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Born In The U.S.A.

Bruce Springsteen
Lingua: Inglese

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da "Born in the U.S.A." (1984)

Born in the USA All'uscita dell'album "Born in the U.S.A.", primo grande successo di massa di Springsteen, Ronald Reagan , in corsa per la rielezione, citò il cantante come esempio positivo dei valori americani. Dopo aver assistito ad un concerto di Springsteen a Washington, l'opinionista conservatore George Will elogiò lo spettacolo perché "i versi dedicati alla chiusura delle fabbriche e ad altri problemi sono sempre punteggiati da una solenne e gioiosa affermazione 'Nato negli Stati Uniti!'".

I have not got a clue about Springsteen's politics, if any, but flags get waved at his concerts while he sings songs about hard times. He is no whiner, and the recitation of closed factories and other problems always seems punctuated by a grand, cheerful affirmation: "Born in the U.S.A.!"

(George F. Will - A Yankee Doodle Springsteen, 13 settembre 1984)

Ronald Reagan
Il 19 settembre durante un comizio elettorale a Hammonton, New Jersey lo stesso Reagan fece il nome di Springsteen:
"America's future rests in a thousand dreams inside your hearts; it rests in the message of hope in songs so many young Americans admire: New Jersey's own Bruce Springsteen. And helping you make those dreams come true is what this job of mine is all about."
(Ronald Reagan, 19 settembre 1984)

Il Boss rispose all'epoca rendendo più che mai esplicite le sue posizioni politiche. Dal palco di Pittsburg respinse gli elogi di Reagan, chiedendosi se per caso non fosse "Nebraska" (il soffertissimo album acustico e solista uscito due anni prima, nel quale ci vengono raccontate quasi sussurrando storie di ordinaria disperazione dell'America dell'inizio degli anni '80) l'album preferito del presidente e, viaggiando di stato in stato, accentuò il suo impegno a favore di "banche alimentari", associazioni di veterani e organizzazioni sindacali progressiste.
"The President was mentioning my name the other day, and I kinda got to wondering what his favorite album musta been. I don't think it was the Nebraska album. I don't think he's been listening to this one."
(Bruce Springsteen, Pittsburgh, 22 settembre 1984, introducendo Johnny 99)

In realtà il testo non lascia spazio a nessun dubbio: Reagan si era fermato al ritornello, o più probabilmente al titolo!

"Born in the U.S.A." va riascoltata oggi, nella versione "unplugged" che Springsteen canta spesso in concerto. Solo chitarra acustica, spogliata dall'arrangiamento roboante e prepotente, e quel grido "nato negli Stati Uniti" che diventa quasi una condanna.

Nel recente spettacolo Springsteen on Broadway, il cantante racconta la storia di come è nato questo "lamento del veterano".

(alcune informazioni sono tratte dall'articolo "Bruce Springsteen" di Anthony DeCurtis per "La Grande Storia del Rock" di Rolling Stone, la citazione di Reagan e la risposta di Springsteen sono citate su wikipedia)

Un bell'articolo di Alberto Crespi, a vent'anni di distanza, dedicato a questa canzone.

"I had a brother at Keh Shan" si riferisce alla battaglia di Khe Shan (1968)
Born down in a dead man's town
The first kick I took was when I hit the ground
You end up like a dog that's been beat too much
Till you spend half your life just covering up

Born in the U.S.A.
I was born in the U.S.A.
I was born in the U.S.A.
Born in the U.S.A.

Got in a little hometown jam
So they put a rifle in my hand
Sent me off to a foreign land
To go and kill the yellow man

Born in the U.S.A.
I was born in the U.S.A.
I was born in the U.S.A.
I was born in the U.S.A.
Born in the U.S.A.

Come back home to the refinery
Hiring man says "Son if it was up to me"
Went down to see my V.A. man
He said "Son, don't you understand"

I had a brother at Khe Sahn fighting off the Viet Cong
They're still there, he's all gone

He had a woman he loved in Saigon
I got a picture of him in her arms now

Down in the shadow of the penitentiary
Out by the gas fires of the refinery
I'm ten years burning down the road
Nowhere to run ain't got nowhere to go

Born in the U.S.A.
I was born in the U.S.A.
Born in the U.S.A.
I'm a long gone Daddy in the U.S.A.
Born in the U.S.A.
Born in the U.S.A.
Born in the U.S.A.
I'm a cool rocking Daddy in the U.S.A.



Lingua: Italiano

Una versione italiana di autore non meglio specificato:
Italian version by unknown author
NATO NEGLI U.S.A.

Nato in una città di morti
Il primo calcio che ho preso e stato quando ho toccato terra
Finisci come un cane che è stato malmenato troppo a lungo
Fino a che non passi meta della tua vita a cercare un rifugio

Nato negli U.S.A.
Sono nato negli U.S.A.
Sono nato negli U.S.A.
Nato negli U.S.A.

Una volta mi sono messo in un piccolo guaio dalle mie parti
cosi mi hanno messo un fucile in mano
E mi hanno mandato in una terra straniera
a ammazzare i musi gialli

Nato negli U.S.A.
Sono nato negli U.S.A.
Sono nato negli U.S.A.
Sono nato negli U.S.A.
Nato negli U.S.A.

