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Don Raffaè

Fabrizio De André
Lingua: Napoletano

Lista delle versioni e commenti

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1. Versione da studio / Studio Version (Le Nuvole, 1990)


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fabfuma
[1990]
Parole di Fabrizio De André e Massimo Bubola
Musica di Fabrizio De André e Mauro Pagani
Nell'album "Le nuvole"
Lyrics / Paroles / Sanat: Fabrizio De André - Massimo Bubola
Music / Musique / Sävel: Fabrizio De André - Mauro Pagani

Interpretata da / Also performed by / Interprétée aussi par / Laulivatkin:
a) Fabrizio De André / Roberto Murolo ("Ottantavoglia di cantare", Roberto Murolo 1992)
b) Peppe Barra ("Guerra", 2001)
c) Pupo ("L'equilibrista", 2004)
d) Massimo Ranieri ("Omaggio a Fabrizio De André", 2006)
e) Lucio Dalla (2009)
f) Clementino ("Miracolo ultimo round", 2016)

Le nuvole


Una canzone che ho promesso in dedica a Pasquale Cafiero, omonimo del protagonista di questa famosa canzone, ma (dice di sè) operante presso il carcere dell'Ucciardone a Palermo e non presso quello di Poggioreale a Napoli.
Pasquale Cafiero – pseudonimo di ignoto contributore – è comparso pochi giorni fa su queste pagine per dire la sua a proposito del controverso inserimento di Latru gintilomu e giustizzeri, canzone dedicata al bandito siciliano Salvatore Giuliano.
Nell'interagire con lui, mi sono subito accorto della mancanza, tra le tante canzoni di De André, di questa sua notissima "Don Raffaè".
Ovviamente intendo proporla per il percorso Mafia e mafie.



Come ho già avuto occasione di precisare, non sono un esperto di storia delle mafie, tanto meno della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, detto "'o Professore", o "Vangelo", cui sembra che in qualche modo questa canzoni rimandi (il boss, all'epoca in carcere già da molti anni, cercò un rapporto epistolare con De André, ma non ebbe riscontro).
Non intendo quindi dilungarmi su Cutolo – uno dei tanti demoni della storia italiana - e la sua organizzazione mafiosa, se non per ricordare – con De André – che le mafie esistono come contro-potere e che l'unico modo per estirparle sarebbe di estirpare il potere stesso, inteso come la politica e i suoi apparati amministrativi quando non perseguono il bene pubblico, il bene di tutti, ma il bene privato, il bene di pochi, e l'illegalità, a scapito della collettività.
Non devo qui ricordare che Cutolo per decenni ha comandato dalla sua cella in carcere, protetto, temuto e riverito dai servizi segreti e da molti esponenti politici, alcuni dei quali gli chiesero anche aiuto in occasione dei sequestri di Aldo Moro e di Ciro Cirillo...
Un altro latru gintilomu e giustizzeri di cui non vorrei mai veder celebrare le gesta su queste pagine (ma non si sa mai, visti i precedenti!)



Voglio invece qui ricordare un personaggio minore. Si chiamava Giuseppe Salvia (1943-1981), un nome che ormai in pochi ricordano. Nativo di Capri, diplomato in studi classici, laureato in giurisprudenza a Napoli (università fondata nel 1224 da Federico II di Svevia, anche questo fatto per lo più ignorato), avvocato, nel 1973 vinse il concorso come vice-direttore di istituto penitenziario e fu assegnato al carcere di Poggioreale a Napoli, dove presto si guadagnò la fama di funzionario integerrimo ma convinto al tempo stesso che la pena detentiva per moltissimi non dovesse essere semplicemente afflittiva ma riabilitativa ("Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato", articolo 27 comma 3 della Costituzione italiana). Nel 1980 successe che Raffaele Cutolo, di rientro in carcere da un'udienza, si rifiutò di essere perquisito dagli agenti penitenziari. Senza esitare, Giuseppe Salvia, di fronte agli agenti esitanti ed intimoriti, procedette egli stesso alla perquisizione, umiliando così il boss e subendo dallo stesso pure un tentativo di aggressione. Giuseppe Salvia, affermando e difendendo la legalità, sapeva di aver firmato la sua condanna a morte. In quel periodo si trattava solo di capire chi l'avrebbe eseguita, se le Brigate Rosse o se i cutoliani. Giuseppe Salvia chiese protezione dallo Stato, chiese un trasferimento... Il 14 aprile del 1981 fu abbattuto a colpi di pistola da un commando della NCO, in mezzo al traffico indifferente sulla tangenziale di Napoli... Il trasferimento gli venne accordato qualche giorno dopo...
Giuseppe Salvia, medaglia d'oro al valor civile (32 anni dopo).
Il carcere di Poggioreale fu intitolato a lui (sempre 32 anni dopo).
Io mi chiamo Pasquale Cafiero
e son brigadiero del carcere oiné,
io mi chiamo Cafiero Pasquale
e sto a Poggioreale dal cinquantatré
e al centesimo catenaccio
alla sera mi sento uno straccio,
per fortuna che al braccio speciale
c’è un uomo geniale che parla co’ me.

Tutto il giorno con quattro infamoni,
briganti, papponi, cornuti e lacchè
tutte l’ore co’ ‘sta fetenzia
che sputa minaccia e s’â piglia co’ me
ma alla fine m’assetto papale,
mi sbottono e mi leggo ‘o giornale,
mi consiglio con don Raffae’
mi spiega che penso e bevimm’ ‘o café.

Ah che bell’ ’o café
pure in carcere ‘o sanno fâ
co’ â ricetta ch’a Ciccirinella,
compagno di cella
ci ha dato mammà.

Prima pagina, venti notizie
ventun’ingiustizie e lo Stato che fa?
Si costerna, s’indigna, s’impegna
poi getta la spugna con gran dignità,
mi scervello e m’asciugo la fronte,
per fortuna c’è chi mi risponde
a quell’uomo sceltissimo immenso
io chiedo consenso a don Raffae’.

Un galantuomo che tiene sei figli
ha chiesto una casa e ci danno consigli,
mentre ‘o assessore, che Dio lo perdoni,
‘ndrento a ‘e roulotte ci alleva i visoni,
voi vi basta una mossa, una voce
c’ha ‘sto Cristo ci levano ‘a croce,
con rispetto, s’è fatto le tre,
volite ‘a spremuta o volite ‘o café?

Ah che bell’ ’o café,
pure in carcere ‘o sanno fâ
co’ â ricetta ch’a Ciccirinella,
compagno di cella
ci ha dato mammà.

Ah che bell’ ’o café
pure in carcere ‘o sanno fâ
co’ â ricetta di Ciccirinella,
compagno di cella
preciso a mammà.

Ca’ ci sta l’inflazione, la svalutazione
e la borsa ce l’ha chi ce l’ha,
io non tengo compendio che chillo stipendio
e un ambo se sogno ‘a papà
aggiungete mia figlia Innocenza
vuo’ marito, non tiene pazienza,
non vi chiedo la grazia pe’ me,
vi faccio la barba o la fate da sé?

Voi tenete un cappotto cammello
che al maxi-processo eravate ‘o cchiù bello,
un vestito gessato marrone,
così ci è sembrato alla televisione,
pe’ ‘ste nozze vi prego, Eccellenza,
m’î prestasse pe’ fare presenza,
io già tengo le scarpe e ‘o gillé,
gradite ‘o Campari o volite o café?

Ah che bell’ ’o café,
pure in carcere ‘o sanno fâ
co’ â ricetta ch’a Ciccirinella,
compagno di cella
ci ha dato mammà.

Ah che bell’ ’o café
pure in carcere ‘o sanno fâ
co’ â ricetta di Ciccirinella,
compagno di cella
preciso a mammà.

Qui non c’è più decoro, le carceri d’oro
ma chi l’ha mai viste chissà,
chiste so’ fatiscienti, pe’ chisto i fetienti
se tengono l’immunità,
don Raffae’ voi politicamente,
io ve lo giuro, sarebbe ‘nu santo,
ma ‘ca dinto voi state a pagâ
e fora chiss’atre se stanno a spassâ.

