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Juana

Milva
Lingua: Italiano


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[1969]
Parole di Giorgio Strehler
Musica di Bruno Nicolai
Adattamento italiano de "Gesang vom lusitanischen Popanz: Nacht mit Gästen", opera teatrale del drammaturgo tedesco Peter Weiss, 1965-1967, tradotta originariamente nel 1968 da Giovanni Magnarelli e pubblicata da Einaudi con il titolo "Cantata del fantoccio lusitano: notte con ospiti".
Nell'adattamento di Strehler lo spettacolo assunse il titolo de "Cantata di un mostro lusitano"
Testo trovato su LyricWiki e verificato all'ascolto.

Cantata di un mostro lusitano

Il mostro lusitano è il Portogallo colonialista, impersonato da Diogo Cão, o Diégo Caô (1450-1486), esploratore cui si deve l'inizio della colonizzazione portoghese dei paesi dell'Africa occidentale, l'Angola in particolare, una dominazione feroce – come peraltro tutte le altre altre - che si sarebbe conclusa solo mezzo millennio più tardi, con la Rivoluzione del 1974.



Diégo Caô, a soldo della corona portoghese, disseminò le terre che si affacciavano sull'Atlantico e lungo il fiume Congo, di padrões, letteralmente padroni, grandi cippi di pietra sormontati da una grande croce in ferro, con le insegne portoghesi, per affermare la sovranità su terre di cui erano sovrani altri popoli... Questo era il costume delle potenze europee all'epoca... Poi trascorsero centinaia di anni di predazioni, e i colonialisti vecchi e nuovi adattarono i loro strumenti di soggezione: da tempo non usano più i padrões ma le società multinazionali...

Juana è una giovane donna angolana, serva o, meglio, schiava di una famiglia portoghese. E non si parla certo di moltissimi anni fa...
Io sono in piedi alle cinque d'ogni dì,
la mia giornata trascorre così.
Pulire i pavimenti e portar la colazione,
il pranzo preparare e i piatti da lavar.

Poi viene il bello, la spesa vado a far,
ritorno a casa, ritorno a casa mia
e rifaccio i bei lettini
e nel cesso i vasini poi vuoto,
i vestitini dei miei cari padroncini
ripulisco ad uno ad uno,
e poi cucio, rammendo,
poi smacchio salendo le scale sue e giù,
giù e su,
su e giù
e corro e volo e sono felice, felice, felice, felice così!

Ormai è tardi,
di nuovo devo uscir
e poi di corsa la cena da servir.
Attenta a non lasciare su l’arrosto da bruciare,
il dinè apparecchiare
e il servizio non sbagliar.

Poi viene il bello,
la cena da servir,
attenta, attenta, negretta sei contenta
con i piatti, con piattini,
con bicchieri e bicchierini
metto senza far rumore,
i miei cari padroncini
servo tutti, ad uno a uno,
e poi prendo gli avanzi
e mi faccio una cena,
mi faccio una cena, una cena da re.

E poi sciacquo, risciacquo,
e lavo, rilavo,
e lavo, rilavo,
trallalà!

Oh quale gioia servire il caffè!
Metter la cera a mezzanotte sul parquet!
Il cane spidocchiare,
i fiori rinfrescare,
il frigidaire sbrinare,
la stufa da stasare,

Oh che delizia svuotare l’immondizia!
E al gattino preparare la pappetta,
poi staccare la stufetta,
spazzolare la pelliccia alla signora,
il cincillà.

Poi lucido le pentole,
poi carico le pentole,
poi svuoto i posacenere,
che gioia, son servetta,
son per tutta la mia vita, sì,
che gioia, una servetta resterò!
Ah!

inviata da Bernart Bartleby - 24/4/2020 - 19:29



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