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L’uso del ferro e l’uso del pane

Margot
Lingua: Italiano

Lista delle versioni e commenti


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[1975]
Testo e musica di Margherita Galante Garrone (Margot)
Album: Sul cammino dell'ineguaglianza
Album Cover

Si tratta di un concept album, formula che si ripeterà anche nei dischi successivi, basato sul tema dell’emarginazione e delle ineguaglianze, tratto liberamente dal “Discours sur l'origine et les fondements de l'inégalité parmi les hommes” di Jean-Jacques-Rousseau, pubblicato in Francia nel 1755, saggio già da me citato in Noci di cocco di Gaber a proposito dell’"invenzione" dello Stato, e di cui consiglierei sempre la ri-lettura.

Margot fa sua la lezione di Rousseau laddove afferma che l'ineguaglianza non ha origine nella natura, ma viene generata insieme alla formazione della società, divenendo illegittima e dannosa per la moralità e il benessere dell'umanità. Margot, da sempre donna battagliera, nel corso della sua vita ha sempre condannato l'ipocrisia, l'ingiustizia e la corruzione.

Margot


Nel disco interpreta le sue canzoni alla maniera dei chansonnier, prendendo le distanze dallo stile dei cantautori suoi contemporanei. Il disco è contraddistinto da ballate acustiche, dominate dalla voce calda di Margot, spesso sostenuta dalla sola chitarra. Altri brani sono musicalmente più complessi, dal sapore jazzistico, grazie alla presenza di fiati, tastiere e percussioni. Il fil rouge che lega i 19 brani è il breve inserto Précieux Jours, ora strumentale ora cantato, come nella traccia finale.

L’Illuminismo maturo amò indagare sull’origine dei fenomeni che si presentavano ricchi di significato e di conseguenze per l’uomo moderno. Fu così che l’Accademia di Digione bandì per l’anno 1754 un concorso sul tema “Qual è l’origine della disuguaglianza tra gli uomini e se sia consentita dalla legge naturale”. J.J.Rousseau (1712- 1778) rispose con il famoso “Discours sur l'origine et les fondements de l'inégalité parmi les hommes”, nel quale tracciava, con grande sintesi, il millenario percorso dell’uomo dallo stato di natura allo stato di civiltà. All’inizio della storia, gli uomini vivevano in una condizione molto simile a quella degli animali, mossi solo dall’istinto di sopravvivenza o da quello di autoconservazione; si aggregavano di rado e avevano bisogni elementari, che appagavano in modo immediato. Con la scoperta del lavoro, gli uomini apprezzarono le opportunità che esso offriva; nuove esigenze li portarono ad organizzarsi in piccole società familiari e a vivere in primitive abitazioni: le capanne. L’approvvigionamento del cibo e le prime forme di produzione erano però limitate al fabbisogno di ogni nucleo familiare. Solo in un’età successiva, con i primi miglioramenti tecnologici, legati allo sviluppo dell’agricoltura e alla tecnica di lavorazione dei metalli, l’uomo raggiunse un surplus produttivo che, consentendo di accumulare riserve e beni di prima necessità, permise la divisione del lavoro. Ma proprio a questo punto si instaurò una brama di possesso che innescò una situazione di perenni conflitti. L’ineguaglianza umana sorse con il sorgere della proprietà mal distribuita; le leggi sagge, invocate poi per proteggere tutta la società umana, garantirono al ricco nuove forze, ponendo tuttavia al debole nuovi freni. In questo modo venne distrutta la libertà naturale e, attraverso la proprietà privata, venne sancita l’ineguaglianza tra gli uomini. Per rimediare all’ineguaglianza occorre quindi, secondo Rousseau, abolire la proprietà privata e ritornare alla semplicità dello stato di natura. Ma ciò non significa ritornare a “camminare a quattro zampe”, come fu ironicamente interpretata la teoria di Rousseau dai suoi detrattori, bensì respingere i privilegi derivati dall’ineguaglianza e ispirarsi, negli ordinamenti sociali, ai princìpi dell’uguaglianza e della libertà, diritti che appartengono all’uomo nella sua originaria dignità. Ma lasciamo la parola allo stesso Rousseau:

“Il primo che, recintato un terreno, ebbe l’idea di dire: Questo è mio, e trovò persone così ingenue da credergli, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, guerre, assassini, quante miserie ed orrori avrebbe risparmiato al genere umano colui che, strappando i paletti o colmando il fos¬sato, avesse gridato ai suoi simili: “Guardatevi dall’ascoltare quest’impostore; se dimenticate che i frutti sono di tutti e che la terra non è di nessuno, voi siete perduti”. Ma con ogni probabilità allora le cose erano già arrivate al punto da non poter continuare come prima; infatti questa idea di proprietà, in quanto di¬pende da molte idee che la precedono e che son potute nascere solo gradualmente, non si formò all’improvviso nello spirito umano: si dovettero fare molti progressi, acquisire molte abilità e conoscenze, trasmetterle ed accrescerle di epoca in epoca, prima di arrivare a questo estremo limite dello stato di natura. Risaliamo dunque più lontano e cerchiamo di riunire sotto un’unica visione questa lenta successione di avvenimenti e di conoscenze, nel loro ordine più naturale. Il primo sentimento dell’uomo fu quello della sua esistenza, la sua prima cura quella della sua conservazione. I prodotti della terra gli fornivano tutto ciò che gli occorreva; l’istinto lo portò a farne uso. La fame e gli altri appetiti facendogli provare volta a volta diverse maniere di esistere, una ve ne fu che lo trasse a perpetuare la sua specie; e questa cieca tendenza, priva di qualunque sentimento, del cuore, dava luogo soltanto a un atto puramente animale. Appagato il bisogno, i due sessi non si riconoscevano più e persino il bambino, appena poteva fare a meno di lei, non era più niente per la madre. Tale fu all’origine la condizione dell’uomo; tale fu la vita d’un animale inizialmente limitato alle pure sensazioni, appena capace di profittare dei doni che la natura gli offriva, lungi dal pensare a strapparle nulla. Ma non tardarono a presentarsi delle difficoltà e bisognò imparare a vincerle: l’altezza degli alberi che gl’impediva di cogliere i frutti, la concorrenza degli animali che cercavano di nutrirsene, la ferocia di quelli che minacciavano la sua vita, tutto lo obbligò a dedicarsi agli esercizi fisici; bisognava acquistate agilità, velocità nella corsa, vigore nella lotta. Ben presto ebbe sotto mano le armi naturali, che sono i tali d’albero e i sassi. Imparò a superare gli ostacoli della natura, a combattere all’occorrenza gli altri animali, a contendere il cibo anche agli uomini, o a cercare di compensare la perdita di ciò che gli toccava cedere al più forte. Via via che il genere umano andava crescendo, le fatiche si moltiplicavano insieme agli uomini. La differenza di suolo, di climi, di stagioni poté costringere a differenziare anche i loro modi di vita. Annate sterili, inverni lunghi e rigidi, estati torride che consumano tutto, li costrinsero a nuova operosità. Sulle rive del mare e dei fiumi inventarono la lenza e l’amo diventando pescatori e mangiatori di pesce; nelle foreste si fabbricarono arco e frecce, diventando cacciatori e guerrieri; nei paesi freddi si coprirono con le pelli delle bestie uccise; il fulmine o un vulcano, o un caso fortunato li portò a conoscere il fuoco, nuova risorsa contro i rigori dell’inverno: impararono a conservare quest’elemento, poi a riprodurlo, infine a usarlo per la preparazione delle carni che prima divoravano crude. [...]

Ma va rilevato che la società ormai avviata e le relazioni che già si erano stabilite fra gli uomini esigevano in essi qualità diverse da quelle inerenti alla loro costituzione primitiva […].

La bontà che si addiceva al puro stato di natura non conveniva più alla società nascente; le punizioni dovevano farsi più severe man mano che si facevan più frequenti le occasioni di offesa, e spettava al terrore delle vendette il compito di sostituirsi al freno delle leggi. Quindi, benché gli uomini fossero diventati meno tolleranti e la pietà naturale avesse già subìto qualche alterazione, questo periodo di sviluppo delle facoltà umane, tenendo il giusto mezzo tra l’indolenza dello stato primitivo e l’impetuosa attività del nostro amor proprio, dovè essere l’epoca più felice e più duratura. Più ci si riflette più si trova che questa condizione era la meno soggetta a rivoluzioni, la migliore per l’uomo; a fargliela abbandonare può essere stato solo un caso funesto che nell’interesse comune non avrebbe mai dovuto verificarsi. […]

Finché gli uomini si contentarono delle loro capanne rustiche, finché si limitarono a cucire le loro vesti di pelli con spine di vegetali o con lische di pesce, a ornarsi di piume e conchiglie, a dipingersi il corpo con diversi colori, a perfezionare o abbellire i loro archi e le loro frecce, a tagliare con pietre aguzze canotti da pesca o qualche rozzo strumento musicale; in una parola, finché si dedicarono a lavori che uno poteva fare da solo, finché praticarono arti per cui non si richiedeva il concorso di più mani, vissero liberi, sani, buoni, felici quanto potevano esserlo per la loro natura, continuando a godere tra loro le gioie dei rapporti indipendenti; ma nel momento stesso in cui un uomo ebbe bisogno dell’aiuto di un altro; da quando ci si accorse che era utile a uno solo aver provviste per due, l’uguaglianza scomparve, fu introdotta la proprietà, il lavoro diventò necessario, e le vaste foreste si trasformarono in campagne ridenti che dovevano essere bagnate dal sudore degli uomini, e dove presto si videro germogliare e crescere con le messi la schiavitù e la miseria. Questa grande rivoluzione nacque dall’invenzione di due arti: la metallurgia e l’agricoltura. […]