A proposito tengo ‘nu frate
che da quindici anni sta disoccupato,
chill’ha fatto cinquanta concorsi,
novanta domande e duecento ricorsi,
voi che date conforto e lavoro,
Eminenza, vi bacio, v’imploro,
chillo duorme co’ mamma e co’ me
che crema d’Arabia ch’è chisto café!

inviata da Bernart Bartleby - 31/5/2020 - 22:48




Lingua: Inglese

English translation / Traduzione inglese / Traduction anglaise / Englanninkielinen käännös:
Dennis Criteser, 2014

Fabrizio De André and Roberto Murolo.
Fabrizio De André and Roberto Murolo.


""Don Raffaè" is based on the Italian crime boss Raffaele Cutolo, who has spent most of his life in prisons since 1963. Through his charisma and relational skills he was able to build and control a crime organization from within prison, and was also able to lead a remarkably comfortable life, complete with a personal chef to supply him his daily meals of lobster and wine. The chorus makes reference to Domenico Modugno's 1958 paean to coffee, "'O ccafe'", and to the importance of coffee in the cultural life of Naples." [Dennis Criteser]
Don Raffaè

My name is Pasquale Cafiero
and I’m the prison C.O. Sergeant.
My name is Cafiero Pasquale,
I’ve been at Poggio Reale since ’53.

And by the hundredth deadbolt
of the evening I feel like a wet rag,
lucky that in the special wing
there’s a brilliant man who speaks with me.

All day long with four villains –
robbers, pimps, bastards and lackeys –
all the hours with this rottenness
that spews threats and that rags on me.

But in the end I seat myself pope-like,
I unbutton, and read me the paper.
I consult with don Raffaè.
He explains my thinking, and we drink coffee.

Ah what great coffee –
even in jail they know how to make it,
with the recipe that
cellmate Ciccirinella’s mama
gave to him.

Front page, twenty news items,
twenty-one injustices, and what does the State do?
It’s dismayed, it’s indignant, it makes a pledge,
then it throws in the towel with great dignity.
I puzzle over it, dry my forehead,
luckily there is one who answers me.
Of that man, immense and most refined,
of don Raffaè I ask for his consensus.

A gentleman, who has six children,
requested a house and they gave advice,
while the alderman, may God pardon him,
raises minks inside these trailers.
From you, one move, one voice is enough,
for this Christ they take away the cross.
With respect, it’s three o'clock,
do you want the juice or do you want the coffee?

Ah what great coffee –
even in jail they know how to make it,
with the recipe that
cellmate Ciccirinella's mama
gave to him.

Ah what great coffee –
even in jail they know how to make it,
with the recipe of
cellmate Ciccirinella,
exactly like mama’s.

Here there’s inflation, devaluation,
and the stock market has it, whoever has it,
I don’t hold a sum save for that salary of mine
and two lottery numbers if I dream of papa.
Add my daughter Innocenza.
She wants a husband, she has no patience.
I don’t beg for mercy for myself.
Do I shave you or do you do it by yourself?

You hold a camel hair coat
that at the Maxi Trial you were the most handsome,
a brown pinstripe suit,
so it seemed on TV.
For this wedding, I pray of you, your Excellence,
lend it to me to make a good appearance.
I already have the shoes and the vest,
do you like the Campari or do you want the coffee?

Ah what great coffee –
even in jail they know how to make it,
with the recipe that
cellmate Ciccirinella’s mama
gave to him.

Ah what great coffee –
even in jail they know how to make it,
with the recipe of
cellmate Ciccirinella,
exactly like mama’s.

Here there’s no more decorum, the prisons of gold -
but who ever saw them, who knows?
These are crumbling, for this reason the bastards
keep their immunity.

Don Raffaè – you, politically,
I swear it, you'd be a saint.
But here inside you have to pay,
and outside these others are amusing themselves.

Speaking of which, I have a brother
who for fifteen years has been unemployed.
That one’s done fifty competitive exams,
ninety applications and two hundred appeals.
You who give comfort and work,
Your Eminence I kiss you, I implore you:
that one sleeps with mama and with me.
What cream of Arabia this coffee is!

inviata da L'Anonimo Toscano del XXI secolo - 2/6/2020 - 18:52




Lingua: Francese

Traduction française / Traduzione francese / French translation / Ranskankielinen käännös:
Maryse (L. Trans.)
Version 2
Don Raffaè

Je m'appelle Pasquale Cafiero
et je suis suis gardien chef de prison, vois-tu
je m'appelle Cafiero Pasquale
je suis à Poggio Reale depuis 53.
Et au bout du centième verrou
le soir je me sens lessivé
par chance dans l'unité spéciale
il y a un homme génial qui discute avec moi.

Tout le jour avec quatre infâmes
brigands, maquereaux, conards et larbins
toutes les heures avec cette racaille
qui crache des menaces et s'en prend à moi.
Mais à la fin je m'installe comme un seigneur
je me déboutonne et je lis le journal
je demande conseil à don Raffaè
il m'explique ce que je pense et nous buvons le café.

Ah, quel bon café !
il n'y a qu'à la prison qu'on sait le faire
avec la recette que maman a donné
au copain de cellule Cicirinella

En première page vingt nouvelles
vingt et une injustices et l'Etat que fait-il
il se consterne, il s'indigne, il s'engage
puis il jette l'éponge avec grande dignité.
Je me creuse la cervelle, je m'essuie le front
par chance il y a quelqu'un qui me répond
je demande consentement à don Raffaè
à cet homme immense et très distingué.

Un "gentleman" qui a six enfants
a demandé une maison et ceux-là donnent
des conseils, alors que l'adjoint au maire,
Dieu lui pardonne,
élève des visons dans une caravane.
A vous, il vous suffit d'un geste, d'un mot
pour résoudre un problème.
Sauf votre respect, il est trois heures
voulez-vous un jus d'orange ou vous voulez-vous un café?

Ah, quel bon café !
il n'y a qu'à la prison qu'on sait le faire
avec la recette que maman a donné
au copain de cellule Cicirinella
Ah, quel bon café !
il n'y a qu'à la prison qu'on sait le faire
avec la recette que maman a indiqué
au copain de cellule Cicirinella

Ici il y a l'inflation, la dévaluation
et la bourse celui qui l'a la garde
moi je n'ai pas d'autre revenu que mon salaire
c'est le gros lot si je compare à ce que gagnait papa.
Ajoutez ma fille Innocence
qui veut un mari et qui n'a pas de patience
je ne vous demande pas de faveur pour moi
je vous fais la barbe ou vous la faites tout seul?

Vous avez un manteau en poils de chameau
au maxi procès vous étiez le plus beau,
une costume marron à rayures
c'est ce qui nous a semblé à la télé
pour ces noces je vous en prie Excellence
pouvez-vous me le prêter pour faire bonne figure
j'ai déjà le gilet et les chaussures
ça vous ferait plaisir un Campari ou vous voulez un café?

Ah, quel bon café !
il n'y a qu'à la prison qu'on sait le faire
avec la recette que maman a donné
au copain de cellule Cicirinella
Ah, quel bon café !
il n'y a qu'à la prison qu'on sait le faire
avec la recette que maman a indiqué
au copain de cellule Cicirinella

Ici il n'y a plus de dignité, les prisons dorées
mais qui les a jamais vues, qui sait
celles-ci sont dégoûtantes, pour ça
que les criminels ont l'immunité
Don Raffaè vous politiquement
je vous jure vous seriez un saint
mais vous êtes là-dedans à payer
et les autres s'amusent en dehors.

A propos, j'ai un frère
qui est au chômage depuis quinze ans
il a fait cinquante concours
quatre-vingt dix demandes et deux cent recours
vous qui donnez appui et travail,
Eminence, je vous baise les mains, je vous implore
celui-là il dort avec maman et moi.
Ah quelle crème d'Arabie ce café!

inviata da L'Anonimo Toscano del XXI secolo - 3/6/2020 - 07:25




Lingua: Spagnolo

Traducción al español / Traduzione spagnola / Spanish translation / Traduction espagnole / Espanjankielinen käännös:
Laura (L. Trans.)
Don Rafael

Yo me llamo Pascual Cafiero
Y soy sargento de la cárcel, óyeme
Yo me llamo Cafiero Pascual
Estoy en Poggioreale [1] desde el '53
Y al centésimo cerrojo [2]
Por la noche me siento hecho un trapo
Por fortuna en la unidad especial [3]
Hay un hombre brillante que habla conmigo.
Todo el día con cuatro delincuentes
Bandidos, rufianes, cornudos y lacayos
A todas horas con esta inmundicia
Que escupe amenazas y se la agarra conmigo
Pero, al final me relajo en la silla
Me desabrocho y me leo el periódico
Me aconsejo con Don Rafael
Me explica lo que piensa y bebemos café.
Ah, qué bueno el café
Incluso en la cárcel lo saben hacer
Con la receta que a Cicirinella,
compañero de celda, se la dio mamá.

