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L'Eliogabalo

Emilio Locurcio
Lingua: Italiano


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(Ernesto Bassignano)
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(Skiantos)


[1977]
Testi / Lyrics / Paroles / Sanat: Emilio Locurcio
Musica / Music / Musique / Sävel: Emilio Locurcio e.a. / and others / et autres / ja muuta
Album: L'Eliogabalo [1979]

leliogabalo


L'Eliogabalo: Formazione

Claudio Lolli - (voce)
Lucio Dalla - (fisarmonica, voce)
Rosalino Cellamare - (voce)
Teresa De Sio - (voce)
Leonardo Gatta - (voce, cori)
Gildo Falco - (basso)
Mario Achilli - (batteria)
Claudio Falco - (chitarra)
Paolo Maestrelli - (chitarra)
Gaio Chiocchio - (chitarra, mellotron, cori)
Gli Odeon - (corni)
Pino Sannicchio - (tastiere)
Pierrot Lunaire - (acustica)
I Crash - (ritmica)
Arturo Stalteri - (piano, chitarra)
Foffo Bianchi - (sassofono)
Gerardo Abbate - (violino)
Ernesto Bassignano (cori)
Francesca Cadispoti (cori)
Lucilla Giovagnoli (cori)
Piero Cannizzaro (cori)


Emilio Locurcio (ca. 1977)
Emilio Locurcio (ca. 1977)


Fra Pasolini ed Artaud : l’Eliogabalo di Locurcio.

L’Eliogabalo di Emilio Locurcio venne pubblicato dalla RCA nel 1977. Al disco parteciparono come interpreti Lucio Dalla, Teresa de Sio, Claudio Lolli. Non risulta che Locurcio dopo questo disco abbia pubblicato altro. L’album viene definito nella copertina una operetta rock liberamente ispirata a Eliogabalo ed ad Antonin Artaud, scrittore decadente francese che nel 1934 pubblicò un saggio-romanzo-biografia dedicato, appunto, all’imperatore romano: Eliogabalo o l’anarchico incoronato. Nella presentazione di copertina Locurcio scrive:

“Trascrizione di un gioco schizzoide dedicato ad una generazione di cui acquistando coscienza (hi, hi) ho perduto definitivamente il sapore… inoltre dedicato, perdonate il sentimentalismo, a Pierpaolo Pasolini ed al suo sogno di un impero contadino malizioso e puro…ed infine ad Antonin Artaud ed alle sue Nuove Parole.”

Oltre ai testi delle canzoni, la copertina contiene anche dei passaggi in prosa che vengono definiti “Istruzioni per l’uso” e illustrazioni dello stesso Locurcio. Quella conclusiva raffigura un’Ultima Cena in cui sono ritratti Berlinguer in posa da S.Giovanni, Andreotti al posto di Gesù Cristo che abbraccia Gianni Agnelli, mentre sotto il tavolo fa capolino il cadavere di Pasolini.

Locurcio per costruire la sua operetta parte dal libro di Artaud più che dalle fonti antiche: nel disco come nel libro Eliogabalo è un imperatore folle, che elegge l’anarchia a forma di governo, stravolgendo in nome dei culti della fertilità di cui è sacerdote la vita di Roma e dell’impero. Ma in Locurcio l’azione di Eliogabalo si svolge in un mondo che è quello presente e dove i personaggi sono quelli del mondo contemporaneo:

“Un contadino puro : Perché Eliogabalo dimenticò il passato e spazzò via il futuro/ …dicendo a tutta la gente :”non sporgetevi a vedere la mie carte/ predicono un brutto male. Non pensate più al domani, da oggi sarà Carnevale !” / E per dimostrarlo prese un ballerino e disse “Ecco il nuovo capo dei Carabinieri “/ Insegnò ai soldati i poeti, i pittori fiamminghi e gli antichi mestieri/ trasferì gli agenti dall’accademia militare a quella di belle arti/ dove le divise scoppiarono in mille colori fra le mani dei sarti./ Carabinieri terribili murati in costumi teatrali/ dentro caserme celesti a progettare carri armati a pedali / E quando Eliogabalo entrò nelle cattedrali / cacciò via i sacerdoti e fece salire/ i matti a parlare dagli altari ormai vuoti : / E allora secoli di prediche coperti da parole divertenti/ frasi rituali cancellate da poesie irriverenti / il calice delle ostie stracolmo di cioccolatini e confetti ; ma il vino rimase / e la gente dichiarò : “ ora sì che preferiamo le chiese alle nostre case !”