Sono tornato a casa alla raffineria
Ma il datore di lavoro ha detto: «Figliolo se dipendesse da me... »
Sono andato a parlare con un uomo del V.A.
Mi ha detto: « Figliolo, non capisci adesso? »

Avevo un fratello a Khe Sahn combatteva contro i Viet Cong
Loro sono ancora là lui se n 'è andato per sempre
Aveva una donna di cui era innamorato a Saigon
Mi e rimasta una foto di lui tra le sue braccia

Giù nell'ombra del penitenziario
Fuori tra i bagliori della raffineria
Sono dieci anni che brucio per la strada
Non ho un posto dove correre, non ho un posto dove andare

Nato negli U.S.A.
Sono nato negli U.S.A.
Sono nato negli U.S.A.
Sono nato negli U.S.A.
Nato negli U.S.A.



Lingua: Italiano

Traducanzone di Andrea Buriani

NATO IN AMERICA

In un posto da zombie sono nato
e prima che toccassi terra mi han menato
e proprio come un cane a lungo bastonato
si finisce a passar la vita ad esser rifugiato.

Nato in America io sono
Nato in America io sono
Nato in America io sono
Nato in America

Per un piccolo errore mi han beccato
e così loro mi hanno armato
nel paese dei gialli mi han mandato
m’han detto “spara” ed io ho sparato.

Nato in America io sono
Nato in America io sono
Nato in America io sono
Nato in America

Son tornato alla raffineria e il direttor :
«Per me –ha detto- puoi anche andar via »
mi son rivolto al Sindacato, che ha esordito:
« Ma come, non hai ancora capito? »

Mio fratello era a Khe Sahn
e combatteva contro i Viet Cong.
Più non c’è lui, ma loro stan là.

Aveva una ragazza di Saigon
la loro foto insieme è tutto quel che ho.

Della prigione all’ ombra c’è casa mia
e fuori i fumi della raffineria
Cammino e sento la strada bruciare,
son dieci anni che non so dove andare.

Nato in America io sono
Nato in America io sono
Nato in America

inviata da Dq82 - 23/8/2016 - 09:40




Lingua: Italiano (Toscano Livornese)

La versione in livornese di Riccardo Venturi letta anche il 23 dicembre 2004 a Controradio, in occasione della trasmissione dedicata alle Canzoni contro la guerra e al nostro sito

DISPONIBILE DA SCARICARE: Born in the U.S.A. in livornese, letta da Riccardo Venturi a Controradio il 23 dicembre 2004 (formato Ogg Vorbis, 1.5 MB).






Seguita da un frammento di Born in the U.S.A. di Springsteen al concerto di Firenze dell'8 giugno 2003. La qualità dell'audio non è ottima, perché la registrazione originale è su audiocassetta, ma assolutamente da ascoltare!

Le CCG su Controradio, 23 dicembre 2004
Le CCG su Controradio, 23 dicembre 2004
NATO NELL' UESSÉ
di Brusprìsti (Ir Bòsse)

Budello 'ane so' nato 'n una città di morti
messo appena 'n piede 'n terra, giù carci peggio 'a'a'n zomaro
dé, diventi peggio d'un cane smusato di nidio
e passi tutta la vita solo a cercà 'n refugio

Perché so' nato nell'Uessé
So' nato nell'Uessé
So' ameriàno, dé!
So' nato nell'Uessé.

Poi ner mi' paese ciò avuto 'varche casino,
allora m'àn messo 'n fucile in mano,
e m'ànno spedito lontano
pe' andà a ammazzà ' 'musi gialli, dé

Perché so' nato nell'Uessé
So' nato nell'Uessé
So' ameriàno, dé!
So' nato nell'Uessé,
So' nato nell'Uessé.

Poi so' tornato a casa, in rafineria
e ir caporale m'à detto, "Dé, bello, 'unn'è corpa mia"
So' andato a cercà uno der Vu A'
M'ha detto, "Dé, bello, ancora 'unn'à' 'apito?"

Dé, ciavevo 'n fratello a Chesàn che combatteva ' 'Vieccònghe
quell'àrtri so' ancora là, ma lui è morto e 'un ritorna

Dé, ciaveva 'na topa a Saigònne
m'ànno spedito una su' foto abbracciato a lei

Laggiù all'ombra d'una galera
vicino a' 'fòi della rafineria
so' diecianni 'e brucio pélla strada
senza più 'n posto dove córre', più 'n posto dov'andà

Perché so' nato nell'Uessé, dé, nell'Uessé
So' nato nell'Uessé
dé, e sto messo di nulla nell'Uessé,
So' ameriàno, dé!
So' nato nell'Uessé,
So' nato nell'Uessé,
So' uno 'e tira a campà nell'Uessé.



Lingua: Napoletano

Versione in lingua napoletana di Michele D'Auria



Non si tratta di una parodia, ho ripreso il testo originale di "Born in USA" e ne ho fatto una traduzione quasi letterale, con qualche opportuno adattamento per facilitare la metrica nel canto. Ho sempre ritenuto che la lingua napoletana sia più efficace dell'italiano nel rock, a causa delle finali mute che condivide con l'inglese e che l'italiano non ha. E' un esperimento un po' folle, lo so. Potevo fare una parodia spassosissima (non sfuggirà a nessuno che "Born" in napoletano suona quasi identico a "Porn...") ma ho voluto un approccio serio. Il testo parla di un dramma che ha spaccato in due l'America di quegli anni, e per certi versi tutto il mondo occidentale. Il mio è un approccio rispettoso. Spero vi piaccia :-)

PS: Le origini di Springsteen sono italiane, precisamente meridionali; anche per questo è venuto un paio di volte a cantare a Napoli... :-)
BORN IN THE U.S.A.

Nato dinto a nu paese e muorti
aggio pigliato cavuci appena misi 'e pieri 'nterra
cumme a 'nu cane acciso 'e bastunate
e passi 'a vita a te sentì cumme a 'nu rifugiato

Born in the U.S.A.
Born in the U.S.A.
Born in the U.S.A.
guagliò
Born in the U.S.A.

