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Επιφάνια Αβέρωφ

Mikis Theodorakis / Mίκης Θεοδωράκης


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theodypografi
Epifánia Avérof
[1960]
Ποίημα / Poesia / A Poem by / Poème / Runo :
Giorgos Seferis [Γιώργος Σεφέρης]

Μουσική / Musica / Music / Musique / Sävel:
Mikis Theodorakis

Ερμηνεία / Interpreti / Performed by / Interprétée par / Laulavat:
1.Ioannina municipal chorus and Orchestra, directed by Foivos Papadopoulos , Soloist: Haris Andrianos

2. Antonis Kalogiannis [Αντώνης Καλογιάννης]
'Αλμπουμ / Album: 70 Χρόνια Μίκης Θεοδωράκης



In memoria di Mikis Theodorakis
di Filippomaria Pontani, 11 Settembre 2021

Viviamo in un Paese in cui il conformismo del discorso pubblico mainstream arriva al punto di accettare con pochi scossoni qualunque cosa: la rivendicazione della memoria del fratello del Duce a premio sui martiri della nostra Repubblica, la promozione in alto loco di zelanti funzionari già distintisi per encomi postumi a estremisti di destra, il dileggio di quei pochi intellettuali che pongono l’antifascismo a fulcro della propria attività di pensiero. Dietro i simboli la partita è più sostanziosa, e non di oggi: si marginalizza in una riserva indiana, magari con una pacca sulla spalla, un complimento di facciata e la malcelata commiserazione che tocca agli utopisti, chi si fa banditore di un pacifismo davvero intransigente, chi ritiene che insegnare non sia solo trasmettere nozioni (o che esercitare un mestiere non si risolva nell’abilità tecnica), chi fa della lotta alla diseguaglianza e al favoritismo una condicio sine qua non, chi crede nell’arte ”impegnata”, chi cerca di ridare voce e fiato alla tradizione della musica popolare, chi considera il patrimonio artistico e il paesaggio non come petrolio da sfruttare ma come linfa della coscienza civile di un popolo.

Giovedì scorso è arrivata una cartina di tornasole: la scomparsa di Mikis Theodorakis, il più grande musicista del Novecento greco, è stata celebrata dai più evocando il famosissimo sirtaki di Anthony Quinn nel film Zorba il Greco o la colonna sonora di Serpico; da altri, con pudichi e generici cenni alla sua figura di “combattente”. Si tratta di visioni legittime ma riduttive, che non spiegano nemmeno l’unanime cordoglio della sua patria, dove sono stati decretati tre giorni di lutto nazionale. Theodorakis è stato anzitutto un uomo che ha più volte rischiato la pelle per difendere, in lotte collettive e disperate, la libertà del suo Paese e gli ideali democratici in cui credeva: a più riprese imprigionato e torturato da Italiani e Tedeschi fra Tripoli d’Arcadia e Atene durante la II guerra mondiale (una volta fu liberato solo in quanto il maresciallo nazista, melomane, constatò che era allievo del conservatorio), continuò a entrare e uscire dal carcere e dalla clandestinità non solo durante la Resistenza ma poi lungo tutta la guerra civile (1945-49), vedendo perire o scomparire molti dei suoi amici più cari. Analogo trattamento gli fu riservato con l’avvento della Giunta dei Colonnelli (1967), quando – ormai celebre, e aderente del Partito Comunista – fu tirato fuori dalla gattabuia e portato in esilio solo grazie all’intervento del governo francese e di Jean-Jacques Servan-Schreiber.

Quando si evoca il magnifico sirtaki di Zorba, bisognerebbe ricordare con stupore che tale motivetto nacque negli stessi mesi del 1963 in cui Theodorakis era impegnato a onorare la memoria dell’amico deputato Grigoris Lambrakis, sapiente e indefesso alfiere della democrazia barbaramente assassinato da squadracce a Salonicco (a questo omicidio è peraltro dedicato il film Z – l’orgia del potere, del 1969, in cui Costa Gavras usò una colonna sonora fatta uscire di contrabbando dalla cella in cui Theodorakis era detenuto): all’indomani del misfatto, Theodorakis creò e capeggiò un movimento giovanile, quello dei cosiddetti “Lambràkides”, destinato a raccogliere negli anni fino a 50mila adepti e a giocare un ruolo decisivo, di lì a poco tempo, nella resistenza contro la Giunta dei Colonnelli: un movimento il cui manifesto parlava di libertà e democrazia, di liberazione dalla sudditanza agli USA (primi fautori del colpo di stato militare del ’67), di abolizione delle leggi speciali e dello stato di polizia, di eliminazione delle disuguaglianze, di recupero della cultura popolare.