L’Eliogabalo è figlio quindi della contestazione studentesca degli anni ’70, quella della “Immaginazione al potere”. Anarchia, insofferenza, contestazione antiborghese, anticlericale, antimilitarista e antirazionalista, tutto questo viene fatto convergere nella figura simbolo di Eliogabalo. Mentre Artaud conservava, nonostante i suoi assunti di principio, i dati della storia, Locurcio prende Eliogabalo come un puro pretesto, un simbolo, metafora un po’ ingenua per parlare del presente, che è poi l’unica cosa che gli interessi. La scena dei funerali della morte dell’imperatore, ad esempio, è ricalcata pari passo dal libro di Artaud, ma subito vengono inseriti espliciti accenni al presente:

“E’ morto l’imperatore, è morto dentro una latrina/ e nonostante il fetore di letame profuma ancora di rosmarino /… quando la gente se n’è accorta non era neanche mattina/ e già le voci si rincorrevano nei mercati a raccontare lo scempio /la radio gridava :”Bifolchi braccianti, vi serva d’esempio”.

E preoccupato che qualcuno non afferri, nelle “istruzioni per l’uso”, didascalico, spiega :

“Sul più bello, si fa per dire, Qualcuno (forse ecclesiastici, fascisti, imboscati ministeriali, talpe di Questura, cioè tutti i protettori della Norma) fa fuori Eliogabalo. I funerali di Eliogabalo divengono quelli di Pasolini.”

Antico e presente si sovrappongono, dunque, ma solo epidermicamente. L’antico viene anche qui recuperato attraverso la letteratura contemporanea. La connotazione fortemente politica determina il disinteresse assoluto per i dati storici: Eliogabalo viene scelto come personaggio simbolo di rivoluzionario che scardina l’autorità della ragione, della società, della Chiesa . Della sua reale vicenda storica non importa nulla.

Mariangela Galatea Vaglio: La lira e il cantautore. L'antico nelle canzoni italiane della seconda metà del Novecento


Emilio Locurcio (2014)
Emilio Locurcio (2014)


LA STORIA DI “L’ELIOGABALO”, PRIMO E UNICO ALBUM DI EMILIO LOCURCIO
La storia di un disco maltrattato, oltraggiato e boicottato a più non posso.

di Giuseppe Catani
Rockit, 01.08.2017


Questa è la storia di un disco maltrattato, oltraggiato, boicottato a più non posso. Di un cantautore capitato al posto giusto nel momento sbagliato. La storia di “L’Eliogabalo”, primo e unico album di Emilio Locurcio, uscito per la IT/RCA. Nel 1977. O giù di lì. Un anno, anzi, un periodo difficile. Spari e sprangate a destra e a sinistra, espropri proletari, rapimenti, colpirne uno per educarne cento, i carrarmati di Cossiga, pardon Kossiga, gli opposti estremismi, i brigatisti militanti arrivati dritti alla pazzia. Le città italiane somigliano a delle polveriere: ogni scusa è buona per gonfiare i muscoli o tirare fuori la P38. Rivoluzionari senza rivoluzione, ma non solo: Indiani Metropolitani, Andrea Pazienza, Cannibale e poi Il Male, il dadaismo degli Skiantos, gli sberleffi di Gianfranco Manfredi, le radio libere ma libere veramente. C’è tutto e il contrario di tutto in quel ’77 tragico ma al tempo stesso meraviglioso e creativo. Emilio Locurcio si ritrova lì, nel mezzo. Nel mezzo del caos.