Pe 'na cazzata era j 'ngalera
ma m'anno rato 'nu fucile 'mano e doje parole
“vai 'ngulo o munno, addo' ca te mannammo
e faje 'o dovere tuoj accide a chelli facce gialle”

Born in the U.S.A.
Born in the U.S.A.
Born in the U.S.A.
guagliò
Born in the U.S.A.

Turnato 'a casa 'nda raffineria
ha ditto 'o padrone “si fosse pe' me, figliu mio...”
E allora aggiu parlato pure co sindacato
e m'anno ritto “cazzo, allora proprio nunn'è capito”

Born in the U.S.A.
Born in the U.S.A.
Born in the U.S.A.
guagliò
Born in the U.S.A.

E frateme sparava 'nguollo 'e viet cong
mo isso è muorto e loro stanno ancora la
a 'nnammurata soia era 'e Saigon
'e loro duje sulo 'na cartulina me resta 'cca

Born in the U.S.A.
Born in the U.S.A.
Born in the U.S.A.
guagliò
Born in the U.S.A.

All'ombra 'do penitanziario, a casa mia
oppure ammieze 'e lampi 'da raffineria
stong'abbrucianno da diece anni ammiezo 'a via
nun saccio che aggia fa, nun sacce addo' aggia j

25/8/2019 - 15:28




Lingua: Tedesco

Versione tedesca di Matthias Mai, corretta da Markus Schepke
Deutsche Übersetzung von Matthias Mai, mit Verbesserungen von Markus Schepke
GEBOREN IN DEN USA

Unten in einer leblosen Stadt geboren
Der erste Tritt, den ich bekam, war, als ich auf dem Boden aufschlug
Du endest wie ein Hund, der zuviel geschlagen wurde
Bis du dein halbes Leben verbracht hast, nur um es zu vertuschen

Geboren in den U.S.A.
Ich wurde in den U.S.A geboren
Ich wurde in den U.S.A geboren
Geboren in den U.S.A.

Geriet in einen Streit in einer kleinen Heimatstadt
Also war es in Ordnung, mir ein Gewehr in meine Hand zu drücken
Mich in ein fremdes Land zu schicken
Um zu gehen und den gelben Mann zu töten

Geboren in den U.S.A.
Ich wurde in den U.S.A geboren
Ich wurde in den U.S.A geboren
Ich wurde in den U.S.A geboren
Geboren in den U.S.A.

Komme zurück nach Hause zur Raffinerie
Ein Angestellter sagte "Sohn, wenn es an mir gelegen hätte..."
Ging hinunter, um meinen V.A.-Mann zu sehen
Er sagte "Sohn, verstehst du das jetzt nicht?"

Hatte einen Bruder bei Khe-Sahn, der den Viet Cong bekämpfte
Sie sind noch da, er hat alles gegeben
Er hatte eine Frau, die er in Saigon liebte
Ich habe jetzt ein Bild von ihm in ihren Armen bekommen

Unten im Schatten des Gefängnisses
Draußen beim Gas-Feuer der Raffinerie
Ich verbrachte zehn Jahre auf der Straße
Nirgends zum Weglaufen, habe nirgend, wo ich hingehen kann

Geboren in den U.S.A.
Ich wurde in den U.S.A geboren
Geboren in den U.S.A.

Geboren in den U.S.A.
Geboren in den U.S.A.
Geboren in den U.S.A.

inviata da Riccardo Venturi - 15/3/2005 - 02:30




Lingua: Portoghese

Versione portoghese da musicas.mus.br
NACIDOS NOS E.U.A.

Nascido numa cidade de homem morto,
O primeiro chute que eu recebi foi quando atingi o chão.
Você termina como um cachorro que foi surrado demais,
Até que você gasta metade da sua vida apenas se escondendo.

Nascido nos E.U.A.
Eu nasci nos E.U.A.
Eu nasci nos E.U.A.
Nascido nos E.U.A.

Entrei numa pequena enrascada na cidade natal,
Então eles colocaram um fuzil na minha mão,
Me enviaram para uma terra estrangeira
Para ir e matar o homem amarelo.

Nascido nos E.U.A.
Eu nasci nos E.U.A.
Eu nasci nos E.U.A.
Eu nasci nos E.U.A.
Nascido nos E.U.A.

Volto para casa, para a refinaria,
O homem que contrata diz:
Filho, se fosse minha responsabilidade...
Fui para ver meu cara na V.A.
Ele disse "Filho, você não compreende?"

Eu tinha um irmão em Khe Sahn, combatendo o Viet Cong,
Eles ainda estão lá, ele está totalmente perdido.

Ele tinha uma mulher que ele amava em Saigon,
Eu tenho uma foto sua nos braços dela agora.

Dentro na sombra da penitenciária,
Lá fora, perto das chamas de gás da refinaria,
Estou há 10 anos queimando a estrada,
Nenhum lugar para fugir, não tenho nenhum lugar para ir...

Nascido nos E.U.A.
Eu nasci nos E.U.A.
Nascido nos E.U.A.
Sou um pai há muito tempo morto nos E.U.A.
Nascido nos E.U.A.
Nascido nos E.U.A.
Nascido nos E.U.A.
Sou um pai legal agitando nos E.U.A...

inviata da Marcia Rosati - 2/11/2007 - 20:26




Lingua: Ungherese

Versione ungherese, da questa pagina
AZ USA-BAN SZÜLETTEM

Lent születtem egy halott ember városában
Az első rugást akkor kaptam
amikor megérintettem a földet
Úgy végzed, mint egy kutya
akit túl sokat vertek
Amíg fél életed úgy telik,
hogy menedéket keresel

Ha az USA-ban születsz
Én az USA-ban születtem
Én az USA-ban születtem
Ha az USA-ban születsz

Egy kisebb bajba kerültem a szülővárosomban
Fegyvert nyomtak a kezembe
Egy idegen földre küldtek,
Hogy menjek és öljem meg a sárgákat.