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I primi sviluppi del cuore furono effetto di una situazione nuova che riuniva in una abitazione comune i mariti e le mogli, i padri e i figli. L’abitudine a vivere insieme fece nascere i più dolci sentimenti che siano conosciuti dagli uomini:
l’amore coniugale e l’amor paterno. Ogni famiglia divenne una piccola società, tanto più unita in quanto l’attaccamento reciproco e la libertà erano i soli suoi legami; e fu allora che si determinò la prima differenza nel modo di vivere dei due sessi, che fino a quel momento era stato lo stesso. Le donne divennero più sedentarie e si abituarono a vegliare sulla capanna e sui bam¬bini, mentre l’uomo andava a procurarsi il cibo comune. I due sessi cominciarono anche, a causa di una vita un po’ più co¬moda, a perdere un po’ della loro ferocia e del loro vigore. Ma se ognuno separatamente divenne meno adatto a combattere le bestie feroci, in compenso fu più facile unirsi per resistere ad esse in comune. […]

Le cose in questo stato avrebbero potuto restare eguali, se le capacità fossero state eguali, e, per esempio, l’impiego del ferro e il consumo delle derrate si fossero sempre bilanciati esattamente; ma l’equilibrio, che niente manteneva, si ruppe ben presto; il più forte produceva di più; il più abile ricavava maggior profitto dalla sua opera; il più ingegnoso trovava dei mezzi per abbreviare il lavoro; il contadino aveva maggior bisogno di ferro o il fabbro maggior bisogno di pane; e lavo¬rando in egual misura, uno guadagnava molto, mentre l’altro stentava a vivere. È così che la ineguaglianza naturale si estende insensibilmente accanto a quella derivante dal caso, e le diffe¬renze tra gli uomini, sviluppate da quelle delle circostanze, diventano più sensibili, hanno effetti più stabili e cominciano a influenzare nella stessa proporzione la sorte degli individui. Arrivate le cose a questo punto, è facile immaginare il resto. Non mi fermerò a descrivere la successiva invenzione delle altre arti, il progresso delle lingue, la prova e l’impiego delle capacità, l’ineguaglianza delle fortune, l’uso o l’abuso delle ricchezze, né tutti i particolari che ne conseguono e che sono facilmente intuibili.

da “Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza”,
in "Scritti politici", trad. it. a cura di Maria Garin, Laterza, Bari, 1971

line-up:
Margot – voce, chitarra,
Fabio Di Stefano – chitarra,
Ernesto Verardi - chitarra, chitarra 12 corde,
Marco Ratti – basso,
Giancarlo Barigozzi – flauto, sax,
Anton Virgilio Savona – tastiere, percussioni,
Paolo Salvi – violocello.
L’uso del ferro e l’uso del pane
rimasero un tempo bilanciati,
ma non per tutto questo sorreggeva
e l’uomo a suo piacere li accostava.

Il più forte fece più lavoro,
il più bravo fece meglio il suo,
il più ingegnoso ne faceva poco,
il previdente ne fece tesoro.

Il contadino aveva grano e poco ferro,
il fabbro aveva ferro e poco grano
e col lavoro uguale piano piano
a l’un toccò la vera e il lamento,
a l’un toccò il potere e anche lo stento.

Il contadino aveva grano ...

inviata da giorgio - 18/9/2020 - 09:45


Forse capisco male, ma ascoltando la canzone il testo mi sembra un po' diverso da quello trascritto qui. Le parole che sento io sono queste:

L’uso del ferro e l’uso del pane
Rimasero un tempo bilanciati
Ma niente tutto questo sorreggeva
E l’uomo a suo piacere li ha spostati

Il più forte fece più lavoro
Il più bravo fece meglio il suo
Il più ingegnoso ne faceva poco
Il previdente ne fece tesoro

Il contadino aveva grano e poco ferro
Il fabbro aveva ferro e poco grano
E col lavoro uguale, piano piano
A lui toccò la vera e il lamento
A lui toccò il potere e a te lo stento

Il contadino aveva grano e poco ferro
Il fabbro aveva ferro e poco grano
E col lavoro uguale, piano piano
A lui toccò la vera e il lamento
A lui toccò il potere e a te lo stento

Alberto Scotti - 13/11/2020 - 02:19



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