Né fu un caso: se egli, infatti, ribadiva di non aver mai messo in musica testi connotati in senso partitico, tuttavia era persuaso che l’artista, tramite il contatto con il popolo, dovesse “alzare la bandiera dell’umanesimo, la bandiera della speranza”, essere “congeniale alle necessità fondamentali della società”, e pertanto contribuire a lottare con i propri mezzi (e non solo) contro l’ignoranza, la miseria, il nazionalismo, la guerra, la tirannia. Non parole vuote, queste, né ortodossie veteromarxiste, ma una missione che dava un senso alla sua idea di musica, e di futuro: il “canto popolare artistico” (praticato assieme a lui anche dall’altro grande, Manos Chatzidakis) fu un miracolo quasi solo greco che metteva al centro testi di altissimi poeti (apparentemente “difficili” e lontani dalle masse) e li faceva volare sulla bocca di tutti, rivendicando il bouzouki, il sandouri, la lira e il baglamàs come strumenti di una grecità primordiale, la sanguinante Grecità dell’amico poeta Ghiannis Ritsos (che mise in musica) contrapposta alla posticcia e ipocrita “civiltà ellenocristiana” dei fascisti, e pronta a dialogare con le culture circostanti – benché la sua famiglia a Creta avesse versato molto sangue nelle lotte d’indipendenza, Theodorakis collaborò sovente con musicisti turchi, e addirittura nel 1985 in Santa Sofia a Istanbul intonò a cappella un inno alla Vergine, col consenso ammirato dei locali.

Una missione così concreta da essere esplicata, a beneficio del prossimo, non solo nei teatri e nelle piazze, ma anche nei luoghi più impensati: nelle prigioni Averoff di Atene eseguì per la prima volta la “canzone-fiume” Epifania del premio Nobel Giorgio Seferis (“Ho conservato la mia vita come un sussurro nel silenzio infinito / e non so più parlare né pensare. Fruscii / come il respiro del cipresso quella notte…”); nella cucina del campo di detenzione di Oropos musicò per i compagni Raven dello stesso Seferis (peraltro noto conservatore); ai suoi carcerieri di Zatuna in Arcadia cantò testi del comunista Manolis Anagnostakis (“Parlo di fiori / seccati sulle tombe / e marci per la pioggia, / di case senza finestre / sogghignanti / come cranii sdentati, / di ragazze mendicanti / che mostrano i seni / e le ferite”).
Oggi pare quasi incredibile che un uomo capace di inventare il ritmo di García Lorca e di concepire l’idea della musica meta-sinfonica, di elaborare pensieri profondissimi sul rapporto tra tecnica drammatica antica e suono contemporaneo (si pensi anzitutto ai film Elettra e Troiane di Michael Cacoyannis, dove la colonna sonora realizza al meglio l’unione “mistica” tra logos – parola -, musica e danza), fosse al contempo in grado di organizzare manifestazioni, dettare linee politiche, scrivere volantini per il quartiere e spedire lettere a Nixon, provando letteralmente, nella prassi, a “risvegliare la gioventù dal sonno del totocalcio, dei juke-box e dei flipper”.

Ma il suo non fu un caso isolato: negli stessi anni decine di intellettuali lottavano a proprio rischio e pericolo (galera, torture, plotoni di esecuzione, censura totale per le loro opere) in nome di un futuro diverso: dal citato Ritsos (premio Lenin come lui, e autore fra l’altro del famoso Epitafio per la morte di un dimostrante operaio, che Theodorakis trasformò in un inno delle lotte per la giustizia e la libertà: nel 2013 lo udii cantare da una folla spontanea, guidata dall’anziano scrittore Vassilis Vassilikòs, proprio dinanzi all’ospedale di Salonicco dove morì Lambrakis, a 50 anni esatti da quel giorno; e mi commossi) al patriota Manolis Glezos (l’eroe della Resistenza, morto l’anno scorso, che nel ‘41 strappò la bandiera nazista dall’Acropoli: alcuni ricorderanno i suoi folgoranti discorsi al Parlamento europeo, dove fu eletto con Syriza); dal vulcanico e sempre scomodo Alekos Panagulis (il protagonista di “Un uomo” di Oriana Fallaci, eliminato non dai colonnelli ma dalla restaurata democrazia) ai poeti resistenti come il citato Anagnostakis, Aris Alexandru, Titos Patrikios (l’unico di tutti ancora in vita) e molti altri.