Az USA-ban születtem
Én az USA-ban születtem
Én az USA-ban születtem
Én az USA-ban születtem
Az USA-ban születtem

Hazajöttem az olajfinomítóba
A munkaadóm azt mondta
"Fiam, ha tőlem függene"
Lementem a V.A.* emberemhez
Azt mondta "Fiam, még most sem érted?"

Volt egy bátyám Khe Sahn-ban
A Vietkongok ellen harcolt
Azok még mindig ott vannak, ő örökre elment

Volt egy nő, akit szeretett Saigon-ban
Van egy fotóm ahol egymást átölelik

Lent a fogház árnyékában
Kint az olajfinomító tüzeinél
Tíz éve égetem az utat
Nincs hová szaladjak, nincs hová menjek

Az USA-ban születtem
Én az USA-ban születtem
Az USA-ban születtem
Egy rég elfeledett papa vagyok az USA-ban
Az USA-ban születtem
Az USA-ban születtem
Az USA-ban születtem
Egy kipróbált papa vagyok az USA-ban.
* Veterans Administration (Veteránok Hivatala)

inviata da Riccardo Venturi - 17/3/2005 - 20:26


Born in The Usa. L'inno di chi non vuole omologarsi
di Alberto Crespi
(da L'Unità del 29/5/2004)

La copertina dell'album Born in the USA
La copertina dell'album Born in the USA
Sono passati vent´anni e il "new world order", il nuovo ordine mondiale, sembra cosa fatta. La citazione è rigorosamente di Bruce Springsteen, ma non è tratta da "Born in the U.S.A.", il disco di cui ricordiamo il ventennale: viene da "The Ghost of Tom Joad", un disco che di "Born in the U.S.A." è il diretto discendente politico (anche se musicalmente si lega assai di più a "Nebraska"). Chissà se Bruce se lo sarebbe aspettato: lui, nelle canzoni, non fa mai dichiarazioni politiche "dirette", anche se evocando lo spettro di Tom Joad (l´emigrante/bracciante/fuggiasco di "Furore", libro di John Steinbeck e film di John Ford) aveva fatto chiaramente capire da quale parte stava. Dalla parte di chi cerca di attraversare il Rio Grande da Sud, per entrare nel Paese dei Balocchi (in un film sugli schermi in questi giorni, "The Day After Tomorrow" di Roland Emmerich, sono invece i "gringos" a tentare la traversata diretti a Sud, perché l´effetto-serra e il mancato rispetto del protocollo di Kyoto rischiano di sommergere gli Stati Uniti sotto una gigantesca e vindice inondazione). Forse, a distanza di tanti anni, Springsteen ha fatto un disco come "The Ghost of Tom Joad" per non essere frainteso. Perché tanto tempo fa, all´uscita di "Born in the U.S.A.", il fraintendimento ci fu. Eccome. Erano anni di rambismo rampante (in realtà anche Rambo fu frainteso: il primo film, quello diretto da Ted Kotcheff, era tutt´altro che forcaiolo). Bruce ebbe la strabiliante forza poetica di comporre un brano - qui parliamo di "Born in the U.S.A.", poi sarà utile allargare il discorso all´album - che era un lamento con la struttura musicale dell´inno. Infatti il pezzo divenne una delle più grandi canzoni da stadio di tutti i tempi: quando Bruce lo intonò, al concerto di San Siro (unica data italiana della tournée che fece seguito all´album, tra l´84 e l´85), lo spettacolo di 80.000 pugni levati fu semplicemente indimenticabile, riempì lo stadio di una forza e di un´emozione compatta e condivisa che nessuna partita di calcio (e San Siro, già leggendario di suo, ne ha viste non poche) era mai riuscita a creare. Sì, "Born in the U.S.A." sembrava un inno: un inno americano alternativo a "The star spangled banner", e non a caso il timbro delle chitarre distorte richiamava alla memoria il sound di Jimi Hendrix, storpiatore primario dell´inno Usa ufficiale. Solo che le parole non erano da inno: le parole erano un canto dolente sulla generazione dei reduci del Vietnam. Il protagonista della canzone torna a casa dalla guerra e non ha più lavoro; va a consultare il suo "v.a. man", il consigliere per i veterani, una figura vicina al nostro assistente sociale, e quello gli dice "son, don´t you understand?", figlio, non capisci?

E così il reduce, che era stato mandato in una "terra straniera" a combattere "l´uomo giallo", e che aveva lasciato il fratello a Khe Sahn ritrovandosi come suo unico ricordo una foto con "a woman he loved in Saigon", una donna che amava a Saigon, se ne rimaneva lì nella sua America industriale e devastata (il New Jersey, probabilmente) dove le fabbriche sono chiuse e sono dieci anni che lui "brucia lungo quella strada": "nowhere to run, nowhere to go", nessun posto dove andare.