Primera página, veinte noticias
Veintiún injusticias y ¿El Estado qué hace?
Se consterna, se indigna se compromete
Luego tira la toalla con gran dignidad.
Me devano los sesos, me seco la frente
Por fortuna hay quien me responde
A ese excelentísimo e inmenso hombre
Le pido consejo a Don Rafael
Un buen hombre que tiene seis hijos
Pidió una casa y le dan consejos
mientras que el asesor, que Dios lo perdone,
dentro de una caravana cría visones.
Basta que usted haga un ademán o diga una palabra
para que a ese Cristo le quiten la cruz de encima.
Con todo respeto, ya son las tres
¿Desea zumo de naranja o prefiere café?
Ah, qué bueno el café
Incluso en la cárcel lo saben hacer
Con la receta que a Cicirinella,
compañero de celda, se la dio mamá.
Ah, qué bueno el café
Incluso en la cárcel lo saben hacer
Con la receta de Cicirinella,
compañero de celda, igual a la de mamá.

Aquí hay inflación, devaluación
Y el dinero lo tiene quien lo tiene
Yo no tengo más dinero que aquel sueldo
Es una dupla [4] si sueño con papá
Añada a mi hija Inocencia
Quiere un marido, no tiene paciencia
No le pido la gracia para mí
¿Le afeito la barba o lo hace usted mismo?
Usted tiene un abrigo color camel [5]
Que en el Maxi-proceso [6], era usted el más bello
Un traje marrón a rayas
Así nos pareció por televisión
Para esta boda, le ruego Excelencia
Puede prestármelo para dar buena impresión?
Yo ya tengo los zapatos y el chaleco
Le gustaría un Campari o desea un café?
Ah, qué bueno el café
Incluso en la cárcel lo saben hacer
Con la receta que a Cicirinella,
compañero de celda, se la dio mamá.
Ah, qué bueno el café
Incluso en la cárcel lo saben hacer
Con la receta de Cicirinella,
compañero de celda, igual a la de mamá.

Aquí no hay más decoro, las cárceles de oro
Pero, ¿Quien las ha visto alguna vez? Me pregunto
Estas están en ruinas y por eso los canallas
mantienen inmunidad
Don Rafael, usted políticamente
Yo le juro sería un santo
Pero aquí adentro usted va a pagar
Y afuera los otros se la pasan bien.
A propósito, tengo un hermano
Que desde hace quince años está desempleado
Ha hecho cincuenta concursos
Noventa solicitudes y doscientos recursos
Usted que da consuelo y trabajo
Eminencia, le beso y le imploro
Aquel duerme con mamá y conmigo
Qué crema de Arabia que es este café!
Notas originales
(Para hispanófonos)

[1] La cárcel de Poggioreale es la mayor cárcel de Nápoles, conocida como una de las peores de Italia.

[2] Es decir, luego de haber revisado todos los cerrojos de las celdas durante su guardia.

[3] Área de las cárceles donde se vigilan a los criminales más peligrosos.

[4] Referente a la lotería. Los napolitanos son bastante supersticiosos y creen que los muertos pueden aparecer en sueños sugiriendo los números ganadores.

[5] Color cuyo nombre y tonalidad hacen referencia al pelaje de los camellos.

[6] Fue un proceso penal que tuvo lugar en la ciudad de Palermo (Sicilia) a mediados de los años 1980 en el que fueron declarados culpables a cientos de acusados por una multitud de delitos relacionados con actividades mafiosas, basadas principalmente en el testimonio de un antiguo jefe convertido en informante y pentito.

inviata da Riccardo Venturi - 2/6/2020 - 22:52




Lingua: Russo

Русский перевод / Traduzione russa / Russian translation / Traduction russe / Venäjänkielinen käännös:
Natalia Kandelaki (L. Trans.)
Дон Раффаэ

Меня зовут Паскуале Кафьеро,
Я бригадир карабинеров в тюрьме
Меня зовут Кафьеро Паскуале,
Я в Поджо Реале с 53-го.
И под вечер на сотой цепочке
Себя чувствую выжатой тряпкой,
К счастью, тут в отделении специальном
Я общаться могу с человеком гениальным.

Целый день я кручусь тут с кучей мерзавцев,
Сутенеров, бандитов, воров, рогоносцев,
С утра до вечера с этим рваньем,
Что мне угрожает и плюет мне в лицо
Но под конец как человек я сажусь,
Расстегиваю китель, за газету берусь
И советуюсь с доном Рафаэле,
Он объсняет мне жизнь и мы кофе с ним пьем.

Ах, какой прекрасный кофе,
даже в тюрьме его могут варить
по рецепту Чиччиринеллы,
сокамерника Дона Рафаэле,
что нам его мама дала.

Новостей целых 20 на первой странице
Несправедливостей куча, и что ж наши власти?
Потрясаются, возмущаются и обещают
После с достоинством всех посылают.
Мозги у меня уже закипают
К счастью, есть тот, кто мне отвечает.
Этого умнейшего и величайшего человека
Я прошу объяснить, что творится на свете

Шесть детей на руках, господин благородный
Попросил о квартире, а в ответ лишь упреки,
Заседатель же, да простит его Боже,
В своем трейлере норок разводит.
Вам достаточно лишь слова, лишь жеста
И с креста вам Спасителся снимут
Мое почтение, уже три пополудни,
Желаете свежего сока или кофе подать?

Ах, какой прекрасный кофе,
даже в тюрьме его могут варить
по рецепту Чиччиринеллы,
сокамерника Дона Рафаэле,
что нам его мама дала.

Мы имеем инфляцию, а после дефляцию,
А на бирже имеют все те, кто имеет.
У меня нет доходов, помимо зарплаты,
Мой отец о джек-поте мечтает.
Добавьте сюда мою дочь Инноченцу,
Она мужа желает и ей невтерпеж уж.
Не для себя я прошу вас о милости,
Вас побрить или сами изволите?

У вас ведь осталось пальто из кашемира,
На макси процессах вы были неотразимы
В том костюме в полоску коричневом,
В котором вас видели по телевизору.
Мне для свадьбы, Ваше Превосходительство,
Не одолжите ли его для представительства?
Я себе уже раздобыл ботинки и жилет
Вам Кампари подать или желаете кофе?

Ах, какой прекрасный кофе,
даже в тюрьме его могут варить
по рецепту Чиччиринеллы,
сокамерника Дона Рафаэле,
что нам его мама дала.

Не осталось здесь больше приличий,
Тюрьмы из золота - да кто ж их тут видит...
Все развалено, мерзавцы же эти
Прикрывают себя иммунитетом
Дон Рафае, в политическом смысле
Вы были б святым, чтоб мне провалиться!
За других вы здесь отдуваетесь,
Пока на воле они прохлаждаются.

Позвольте словечко замолвить за брата
Он уже лет 15 считай без работы,
В 40 конкурсах принял участие
подал 90 прошений и 200 аппеляций
Вы даете работу и утешение
Ваше преосвященство, я вам ручки целую...
Брат мой спит вместе с мамой и мной...
Ах что за сливки Арабики этот кофе!

inviata da L'Anonimo Toscano del XXI secolo - 3/6/2020 - 07:12


Qualche integrazione di varia natura.

"Il boss, all'epoca in carcere già da molti anni, cercò un rapporto epistolare con De André, ma non ebbe riscontro." Solo a titolo informativo, "Cutolo fu entusiasta della canzone e ringraziò più volte il cantautore in diverse lettere in cui chiedeva come fosse a conoscenza dei dettagli della vita in carcere. Inoltre, inviò a De André delle poesie da musicare." (it.wikipedia : Raffaele Cutolo).