Locurcio, classe 1953, cresce a Torino, dove è arrivato assieme alla famiglia dalla Puglia. L’istinto e la ragione lo portano ad appassionarsi alla recitazione e alla musica. E alla politica. Uno sbocco quasi necessario. Solo che il ragazzo non ha intenzione di assaltare la Bastiglia: sarebbe sufficiente, a lui come a tanti altri, rivoluzionare il proprio io, le proprie relazioni interpersonali, magari anche quelle sentimentali. Si tifa rivolta, certo: una rivolta interiore. Niente di più. Due i punti di riferimento dell’allor giovane Emilio: Léo Ferré e Giovanna Marini, in poche parole le ballate, le radici, la teatralità, la canzone politica. Prime esperienze nei locali di Torino e provincia, dove sbarca il lunario assieme a Enzo Maolucci e Claudio Lolli. Nascono le prime canzoni. Maolucci ha in rubrica il numero di Ernesto Bassignano, cantautore amato dall’intellighenzia di sinistra nonché scopritore di talenti: gli consiglia di contattarlo, non si sa mai. È il 1975, Locurcio chiama, nemmeno il tempo di mettere giù la cornetta ed eccolo fiondarsi a Roma. Succede tutto in un attimo. “Gli ho fatto ascoltare (si parla di Bassignano, nda) le mie canzoni – racconta Locurcio in un’intervista concessa nel 2015 alla rivista “Storie di giovani pop” – seduto su di una sedia di casa sua. Il mattino dopo mi ha portato da Vincenzo Micocci della IT e dopo un’ora ho firmato un contratto quinquennale”.

Enzo Maolucci.
Enzo Maolucci.
La IT è un’etichetta fondata dallo stesso Micocci e distribuita dalla RCA, tra la cui scuderia trovano posto un paio di cavalli di razza del calibro di Francesco De Gregori e Antonello Venditti: il massimo che un cantautore alle prime armi possa desiderare. “L’Eliogabalo” può cominciare a prendere forma. In attesa di poter varcare l’ambita soglia della sala di registrazione di via Tiburtina, Emilio si dà da fare tra qualche set cinematografico: ha già lavorato, nel corso del 1974, per Tonino Cervi in “La nottata”, di seguito arriveranno le pellicole girate al servizio di Vittorio De Sisti (“Lezioni private”), Renato Savino (“I ragazzi della Roma violenta”), è nel cast di un film di un certo successo come “Sturmtruppen”, ispirato alle strisce di Bonvi e girato da Salvatore Samperi. Sul set di “Lezioni private” stringe amicizia con Rosalino Cellammare e, di riflesso, con Lucio Dalla. Incontri, come vedremo, decisivi.

Lucio Dalla e Rosalino Cellamare ("Ron")
Lucio Dalla e Rosalino Cellamare ("Ron")
Intanto passano due anni ma “L’Eliogabalo” resta un’idea lontana dal realizzarsi. Locurcio si rende conto che è ora di tornare alla carica. Bussa nuovamente alla porta di Micocci ma questa volta in compagnia di Cellammare, Dalla, Lolli e Teresa De Sio, amica della sua compagna dell’epoca, e sbraita: “Ho scritto un’opera rock e questi sono i suoi interpreti!”. In realtà si trattava, più o meno, delle stesse canzoni presentate un paio di anni prima, ma ora cambia tutto. Se Cellamare, non ancora Ron, è in una fase di transizione della propria carriera artistica e De Sio sta muovendo i primi passi come cantante, Dalla è reduce dal successo di “Com’è profondo il mare” e Lolli, grazie a “Ho visto anche degli zingari felici”, è diventato un musicista autorevole e affermato. A questo punto Micocci capisce che può nascere qualcosa di interessante: le porte della RCA, finalmente, si aprono.

Antonin Artaud (1896-1948)
Antonin Artaud (1896-1948)
“L’Eliogabalo” prende spunto da “Eliogabalo o l’anarchico incoronato” di Antonin Artaud, libro dato alle stampe nel 1934. Dell’opera del surrealista francese rimarrà ben poco tra i solchi del disco se non la figura del protagonista, un imperatore sui generis, metafisico, anarchico e irrazionale. Il resto è farina del sacco di Emilio Locurcio, autore dei testi e di quasi tutta la parte musicale, nonché dei disegni della copertina e della busta interna. In studio, il cantante torinese trova una squadra di tutto rispetto: ci sono, tra i tanti, i Crash, band progressive già al fianco di Rino Gaetano, il sassofonista Foffo Bianchi, futuro collaboratore di Claudio Baglioni, Arturo Stalteri e Gaio Chiocchio dei Pierrot Lunaire. “Capii immediatamente che ero al cospetto di una persona con le idee molto chiare – ricorda Stalteri al microfono di Rockit – e conscio del proprio talento, non disposto a compromessi di alcun genere. “L’Eliogabalo” è tuttora un disco scomodo, la copertina era già una feroce critica al sistema politico dell’epoca ed è tristemente ancora attuale, ma tutto il disco era durissimo nei testi”.

