Lingua   

Avo’

Rosa Balistreri
Lingua: Siciliano

Lista delle versioni e commenti


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Avo’
[XVIII sec o anteriore]

Testo / Lyrics / Paroles / Sanat:
Anonimo

Musica / Music / Musique / Sävel:
Rosa Balistreri

Interpreti / Performed by / Interprétée par / Laulavat:

1. Rita Botto
Album: Stranizza d’amuri

2. Rosa Balistreri
Album: Concerto Di Natale

Frau mit totem Kind, 1903   Käthe Kollwitz  -  Köln, Käthe Kollwitz Museum
Frau mit totem Kind, 1903 Käthe Kollwitz - Köln, Käthe Kollwitz Museum


Non hanno avuto una culla di Onofrio Dispenza

"Avò" arrossa gli occhi, senti che incide la pelle e va a fondo nelle carni. L'ho voluta riascoltare perché volevo qualcosa da dedicare ai tanti bambini che sono tornati a galla senza vita, a cataste, ancora prigionieri della stiva del barcone affondato nel Canale di Sicilia il 18 aprile del 2015. Le prime testimonianze, quelle dei vigili del fuoco e dei sanitari, degli inviati, parlano di montagne di ossa e di corpi forse ancora identificabili. Di piccole ossa, di piccoli corpi. Il barcone è stato ripescato da 370 metri di profondità. Un recupero complesso e costoso, ma che credo abbia segnato un momento di alta dignità del nostro governo. E chi su questo oneroso recupero ha avuto qualcosa da ridire non è degno di stare tra gli uomini e un domani di varcare una porta diversa da quella che introduce all'inferno.
Ad Augusta, la barca è in un hangar, un grande sudario sulla montagna di corpi da ricomporre e magari in parte identificare. Un lavoro terribile affidato a dieci medici arrivati da università di tutta Italia. A guidare il lavoro un medico donna, Cristina Cattaneo, milanese. Ed è giusto che sia una donna, quei figli hanno bisogno di una madre. "Avò", dunque, è per loro. Dice la ninna nanna: “Perché la mia bambina piange? Perché vuole una culla in mezzo agli aranci...E ora che si è addormentata, Madre Maria veglia tu su di lei..."


Sulla ninna nanna

Nelle numerose ninne nanne tramandate in Sicilia c’è sempre una interiezione che accompagna il gesto del cullare. Assume varie forme: avo’, vo’, alavo’, lao’ etc. La derivazione è incerta. Si riportano le spiegazioni che vanno per la maggiore.
Nell’Ottocento in Sicilia c’è stata una fioritura di etnologi che hanno studiato gli usi e i costumi delle tradizioni popolari fortunatamente per tempo prima che se ne perdesse la traccia.
Tra questi studiosi figura Serafino Amabile Guastella. Da altre ninne nanne in cui la culla veniva sempre associata alle barche e al dondolio il Nostro ne arguì che i morfemi vo’, avo’ erano tipici del linguaggio marinaro, della voga. Occorre precisare che la culla in Sicilia sino a pochi decenni orsono non era un lettino basculante ma una sacca con dei tiranti a mo’ d’ amaca che richiamava una barchetta sia visivamente sia funzionalmente per il dondolio.

La tesi del linguista Michele Pasqualino, palermitano della seconda metà del Settecento, è che lao’ e simili deriverebbero per aferesi dal verbo greco classico Βαυκαλάω [baukalao] / mettere a dormire.
L’autorevole prof. Giarrizzo, nel suo dizionario etimologico siciliano del 1989, attribuiva l’etimologia al latino lallare / fare la ninna nanna (stessa radice dell’inglese medievale lullen e del moderno lull). Compulsando qua e là mi sono accorto che il latino lallare è parente stretto del greco antico λᾰλέω / balbettare, cianciare. Ancora a monte starebbe il sanscrito lolati che significa muovere con moto alterno. Fosse così il cerchio sembrerebbe chiuso, ma le ultime considerazioni potrebbero essere arbitrarie, dato che chi le scrive non ha competenze in materia.
Comunque sia, la fruizione della ninna nanna non risente delle riserve etimologiche.

Sull’immagine

Vita e morte sono sempre legate tra loro. Esorcizzare la morte è un atteggiamento spontaneo nella cultura occidentale ma non sposta la questione. Nella scelta di associare l’immagine per eccellenza della vita , l’infanzia, con i morti naufraghi, non c’è forzatura né alcunché di lugubre. Al contrario vorrebbe segnare uno scarto di indifferenza.