Nessuno di questi uomini andò esente da errori, incertezze, incoerenze (anche se spesso, come avvenne pure a Theodorakis, furono calunniati dai loro nemici come traditori della loro causa al solo fine di gettare discredito sulla loro aura di incorruttibilità); nessuno dimenticò mai la missione di dar voce ai tanti compagni caduti nella lotta “dalla parte giusta” per un mondo migliore. Deputato per il Partito Comunista dal 1981, nel ‘90 Theodorakis, con la sua apertura mentale (la stessa che – per sommo scorno dei massimalisti – nel 1974 lo indusse ad accettare perfino un gabinetto presieduto dal suo acerrimo nemico Karamanlís pur di uscire per via democratica dalla lacerazione civile inferta al Paese dalla Giunta), raccolse l’invito a fare il ministro della Cultura in un governo di destra guidato da quello stesso Konstandinos Mitsotakis (padre dell’attuale premier) nella cui colpevole accidia egli aveva additato venticinque anni prima una delle ragioni dell’avvento della dittatura: durò pochi mesi.

Ma il senso di un’avventura musicale, intellettuale e civile rimane in quello straordinario crogiolo degli anni ’60, che entusiasmò tanto anche l’Italia (a tacere dei libri usciti per gli Editori Riuniti, da Conquistare la libertà a Diario del carcere, nel 1970 uno spettacolo delle sue Canzoni in esilio, poi diventato un disco di Ricordi con Edmonda Aldini, tenne banco per un mese intero al Teatro dell’Arte di Milano). E il vertice fu toccato non in un canto di lotta ma nella versione musicale di molti brani del poema Axion esti (Dignum est) di Odisseas Elitis (poi Premio Nobel 1979: fresche di stampa le sue Poesie pubblicate da Crocetti).

Ardimentoso insieme di parole e pensieri derivati da ogni momento della storia secolare della grecità, il capolavoro di Elitis riprende in parte certe movenze degli inni liturgici bizantini, alternando salmi, canti e “letture” in prosa, e convoglia in altissima poesia momenti del passato antico e recente della stirpe, fino agli episodi cruenti della Resistenza antitedesca. Quando nel ’64 (l’anno, di nuovo, di Zorba) Theodorakis musicò queste poesie, divennero patrimonio comune dei giovani e degli anziani, nelle taverne e sulle spiagge, alcuni versi che, da soli, danno un senso a questa storia, alla storia dei Greci, degli Italiani, e dell’uomo tout court: “Sole intellegibile della Giustizia – e tu mirto glorificatore / non dimenticate, ve ne – scongiuro la mia terra!”, o “Da centimani notti – nel firmamento intero / Sono i visceri smossi – Questo dolore brucia / Dove trovare l’anima – lacrima quadrifoglia!”, o ancora “Il vincitore dell’Inferno dell’Amore il salvatore, / il Principe dei Gigli è qua”.

pippomaria
Nato il 10 marzo 1976, Filippomaria Pontani è il figlio di Filippo Maria Pontani (1913-1983), tra i principali classicisti e grecisti italiani, di cui ha seguito le orme.

Da Epiphania 1937 a Epiphania Averof

La poesia Epifania 1937 di Giorgos Seferis è centrata su un io narrante in viaggio che si rivolge a una seconda persona. È una narrazione attraverso una voce condivisa. Inizia con un’immagine che ricrea un idillio, un mare in fiore e le montagne sovrapposte alla luna calante, finisce però con una figurazione di contrasto, “la neve e l’acqua ghiaccia al passo dei cavalli”. Nel testo ricorrono con regolarità le parole Κράτησα τη ζωή μου / Ho trattenuto la mia vita. La loro ripetizione assicura alla narrazione ritmo e contribuisce al climax. L’io narrante nel suo itinerare è solo e si imbatte in persone altrettanto sole. La seconda persona sembra un alter ego più che una persona con ricordi filtrati in un susseguirsi di immagini, miti e ricordi calati nel presente. Il disincanto è il leit motiv. Aldebaran è l’astro del disincanto, continuamente a caccia delle Pleiadi senza successo. Altre immagini correlate: “astri del Cigno” e il “un cigno morto nel bianco delle piume”, la “sabbia dell’altra estate” e le “tombe marine”.

Il 1937 è un anno cruciale per Seferis, aveva lasciato alle spalle l’amata Marika Zannou, sposata ma non molto legata al marito, ufficiale di marina. Seferis si era dovuto trasferire in Albania per la sua attività diplomatica. Il titolo fa pensare ad una svolta: la parola “manifestazione” mutuata dall’ortodossia cristiana, dal battesimo di Gesù nell’acqua, è prodromica ad una metànoia/cambiamento radicale. Numerosi sono i richiami all’acqua in varie forme in tutto il poema. Ciò non esclude il riferimento “laico” a Esiodo a proposito di epifania delle Muse. E’ in ogni caso una presa di coscienza, l’identificazione che il poeta fa di sé all’inizio di un processo che lo condurrà lontano.

