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Sabra and Shatila

Legend
Lingua: Inglese

Lista delle versioni e commenti


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[1982]
Sabra and Shatila

Lyrics and music/ Testo e musica / النص والموسيقى / Paroles et musique / טקסט ומוזיקה / Sanat ja sävel :
Legend (of Jersey)
Performed by / Interpreti / مطرب / Interprétée par / זמרן / Laulavat :
Legend
Album / الألبوم/ אלבום :
1. [1982] EP Frontline 2. [1998] ''Retroshock 1981-1984'' 3. [2002] Anthology

Azzawi Sabra and Shatila Massacre


Di canzoni su Sabra and Shatila ce ne sono ben poche se si tengono in considerazione le proporzioni dell’eccidio, le conseguenze, le implicazioni. Una rimozione ? Sarebbe segno che le responsabilità vanno al di là degli autori materiali , dei fiancheggiatori e della cabina di regia. Il brano ce lo dice con poche parole.
E’ una canzone messa da parte, avrebbe meritato più attenzione. Forse la band che la lanciò, la Legend (di Jersey, diversa dall’omonima del Kent) non raccolse molte simpatie in quanto “metallara”. E’ stata più riservata di altre band anche per la provenienza insulare e non si è preoccupata di correre dietro alle mode e fare cassa. Nella musica, nella voce, nel ritmo dei bassi e della batteria, i suoni si fanno lamento e invocazione di dolore anche per le nostre contraddizioni. Il genere è il NWOBHM (New Wave of British Heavy Metal) , in voga dagli anni ’80.
La canzone fu lanciata con un cd nell’82. Fu riproposta sia nel ’98 sia nel 2002 nell’album Anthology, traccia #11
La formazione della band all’epoca dei fatti era la seguente: Peter Haworth alla chitarra, Neil Haworth al basso, David Whitley alla batteria e Mike Lezala cantante.

Sabra and Shatila Map



ALLE VITTIME DI SABRA E SHATILA
15-18 Settembre 1982, 33°51′46″N 35°29′54″E , 800÷3000 vittime

Non-giorni, Non-luoghi, Non-persone

"Furono le mosche a farcelo capire...". Inizia così la descrizione di Robert Fisk , autorevole reporter che all'epoca dei fatti era corrispondente dal Medioriente per il Times. Fu tra i primi ad entrare nei campi libanesi di Sabra e Shatila per dare conto del massacro dei rifugiati Palestinesi che ebbe luogo dalle 18 di giovedì 16 alle 13 di sabato 18 Settembre 1982. Una mattanza pianificata, protratta giorno e notte per 43 ore. La stragrande maggioranza delle vittime furono civili inermi, donne, bambini, neonati, anziani, giovani, e persino le bestie, trucidati in modo efferato dopo avere subito stupri, torture e mutilazioni. Massacrarono in silenzio, per lo più con i coltelli, in modo che la prossima vittima non venisse a conoscenza della sorte della precedente.
L’esercito israeliano che presidiava gli ingressi di Sabra e Shatila impedì a chiunque , stampa internazionale, Croce Rossa internazionale e Mezza Luna Rossa libanese , di entrare. Le vittime secondo fonti militari israeliane furono tra 700 e 800. Invece secondo gli accertamenti basati su 17 liste di atti ufficiali e sull’incrocio dei dati la cifra è di 1.390. Seguendo criteri basati su modelli analitici e statistiche basate sui riscontri da fosse, cimiteri e quant’altro la stima su cui convergono tali modelli di diversa impostazione è intorno a 3.000. La discrepanza tra le stime è correlata alla classificazione dei dispersi. Un resoconto molto dettagliato degli avvenimenti e ampiamente documentato, dopo anni di indagini, che riporta liste di nomi , statistiche, criteri di accertamento, testimonianze dirette e foto è quello della ricercatrice libanese Bayan Nuwayhed al-Hout “Sabra and Shatila” .