Käthe Kollwitz fu un’artista tedesca espressionista del Novecento che ha lasciato opere molto significative sia nelle arti figurative che nella scultura. Fu anche una luminosa figura di donna e di socialista impegnata. Per il disegno della madre con il bambino morto l’artista si avvalse del figlio Peter di sette anni per la posa. Era quasi un presentimento, il figlio sarebbe morto a diciotto anni nei primi mesi di guerra. Il dolore la segnò per i successivi trent’anni ma non le impedì di farsi espressione del dolore universale e di subire pesanti ritorsioni sotto il nazismo per le sue idee socialiste. In rete si trova una bella biografia di Käthe Kollwitz scritta dalla prof. Adriana Lotto.

La scultura La Pietà fu realizzata da Käthe Kollwitz sulla base degli studi prodromici al disegno citato.E' posta nella Neue Wache , sull’ Unter den Linden, di fronte a Bebelplatz ( la piazza del rogo nazista dei libri, 10 maggio 1933). È illuminata dalla luce di un oculo in una vasta sala spoglia. Sul basamento é scritto: Den Opfern von Krieg und Gewaltherrschaft / Alle vittime della guerra e della dittatura.
L’emozione per tutti quelli che la visitano è fortissima.
[Riccardo Gullotta]
Avo’, l’amuri miu, ti vogghiu beni
l’ucchiuzzi di me figlia, su sireni avo’
Chi avi la figghia mia ca sempri cianci
voli fatta la naca ‘mmenzu l’aranci avo’
Specchiu di l’occhi mia facci d’aranciu,
ca mancu ppi ‘n tesoru ju ti canciu avo’
Sciatu di l’arma mia facciuzza beḍḍa,
la mamma t’avi a fari munacheḍḍa avo’
E munacheḍḍa di lu Sarvaturi,
unni ci stannu i nobbili e i signuri avo’
Ora s’addummisciu la figghia mia,
vardatimilla vui Matri Maria avo’

inviata da Riccardo Gullotta - 7/6/2020 - 21:37




Lingua: Italiano

Traduzione italiana / Italian translation / Traduction italienne / Italiankielinen käännös :
Riccardo Gullotta
AVO’

Ooh amore mio, ti voglio bene,
gli occhietti di mia figlia sono sereni ooh …
Cos’ ha la figlia mia che piange sempre,
vuole che la cullo tra gli aranci ooh …
Riflesso dei miei occhi viso d’arancia
Sappi che non ti darei in cambio nemmeno per un tesoro ooh…
Respiro della mia anima, bel visetto,
la mamma pensa di fare di te una monaca piccina ooh…
E piccola monaca del monastero del Salvatore,
dove stanno i nobili e i gran signori ooh…
Ora che si è addormentata la figlia mia,
custoditemela voi Madre Maria ooh…

inviata da Riccardo Gullotta - 7/6/2020 - 21:41




Lingua: Siciliano

Versione originale da :
Canti popolari di Noto di Corrado Avolio , editore Zammit , Noto,1875: N. di repertorio 648, pag. 313
Avòo

Avòo, l’amuri miu, ti vogghiu beni;
L’ucciddi ri mè figghia su’ sireni.
E figghia mia, figghiuzza bedda,
La mamma, t’haju a fari munachedda.
E munachedda ri lu Sarvaturi,
Unni ci stanu î Nobili e î Signuri.
Rormi, trisoru miu, facci ri Luna,
Lu Re di Spagna ti manna la cruna.
Quannu ha’ rurmutu, ti vuoju ciù beni;
Stu suonnu a la mè figghia ci va e veni.
E nta lu suonnu la fannu arriràri
Certi Signuri, ca ’un lu pozzu diri.
Amuri miu, e ciatu ri stu pettu,
Si’ bedda ca nun hai nuddu difettu.
Rormi e arriposa, ciatu ri la mamma;
Si’ figghia ca pi tia mi nesci l’arma.
L'arma mi nesci e si sperna lu cori;
Tu cianci, er iu t'accordu cù palori.
E figghia, ciamma mia, rormi e arriposa;
Siti na maccitedda ri na rosa.

inviata da Riccardo Gullotta - 7/6/2020 - 21:44



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