Theodorakis nel 1968 si trova nel carcere di Averof di Atene, boulevard Alexandras 23 (dismesso nel 1972). Un detenuto politico a Capodanno 1968 invita Mikis a creare qualcosa di eccezionale, un’altra impresa sul filo di Romiossini dal testo di Ritsos. Theodorakis ha già un’idea: musicare l’intero poema di Seferis. Nasce così Epifania Averof, un’altra epifania, di nome e di fatto. Theodorakis intuisce il potenziale di Epifania 1937; a differenza di Seferis, Theodorakis le imprime un carattere segnatamente corale sin dall’inizio del processo creativo.
Theodorakis la vive nelle celle del carcere coinvolgendo dieci prigionieri politici, poi nel ’69 la perfeziona con un coro a sei voci, tre maschili e tre femminili. Il ritornello è la chiave che lo sollecita verso l’architettura corale: Κράτησα τη ζωή μου/ ho trattenuto la mia vita.

Theodorakis rilegge Seferis , ne dilata l’orizzonte. La sua è una epifania nell’Epifania. E’ il grido di dolore per la situazione in cui versa la Grecia dei colonnelli, la Grecia fascista, metafora dell’ur-fascismo, il fascismo in abiti civili senza tempo e senza confini . [Riccardo Gullotta]
Τ’ ανθισμένο πέλαγο και τα βουνά στη χάση του φεγγαριού
η μεγάλη πέτρα κοντά στις αραποσυκιές και τ’ ασφοδίλια
το σταμνί που δεν ήθελε να στερέψει στο τέλος της μέρας
και το κλειστό κρεβάτι κοντά στα κυπαρίσσια και τα μαλλιά σου
χρυσά τ’ άστρα του Κύκνου κι εκείνο τ’ άστρο ο Αλδεβαράν

Κράτησα τη ζωή μου
κράτησα τη ζωή μου ταξιδεύοντας
ανάμεσα σε κίτρινα δέντρα κατά το πλάγιασμα της βροχής
σε σιωπηλές πλαγιές φορτωμένες με τα φύλλα της οξιάς
καμιά φωτιά στη κορυφή του βραδιάζει

Κράτησα τη ζωή μου στ’ αριστερό σου χέρι μια γραμμή
μια χαρακιά στο γόνατό σου
τάχα να υπάρχουν στην άμμο του περασμένου καλοκαιριού
τάχα να μένουν εκεί που φύσεξε ο βοριάς καθώς ακούω
γύρω στην παγωμένη λίμνη την ξένη φωνή

Τα πρόσωπα που βλέπω δε ρωτούν μήτε η γυναίκα
περπατώντας σκυφτή βυζαίνοντας το παιδί της

Ανεβαίνω τα βουνά μελανιασμένες λαγκαδιές
ο χιονισμένος κάμπος, ως πέρα ο χιονισμένος κάμπος τίποτε δε ρωτούν
μήτε ο καιρός κλειστός σε βουβά ερμοκλήσια
μήτε τα χέρια που απλώνουνται για να γυρέψουν, κι οι δρόμοι

Κράτησα τη ζωή μου ψιθυριστά μέσα στην απέραντη σιωπή
δεν ξέρω πια να μιλήσω μήτε να συλλογιστώ
ψίθυροι σαν την ανάσα του κυπαρισσιού τη νύχτα εκείνη
σαν την ανθρώπινη φωνή της νυχτερινής θάλασσας στα χαλίκια σαν
την ανάμνηση της φωνή σου λέγοντας "ευτυχία"

Κλείνω τα μάτια γυρεύοντας το μυστικό συναπάντημα των νερών
κάτω απ’ τον πάγο το χαμογέλιο της θάλασσας τα κλειστά πηγάδια
ψηλαφώντας με τις δικές μου φλέβες τις φλέβες εκείνες που μου ξεφεύγουν
εκεί που τελειώνουν τα νερολούλουδα κι αυτός ο άνθρωπος
που βηματίζει τυφλός πάνω στο χιόνι της σιωπής

Κράτησα τη ζωή μου, μαζί του, γυρεύοντας το νερό που σ’ αγγίζει
στάλες βαριές πάνω στα πράσινα φύλλα, στο πρόσωπό σου
μέσα στον άδειο κήπο, στάλες στην ακίνητη δεξαμενή
βρίσκοντας ένα κύκνο νεκρό μέσα στα κάτασπρα φτερά του
δέντρα ζωντανά και τα μάτια σου προσηλωμένα