Si tratta di un brano che intende denunciare la "situazione critica delle carceri italiane negli anni Ottanta" (le parti virgolettate sono tutte riprese da Wikipedia) e la "sottomissione dello Stato al potere delle organizzazioni malavitose". Fabrizio De André stesso avrebbe affermato (secondo Mario Luzzatto Fegiz) che "la canzone alludeva a don Raffaele Cutolo, famoso boss camorrista, fondatore della Nuova Camorra Organizzata". Lo stesso Cutolo colse bene l'ispirazione alla sua persona, e scrisse a De André "per chiedere conferma in merito e per complimentarsi con lui, meravigliandosi tra l'altro di come De André fosse riuscito a cogliere alcuni aspetti della sua personalità e della sua vita carceraria senza averlo mai incontrato." Con educazione, De André rispose alla lettera di Cutolo, "solo per ringraziarlo, senza confermare né negare l'attribuzione di identità del personaggio, ed evitò di proseguire il carteggio quando il malavitoso gli inviò una seconda missiva." Secondo Walter Pistarini (che io ho conosciuto tempo addietro come "Walter P", senza mai indagare se vi fosse sottinteso un "38"), "solo Mauro Pagani si sarebbe ispirato a Cutolo, mentre De André avrebbe tratto ispirazione da opere letterarie come Gli alunni del tempo di Giuseppe Marotta e Il sindaco del rione Sanità di Eduardo De Filippo."

Scusandomi per tutto questo copiaincolla (l'articolo it.wikipedia : Don Raffaè mi sembra comunque ben fatto), una piccola conclusione personale: riconosco sinceramente la dimenticanza riguardo a questa canzone celeberrima; ma, come si sa, è una cosa tipica di questo sito. Però, oltre che nel percorso "Mafia e mafie" nel quale è già stata inserita, la inserisco (direi per natura) anche nel percorso sulle "Galere nel mondo". Direi che possano sussistere pochi dubbi al riguardo, sotto ogni angolazione.

Riccardo Venturi - 1/6/2020 - 08:00


Perfetto. Grazie Riccardo.
Il richiamo precisirrimo a wikipedia però non aggiunge nulla a quanto ho sisteticamente scritto: fu Cutolo a scrivere a De André e a tentare un rapporto epistolare con lui, che De André rifiutò...
Saluzzi

B.B. - 1/6/2020 - 08:36


Fatto salvo l'amore per Fabrizio e le sue strepitose canzoni, premetto che personalmente questa non è fra le mie preferite.

Nell'intervista di Maria Pia Mura apparsa all'interno del numero 11 della rivista "Ricominciare. La libertà di pensare" (1990)e intitolata "L'artigiano della canzone", Fabrizio afferma che Cutolo gli scrisse tre lettere e che una conteneva anche un libro di poesie (alcune delle quali le trovò belle e toccanti).

I punti focali mi sembrano che:

- Nella commedia omonima, Don Raffaè è il nome attribuito al sindaco del rione Sanità dall'autore Eduardo De Filippo.
- L'idea iniziale di fare una canzone su Cutolo fu di Pagani che pensò a questa tarantella da operetta ottocentesca, mentre la scelta del nome Cafiero Pasquale fu di Bubola (vedi la rima con "brigadiero" e "Poggioreale").
- Come già detto, Fabrizio per il testo si ispirò al romanzo di Giuseppe Marotta "Gli alunni del tempo" del 1960, dove in via Pallonetto di S. Lucia non essendoci un giornalaio toccava all'unico lettore ovvero Don Vito Cacace (dopo aver ben mangiato, bevuto, letto guardato e sputato) borbottare la frase "Che tei capi!" e informare tutti gli altri degli avvenimenti accaduti. Sembrava un gran intellettuale ma era solamente una semplice guardia notturna, solo che gli altri non potendo leggere ne sapevano meno di lui.
- "O café" è ovviamente un rimando a Modugno ("Ah che bell'o café, sulo a Napule 'o sanno fa")



- La canzone era in origine più lunga,a mia modesta conoscenza per esempio c'era una riga che recitava:

"Qua non passa nemmeno uno spillo
né un Ciro Cirillo"

Flavio Poltronieri - 1/6/2020 - 11:33


Volevo aggiungere che anch'io, come Flavio, non amo in modo particolare la "Don Raffaè" di De André, anche se la trovo ben scritta e ben centrata.

Credo che Faber volesse proprio descrivere quell'evidente clima di connivenza tra Stato e mafia proprio degli anni 70 e 80, poi rotto dagli assassinii di Falcone e Borsellino e dall'estensione del carcere duro ai detenuti mafiosi.
E ci riuscì bene. "Don Raffaè" è un autentico capolavoro.

Quello che però un po' mi disturba in una canzone del genere - ma non è che in pochi versi uno possa sempre dire tutto, e Faber fece le sue legittime scelte - è per me la "banalizzazione del Male", il fatto di incentrarsi sulla descrizione della tranquilla quotidianità dei carnefici, per quanto ingabbiati, senza nemmeno suggerire quanto sangue innocente sia stato versato a causa delle loro condotte.
Il problema è sempre quello delle vittime, che sovente hanno molto meno nome dei loro assassini.

Non so chi abbia il record dei morti innocenti di mafia, se Salvatore Giuliano o Raffaele Cutolo o Totò Riina... Però un database, di certo incompleto c'è, ed è impressionante: Nomi da non dimenticare

B.B. - 1/6/2020 - 13:44


Concordo con te, comunque vorrei sottolineare che ho espresso il mio parere da un punto di vista di scrittura creativa, non per i contenuti. Personalmente, qualcosa si era rotto a partire da alcune canzoni inserite in VOL. 8 (La cattiva strada, Oceano, Dolce Luna, Canzone per l'estate) per proseguire con tutto Rimini/45 giri Una storia sbagliata/e l'Indiano. Scrittura dialettale a parte, su cui taccio per manifesta ignoranza personale, per me solo l'intero Anime Salve è un capolavoro, oltre alla Domenica delle salme, va da sé!

Flavio Poltronieri - 1/6/2020 - 15:54


@BB da Pasquale Cafiero

Pasquale Cafiero, napulitano verace rione Sanità, ex brigadiero promoss a chista Indendenza pe trasferimendo ‘a Poggio concordato ‘ncucchia l’edifizio ro Ucciardone , accussì risponne o Piemondese BB ancorché discendende ra chilla casata ca tando danno facette a nobiluommn Borbone ca o nomme ra Nazione manutennero chisto edifizio pe pulizzà o nosto beneamato Meridiune ‘ncopp’a sfaccimma tutta.
Pundo . due pundi.. tre pundi…
Ciononpertando issi cap’e cazze taccarìano [ piemonteis: maldì ] o Giglio, o putente ministo Liborio Romano, o galantomme Carmine Crocco , o cardinalo Fabrizio Ruffo , o granne generalo Peppo Borjes. Maronna mia! Issi, taurielli, guallarusi, ricuttari, pippe appilate, sgarracefali, scauzacani, soreta sa fa cu King Kong.
Pienza, issi songhe e stess c’aveno ‘nfamato Giuliano, o patriota, o gentilomme, o giustiziero, o partiggiano venuto a libberà, capa e stelle e core a strisce ! I ccanuscimme: issi e senzadio, senzapatria, senzonore, mangiabambini, issi ca tiengon e ccavall appositamenda pe piscià int’e noste case e chiese. Pienza, vulivano puro levà a terra incolta a nobili c’aveno abbusca’ cu suduri ra frunte e onestamenda int’e secoli. Cazzimme e sfaccimme!

