Yaşamak bu yangın yerinde
Her gün yeniden ölerek
Zalimin elinde tutsak
Cahile kurban olarak
Yalanla kirlenmiş havada
Güçlükle soluk alarak
Savunmak gerçeği çoğu kez
Yalnızlığını bilerek
Korkağı, döneği, suskunu
Görüp de öfkeyle dolarak
Toplanır ölü arkadaşlar
Her biri bir yerden gelerek
Kiminin boynunda ilmeği
Kimi kanını silerek
Kucaklıyor beni Metin Altıok
Aldırma diyor gülerek
Yaşamak görevdir yangın yerinde
Yaşamak insan kalarak
Kucaklıyor beni Metin Altıok
Aldırma diyor gülerek
Yaşamak görevdir yangın yerinde
Yaşamak insan kalarak
Yaşamak bu yangın yerinde
Her gün yeniden ölerek
Her gün yeniden ölerek
Zalimin elinde tutsak
Cahile kurban olarak
Yalanla kirlenmiş havada
Güçlükle soluk alarak
Savunmak gerçeği çoğu kez
Yalnızlığını bilerek
Korkağı, döneği, suskunu
Görüp de öfkeyle dolarak
Toplanır ölü arkadaşlar
Her biri bir yerden gelerek
Kiminin boynunda ilmeği
Kimi kanını silerek
Kucaklıyor beni Metin Altıok
Aldırma diyor gülerek
Yaşamak görevdir yangın yerinde
Yaşamak insan kalarak
Kucaklıyor beni Metin Altıok
Aldırma diyor gülerek
Yaşamak görevdir yangın yerinde
Yaşamak insan kalarak
Yaşamak bu yangın yerinde
Her gün yeniden ölerek
inviata da Donatella Leoni - 20/3/2025 - 15:58
Lingua: Italiano
Versione italiana / Italian version / Version italienne / Italiankielinen versio:
Anonimo Toscano del XXI Secolo, 21-3-2025 08:32
Due parole del traduttore. Tra il suo “materiale grezzo”, Donatella Leoni aveva inviato anche una traduzione italiana fatta probabilmente da qualche intelligenza più o meno artificiale e anche più o meno intelligente. Per tale intelligenza, ad esempio, la fornace dove tutto brucia era diventata un rassicurante “caminetto”. Ci ho quindi rimesso un po’ le manacce, mettiamola così. Mezza parola sul (comunissimo) termine originario arkadaş. Derivante da una suggestiva metafora (significa “colui che condivide la tua schiena”), in turco può significare indifferentemente “amico” e “compagno”, anche in senso politico. Condividendo la schiena, si deve essere per forza sia amici che compagni, e viene quindi esclusa la “compagnità” senza l’amicizia.
Anonimo Toscano del XXI Secolo, 21-3-2025 08:32
Due parole del traduttore. Tra il suo “materiale grezzo”, Donatella Leoni aveva inviato anche una traduzione italiana fatta probabilmente da qualche intelligenza più o meno artificiale e anche più o meno intelligente. Per tale intelligenza, ad esempio, la fornace dove tutto brucia era diventata un rassicurante “caminetto”. Ci ho quindi rimesso un po’ le manacce, mettiamola così. Mezza parola sul (comunissimo) termine originario arkadaş. Derivante da una suggestiva metafora (significa “colui che condivide la tua schiena”), in turco può significare indifferentemente “amico” e “compagno”, anche in senso politico. Condividendo la schiena, si deve essere per forza sia amici che compagni, e viene quindi esclusa la “compagnità” senza l’amicizia.
La fornace
Vivere in questo posto che brucia
Morire e rimorire ogni giorno
Prigioniero nelle mani del tiranno
Come sacrificio agli ignoranti
Respirare con difficoltà
Nell’aria inquinata di menzogne
Difendere sovente la libertà
Conoscere la propria solitudine
Vedere chi è codardo e chi tace
E sentirsi invaso dalla rabbia
Compagni morti che si riuniscono,
Ognuno che viene da qualche parte
C’è chi ha un cappio al collo
C’è chi si asciuga il proprio sangue
Metin Altıok mi abbraccia
“Non fa niente”, dice ridendo
Si deve vivere qui in questa fornace
Vivere restando umani
Metin Altıok mi abbraccia
“Non fa niente”, dice ridendo
Si deve vivere qui in questa fornace
Vivere restando umani
Vivere in questo posto che brucia
Morire e rimorire ogni giorno.