Ο δρόμος αυτός δεν τελειώνει δεν έχει αλλαγή, όσο γυρεύεις
να θυμηθείς τα παιδικά σου χρόνια, εκείνους που έφυγαν εκείνους
που χάθηκαν μέσα στον ύπνο τους σε πελαγίσιους τάφους
όσο ζητάς τα σώματα που αγάπησες να σκύψουν
κάτω από τα σκληρά κλωνάρια των πλατάνων εκεί
που στάθηκε μια αχτίδα του ήλιου γυμνωμένη
και σκίρτησε ένας σκύλος και φτεροκόπησε η καρδιά σου
ο δρόμος δεν έχει αλλαγή, κράτησα τη ζωή μου

Το χιόνι
και το νερό παγωμένο στα πατήματα των αλόγων

inviata da Riccardo Gullotta - 30/9/2022 - 06:43




Lingua: Italiano

Traduzione italiana / Μετέφρασε στα ιταλικά / Italian translation / Traduction italienne / Italiankielinen käännös:
Filippomaria Pontani
EPIFANIA 1937

Il mare in fiore, i monti nella luna menomante
la grande rupe accanto ai fichi d’India e agli asfodeli
l’orcio che non voleva asciugarsi alla fine del giorno
e quel letto serrato là vicino ai cipressi e i tuoi capelli
d’oro, gli astri del Cigno e Aldebaran.

Ho serbato la mia vita, ho serbato la mia vita viaggiando
tra piante gialle nel rovescio della pioggia
su taciti versanti sovraccarichi delle foglie di faggio,
senza falò sul vertice. Fa sera.
Ho serbato la mia vita: sulla tua mano sinistra una linea,
sul tuo ginocchio un segno: ci saranno
sulla sabbia dell’altra estate, ci saranno
ancora, là dove soffiò la tramontana
mentre sento d’attorno al lago ghiaccio
questa lingua straniera.
Nulla chiedono i visi che vedo, né la donna
che incede curva col bambino al petto.
Salgo sui monti: valli annerite; la piana nevicata,
fino laggiú nevicata non chiede
nulla, né il tempo chiuso entro cappelle mute,
né le mani protese a cercare, o le strade.
Ho serbato la mia vita in un sussurro, dentro
l’illimitato silenzio
e non so piú parlare né pensare: sussurri
come il respiro del cipresso quella notte,
come la voce umana del mare notturno
fra i ciottoli, o il ricordo della tua voce che diceva «buona fortuna».
Chiudo gli occhi cercando il convegno segreto delle acque
sotto il ghiaccio, il sorriso del mare, i pozzi chiusi
palpando con le mie vene le vene che mi sfuggono,
dove mettono capo le ninfee e l’uomo che cammina
cieco sopra la neve del silenzio.
Ho serbato la mia vita, con lui, cercando l’acqua che ti sfiora:
gocce che cadono grevi sopra le foglie verdi, sul tuo viso
nel giardino deserto, sopra la vasca immota,
cogliendo un cigno morto nel bianco delle piume,
alberi vivi e i tuoi occhi sbarrati.

Questa strada non termina e non muta, anche se tenti
di rammentare gli anni d’infanzia, e chi partí
e chi sparí nel sonno, nelle tombe marine,
anche se brami di vedere i corpi amati reclinarsi
sotto le rame rigide dei platani, dove un raggio
nudo di sole s’è posato, e un cane
ha sobbalzato e un battito ha riscosso il tuo cuore,
questa strada non muta: ho serbato la mia vita.

La neve
e l’acqua ghiaccia al passo dei cavalli.

inviata da Riccardo Gullotta - 30/9/2022 - 06:45




Lingua: Italiano

Μετέφρασε στα ιταλικά 2 / Traduzione italiana 2 / Italian translation 2 / Traduction italienne 2 / Italiankielinen käännös 2:
Gian Piero Testa
stixoi.info, 12-8-2007
Epifania 1937 / Averof

Il mare fiorito e i monti nel dileguarsi della luna
il grande scoglio accanto ai fichidindia e agli asfodeli
la giara che si ostinava a dare acqua quando il giorno finiva
e il letto chiuso vicino ai cipressi e ai tuoi capelli
oro le stelle del Cigno e quella stella, Aldebaran

Ho trattenuto la mia vita
ho trattenuto la mia vita peregrinando
in mezzo ad alberi gialli verso la cortina della pioggia
su declivii silenziosi sotto il peso delle foglie del faggio
nessun fuoco sulla vetta si fa sera