Sbenturatamenda ci fu carchi quinta [ piemonteis: malanteisa ] tirri e tarri, tra o patriota paldinu ra libbertà, e culleche, sempu benemerita, e ommn unurati ammichi re benefatture pecché ‘nfunnu vuliveno tutt’ e stess ccos.
Ma o Iuda ri Pisciotta fu cuntentate, comme Sindona. A pruopuositu t’aggia dicere ca otre o Servizio Nfurmazione [ z comme zio ] songhe ‘ncoppa o Servizio Risturazione [ z sempu comme zio ].
O tiemp a da cagnà. Lieggi W o Giglio

Ma I songhe chiù cuntente assa’ quanno truov ‘ncopp’a sto jurnale nu capudopera luongo comme e Ziti ri Manzoni, chinu ri storie veraci, ‘na verità ropp l’ata. Bravo! Bravo! Mi dicette o mio Servizio NicNac (chille ca teneva u protocolle re farfalle) ca o bravo guaglione è nu capacissimo lavurature ra fravica Incollatutto e gira ‘ntuorno a Ragusa.
Mo aspettamme n’ato bello papello luongo luongo pe dicere o vero ncopp’e vittime ra ngiustizia locali, comme Ventura, Mormina, Campailla. Statte accuorto guaglio’: nun ti passasse pa capa d’appiacchjà [ piemonteis: ancolé ] i piezzi ri Spampinato o ri Carlo Ruta, issi song stati mali viersu e vittime , e galantomn ri Ragusa. Bravo guaglio’, arricuordete re passà ra locale “Associazione Culturale” p’asciurtà la museca ro cantastorie.
Pecchesse, BB, cagna penziero e stai sciampagnatu re storie veraci , chille de galantomn comme song io

Servo vostro
Pasquale Cafiero
Ucciardone- Garande Nfurmazione + Sorvegliande Risturazione [ z comme zio ]



@BB da Cafiero Pasquale

Egregio BB / Bernart Bartleby /omissis / Dead End /omissis / The Lone Ranger / Bartolomeo Pestalozzi /omissis / Alessandro /omissis / Saluzzi / seguono 10exp3 omissis.

Mio cugino omonimo, Pasquale Cafiero, è riuscito subdolamente ad apporre la sua firma nei miei precedenti contributi, ha voluto fare sabotaggio dato che io sono e vivo all’estremo opposto del suo modo di vedere. Ad evitare di ripetere lo sconcio stavolta ho dovuto lasciargli facoltà di parola e dargli la precedenza. Per una serie di questioni lunghe e difficili da spiegare non sono riuscito insieme a tanti altri che la pensano come me, come te, ma anche, diciamolo!, come i 5 Admin e Giorgio , a liberarmi una volta per tutte della sua presenza. Mi tocca prestare orecchio, solo quello, anche se lo sopporto con difficoltà.

Ringrazio della dedica da parte del musicologo e primo contributore, ne vado onorato , viva il nordovest cisalpino.
Conosco un pò De André, non potrebbe essere diversamente. Ti confesso però che , pur essendo per carattere incline alla sopportazione o forse per questo, sento più vicino Guccini, mi spinge a reagire piuttosto che contemplarmi nella lacerazione in un cupio dissolvi.

Cafiero Pasquale saluta, esce in punta di piedi com’era entrato con i suoi vizi e poche virtù, compresa la presunzione di avere cercato di contribuire a smussare delle asperità che stavano per innescare una retroazione positiva (chiedere allo scientist Lorenzo Masetti il che vol dire). Un piscio di olio in curva quando l’andatura accelera può fare danni irreparabili. Se la mia è stata soltanto una presunzione ormai non importa più, ciò che importa è che, a prescindere dal come, abbiamo ripreso a gironzolare su un compartimento di 3^ (allora esisteva) classe. È un compartimento che non ha uguali, sono d’accordo in pieno con Riccardo Venturi. Una banda di simpatici picchiatelli ( di santi (?!) nessuno, di satanelli tanti) di cui non ne trovi due uguali, pronti a incazzarsi, giustamente, per qualcosa che è in rapporto biunivoco con la propria vita complicata, ma capaci di trovare almeno un motivo per non compiere l’ennesima cesura in un’esistenza che di schegge ne ha viste troppe.

Ciò detto, Cafiero Pasquale spera che ciascuno trovi il senso della misura. Non sono entrato in profondità nella questione, certamente perché richiede giorni, e non ore (tra i miei vizi c’è l’idiosincrasia per il pressappochismo e, se non è un vizio, non è nemmeno una virtù), sopratutto perché avrei urtato chi non ha agito con malizia ma con fretta ed entusiasmo giovanile.

Cafiero Pasquale non può lasciare il sipario senza rivolgere il pensiero a Riccardo Venturi. Sappia che anche se non avesse scritto quel commento, memorabile come tutti i suoi scritti perché sono spontanei ed espressione di vita oltre che di cultura, avremmo indovinato in gran parte le sue motivazioni. Condivido anche quasi tutte le sue argomentazioni: può un meridionale ignorare la situazione disgraziata del banditismo dopo l’unità d’Italia e le carneficine messe a tacere? (E per non andare lontani, le vessazioni delle nostre forze verso la popolazione di lingua tedesca sessant’anni fa?) Ma, in due parole, la banda di Giuliano, la banda della Magliana, quella del Brenta sono una cosa, la mafia un’altra, la camorra un’altra ancora.Del tutto diverso è il fenomeno del banditismo in Sardegna.

Scrisse Sciascia in un articolo che doveva causargli parecchi problemi mai sopiti: né con lo Stato né con le Brigate rosse. Lasciamo perdere l’analisi qui, il significato e gli schieramenti. Lo cito per dire che il fatto di contestare e prendere le distanze da uno stato (con la minuscola) non rende più vicini e comprensibili gli assassini che per una loro scelta e successivi sbagli hanno oppresso e angheriato la gente più di quelle istituzioni che dicevano di volere combattere con una delega che si sono dati da soli, per il tornaconto loro e di una cerchia ristretta. Purtroppo è nata confusione tra le azioni del bandito Giuliano del 1943-44 e quelle degli anni successivi. Dal ‘43 agirono in Sicilia una ventina di bande, tutte liquidate, meno una e non a caso.
Per quanto mi riguarda ho due bussole a cui non rinuncerò, costi quello che costi: sarò sempre irriducibile nella lotta alla mafia e al fascismo. Forse in questo c’é anche qualcosa di viscerale, di irrazionale come in Chuncho mentre sparava al Niño : “Quién sabe?”

Adios

ll fu Cafiero Pasquale - 1/6/2020 - 19:35


Vorrei rimarcare il fatto che Giuseppe Salvia aveva 38 anni quando fu assassinato dai camorristi di Cutolo per via dello "sgarbo" inflitto al boss...

Ci vollero quasi altrettanti anni perchè lo Stato si ricordasse di Giuseppe Salvia e gli conferisse un inutile e tardivo riconoscimento.

B.B. - 1/6/2020 - 20:11


Solo per dire che, una tantum, non sono assolutamente d'accordo con Flavio Poltronieri sul Volume 8, su Rimini, sull'Indiano e sulla Storia Sbagliata. Ho su quegli album un giudizio diametralmente opposto anche dal punto di vista della scrittura creativa, anche se riconosco che De André ci ha lasciati con Anime Salve, che è il suo capolavoro assoluto. Ma qui il discorso ci porterebbe, forse, un po' troppo in là.

Mi preme dire anche due parole su un altro fatto relativo a Don Raffaè. De André è sempre stato particolarmente interessato al carcere, all'homo captivus, e fin dai suoi primordi; in un senso ancor più vasto, alla cosiddetta giustizia. Di essere prigioniero gli è pure toccato, sebbene non in una galera dello stato, e la sua reazione al momento del processo ai suoi rapitori è ben nota. De André ha, per così dire, "esplorato" il carcere in diverse canzoni, dal Michè alla presa di coscienza collettiva della Mia ora di libertà, fino ad arrivare a Don Raffaè. Aspetti diversissimi di uno stesso universo. Credo che sia una cosa di cui tenere conto, come a mio parere è giusto tenere conto che De André, a mio parere, non mostra affatto di credere nel carcere come "luogo di rieducazione del condannato" e cose consimilari. Sotto ogni angolazione, il carcere è luogo di punizione, di sofferenza, di sopraffazione, di ingiustizia e di morte.

Ora, questa è una pagina su una canzone (e lasciamo qui perdere la scrittura creativa) la cui percezione generalizzata (a partire dal titolo) si concentra su un famoso boss della Camorra tuttora rinchiuso al 41 bis. Secondo me, invece, questa è la canzone anche e soprattutto di Cafiero Pasquale. E' la canzone di un poveraccio che fa la guardia carceraria, di un ometto comune che da un lato fa il servo dello stato e dall'altro fa il servo di un boss di primo piano.