heliogaGià, un disco complicato. Da tutti i punti di vista. Per registrarlo ci vogliono tre mesi. Dai quali uscirà un suono caldo e coinvolgente, poco inquadrabile a dire il vero. Un album prog? Se Stalteri contesta la definizione (“Non ha nulla di progressive, a parte qualche evoluzione tecnica dei Crash. Anche Gaio e io intervenimmo in maniera molto morbida”), secondo l’opinione di Locurcio, i musicisti coinvolti nel progetto subiranno l’influenza di Robert Fripp: “Quello era il periodo dei King Crimson – spiega sempre dalle pagine di “Storie di giovani pop” – si ascoltavano i loro dischi i loro dischi in silenzio, rapiti dal suono della chitarra di Robert Fripp. Purtroppo, nei miei brani avevo messo troppe parole e il respiro musicale ne aveva patito”. Già, il protagonista assoluto dell’album, prog o non prog, è proprio Locurcio. Con la sua voce profonda e ricca di sfumature, con il suo furore, con la sua recitazione aggressiva. E con i suoi testi incendiari.

“L’Eliogabalo”, come si evince dalla busta interna del disco, è un’ “operetta pop a più usi: come manuale di ingenua Rivolta, come biglietto d’andata per Nessunluogo”. È un racconto, all’interno del quale ognuno recita una parte. Locurcio è il situazionista, Cellammare, lo studente medio borghese, Claudio Lolli si ritaglia il ruolo del dolce narratore, vero e proprio collante tra le varie parti del disco, mentre Teresa De Sio è la ragazza metropolitana e uno strabordante Lucio Dalla il contadino ancora puro. Il disco è diviso in due parti: se il lato A è una sorta di introduzione, la seconda facciata esplode con l’arrivo, direttamente dalle viscere della terra, di Eliogabalo, eletto imperatore dalla lotteria degli zingari. Grazie al quale scoppierà un’effimera rivoluzione. Le sorti del Paese sono affidate alle carte e all’astronomia, un ballerino viene nominato nuovo capo dei Carabinieri, i soldati si trasferiscono dall’Accademia Militare all’Accademia di Belle Arti, i sacerdoti cacciati dalle cattedrali, le ballerine prendono il posto dei chierichetti, la gente vuole essere governata dalla magia e dall’incantesimo, non più dalla scienza. Un incantesimo che dura poco, i signori riprenderanno in mano la situazione ed Eliogabalo fatto fuori. Torna la normalità, il nuovo governo sega in due l’albero della cuccagna, i ribelli finiscono in miniera a estrarre i diamanti. Fine della storia. Una storia che ai piani alti della RCA provoca più di un mal di pancia.

labiusmortuusSiamo alla fine del 1977, il disco è pronto ma rimane fermo ai box. A Ennio Melis, il gran capo di RCA Italia, “L’Eliogabalo” non piace. Una sentenza difficilmente appellabile. Esce alla fine dell’anno successivo in edizione limitata, per un totale di 5000 copie circa, con una promozione prossima allo zero, se si eccettua la pubblicità su “Re Nudo” e la pubblicazione di un 45 giri (“Giovanna labbromorto”) diviso a metà con Geppi Patota. Una condanna a morte. Ma cosa fa paura ai dirigenti della RCA? Come abbiamo visto, è un periodo difficile per il nostro Paese, i venti di rivolta serpeggiano tra i giovani, soprattutto negli ambienti universitari. Eliogabalo sarebbe stato il leader perfetto dell’ala creativa del movimento, degli Indiani Metropolitani, di chi pensava che la rivoluzione non sarebbe passata tra le parole dei vacui leader di ispirazione marxista-leninista ma attraverso la negazione delle ideologie e l’affermazione della felicità a ogni costo. È troppo per una casa discografica che, al massimo, può accettare le prediche innocue di un Venditti o i corto circuiti ermetici di un De Gregori. A farne le spese un disco bellissimo, che a distanza di quarant’anni non ha perso un grammo della sua visionarietà, e un artista che avrebbe potuto regalarci altre sorprese. Che nel frattempo ha messo da parte il passato da cantautore e ha dato vita a una scuola di teatro e recitazione nella sua Torino, la Maigret & Magritte.