Gli esecutori materiali furono le milizie cristiano-falangiste (Kataeb) guidate da Elie Hobeika con la copertura totale delle forze israeliane, ad esse alleate, comandate sul posto dal Ministro della Difesa in persona , il generale Ariel Sharon. Fu impiegata la 96^ Divisione (oggi 98^ Paracadutisti ), comandata dal generale Amos Yaron. Gli israeliani indicarono ai falangisti quando entrare nei campi e quando ritirarsi, illuminarono di notte i campi con i bengala ; Sharon e i suoi ufficiali seguirono (o diressero ?) le azioni dei carnefici dalla terrazza di un edificio di sei piani, a 200 m dal lato SO di Shatila (vedi mappa). Tutte le comunicazioni da e per i campi furono intercettate dagli israeliani nel quartier generale della 96^ Divisione , in cui i falangisti avevano il loro ufficio di collegamento.

Gli uni agirono all'insegna del Nuovo Testamento, gli altri in nome del Vecchio. Il messaggio biblico, l'annuncio evangelico, le visioni messianiche dei Profeti, il Deuteronomio furono profanati e oscurati, stravolti e trasformati in un feticcio identitario da idolatrare, sanguinario e implacabile, volto ad eleggere la morte sopra la vita. Ricorreva peraltro in quei giorni Rosh Hashanah , la solennità ebraica di capodanno che apre un periodo di dieci giorni penitenziali a monte dello Yom Kippur. A Rosh Hashanah il suono dello Shofar sollecita la rinascita spirituale ed il ritorno verso la giustizia attraverso la teshuvà [pentimento] ; la preghiera è ispirata a Michea 7,19 :

ישוב ירחמנו יכבש עונתינו
תשליך במצלות ים כל־חטאותם׃

“Avrà di nuovo pietà di noi, calpesterà le nostre iniquità.
Tu getterai i nostri peccati nelle profondità del mare.”


Non si sa in quali abissi gli uni violentarono Cristo, non si sa come continuarono ad invocare la Madonna di Jounieh dopo averne violato l'immagine nelle donne inermi dei campi, non si sa come poterono alzare lo sguardo al cospetto delle loro mogli, figlie e sorelle. Gli altri fecero di Yahweh un mercante di morte, abbandonarono l’Alleanza per un nuovo e più insidioso vitello d’oro. Perseguitati , braccati e sterminati sino a pochi decenni addietro, aiutarono, pianificarono ed assistettero al massacro ; non si sa come fecero a rimuovere, prima, durante e anche dopo l’eccidio, la memoria della Shoah e delle atrocità nei campi di sterminio nazisti e nei ghetti.

L' Assemblea dell' Onu nella 108^ seduta plenaria del 16/12/1982 stabilì con la risoluzione A/RES/37/123 D che il massacro fu un atto di genocidio ("Resolves that the massacre was an act of genocide”). La risoluzione fu approvata con 123 voti favorevoli e 22 astenuti, tra gli astenuti Israele e l’Italia. La Risoluzione integrale , l'esito della votazione e il verbale integrale della 108^ sessione si possono consultare e scaricare qui : General Assembly-- Thirty-Seventh Session Resolution 37/123 D English pdf sh.38, The situation in the Middle East : resolution / adopted by the General Assembly , General Assembly, 37th session

Per accertare le responsabilità furono istituite due commissioni: la MacBride dall'Onu e la Kahan dal governo israeliano, istituita anche a seguito di massicce manifestazioni di protesta in Israele. Tra forti ostacoli e contestazioni, diede atto delle responsabilità dei vertici israeliani soltanto in termini di "negligenze" a livello individuale , escludendo le complicità . Di fatto nessuno degli esecutori né dei responsabili indiretti fu condannato penalmente né in Libano né in Israele. Nel 2002 Elie Hobeika si dichiarò pronto a deporre in Belgio contro Sharon come criminale di guerra, ma fu ucciso poco dopo da un’auto-bomba. I killer sono rimasti ignoti. Una sorte analoga toccò ad altri due falangisti pentiti.
Il rapporto della commissione Kahan consta di un testo, un’Appendice A pubblicabile ed un’appendice B tuttora secretata per “motivi di sicurezza”. Il rapporto è qui.