Vivere in questo posto che brucia
Morire e rimorire ogni giorno
Prigioniero nelle mani del tiranno
Come sacrificio agli ignoranti
Respirare con difficoltà
Nell’aria inquinata di menzogne
Difendere sovente la libertà
Conoscere la propria solitudine
Vedere chi è codardo e chi tace
E sentirsi invaso dalla rabbia
Compagni morti che si riuniscono,
Ognuno che viene da qualche parte
C’è chi ha un cappio al collo
C’è chi si asciuga il proprio sangue
Metin Altıok mi abbraccia
“Non fa niente”, dice ridendo
Si deve vivere qui in questa fornace
Vivere restando umani
Metin Altıok mi abbraccia
“Non fa niente”, dice ridendo
Si deve vivere qui in questa fornace
Vivere restando umani
Vivere in questo posto che brucia
Morire e rimorire ogni giorno.
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Poesia di / A poem by / Poème : Ataol Behramoğlu
Ataol Behramoğlun runo [1993]
Musica / Music / Musique / Sävel: Zülfü Livaneli
Album / Albumi: Yangın yeri
Nato nel 1942, Ataol Behramoğlu è di origini azere ed è figlio di un padre che, di nome, faceva “Hikmet”. A tale riguardo, ricordo che “Hikmet”, in turco, non è soltanto un nome o un cognome, ma un comune sostantivo che significa “saggezza”. Come dire: quando la poesia la si ha praticamente nel destino. Naturalmente non starò qui a fare tutta la biografia di Ataol Behramoğlu, che potrete leggere nel corposo articolo di Wikipedia in inglese che è stato qui linkato; basterà limitarsi a dire che, di oppressione, il poeta se n’è inteso purtroppo bene, specialmente dopo il colpo di stato militare del 12 settembre 1980, quello del generale Kenan Evren. All’epoca il poeta, che era direttore del Teatro Municipale di İstanbul, si vide rimosso assai poco cerimoniosamente dalla sua posizione, prima che la sua ultima raccolta poetica (intitolata “Né pioggia…né poesia”, 1981) fosse confiscata e data alle fiamme dai golpisti. Una sua pièce cabarettistica intitolata ”Wanted: un buon cittadino” fu la goccia che fece traboccare il vaso, e Ataol Behramoğlu fu sbattuto in galera. Sì, lui, uno dei principali poeti e traduttori turchi (specialista di lingua e letteratura russa, ha tradotto in turco anche Brecht, Attila József, García Lorca, José Martí, Majakovskij, Sándor Petőfi, Pushkin, Yannis Ritsos.
Il 2 luglio 1993, dopo la “preghiera” del Venerdì, una folla di fanatici sunniti della città di Sivas si radunò sotto l’hotel Madımak dove si stava tenendo il meeting alevita, e diede fuoco all’intero immobile. E’ il massacro di Sivas. Molti tra i partecipanti morino subito, soffocati o divorati dalle fiamme; Metin Altıok sopravvisse brevemente, morendo il 9 luglio per le ustioni riportate. Aziz Nesin riuscì invece a salvarsi servendosi di una scala antincendio dei Vigili del Fuoco; quando i bravi pompieri lo riconobbero, cercarono di ritirare la scala e di aggredirlo. Ma riuscì a scappare. Morì praticamente due anni esatti dopo, il 6 luglio 1995. Si disse che Aziz Nesin era il “bersaglio principale”, ma in realtà il vero bersaglio era l’intera comunità alevita, e in particolare la sua élite culturale e intellettuale. Si disse anche, e con una certa ragione, che il massacro era stato come “organizzato” dalle autorità civili e militari locali, che avevano ad esempio fatto distribuire volantini assai violenti contro il meeting alevita, incitando praticamente la popolazione ad attaccarlo. Il massacro di Sivas contò 37 vittime. [RV]