
Anna, Alessandra, Cinzia

E’ COSA BUONA E GIUSTA la lacrima innocente
che spunta lenta sugli occhi belli
dei ragazzi che si tengono per mano
dei ragazzi che si guardano senza parlarsi

Il balbettio degli amori sopra gli scogli
un faro che ha lenito un dolore secolare
il grillo ostinato come il rimorso
e il manto solitario nel gelo mattutino

E’ COSA BUONA E GIUSTA la mano che ritorna
da un odioso omicidio e ora sa
qual è in verità il cosmo che sovrasta
quale l’ « ora » e quale il « sempre » del cosmo

ORA il selvatico del mirto ora il frastuono del Maggio
SEMPRE l’estrema consapevolezza sempre la piena luce
ORA ora l’illusione e la simulazione del sonno
SEMPRE sempre la ragione e la Carena siderale
ORA la nuvola agitata dei lepidotteri
SEMPRE la luce dei misteri che aleggia intorno
SEMPRE la statua della Giustizia e il grande Occhio
ORA l’involucro della Terra e l’ Arbitrio
SEMPRE l’alimento dell’ Anima e la quintessenza
ORA l’irrimediabile opacità della Luna
SEMPRE lo splendore oro-azzurro della Via Lattea ORA la confusione dei popoli e il nero Numero
ORA l’umiliazione degli Dei Ora la cenere dell’Uomo
Ora ora il nulla

E Sempre il cosmo, il piccolo, il Grande !

UNA E’ LA PRIMAVERA

Una è la primavera
con la rondine verrà
(Una è la primavera
con la rondine verrà)
ma il sole per tornare
quanto sudore chiederà
(ma il sole per tornare
quanto sudore chiederà).

Per far girare il sole
serve forza nelle ruote
(Per far girare il sole
serve forza nelle ruote)
dei vivi occorre il sangue
non serve la pietà.

Nel buio più profondo
incatenato aspetterò
la primavera che ritornerà
e avrà i profumi della libertà.
(la primavera che ritornerà
e avrà i profumi della libertà).
NOTA alla traduzione

* “Dio Capomastro”: nulla di massonico, qui. Allusione alla leggenda, materia di cantari popolari, del capomastro di Arta, la cui sposa si fece murare ( in luogo del solito malcapitato pollo) nel ponte che il marito stava costruendo. Il ponte sarebbe così durato pressoché in eterno.



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