Questo era il senso della canzone, nemmeno tanto riposto: e a quel furbetto di Ronald Reagan avremmo dovuto rispondere "son, don´t you understand?", quando tentò di appropriarsi della canzone nella sua campagna elettorale (sarebbe stato rieletto, purtroppo) probabilmente senza averne mai letto il testo. Figliolo, non capisci? Questo non è uno che vota per te. Questo è uno che dal reaganismo ha avuto solo dolori, delusioni, disoccupazione. Eppure l´equivoco nacque. Un po´ per la musica, sicuramente: quel giro di sei accordi che apre la canzone, e sul quale poi si appiccica il titolo/ritornello, era perfetto anche per aprire i comizi di un uomo politico. Un po´, fu il titolo: mettete quella musica assieme al titolo, togliete il resto della canzone e potete ottenere un roboante grido di guerra.

Reagan la capì, o la volle capire, così. Non sapeva che il titolo veniva da lontano con quel suo significato neutro, da ufficio dell´anagrafe: nato negli U.S.A., càpita a un sacco di gente. Bruce l'aveva, diciamo così, "rubato" a un cineasta, il regista Paul Schrader ("American Gigolo", "Blue Collar", la sceneggiatura di "Taxi Driver" di Scorsese), che gli aveva passato un suo copione così intitolato, nella speranza che il cantante gli scrivesse la colonna sonora. Il film lì per lì non si fece, (nel cinema succede spesso), e sia Schrader che Springsteen hanno sempre raccontato che il copione era finito in un cassetto e il titolo riemerse dalla memoria di Bruce in modo quasi inconscio. Certo il regista ci restò male, ma Springsteen non negò mai l´accaduto e quando poi Schrader riuscì a "montare" il progetto gli regalò una canzone, "Light of Day", rimasta a lungo inedita salvo la colonna sonora del film omonimo (dove la esegue Joan Jett, anche interprete accanto a Michael J. Fox). Era una storia di rockers operai, di gente che lavora duro e usa la musica come valvola di sfogo: molto "springsteeniana", Schrader aveva visto giusto. Il film aveva una valenza duplice, come càpita quasi sempre nella cultura americana quando la critica sociale incontra il patriottismo: la prima sa essere dura, serrata, ma il secondo in America è una cosa maledettamente seria anche per i "radical" più arrabbiati, e questa è una cosa che noi europei (forse, soprattutto noi italiani, che della patria abbiamo un'idea molto calcistica e poco radicata) fatichiamo sempre a comprendere. "Born in the U.S.A." è un titolo che può essere recitato, al tempo stesso, con amarezza e con orgoglio. Era così per Schrader ed era sicuramente così anche per Springsteen, anche se nella canzone, a leggere bene le parole, è l´amarezza a prevalere.

Per gli "springsteeniani" doc, club al quale l´autore di queste righe afferma senza pudore di appartenere, il dubbio non ci fu mai, la "captatio" di Reagan sembrò immediatamente una gaffe e la risposta di Bruce fu liberatoria ma scontata. Era ovvio che le cose stavano così! Però i media ci cascarono. Le immagini di Bruce in concerto, con la bandana (lo stesso indumento di Rambo!), contribuirono all'equivoco. Si cominciò a parlare di "rock reaganiano". Ribadire oggi che non fu mai un problema nostro serve fino a un certo punto. In realtà il problema era anche nostro. Per due motivi, uno personale (quindi secondario) e uno globale. Quello personale - di tutti gli "springsteeniani", non solo di chi scrive - era che con "Born in the U.S.A." il nostro eroe diventava patrimonio comune. Succede sempre, quando un artista amato dagli adepti diventa una star mondiale: si è gelosi! Bruce era già famosissimo, ma "Born in the U.S.A." diventò il secondo disco più venduto di sempre dopo "Thriller", trasformando il suo autore in un fenomeno mondiale. E se noi, che conoscevamo Bruce dai tempi di Asbury Park, sapevamo bene che non era reaganiano e non si sarebbe mai venduto, i ragazzini che usavano "Dancing in the Dark" per ballare in discoteca che ne sapevano? Qui sta il nocciolo, e si arriva al problema globale: quando un disco vende milioni di copie in tutto il mondo diventa anche un fatto di costume, ed entra in un circolo mediatico che anche l´artista stesso fatica a controllare. Bisogna dire che Bruce fu, ed è ancora, bravissimo: la gestione oculata, non inflazionata, della propria immagine e delle proprie parole è una cosa in cui è veramente un fenomeno. Ma l'84 fu il momento della carriera in cui rischiò grosso: avesse sbagliato una mossa, avrebbe insidiato il trono di Madonna e di Michael Jackson, invece rimase se stesso e ormai, a 54 anni compiuti, non è più in pericolo.

Il vero aiuto gli venne da dentro, dalle canzoni, dalla musica, e dalla consapevolezza di sé. Usiamo "canzoni" al plurale perché, quando si passa a parlare di "Born in the U.S.A."-disco, è giusto ricordare che si tratta di una raccolta di pezzi semplicemente mirabolante (non a caso quasi tutti divennero singoli di successo). E furono le altre canzoni a salvare "Born in the U.S.A."-canzone, a illuminarne di riflesso il significato. Furono la paura di "Cover Me", i ricordi adolescenziali di "Glory Days", il manifesto generazionale di "No Surrender", persino la sana ambiguità di "Bobby Jean" (il cui testo può essere riferito sia a una donna che a un amico, con spostamenti di senso e latenze omoerotiche estremamente stimolanti: la risposta migliore a chi accusa Bruce di essere "machista"). Fu, soprattutto, il brano-gemello di "Born in the U.S.A.", "My Hometown": il paesaggio è lo stesso, una città dove le fabbriche sono chiuse ed è arrivata la violenza (razziale, stavolta); ma il personaggio, anziché un reduce senza lavoro, è un padre di famiglia che il lavoro rischia di perderlo, e pensa (come Tom Joad!) di emigrare, di andare a Sud, ma intanto porta in giro il suo figlioletto in auto, lo fa sedere sulle sua ginocchia davanti al volante e gli dice di "take a good look around", di guardarsi bene attorno: "this is your hometown", questa è la tua città. Ed è già una "city of ruins", una città di rovine, titolo di un pezzo che Bruce avrebbe scritto molti anni dopo.