Ho trattenuto la mia vita una linea nella tua mano sinistra
una scalfittura nel tuo ginocchio
manifestamente esistono nella sabbia dell'estate passata
manifestamente persistono là dove soffiò borea quando sento
intorno al lago gelato echeggiare la voce straniera

I volti che vedo non chiedono, nemmeno la donna
che cammina piegata dando il seno al suo bimbo

Ascendo i monti vallate nere d'inchiostro
la pianura innevata a perdita d'occhio la pianura innevata nulla chiedono
né il tempo racchiuso in una silente solitaria chiesetta
né le mani protese a cercare e nemmeno le strade

Ho trattenuto la mia vita con un sussurro nell'infinito silenzio
non so più né parlare né pensare
sussurri come il respiro del cipresso quella notte
come la voce umana del mare notturno tra i ciottoli come
il ricordo della tua voce che diceva "buona fortuna"

Chiudo gli occhi cercando il segreto incontro con le acque
sotto il ghiaccio il sorriso del mare i pozzi chiusi
tastando le mie vene quelle vene che mi sfuggono
là dove finiscono i fiori acquatici e questo è quell'uomo
che come un cieco tenta il passo sopra la neve del silenzio

Ho trattenuto la mia vita con lui cercando l'acqua che ti avvolge
gocce pesanti sopra le foglie verdi sul tuo volto
dentro il giardino deserto gocce nello stagno immoto
trovando un cigno morto nelle sue candidissime ali
alberi viventi e i tuoi occhi rapiti

Questa strada non finisce non può cambiare, per quanto cerchi
di ricordare i tuoi anni puerili quelli che se ne sono andati
quelli che si sono persi dentro il loro sonno in tombe marine
per quanto tu chieda ai corpi che hai amato di piegarsi
sotto i rami duri dei platani là
dove si fermò un raggio denudato del sole
e sussultò un cane e sbatté le ali il tuo cuore
la strada non può cambiare, ho trattenuto la mia vita

La neve
e l'acqua gelata nelle impronte dei cavalli.

inviata da Riccardo Venturi - Ελληνικό Τμήμα των ΑΠΤ "Gian Piero Testa" - 30/9/2022 - 10:13




Lingua: Inglese

English translation / Μετέφρασε στα αγγλικά / Traduzione inglese / Traduction anglaise/ Englanninkielinen käännös:
Edmund Keeley’s and Philip Sherrard : George Seferis, Collected Poems (Princeton University Press, 1995).
EPIPHANY, 1937

The flowering sea and the mountains in the moon’s waning
the great stone close to the Barbary figs and the asphodels
the jar that refused to go dry at the end of day
and the closed bed by the cypress trees and your hair
golden; the stars of the Swan and that other star, Aldebaran.

I’ve kept a rein on my life, kept a rein on my life, travelling
among yellow trees in driving rain
on silent slopes loaded with beech leaves,
no fire on their peaks; it’s getting dark.
I’ve kept a rein on my life; on your left hand a line
a scar at your knee, perhaps they exist
on the sand of the past summer perhaps
they remain there where the north wind blew as I hear
an alien voice around the frozen lake.
The faces I see do not ask questions nor does the woman
bent as she walks giving her child the breast.
I climb the mountains; dark ravines; the snow-covered
plain, into the distance stretches the snow-covered plain, they ask nothing
neither time shut up in dumb chapels nor
hands outstretched to beg, nor the roads.
I’ve kept a rein on my life whispering in a boundless silence
I no longer know how to speak nor how to think; whispers
l ike the breathing of the cypress tree that night
like the human voice of the night sea on pebbles
like the memory of your voice saying ‘happiness’.

I close my eyes looking for the secret meeting-place of the waters
under the ice the sea’s smile, the closed wells
groping with my veins for those veins that escape me
there where the water-lilies end and that man
who walks blindly across the snows of silence.
I’ve kept a rein on my life, with him, looking for the water that touches you
heavy drops on green leaves, on your face
in the empty garden, drops in the motionless reservoir
striking a swan dead in its white wings
living trees and your eyes riveted.

This road has no end, has no relief, however hard you try
to recall your childhood years, those who left, those
lost in sleep, in the graves of the sea,
however much you ask bodies you’ve loved to stoop
under the harsh branches of the plane trees there
where a ray of the sun, naked, stood still
and a dog leapt and your heart shuddered,
the road has no relief; I’ve kept a rein on my life.