Bisognerebbe quindi decidere quale sia veramente lo Stato del brigadiere Pasquale Cafiero: sembra uno Stato a intermittenza. Un po' quello che gli dà un (presumibilmente magro) stipendio per fare un mestiere di merda, e un po' quello della Camorra/Mafia/'Ndrangheta/Sacra Corona Unita eccetera, che è peraltro pienamente connaturato con lo Stato Italiano così come si è venuto formando ed evolvendo a partire dall'Unità del 1860.

Chi vive o sopravvive come Cafiero Pasquale (lo chiamo così per distinguerlo dal fu Pasquale Cafiero di questo sito, che saluto e ringrazio per le sue parole) è come Arlecchino servitore di due padroni; solo che lui serve due Stati servendone al contempo uno solo.

Lo/li serve sì, genuflettendosi e prostrandosi di fronte al boss ed a tutti coloro che il boss gli ordina di servire; poi, magari, lo/li serve facendo parte pure delle "squadrette" che vanno a pestare a sangue di soppiatto i detenuti che, purtroppo per loro, non rientrano nelle "categorie protette" per i più disparati motivi. Come in tutte le cose, è sempre questione di rapporti di forza; all'interno del carcere è una cosa che è amplificata a dismisura. Un servo, il brigadiere Cafiero Pasquale, rimanendo al contempo un poveraccio, uno di quei famosi "figli del popolo" che tengono famiglia (non a caso pienamente nominata nella canzone) e che garbavano tanto a Monsignor Pier Paolo Pasolini.

Qui, naturalmente, interviene De André sotto le mentite spoglie della macchietta, del quadretto partenopeo. De André non è interessato agli "eroi", ma ai vigliacchi; e tratta i vigliacchi con tutta la pietas di cui è capace. Canta di uomini qualsiasi stritolati o stritolandi, e dei loro sistemi per sopravvivere. Sistemi che non sono quasi mai gradevoli e idilliaci. Da un lato ha imparato bene la lezione iniziale di Brassens, ma poi è andato ben oltre. De André canta le più orrende debolezze umane; la sua pietas non è di natura religiosa. E' di natura terribilmente umana.

Questo sia detto, tra l'altro, dal sottoscritto, che nella sua famiglia di parte elbana ha avuto non uno, ma addirittura due parenti stretti che hanno fatto le guardie carcerarie per una vita. In particolare uno di essi ha prestato servizio per anni nelle peggiori galere dell'Arcipelago Toscano, dalla Gorgona a Porto Azzurro (che io continuo a chiamare Portolongone) passando per la Pianosa. Da questo zio ne ho sentite raccontare, fin da quando ero bambino; è uno che si intratteneva spesso con Graziano Mesina, per intendersi. E' morto un paio d'anni fa a 98 anni, lo zio Ulisse; che Iddio lo abbia in gloria. Non so se sia stato un Cafiero Pasquale, si era sempre dichiarato comunista e fino a tarda età girava su un Apecar scassato.

In questo senso, Don Raffaè, a mio parere, parla del carcere e di chi ci sta indossando una divisa in modi che di eroico non hanno nulla di nulla. Per questo motivo, ritengo -senza nessuna polemica ma solo per chiarire meglio come vedo questa canzone- che i continui riferimenti all'eroico Giuseppe Salvia, c'entrino poco o punto con Don Raffaè. Ed in questo senso si tratta di una canzone di galera, e di galera vera. Saluti a tutti.

Riccardo Venturi - 1/6/2020 - 21:16


Sinceramente, dell'ultimo contributo del fu Cafiero Pasquale ci ho capito poco, un po' per la lingua un po', senz'altro per limiti miei... E' che quando uno non capisce alla terza lettura, allora si sente scemo (e forse ci è) o preso per il culo (e forse ci è pure)... mah?!?

Quanto ai richiami di Riccardo circa un'attenzione particolare di De André per giustizia e carcere, chiaro che diverse sue canzoni affrontano quei temi, ma non mi pare "Don Raffaè" in modo particolare. Per questo non mi è venuto in mente di proporla per il percorso specifico, dove peraltro ci sta tutta.

E' che penso che il fulcro di "Don Raffaè" sia la descrizione del carcere riservato ai "raccomandati", come Cutolo e tanti altri, mafiosi e "colletti bianchi", e non la realtà carceraria dei più, come in altre canzoni di Faber citate.

Cioè, la canzone è d'ambientazione carceraria ma parla d'altro, non del carcere.

Quanto alla galera come luogo di rieducazione del condannato, è ciò che dice la Costituzione, e quello in cui credeva Giuseppe Salvia, che faceva uno "sporco lavoro", ma sempre meno sporco di quello di Cutolo o di Piccoli o di Gava o di Pazienza o di tanti altri.
E infatti Salvia morì ammazzato a 38 anni, e quegli altri no, e hanno ancora avuto tempo per fare altri danni...

B.B. - 1/6/2020 - 22:00


E poi c'è un vantaggio che hanno gli Admins, e di cui non dovrebbero abusare (per quanto siano riconosciutamente perfidi): quello di poter cambiare e precisare e arricchire in corsa i loro interventi, mentre un altro non admin si affanna a rispondere all'intervento che ha letto solo qualche minuto prima e che però, nel frattempo, è diventato completamente diverso...

Io ho un solo colpo, un admin ne ha infiniti...

E quando un uomo con un solo colpo in canna trova un altro uomo con un fucile a ripetizione, allora per il primo non c'è nessuna speranza...

Avete mai visto tanta crudeltà?!?

Neh?!?

B.B. - 1/6/2020 - 22:12


Eh sì, qui hai ragione, BB. Va detto che, di solito, i miei interventi più "ragionati" li scrivo prima su un file di testo e poi li copio sul sito, come le traduzioni; stavolta invece ho scritto progressivamente e direttamente sul sito. In questo probabilmente c'entra il fatto che il mio pc è una carretta inenarrabile con una tastiera sulla quale scrivo a intuito perché le lettere si sono cancellate quasi del tutto. Poi sono anche uno che, regolarmente, comincia a scrivere mentre altre cose si affollano alla mente; c'è sempre da precisare, da analizzare, da esprimere, da integrare, da chiarire, da correggere. A questo devi aggiungere che mi riesce soltanto scrivendo; nella comunicazione orale sono un disastro totale, bofonchio, mi impappino, non trovo le parole, sudo e generalmente sto zitto. Una volta, invitato a tenere un illuminante intervento col megafono durante una manifestazione a Pistoia, riuscii solo a tirare due bestemmie terrificanti facendo scappare via tutti i compagni antifascisti e venendo confinato con ignominia in fondo al corteo. Non è quindi per perfidia e mi scuso; ma scrivere mi riesce facilissimo, e parlare difficilissimo. Saluti cari!

Riccardo Venturi - 1/6/2020 - 22:38


Non ci trovo nulla d'eroico in Giuseppe Salvia, morto ammazzato com un cane tra le corsie di una tangenziale...
Penso però che c'entri eccome con questa canzone, che per me parla solo allegoricamente della connivenza tra Potere e Contro-potere.

Giuseppe Salvia, come molti altri, fu vittima di quell'abbraccio mortale, che perdura a tutt'oggi.
Se poi il mio riferimento benevolo ad un servitore dello Stato, come Giuseppe Salvia (ma potrei riferirmi a Falcone o Borsellino o molti altri, visto che qui prima che di carcere si parla di mafie) muove repulsioni semantiche, istintive o ideologiche, posso capirlo, ma non mi pare un dato rilevante nell'interpretazione di un testo come questo.

B.B. - 1/6/2020 - 22:48


No, credimi, il riferimento a Giuseppe Salvia non mi dà nessun fastidio ideologico, istintivo o semantico. Solo che sinceramente non penso c'entri nulla con la canzone. E' una differenza di interpretazione: per te parla solo allegoricamente della connivenza tra potere e contropotere (o tra due aspetti del potere, semplicemente), per me invece parla di galera. Non trovo illegittimo che tu parli di Giuseppe Salvia che perquisisce Cutolo e firma così la sua condanna a morte, comunque. Dico soltanto che c'entra poco con questa canzone, a mio parere. In quanto parere, poi, può essere sbagliato. Saluti!