Musicalmente, "Born in the U.S.A." è un inno rock mentre "My Hometown" è una ballata che riprende, con un arrangiamento appena più ricco, le atmosfere di "Nebraska": e quindi anticipa quelle di "Tom Joad". Questo per ribadire che il disco oggi ventenne era, stilisticamente, molto eclettico: una sorta di catalogo di ciò che Bruce poteva e voleva fare con la E Street Band. C'era persino un brano quasi "disco", l´unico che anche a distanza di vent'anni continuiamo a non amare: "Dancing in the Dark". Però lo ama lui, e lo amano tanti ragazzi più giovani di noi, che ai concerti vogliono anche ballare, per cui va bene così: Bruce continua a riproporlo in concerto e ogni volta è una festa. Non è sicuramente un caso che anche il brano "Born in the U.S.A." venga sempre suonato dal vivo, ma spesso in versione "unplugged", voce e chitarra: così l´inno sparisce e rimane solo il lamento. Gli equivoci sono finiti. All´epoca, Bruce si salvò dall'omologazione e dall'edonismo reaganiano grazie ai suoi valori profondi e alla forza della musica. Oggi, vent'anni dopo, è vivo e vegeto e lotta sempre insieme a noi. I ragazzi del "new world order" fanno di tutto per farci sentire soli, ma finché noi abbiamo Bruce, e lui ha noi, non ci riusciranno.

NOTA: Abbiamo corretto una svista in quest'ottimo articolo di Alberto Crespi: l'inno americano è "The Star Spangled Banner" e non, com'era scritto nell'articolo originale, "Stars and Stripes" (quella è la bandiera...)

Bellissimo. Commento straordinario, mirato e preciso come solo uno Springsteeniano può fare.

It's a town full of losers and I'm pulling out of here to win!

Stelvio Parigi - 31/3/2005 - 22:22


Viva Springsteen un Dio del Rock.
Il Boss Rappresenta l'America Intera cn i suoi Pregi e i suoi Difetti.Springsteen e geniale.La canzone "Born in the USA" da una carica Incredibile e ogni volta che la Sento impazzisco.
Vorrei essere Americano solo per La Canzone "Born in the USA".
Bruce Springsteen Orgoglio Statunitense.

Manu Rock - 14/9/2007 - 00:10


...mah, non penso che il Boss fosse tanto orgoglioso di esserlo

Mimimmo - 11/9/2009 - 09:25


immenso boss

8/8/2010 - 13:14


Bell'articolo ma caduta rovinosa ed inaspettata nel finale. Cos'è questa storia che non amiamo Dancin in the dark? Forse sarebbe meglio parlare al singolare ;) non la amano solo i "ragazzini che ai concerti vogliono anche ballare". Se si legge il testo si ha uno dei tanti esempi della scrittura di Bruce, un vissuto doloroso ma cantato con potenza, celebrazione e anche gioia. Esattamente come Born in the USA.

Stefania - 5/4/2015 - 20:23


Visto che mi sto appassionando all'editing video, penso di fare piacere a tutti e in particolare a Riccardo, con questo video con l'audio riesumato dal 2004 della traduzione livornese letta a controradio montata sulle immagini del Boss:

Lorenzo - 22/5/2017 - 00:01


E cavolo se mi fa piacere...! (Certo che rivedermi e risentirmi "qualche tempo fa" mi fa un po' impressione...!!)

Riccardo Venturi - 22/5/2017 - 07:28


L'introduzione alla canzone tratta da "Springsteen on Broadway"
in italiano

So it's, it's 1980, I'm 30 years old, I'm on another cross country trip with a buddy of mine, and we stop outside of Phoenix to gas up, go into a small town drugstore, I'm riflin' through a rack of paperback books, I come across a book called "Born on the Fourth of July" by a Vietnam veteran named Ron Kovic. Now this book was a testimony of the experience he'd had as a combat infantry man in southeast Asia.

Ron KovicWeek or two later, I'm bunked in at the fabulous Sunset Marquis Motel in Los Angeles. Uh, for the uninformed, it's kind of an upscale, uh, low-life rockstar hangout, alright? Uh, small world theory. Small world theory proves itself once again. I been seein' a young guy with shoulder-length hair sittin' in a wheelchair by the pool for several days. So uh, one afternoon, he rolled up to me and said, "Hi, I'm Ron Kovic. I wrote a book called 'Born on the Fourth of July'". I said, "Jesus, I just, I just read it, and when it, it destroyed me", and, he spent the afternoon talkin' to me about many returned soldiers who were struggling with a wide variety of problems and he wanted to know if I'd take a drive with him to the vet center in Venice, meet some of the southern California veterans. So I said sure, next day we headed out there and I'm usually pretty easy with people, but once we were at the center, I didn't know how to respond to what I was seein'. Uh, talkin' about my own life to these guys seemed frivolous. There was homelessness and drug problems and post-traumatic stress, and young guys my age dealing with life-changing physical injuries, and it made me think about my own friends from back home. Walter Cichon.