The snow
and the water frozen in the hoofmarks of the horses

inviata da Riccardo Gullotta - 30/9/2022 - 11:22




Lingua: Francese

Traduction française / Μετέφρασε στα γαλλικά / Traduzione francese / French translation / Ranskankielinen käännös:
Jacques Lacarrière
EPIPHANIA 1937

La mer en fleurs et les montagnes au décroît de la lune ;
La grande pierre près des figuiers de Barbarie et des asphodèles ;
La cruche qui ne voulait pas tarir à la fin du jour ;
Et le lit clos près des cyprès et tes cheveux
D’or : les étoiles du Cygne et cette étoile, Aldebaran.

J’ai maintenu ma vie, j’ai maintenu ma vie en voyageant
Parmi les arbres jaunes, selon les pentes de la pluie
Sur des versants silencieux, surchargés de feuilles de hêtre.
Pas un seul feu sur les sommets. Le soir tombe.
J’ai maintenu ma vie. Dans ta main gauche, une ligne ;
Une rayure sur ton genou ; peut-être subsistent-elles encore
Sur le sable de l’été passé, peut-être subsistent-elles encore
Là où souffle le vent du Nord tandis qu’autour du lac gelé
J’écoute la voix étrangère.
Les visages que j’aperçois ne me questionnent pas ni la femme
Qui marche, penchée, allaitant son enfant.
Je gravis les montagnes. Vallées enténébrées. La plaine
Enneigée, jusqu’à l’horizon la plaine enneigée. Ils ne questionnent pas
Le temps prisonnier dans les chapelles silencieuses
Ni les mains qui se tendent pour réclamer, ni les chemins.
J’ai maintenu ma vie, en chuchotant dans l’infini silence.
Je ne sais plus parler ni penser. Murmures
Comme le souffle du cyprès, cette nuit-là
Comme la voix humaine de la mer, la nuit, sur les galets,
Comme le souvenir de ta voix disant : « Bonheur ».

Je ferme les yeux, cherchant le lieu secret où les eaux
Se croisent sous la glace, le sourire de la mer et les puits condamnés
À tâtons dans mes propres veines, ces veines qui m’échappent
Là où s’achèvent les nénuphars et cet homme
Qui marche en aveugle sur la neige du silence.
J’ai maintenu ma vie, avec lui, cherchant l’eau qui te frôle,
Lourdes gouttes sur les feuilles vertes, sur ton visage
Dans le jardin désert, gouttes dans le bassin
Stagnant, frappant un cygne mort à l’aile immaculée
Arbres vivants et ton regard arrêté.

Cette route ne finit pas, elle n’a pas de relais, alors que tu cherches
Le souvenir de tes années d’enfance, de ceux qui sont partis,
De ceux qui ont sombré dans le sommeil, dans les tombeaux marins,
Alors que tu veux voir les corps de ceux que tu aimas
S’incliner sous les branches sèches des platanes, là même
Où s’arrêta un rayon de soleil, à vif,
Où un chien sursauta et où ton cœur frémit,
Cette route n’a pas de relais. J’ai maintenu ma vie.

La neige
Et l’eau gelée dans les empreintes des chevaux.

inviata da Riccardo Gullotta - 30/9/2022 - 11:32




Lingua: Spagnolo

Traducción española / Ισπανική μετάφραση / Traduzione spagnola / Spanish translation / Traduction espagnole / Espanjankielinen käännös:
curros_mujer
EPIFANÍA 1937

El piélago florecido y las montañas en la luna nueva
la piedra grande cerca de las chumberas y los asfódelos
la jarra que no quiere secarse al fin del día
y la cama cerrada cerca de los cipreses y tu pelo
rubio las estrellas del Cisne y esta estrella el Aldebarán
Mantuve mi vida
mantuve mi vida viajando
entre los árboles amarillos debajo de la inclinación de la lluvia
en pendientes silenciosas llenas de hojas de la haya
ningún fuego en su cumbre anochece

Mantuve mi vida en tu mano izquierda una linea
un surco en tu rodilla
quizás existan en la arena del verano pasado
quizás permanezcan allí donde sopló el viento mientras
escucho la voz extraña alrededor el lago descongelado
La gente que veo no preguntan ni la mujer
caminando doblada amamantando su niño
Subo las montañas los barrancos blavos
el campo nevado, al fin el campo nevado, no preguntan nada
ni el tiempo cerrado en ermitaños mudos
ni las manos que alcanzan para pedir, y las calles
Mantuve mi vida susurramente en el silencio infinito
no sé más hablar ni reflejar
susurros como el aliento del ciprés esta noche
como la voz humana del mar nocturna en los guijarros como
la memoria de tu voz diciendo "felicidad"