Purtroppo “L’Eliogabalo” è stato rimosso o quasi. Ristampato su cd nel 1997 dalla MP Records, viene citato o ricordato molto raramente, altrettanto rare le tracce reperibili in rete. Mentre parecchi dischi dell’epoca, non sempre memorabili, rinascono dalle polveri degli archivi per essere rivalutati e osannati dalla critica. Il solo Ivano Fossati ha avuto l’ardire di inserire “Eliogabalo imperatore” all’interno della compilation “Prog. Viaggio nel rock progressivo con Ivano Fossati”, pubblicata nel 2011. Il resto è il nulla. Come se “L’Eliogabalo” non fosse mai esistito. Come se la paura che investì la RCA all’epoca fosse anche la nostra paura.

Monologo di apertura: Tutto quel che mi è stato tolto lo rivoglio


Tutto quello che mi è stato tolto, io lo rivoglio. Non scherzo. Questa notte, mentre la pioggia (…) lucente, sulla ringhiera del balcone, mentre io ho un violento desiderio di uscire da questa città, ora. Appena tutti gli amici (...) dormono dentro stanze gelate e ormai vanno avanti e indietro per le piazze. I furgoni spenti degli angeli, con materiali stellari scarichi. Stanotte hanno riaperto le cattedrali, dopo tanto tempo. La poca gente che incontro sorride misteriosamente, i loro occhi brillano nel buio come enormi diamanti. Stanotte sono illuminati gli ultimi piani dei palazzi. Io credo qualcosa stia cadendo e a mia insaputa.

La veglia (Autoritratto dentro stanze elettroniche / Giovanna Labbromorto)


L'alba entra dalla finestra e io la guardo dal mio letto
Mi alzo, vado in bagno, mi guardo allo specchio e rifletto
Una sirena, all'improvviso, riempie il cielo con unghiate di suono
Si va, si va dentro le fabbriche a forgiare il medesimo abbandono

Poi alle cinque torno con Piero, oggi ride perché è la sua festa
Per la prima volta, giù alla mensa, ha rifiutato il cibo, in segno di protesta
Aspettiamo in un bar che venga la notte, con le sue promesse di tenerezza
Anche se in fondo agli occhi più non riusciamo a nascondere la stanchezza

Poi ecco la notte farsi avanti, accordando i dolci strumenti
Le balere, i cabaret sghignazzano nel buio, promettendo nuovi divertimenti
Incontro Giovanna, stropicciata contro un muro, dentro la sua lucida miseria
Vado in giro a cercare quelle donne che non mi hanno voluto per la mia cattiveria

Mio padre lavora giù al mercato per gli ebrei, lucida le loro casseforti
Giù in piazza la radio della polizia ha intercettato una trasmissione per i morti
L'assassino si toglie la parrucca e la maschera che lo rendevano tanto bello
Nel ripostiglio di un benzinaio, al buio, si affila già un altro coltello

È notte, tu dormi nel mio letto con un uomo
Ho un gusto acido di lacrime dentro la bocca

Entro dentro cattedrali enormi, devastate da simboli nazisti
E scopro che in ginocchio sulle panche ci sono ladri, acrobati e musicisti
Stringono fra le mani coltelli e carabine, ma sono arrivati troppo tardi
Cavalli, dentro la sagrestia, mangiano oro zecchino, aprono casse di petardi

Le fabbriche delle armi vanno di notte e di giorno ad un ritmo frenetico
Gli operai bendati imparano a memoria un canto cibernetico
Le palestre sono aperte, dentro fascisti adolescenti lavano armi e croci
Il grammofono della morte grida dalle mie pareti, ma io non risponderò mai alle sue voci

Dentro le fogne, sotto il marciapiede bagnato, la gente scorre verso il mare
Giovanna sconta con il cuore la certezza che non ce la faremo mai ad arrivare
Mentre dormo accanto, con la luce accesa e il vino che trabocca
Sento Piero piangere nell'ascensore e urlando in fondo alla bocca

Quel cappotto pieno di stelle, che mi han regalato, non serve a niente, mi fa solo paura
Ora il cielo, caduto sul pavimento, manda un odore putrido di risciacquatura
Scoppiano le strade, in mezzo ai quartieri, la finestra non si può aprire
Perché arrivano, è giornata feroce, la gente è pronta a impazzire