The MotifsWalter Cichon was the greatest rock 'n' roll frontman on the Jersey shore in the bar band 60's. He was in a group called The Motifs, and he was the first real rockstar that I ever laid my eyes on. He just had it in his bones, he had it in his blood, it was in the way he carried himself. On stage, he just, was deadly. He was raw and sexual, and dangerous and in our little area, he taught us, by the way that he lived, that you could live your life the way you chose, you could look the way you wanted to look, you could play the music you wanted to play, you could be who you wanted to be, and you could tell anyone who didn't like it to go fuck themselves. Walter had a guitar playin' brother, Raymond. Raymond was tall, tall kind of sweetly clumsy guy, one of those big guys, who just isn't comfortable with his size. He's always like, ooh, ooh, knockin' into shit wherever he is, and wherever that is, there is just not enough space for Raymond, for some reason. And uh, but, but then strangely he was always dressed impeccably, ya know, with a pastel shirt, long pointed collar, shark skin pants, nylon socks, spit-shined pointy toed shoes, slicked back black hair with a little curl that would come down when he was playin' the guitar. Uh, Raymond was my guitar hero. And he was just a shoe salesman in the day. And uh, Walter I think worked construction, and they were only a little bit older than we were. Never had any national hit records. Never did any big tours. But they were gods to me. And uh, the hours I spent standing in front of their band, studying, studying, studying, class in session, night after night watchin' Ray's fingers fly over the fretboard and Walter scare, the shit outta half the crowd, oh man. Ya know, they were essential to my development as a young musician. I learned so much from Walter and from Ray. And my dream was I just wanted to play like Ray, and walk like Walter

 Bart Haynes The CastilesAnd then there was Bart Haynes. Bart Haynes was the drummer from my first band, The Castilles. He was the first real drummer I ever played with. He was absurdly funny kid, classic class clown, was a good good drummer, with one strange quirk - couldn't play "Wipe Out" by The Surfaris. This may not seem so critical to you right now, I understand, but, in those days, your skills, your mettle, your self-worth as a drummer and as a human being, was tested in front of your peers once an evening by your performance of "Wipe Out". Now Bart could play every other fucking thing, but when it came to "Wipe Out" - beyond his capabilities. Was tragic, ya know.

One day, he got off, he got up off the drum stool, he joined the Marines, then uh, Walter and Bart, they were both killed in the war in 1967 and '68. Bart was the first young man from our hometown to give his life in Vietnam. So, I really didn't know what to say to the guys I was meeting in Venice. I sat there for most of the afternoon and just listened. Then in 1982 I wrote and I recorded my soldier story. It was a protest song, the G.I. blues. The verses were just accounting of events, the choruses were a declaration of your birthplace, and the right to all the blood, and the confusion, and the pride, and the shame, and the grace, that comes with birthplace.

1969, Mad Dog, little Vinnie, and myself, we were all drafted, on the exact same day. All three of us. We rode together early one Monday morning from the selective service office on probably the unhappiest bus that ever pulled out of Asbury Park. Because we were on our way to what we were sure was going to be our funeral. We'd seen it already, all very up close. And when we got to the Newark draft board, we did everything we could not to go. And uh, we succeeded, all three of us, when I go to Washington, and I vacation to visit Walter and Bart, I'm glad that Mad Dog's, little Vinnie's, for that matter, my name, isn't up on, on that wall, but it was 1969 and thousands and thousands of young men to come would be called, simply sacrificed, just to save face for the powers that be, who by then already knew, they knew it was a lost cause. And still thousands and thousands of more young boys. So uh, so I do sometimes wonder who went in my place, because somebody did.




CCG Staff - 19/2/2019 - 22:40


La traduzione italiana dell''introduzione alla canzone tratta da "Springsteen on Broadway"

Allora, è il 1980, ho 30 anni e sto guidando attraverso l’America con un amico, e ci fermiamo a fare benzina in un negozietto di una piccola città, e frugando in uno scaffale di libri tascabili, mi imbatto in un libro intitolato “Nato il 4 Luglio” di un veterano del Vietnam di nome Ron Kovic. Questo libro è la testimonianza dell’esperienza vissuta da Ron come soldato nel sud est asiatico.

Ron Kovic Una o due settimane dopo sono a dormire al favoloso Sunset Marquis Motel a Los Angeles. Ah, per chi non lo sapesse, si tratta una specie di ritrovo di lusso, ehm, di bassa lega, per rockstar, ok? Eh, si dice sempre, com’è piccolo il mondo. Ecco la dimostrazione ancora una volta che il mondo è piccolo. Avevo notato da alcuni giorni un tipo giovane con i capelli lunghi fino alle spalle che stava seduto su una sedia a rotelle accanto alla piscina. Così un pomeriggio mi si avvicina e mi fa: “Ciao, sono Ron Kovic. Ho scritto un libro intitolato Nato il 4 luglio”. E io risposi “Gesù, l'ho appena letto, e mi ha distrutto”. Così passò il pomeriggio a raccontarmi dei tanti veterani che lottavano con un’infinità di problematiche e mi chiese se avessi voglia di fare un giro con lui al centro veterani a Venice per incontrare alcuni soldati della California meridionale. Gli dissi, certo che sì, cosi il giorno dopo ci dirigemmo laggiù. Di solito io sono piuttosto socievole con le persone, ma una volta al centro non sapevo come comportarmi davanti a quello che vedevo. Parlare della mia vita a questi ragazzi sembrava così frivolo. C’erano problemi di senzatetto, problemi di droga e stress post traumatico, c’erano ragazzi della mia età che dovevano affrontare ferite fisiche invalidanti che ti cambiano la vita, e tutto questo mi ha fatto pensare ai miei amici, là nel New Jersey, a Walter Cichon.