Riccardo Venturi - 2/6/2020 - 00:12


Contribuisco qui sotto una lunga riflessione che Massimo Bubola, coautore del testo, fece su "Don Raffaè"
Bubola non parla mai del carcere, della condizione carceraria, nè di Pasquale Cafiero come di un poveretto stretto tra il suo difficile lavoro, la propria vita stenta e vicende e uomini più grossi di lui. Bubola parla di Stato e di Anti-Stato, e dei loro appalti vicendevoli.

Il mio don Raffaè, paradosso superato dalla realtà, Il Corriere, 15 dicembre 2012.

Quando con Fabrizio De Andrè decidemmo di scrivere la ballata di Don Raffaè, era la metà degli anni 80, avevamo già scritto tante canzoni insieme, sovente su fatti di cronaca, delle vere instant songs, le avrebbero definite in America, brani come «Coda di Lupo» o «Parlando del naufragio della London Valour», ma ci stimolava molto l’idea di scrivere un brano ironico e tagliente su un tema drammatico, che in genere preferisce una scrittura vigorosa e visionaria. L’intenzione era di costruire la ballata su una situazione paradossale, tipo quella di un capo carceriere come Pasquale Cafiero che chiede favori a un boss della camorra Don Raffaè, per il quale si sdilinquisce in altisonanti e sgangherati complimenti e come un maggiordomo lo serve, lo blandisce e lo favorisce nel suo carcere di Poggioreale: «a quell’uomo sceltissimo e immenso io chiedo consenso a don Raffaè». Nel surreale capovolgimento di ruoli in cui il rappresentante dello Stato implora benefici a quello dell’Antistato, si dipana questa commedia parallela, scritta da un genovese e da un veneto come il sottoscritto.

È come se questi personaggi visti da lontano apparissero in tutta la loro sconsiderata luce. Qualche tempo fa, mi raccontò un amico napoletano, che una storia così era difficile la scrivesse un concittadino, perché era una realtà troppo vicina per poterla vedere bene. La canzone "Don Raffaè" è divenuta poi popolare, grazie anche a Roberto Murolo, perché fotografava una situazione apparentemente inverosimile, che tanto inverosimile non era. Il rituale è quello classico di tanta Italia ancor oggi e cioè di una persona che per ingraziarsi il potente prima s’indigna del malcostume altrui e poi pacatamente chiede favori per sé: «a proposito tengo ’nu frate che da quindici anni sta disoccupato». La paura che avevamo, Fabrizio ed io, era di avere troppo calcato la mano. Ma ci sbagliavamo, la canzone è stata scritta ventitré anni fa e nel frattempo la realtà dei fatti ha superato notevolmente le nostre fantasie. Pensiamo solo alla vicenda di Ciro Cirillo e del carcere di Ascoli.

È evidente che la camorra prolifera nelle sue ombre e sulle penombre di una cultura condivisa anche se tiepidamente e in fasce più ampie di quelle dove opera e attinge i suoi proseliti. Liborio Romano, l’ultimo ministro dell’Interno e di polizia del moribondo Regno delle due Sicilie, i primi di settembre del 1860, nel momento in cui stava arrivando Garibaldi e il cambiamento di monarchia con i Savoia, lasciò la responsabilità dell’ordine pubblico a Napoli al capo conclamato della camorra Salvatore De Crescenzo, «in virtù della sua organizzazione e del suo potere di controllo territoriale e al fine di evitare possibili rivoluzioni incoraggiate dai Borbone in esilio». Questo fu uno dei molti, anche se tra i più clamorosi esempi di commistioni tra Stato, politica e camorra. Anche in questi giorni assistiamo alle polemiche tra magistratura e alti rappresentanti della Repubblica sulle trattative tra Stato e Antistato.

In queste reiterate faide recenti di Scampia e Secondigliano e nell’arresto di Joe Banana (Rosario Guarino), c’è invece un aspetto singolare, una specie di neoanarchismo che ridisegna in continuazione nuove regole e nuove leadership di giovanissimi astri nascenti. Joe Banana al momento dell’arresto ha fatto del sarcasmo: «Questa è una guerra trasversale che andrà avanti per altri cinquanta anni, senza regole. Non stiamo comandando più un cazzo». In una canzone che ho scritto qualche anno dopo Don Raffaè, nel 1993, dal titolo "Alì Zazà", descrivo in quattro strofe, scandite dagli anni, l’ascesa e la caduta di un baby- killer: «a tredici anni lasciò il lavoro dal barbiere / a tredici anni un baby killer di mestiere / A quindici anni era già il boss del suo quartiere, a quindici anni nessuno gliela dava a bere / A diciott’anni fece uno sgarro a un pezzo grosso / a diciott’anni fu battezzato con il fuoco». Le parole cantate spesso parlano di più di quello che dicono, hanno la capacità di essere evocative e ti fanno alzare sulla realtà per vederla meglio. Quando invece qualcuno descrive la sparatoria di un assassinio di cui è stato testimone, dichiara spesso che gli spari sembravano finti, come dei petardi e che le persone uccise sembravano inciampate goffamente su un ostacolo invisibile. Allora se i film sono più veri e credibili della realtà, non dobbiamo accettare lo squallore del male con la passività e l’isolamento degli spettatori di un film in TV, ma ribellarci e indignarci e fischiare come nella sala cinematografica di un festival per un brutto, scontato e banalissimo film.

B.B. - 2/6/2020 - 13:30


Prendo atto. Forse il mio errore di fondo è considerare questa (ed altre) una “canzone di Fabrizio De André” scordandomi che non è interamente di De André -come del resto diverse altre. Come accade per tutti i grandissimi, può darsi anche che ognuno tenda ad averci il “suo” De André, adattandolo al suo pensiero, alle sue esperienze, alle sue sensibilità, e in definitiva alla sua vita; da qui le “interpretazioni”. Del resto, nel DNA di questo sito ci sono precisamente dei luoghi dove, per l'appunto, si parlava delle canzoni di “Fabrizio De André” (metto le virgolette per il motivo di cui sopra), che erano in generale libere interpretazioni come se tali canzoni avessero vita autonoma, ben oltre l'autore o autori. In pratica, quel che più o meno tutti i partecipanti a quei luoghi facevano era parlare di se stessi e della propria vita prendendo a spunto delle canzoni che parlavano della vita umana in tutte le sue più complesse vicende e sfaccettature: una vera e propria Commedia Umana alla Balzac.[*] Forse un po' di quello “spirito” perdura in questo sito, probabilmente perché è una tendenza moderatamente universale: il Don Raffaè, o il Pasquale Cafiero, o la Bocca di Rosa, o il Michè, o l'Impiegato o il Piero del Venturi sono diversi da quelli di BB, di Giorgio, di Adriana e di chiunque altro. Bisogna quindi vedere se sia opportuno continuare a farlo, perché c'è un problema di fondo: il Don Raffaè (o il Pasquale Cafiero) del Venturi sono diversi anche da quelli del sig. Massimo Bubola. Il cui intervento, che non conoscevo e che ho letto con estremo piacere e interesse, merita naturalmente il massimo rispetto, anche e soprattutto a prescindere dal fatto che sia uno degli autori della canzone. Per terminare -anche se a rigore non c'entra niente- mi piace ricordare il modo in cui De André, dopo aver cortesemente risposto a Raffaele Cutolo che gli aveva fatto i complimenti, interruppe i tentativi del boss di stabilire una corrispondenza dichiarando quanto segue: "“Un carteggio con Cutolo non mi sembra il massimo. Per finire in galera basta assai meno.” Chissà che non avesse in mente anche la vicenda di Enzo Tortora. Saluti cari.

[*] La quale, sia detto per inciso, è andata a finire come tutte le Commedie Umane: cazzotti più o meno virtuali, verità rivoluzionarie e/o assolute usate come mitragliatrici, "amicizie" e "inimicizie" (tu sei mio "amico" solo se ti uniformi al mio pensiero & azione, e sei mio "nemico" -nonché traditore- se invece non ti uniformi), "codici", considerazioni sulla salute mentale del "nemico" iscrivendolo regolarmente nell'Ordine dei Pazzi (non di rado pure briachi), insulti, invettive cosmiche ad personam, e quant'altro. Va però dato atto a Fabrizio De André -e a tutti i suoi "coautori"- che tutto questo è avvenuto e continua ad avvenire per la natura delle loro canzoni; tutto è possibile, ma è difficile che ciò accada, che so io, con Cristiano Malgioglio o Orietta Berti.