È notte, tu dormi nel mio letto con un uomo
Ho un gusto acido di lacrime dentro la bocca

Ma un mattino, come obbedendo a una musica strana
Cominciammo a pensare al profumo di una terra lontana
Pieni d'illusioni, finalmente andavamo via
A scaldarci al vino dolce dei chilometri su ogni ferrovia

Potrei raccontarvi delle cose su Giovanna Labbromorto
Del periodo in cui si è stati insieme, il '58
Quando ci si amava fin dentro le ossa
E la pasta ai ceci e il minestrone
Le lunghe passeggiate nell'immondezzaio comunale
A cercare abiti colorati da indossare
O le poesie scritte con il rossetto sui tram
O quel brutto figlio che abbiamo bruciato dentro la stufa
Primi che partissi per il militare

Giovanna Labbromorto era un po’ brutta, ma mi piaceva
Perché scopriva tutto l'amore dalle giornate
E inventava grandi uomini stupendi
Che regalava alle amiche, ridendo
E poi andava con qualche camionista
Con un sacchetto di mele e la schiena bianca piena di cicatrici
Non serviva, non ha importanza
Era bello perché dopo era gonfia di idee
E continuava il gioco del nostro amore malato

Giovanna Labbromorto usciva solo quando c’era la luna piena
Quando la gente cade in ginocchio e scoppiano in silenzio i limoni
E allora si parlava su una vita da vivere finalmente tutta intera
Si parlava dei soliti furti compiuti nei supermercati per i dolci buoni
E la bellissima auto rubata al direttore del liceo
Quel sabato che voleva andare in campagna e invece ci andammo noi
Con la voglia d’amore fino a sanguinare
E le bottiglie del suo buon vino

Giovanna Labbromorto un giorno rimase senz’acqua
Senz’acqua negli occhi, senz’acqua nei reni
Senz’acqua lungo tutta la carne
Lo si vedeva benissimo quel corpo senza sugo:
Il seno accennato e appena un po’ di fianchi
Il maglioncino logoro e la pelle trasparente
Finita, finita, dentro una camera ammobiliata
Più brutta del solito, così sporcata di lacrime
E gli occhi sfondati dal buio

E così Giovanna Labbromorto finì, lasciando un fracasso di stelle
Dentro un corpo, un metro e settanta, su un letto sudato
E una lunga fila di camionisti e direttori di liceo vennero a vedere
A toccare le dita così finte, a cercare diamanti dietro quel fango, tutti molto tristi
Ma io, stando un po’ male e spaventato da quell'amore così immobile, la vestii bene di bianco...
E bruciai tutto dentro la stufa

Il viaggio (A scaldarci al vino dolce dei chilometri)


Ma un mattino, come obbedendo a una musica strana
Cominciammo a pensare al profumo di una terra lontana
Pieni d'illusioni, finalmente andavamo via
A scaldarci al vino dolce dei chilometri su ogni ferrovia

Dal finestrino del treno scivolavano via città, paesi e volti
Volti cari passavano davanti e ora facevo i confronti
Legami affettuosi, tenuti a mente come piccoli sortilegi
Ora niente, in un passato senza difetti e senza pregi

Parole di ragazzi, conosciuti una sola notte, dentro la stazione
Quando, il mattino dopo, il loro treno andava in un'altra direzione

Dal finestrino del treno
Ora decifravo la mia vita
Ad ogni galleria
M’aggrappavo al vetro con le dita

Andavamo attraverso scompartimenti devastati
Inciampando sopra bagagli ormai dimenticati

Alberi, gelati dalla neve, scorrevano via dal finestrino
Poi qualcosa di tenero e caldo mi venne vicino
Qualcuno che mi toccava con la mano per capire chi ero
La luna per un attimo illuminò un sorriso talmente vero
D'una creatura che abbracciai, obbedendo a un impulso così dolce
Mentre qualcuno diceva: "Sentite come ogni musica si distorce"
Lei prese le mie mani e se le portò alle guance, adagio
La sensazione di quel calore mi addolcì il cuore, come uno strano contagio

Mentre intorno a noi tutto rallentava nel buio di quel vagone
E io capivo che finalmente entravamo in un'altra costellazione
Infatti scendemmo, all'improvviso, sopra uno strano altipiano
Un paese circondato da quattro precipizi, un posto fuori mano