Cierro los ojos buscando la reunión secreta de las aguas
debajo de hielo la sonrisa del mar los pozos cerrados
tanteando con mis venas esas venas que me escapan
allí donde las flores del agua se terminan y este hombre
que camina ciego sobre la nieve del silencio
Mantuve mi vida, con él, buscando el agua que te toca
gotas pesadas sobre las hojas verdes, sobre tu cara
en el jardin vacío, gotas en el depósito inmovíl
encontrando un cisne muerto en sus alas todas blancas
árboles vivos y tus ojos fijos

Esta calle no se termina no cambia, mientras buscas
recordar tus años pueriles, esos que salieron, esos
que se perdieron en su sueño en tumbas pelágicas
mientras buscas los cuerpos que amaste para doblarse
bajo las ramas duras de los plátanos allí
que se quedó un rayo del sol desnudo
y un perro brincó y tu corazón aleteó
la calle no tiene cambio, mantuve mi vida

La nieve
y el agua helada en las huellas de los caballos

inviata da Riccardo Gullotta - 30/9/2022 - 11:43




Lingua: Siciliano

Traduzzioni siciliana / Σικελική μετάφραση / Traduzione siciliana / Sicilian translation / Traduction sicilienne / Sisiliankielinen käännös:
Riccardo Gullotta
EPIFANIA 1937

U mari ҫiurutu e i muntagni nta luna calanti
a rocca ranni ô giru i ficudinnia e i cucunceḍḍa
a giarra ca ‘n si vulev’asciucari ô finiri o jornu
e u lettu chiusu allat’ i cipressi e i to capiḍḍi
d’oro, i stiḍḍi du Cignu e Ardebarannu.

Trattinni a vita mia, trattinni a vita mia piḍḍirinu
mmenzu arbuli giarni abbersu l’acqua c’arruҫiava
‘ncapu pinnina muti carrich’i fogghi i fagu,
senza luci ‘ncima. Si fa scuru.
Trattinni a vita mia: na linia nta to manu manca,
na scurciatura nno to jinocchiu:spicchialìanu
nta rina i l’estati passata,
addimuranu chiari unni ҫiuҫiò a tramuntana
mentri sentu ô giru du lacu jilatu
palori furasteri.
I facci ca vidu nenti addumannanu, mancu a fimmina
c’appidica arrunchiata llattannu u so picciriḍḍuzzu
Acchianu i muntagni: vaḍḍati nivuri; a chian’accupunat’ i nivi,
a chiana accupunat’ i nivi a pirdirisi l’occhiu nenti ddumanna,
ni u tempu chiusu intra chisuzzi muti,
ni i manu stinnicchiati a circari, e mancu i strati.
Trattinni a vita mia ccu ‘n ciuciulìu, intra
‘n silenziu senza limitu
e ‘n sacciu cchiù ni parrari ni pinsari: ciuciulia
com’u ҫiatu dô cipressu ḍḍa nuttata
com’a vuci umana du mari nta notti
ammenz’i cuticchi, com’u rigordu dâ to vuci ca diceva “bona furtuna”.
Chiudu l’occhi circannu a banna unni si ‘ncuntranu ammucciuni l’acqui
sutta u jelu, a risata du mari, i puzzi chiusi
tantiannu cchi me vini ḍḍi vini ca mi scanzanu,
unni finisciunu i ninfee e chistu je l’omu ca varculìa
orvu ‘ncap’a nivi du silenziu.
Trattinni a vita mia, ccu iḍḍu, circannu l’acqua ca ti ‘ccarizza:
sbrizzi pisanti ‘ncap’i fogghi virdi, nta to facci
ntu jardinu disettu, ‘ncap’u stagnuni acchiancatu,
attruvannu ‘n cignu mortu nte l’ali janchizzi
arbuli vivi e i to occhi sbarrachiati.

Sta strata ‘n finisci e nun po cangiari, si puru ‘ntanti
i ricurdari i to ann’i picciriḍḍu, e chiḍḍi ca si ni jeru
e chiḍḍi ca si persiru nto sonnu, nte tombi a mari,
puru s’abbrami di vidir’ i corpa c’amasti cimiḍḍiati
sutta i rami ‘ncutrunuti dî platani, ḍḍa unni‘n raggiu
spugghiatu i suli ji a pusari, e ‘n cani
s’arrisagghiò e u to cori parpiò sbulazzannu,
sta strata un cangia: trattinni a vita mia

A nivi
e l’acqua jilata nte stamp’i cavaḍḍi

inviata da Riccardo Gullotta - 2/10/2022 - 10:05



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