The MotifsWalter Cichon era il più grande frontman di una band di rock’n’ roll sulla costa del New Jersey negli anni ‘60. Faceva parte di un gruppo che si chiamava The Motifs, ed è stata la prima rockstar che abbia mai visto con i miei occhi. Ce l’aveva proprio nelle ossa, ce l’aveva nel sangue, nel modo di comportarsi. Sul palco era semplicemente micidiale. Era genuino, e sensuale, e pericoloso, e dalle nostre parti, ci ha insegnato con il modo in cui viveva, che potevi vivere la vita che avevi scelto, potevi vestirti come volevi, potevi suonare la musica che volevi suonare, potevi essere quello che volevi essere, e potevi dire a chiunque a cui la cosa non piacesse di andare a farsi fottere. Walter aveva un fratello che suonava la chitarra, Raymond. Raymond era alto, uno di quei tipi un po’ goffi ma teneri, uno di quei tipi grandi e grossi che non sono a loro agio con le loro dimensioni. Sbatteva sempre da qualche parte dovunque si trovasse e ovunque fosse, per una ragione o l’altra non c’era mai abbastanza spazio per Raymond. Ma, ma poi stranamente era sempre vestito impeccabilmente, sapete, con una camicia pastello, colletto a punta, pantaloni in pelle di squalo, calzini di nylon, scarpe a punta striate tirate a lucido, capelli neri tirati all’indietro con un ricciolino che gli scendeva sul viso quando suonava la chitarra. Quando suonava la chitarra Raymond era il mio eroe. E di giorno era solo un venditore di scarpe. E Walter, Walter credo che lavorasse nell’edilizia... e avevano pochi anni più di noi. Non avevano mai inciso un successo a livello nazionale. Nessun grande tour. Ma per me erano degli dei. E, oh, le ore che ho passato davanti alla loro band, a studiare, studiare, studiare, lezione dal vivo, una notte dopo l’altra, a guardare le dita di Ray che volavano sulla tastiera della chitarra e Walter che faceva cacare sotto la folla. Capite sono stati fondamentali per la mia crescita come giovane musicista. Ho imparato così tanto da Walter e da Ray. E il mio sogno era di suonare come Ray e di camminare come Walter.

 Bart Haynes The CastilesE poi c’era Bart Haynes. Bart Haynes era il batterista della mia prima band, The Castilles. E’ stato il primo vero batterista con cui ho suonato. Era un ragazzo incredibilmente divertente, il classico pagliaccio della classe, era un batterista bravo bravo, ma con una particolare stranezza – non sapeva suonare "Wipe Out" dei Surfaris. Adesso per voi questo potrebbe sembrare qualcosa di non esattamente cruciale, lo capisco, ma a quei tempi, le tue abilità, la tua tempra, la tua autostima come batterista e come essere umano era testato davanti ai tuoi coetanei una volta ogni sera dalla tua interpretazione di "Wipe Out". Bart sapeva suonare qualsiasi altra cazzo di cosa, ma quando si trattava di "Wipe Out" – era al di là delle sue capacità. Una cosa tragica, capite.

Un giorno se ne andò, se ne andò dal panchetto della batteria, si arruolò nei Marines, poi, Walter e Bart, tutti e due furono uccisi in guerra nel 1967 e 1968. Bart è stato il primo giovane della nostra città a dare la vita in Vietnam. Per questo, davvero, non sapevo cosa dire ai ragazzi che stavo incontrando a Venice. Sono rimasto seduto per gran parte del pomeriggio e mi sono limitato ad ascoltare. Poi nel 1982 ho scritto e inciso la mia storia del soldato. Era una canzone di protesta, il blues del soldato. Le strofe raccontavano gli eventi, il ritornello era una dichiarazione del posto dove sei nato e del diritto a tutto il sangue e la confusione e l’orgoglio e la vergogna e la grazia che si accompagna al posto dove sei nato.

Nel 1969 Mad Dog, Little Vinnie ed io eravamo stati arruolati nello stesso giorno. Tutti e tre. Siamo andati insieme all'ufficio del servizio di leva a bordo quello che era probabilmente l’autobus più triste che sia mai partito da Asbury Park. Perché eravamo sicuri di essere diretti verso il nostro funerale. L’avevamo già visto, e molto da vicino. E quando arrivammo alla commissione di reclutamento di Newark facemmo tutto il possibile per non partire. E ci riuscimmo, tutti e tre. Quando vado a Washington e faccio una pausa per andare a trovare Walter e Bart, sono felice che il nome di Mad Dog, di Vinnie e, per quel che conta, il mio nome, non siano su quel muro, ma era il 1969 e ancora migliaia e miglia di giovani sarebbero stati chiamati, e in pratica sacrificati, solo per salvare la faccia delle autorità, che a quel punto sapevano già, lo sapevano che era una causa persa. E ancora migliaia e migliaia di altri giovani. Allora... allora talvolta mi chiedo a chi sia toccato partire al mio posto. Perché a qualcuno di sicuro è toccato.


(la traduzione è in parte ripresa da Pink Cadillac dove però viene tradotto un testo diverso e più breve)

Lorenzo - 20/2/2019 - 00:11


We learned more from a three minute record than we ever learned in school! Happy 70th Birthday To The Boss.

Springsteen

AWS Staff - 23/9/2019 - 22:44


Come Bruce Springsteen ha scritto “Born in the U.S.A.”

Ecco come Bruce ha creato una delle hit più grandi di sempre partendo da una canzone pacifista che inizialmente si chiamava "Vietnam"


leggi l'articolo su Rolling Stone

23/9/2019 - 22:53



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