Dove la gente, intorpidita dal caldo, aspettava quieta la sera
Per iniziare i giochi floreali di maggio, le danze alla primavera
Quell'aria densa, tutto intorno, di campagna e di vendemmia
Quel disordine festante che rendeva l'ordine una bestemmia

E mentre i trattori trasportavano il carro dei re Magi
Guidati da una stella che luccicava, gonfia di dolci presagi
Io già correvo frenetico a corteggiare le ragazze dei dintorni
Immersi in un'atmosfera in cui ogni divieto perdeva i suoi contorni

Eccomi lì a condurre, con qualche ingenuo inganno, in un prato o in un fienile
Oppure a parlare fino all'alba sulla pietra gelida di qualche cortile
Mentre fisarmoniche scordate, sassofoni impazziti, cominciavano a darsi da fare
Per radunare la gente dopo cena in qualche piazza ad ascoltare
I rumori delle cucine, le risate, le fontane o le cicale
Dentro una notte così bella, in cui il ricordo del giorno faceva solo male

Siamo giunti in uno strano paese...

Io ti porterò giù, più giù, più giù
Dove faremo progetti folli e incredibili, ma così belli
Da restituire dignità ai nostri nervi ed abbattere quei cancelli
Cresciuti durante gli anni dell’obbedienza
Quando credevamo che sapere fosse abbastanza
Che il solo rifiuto bastasse per far parte dei puri
Mentre i cancelli di un tempo diventavano muri

Io ti porterò giù, più giù, più giù
Dove la scelta di esser veramente liberi ci renderà così diversi!
Incomprensibili agli altri, persino ai nostri amici
Quelli che parlavano di ritrovarsi ed ora ci vedono felici
Alla ricerca delle nostre parti mancanti, di un segno
Dei nostri gesti importanti, scontati o risaputi
Noi che non abbiamo più ritegno
Forti dei giochi appena riavuti

Io ti porterò giù, più giù, più giù
Dove scoprirò ed accetterò i miei bisogni
E te li verrò a dire. I miei bisogni ridicoli o sconvolgenti
T’amerò e te lo farò capire
Con tutti i mezzi impossibili
Tutte le parole impronunciabili
Con tutte le carezze più imbarazzanti
Per farti far le tenerezze
Quando hai pudore nel farti avanti
Appena i gesti rifiuteranno le parole
E le nostre immaginazioni avranno finalmente
Un valore

La visione (La primavera feroce / La scelta di essere veramente liberi / Eliogabalo imperatore / La gente in strada)


Ehi!! C'è nell'aria qualche strano incantesimo!? Una sorta di febbre, innumerati campi, le strade di fuoco! La gente scopre che nel cielo quest'anno apparirà una primavera feroce e si abbandona ad una frenesia dolcissima, mentre esplodono nell'aria petardi, castagnole, mani frenetiche, battiti, ritmo! Nervosi, l'aria penetra nelle narici, come una pozione meravigliosa… o rigenerante.

Dalle viscere della terra si sprigionarono degli strani vapori
E, come per incanto, apparvero le roulotte dei comici e degli attori
Che come grappoli d'uva nera, fin troppo fermentata
Zampillavano fuori dai solchi, in preda ad una gioia scatenata

Vennero verso il paese sfarcendo ritmi, profumi e canzoni
Annunciando alla gente che aveva inizio la più strana di tutte le rivoluzioni:
Il popolo sarà sovrano, avremo tutti pani e giochi
Gonfieremo la notte con tanghi e tarantelle e la luce dei fuochi

La lotteria degli zingari indicò Eliogabalo come nuovo imperatore
Lo festeggiarono giù al mercato al suono di mazurche e pianole
E da quel momento le sorti del paese furono affidate alle carte e all'astronomia
Le bancarelle del porto vendevano menta e formule di magia

Perché L’Eliogabalo dimenticò il passato, spazzò via il futuro!
E tutto intorno al presente, in silenzio, costruì un enorme muro!
Dicendo alla gente: "Non sporgetevi a vedere le carte, predicono un brutto male
Non pensate più al domani, da oggi sarà carnevale!"