Riccardo Venturi - 2/6/2020 - 18:31


Dopo il commento di Riccardo Venturi, sono rimasto indeciso se dire pure io la mia; con le sue parole rende tangibili le considerazioni seguenti. Dato che stavo già a metà quando l’ho letto, le ho abbreviate.

Quello della interpretazione di un testo è una questione destinata, per fortuna, a rimanere aperta. Non ci può essere una interpretazione oggettiva così come, da parecchi secoli, non è più seriamente sostenibile lo sviluppo di un pensiero di una realtà oggettiva e universale, valido per tutti e per sempre.

È la querelle tra l’approccio oggettivista e quello prospettivista alla base degli sviluppi della ermeneutica come disciplina. Tra i due approcci sono stati elaborate teorie, per così dire, intermedie.
Nell’approccio prospettivista l’interpretazione del testo è ancorata alla intentio lectoris. È il destinatario dell’opera che dà significato all’opera piuttosto che l’intenzione del suo autore. Ovvio che questa conta, ma non può esaurire il significato di ciò che ha creato. Una posizione per me interessante, densa di sviluppi, liberante. Tale approccio ha conosciuto delle varianti radicali, per le quali sarebbe addirittura l’uso che si fa del testo a determinare il suo significato.

Umberto Eco ha elaborato una teoria che media tra i due approcci. Distingue tra intentio auctoris, intentio operis, intentio lectoris.
Intentio auctoris: il testo va sempre oltre le intenzioni dell’autore, dice più delle intenzioni che lo hanno spinto a scrivere.
intentio operis: fissa per “quell”’opera i paletti, cioè i vincoli semiotici per evitare distorsioni, cioè sovrainterpretazioni del testo.

Il lettore non è mai passivo nel processo interpretativo, quale che sia la teorizzazione delle varie ermeneutiche. L’interazione con la semiotica, con gli universi simbolici, il grado di autonomia dei processi cognitivi, gli orizzonti culturali del tempo in cui avviene la fruizione dell’opera sono tra i fattori che concorrono alla cosiddetta ricezione del testo.

Insomma direi che stiamo tutti in buona e consapevole situazione. Non c’è una sola interpretazione, ma tante, e non avrebbe senso, in termini scientifici, una graduatoria delle stesse. Alcune sovrainterpretazioni si possono escludere facilmente, ma certamente non in base alle intenzioni dichiarate dall’autore quanto in base alla congruenza con i criteri valutativi dell’intentio operis , con il cosiddetto “lettore modello” che è un’astrazione necessaria come riferimento (anch’essa storicamente determinata).

Infine mi chiedo se e come sono state sviluppate teorie ermeneutiche del linguaggio musicale. Certamente esistono e, a lume di naso, presuppongono solide nozioni di armonia, melodia, ritmi, scale tonali etc.
Chissà se Flavio Poltronieri può darci qualche lume in proposito.

Riccardo Gullotta - 2/6/2020 - 20:02


Massimo Bubola ne propone una versione blues secondo me molto efficace. Non è facile trasformare una tarantella in un blues! L'ho aggiunta nei video. Sarebbe stata strepitosa interpretata in versione blues da Pino Daniele che alla cultura del caffé aveva dedicato una celebre canzone:

Lorenzo - 2/6/2020 - 20:42


In fondo alla questione, qualche piccola considerazione linguistica, o "non-linguistica" in realtà. Nel senso: considerazioni sul napoletano della canzone potrei farne ben poche anch'io. Non sono napoletano, non ho praticamente mai avuto a che fare con Napoli e, quando si parla del cosiddetto "dialetto" (termine che aborro, ma che non di rado uso o per "comodità" e, più che altro, per pigrizia mentale), occorre tenere presente che si tratta del linguaggio di una comunità locale che si "succhia dalla nascita", per così dire. Per questo e per altri motivi, un "dialetto" lo si impara alla perfezione soltanto in rarissimi casi, e in presenza di determinate condizioni (tipo un trasferimento altrove in tenera età, come nel caso del milanese di Ivan Della Mea). L'uso di un determinato "dialetto" da parte di allofoni (il genovese De André, il veronese Bubola...) può avere diversissime gradazioni di intenti e di esattezza, ma non si tratta comunque di una scrittura dialettale in senso autentico: è comunque una parodia linguistica (in questo caso dovuta all'ambientazione).

De André, oltre a scrivere delle canzoni nel suo vero linguaggio nativo (il genovese), ne ha scritte due in un linguaggio che sicuramente padroneggiava (il gallurese) e questa in "napoletano" che, a mio parere, è in verità una forma di italiano locale con una coloratura napoletana. Con la sua abituale modestia (una caratteristica che, oggettivamente, non si riscontra in Massimo Bubola) definiva il suo napoletano "maccheronico", ma non era così maccheronico da non farsi accettare pienamente da napoletani autentici che hanno interpretato la canzone, come Roberto Murolo e, soprattutto, Peppe Barra. Ascoltando però particolarmente quest'ultimo, si nota chiaramente la differenza (riproduco qua sotto il video della sua interpretazione, che oltretutto è assai gustoso).

Riccardo Venturi - 2/6/2020 - 21:42


Caro Riccardo Gullotta, ti ringrazio della considerazione, quello che penso io è che sarebbe sufficente dibattere i questiti aperti da questa pagina per entrarci e non uscirne più, ogni filo creerebbe altri fili da seguire che a sua volta ne aprirebbe ancora altri a non finire, fino a.....hai presente la tela della ragnatela di Gaber?!
La canzone ha l'unico scopo di emozionare e se ci riesce siamo a posto. Il resto sono chiacchiere. E per emozionare ha bisogno dell'ascoltatore più che del compositore. A volte può sembrare impossibile che tutti non provino quello che provi tu davanti ad un'opera d'arte. Poi vedi che uno dice le stesse cose davanti a qualcosa che a te non fa nè caldo nè freddo e questo dovrebbe almeno insegnare la tolleranza.
Io mi sono emozionato in maniera totale da adolescente quando ho ascoltato la voce di Cohen e non capivo una parola di inglese, la musica era composta da un arpeggio di tre accordi del più comune degli strumenti musicali ma tutto questo non ha contato niente. Ed è stato un amore continuamente rinato da se stesso, andato oltre anche all'averlo conosciuto personalmente e incontrato privatamente.
Da adulto ho sentito una traduzione (che poi ho scoperto essere abbastanza libera) in italiano, di un autore russo mai sentito nominare prima di allora, interpretata da un cantante italiano che detestavo, ed è partito un missile: non mi è bastato ascoltare 500 canzoni di Vysotskij, ho scavato nella mia memoria fino a scoprire in me ciò che non sapevo di sapere, se hai tempo e voglia leggi questo articolo:

Vladimir Vysotskij: L’incontro immaginario

L'autore non dovrebbe spiegare la sua canzone, quando si scrive (e in parte anche quando si traduce) un testo, credo che si filtri tutto sempre attraverso se stessi, si scelgano i termini singoli che sentiamo più vicini a noi, si interpreti, si immagini, ci si immedesimi, ma siamo sempre noi e dopo chi ti legge o ti ascolta filtra a sua volta da se stesso...ed è proprio per questo che la canzone è viva! L'ascoltatore è una razza, è spietato, si impossessa dell'opera, la fa sua, la vive giustamente secondo i suoi bisogni, il suo sentire che ha poco a che fare con quello dell'autore o degli altri ascoltatori, si rimane delusi nel leggere, talvolta anche in questo sito, cose molto intransigenti nei confronti di chi percepisce in maniera differente, bisogna avere assoluto rispetto per il sentire altrui e pretenderlo per il proprio. Tutte quelle nozioni che tu citi probabilmente non sono a favore di un iniziale ascolto migliore o comunque anche l'ignoranza è una rispettabilissima chiave per entrarci, poi in una seconda fase affiorano altri bisogni e curiosità più intellettuali. Essendo veronese, alcune delle canzoni che precedentemente ho affermato di non apprezzare soffrono proprio di un mio lontano coinvolgimento personale ma questo non intendo approfondirlo attraverso una anonima tastiera di computer.

Flavio Poltronieri - 2/6/2020 - 23:39



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