E per dimostrarlo prese un ballerino e disse: "Ecco il nuovo capo dei carabinieri!"
Insegno alla polizia i poeti, i pittori fiamminghi e gli antichi misteri!
Trasferì i soldati dall'accademia militare all'accademia di belle arti!
Dove le loro divise scoppiarono in mille colori dalle mani dei sarti!

Carabinieri radiosi murati, costumi teatrali
In caserma celeste a progettare carri armati a pedali

E quando Eliogabalo entrò nelle cattedrali
Cacciò via i sacerdoti e fece salire i matti a parlare
Da altari ormai vuoti e allora...

Secoli di prediche furono coperti da parole divertenti, frasi rituali cancellate da poesie riverenti, il calice stracolmo di cioccolatini e confetti, ma il vino rimase. La gente dichiarò: "Adesso sì che preferiamo le chiese alle nostre case!"

E quando le ballerine presero per sempre il posto dei chierichetti
E sui sacri affreschi del duecento comparvero dei grandi fumetti
Allora la gente, lo giuro, cominciò a divertirsi sul serio!
Se ne fregò del bene e del male ed imparò a vivere con un suo criterio!

I quartieri illuminati con un immenso braciere
La festa impazza, i canti sventolati come bandiere
La gente pone il cielo, il sole e la luna
Riempie le strade con in mano le carte della fortuna

- Volete essere governati dalla logica o dalla magia?
- La magia, la magia, la magia, vogliamo l'albero della cuccagna, dell'arte
- Ah! Volete essere governati dalla scienza o dall'incantesimo?
- L'incantesimo! L'incantesimo! L'incantesimo! I riti della terra, il carnevale, che la magia ci tenga a battesimo!
- Ma allora è davvero una rivoluzione questa! Incredibile

L'attesa (La morte di Eliogabalo / Avvertenze / Finalino per altri inizi)


È morto l’imperatore, è morto da maiale
Buttato nelle fogne con un gran gesto teatrale
Ma se l’era costruita lui addosso questa scena
Come un attore pazzo che ti vuol far pena

È morto l’imperatore, lavato con funerali atroci
Hanno spento intorno le luci e interrotto le voci
Ma in quel silenzio improvviso fu chiaro per tutti
Che quel pazzo al potere lasciava i suoi dolci frutti
Nel cuore caldo di quanti sentivano il bisogno
Di illudersi che la vita è l’inizio di un sogno

I sacerdoti trasportano su un carro il suo corpo
La festa diventa cenere, l’aria si gonfia di sporco

E lo trascinano per il paese, indicandolo al popolo terrificato
E gridano: “Era il diavolo, ma vedete, noi l’abbiamo ammazzato!”
E vanno verso le case dei padroni che si affacciano per applaudire
La stagione della follia si spegne, ecco, sta per finire

È morto l’imperatore contadino, con addosso pochi stracci
Nel buio, sopra un palco, abbandonato dai suoi personaggi
È morto l’imperatore, in mezzo a galline, pernacchie e piume
Ma con pelle abbronzata da polvere d’oro e acqua di fiume

E, nonostante il fetore del letame, profuma ancora di rosmarino
Il viso, mangiato dalla morte, luccica come quello di un bambino

È morto l’imperatore, è morto dentro una latrina
Quando la gente se ne è accorta, non era neanche mattina
E già le voci si rincorrevano nei mercati a raccontare lo scempio
La radio scandiva: “Bifolchi, pezzenti, vi serva da esempio!”

Ma quando il nuovo governo segò in due l’albero della cuccagna
La gente smontò le sue cascine e salì sulla montagna
E per sette anni rimase in miniera a estrarre il diamante
Con cui fabbricò catene di luce ed armi di una bellezza abbagliante

Poi l’asfalto scoppia all’improvviso
Mostrando il suo enorme sorriso
Un azzurro insopportabile che divori subito lo sfacelo
Guardate, la gente cade e cade finalmente dentro al cielo

Qualcuno grida: “Ecco la fine del mondo, ecco il giudizio!
Ma voi state calmi, state calmi... è appena l’inizio!”

I quartieri illuminati con l’immenso braciere
La festa impazza e canta e sbatte il vento con le bandiere
La gente pone il cielo, la terra, il sole la luna
Riempie le strade, con in mano le carte della fortuna.

inviata da Riccardo Venturi - 4/1/2020 - 07:25



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