Appena un anno fa, grazie al prof. William Quandt ed alle ricerche del dr Seth Anziska si sono potuti conoscere alcuni stralci dell’appendice B. Contengono la prova delle intese tra israeliani e falangisti per “ripulire la città dai terroristi” come parte di un’agenda più ampia volta a cambiare la demografia del Libano. Insomma , nella lettura più blanda, i vertici israeliani sapevano da tempo delle intenzioni dei falangisti. Questa fonte di conoscenza storica è qui: Sabra and Shatila: New Revelations. L’articolo contiene anche una foto che mostra dei falangisti che vale la pena vedere.

Circa le responsabilità dirette e volontarie del governo israeliano nel massacro non ci sono ancora prove legali incontrovertibili. Il “non potevano non sapere” può non essere sufficiente per attribuire responsabilità senza il beneficio del dubbio, ma il giudizio storico non di parte si può dare. Citiamo a margine altre prove consolidate: l’addestramento di falangisti in Israele, le riunioni in Israele tra il capo dell’intelligence militare israeliana Yehoshua Saguy e dirigenti della Falange, i silenzi del direttore dei Servizi israeliani, Nahum Admoni, pienamente al corrente dei piani dei falangisti (anche se il Mossad fu molto meno oltranzista dell’intelligence militare), l’incontro, rimasto a lungo segreto, nel ranch di Sharon, a Havat Shikmim nel Negev, tra i vertici militari israeliani e Bachir Gemayel durante l’occupazione di Beirut.
Il libro citato dà conto anche di gravi contraddizioni e lacune che emergono dal rapporto Kahan.

La narrazione di Fisk in “Pity the Nation”, ormai entrato a far parte della letteratura mondiale, è una testimonianza diretta particolarmente significativa ed una fonte storica. Se ne riporta uno stralcio del cap.11.

[Riccardo Gullotta]

TO THE VICTIMS OF SABRA AND SHATILA
September 15-18,1982 , 33°51′46″N 35°29′54″E , 800÷3000 victims

Non-days, Non-places, Non-people

"It was the flies that told us...". In this way begins the description of Robert Fisk, authoritative reporter who at the time of the facts was a correspondent from the Middle East for the Times. He was among the firsts to enter the Lebanese camps of Sabra and Shatila to account for the massacre of Palestinian refugees which took place from 6 pm on Thursday 16 to 1pm on Saturday 18 September 1982. A planned slaughter, day and night for 43 hours. The vast majority of the victims were unarmed civilians, women, children, newborns, the elderly, young people, and even the animals, brutally slaughtered after being raped, tortured and mutilated. They massacred in silence, mostly with knives, so that the next victim would not be aware of the fate of the previous one.
The Israeli army that guarded the entrances of Sabra and Shatila prevented anyone from entering, the international press, the international Red Cross and the Lebanese Red Crescent. The victims according to Israeli military sources were between 700 and 800. Instead, according to other findings based on 17 lists of official documents and on cross-sectional data the figure is 1,390 people. Following criteria based on analytical models and statistics based on findings from pits, cemeteries and whatever else the estimate on which these models converge with different settings is around 3,000. The discrepancy between the estimates is related to the classification of the missing persons. A very detailed account of the events, well documented following years of investigation, reporting lists of names, statistics, assessment criteria, direct testimonies and photos is that of the Lebanese researcher Bayan Nuwayhed al-Hout "Sabra and Shatila".

The material perpetrators were the Christian-Falangist militias (Kataeb) led by Elie Hobeika with full coverage of the Israeli forces, allied to them, commanded on the spot by the Minister of Defense in person, General Ariel Sharon. The 96th Division was involved (later 98th Paratroopers), commanded by General Amos Yaron. The Israelis advised the Phalangists when to enter the fields and when to retire, they illuminated the fields with rockets at night; Sharon and his officers followed (or directed?) the actions of the executioners from the terrace of a nearby six-story building, 200 meters from Shatila’s SW side. All communications to and from the camps were intercepted by the Israelis in the 96th Division headquarters, where the Phalangists had their liaison office.
Some acted under the banner of the New Testament, the others in the name of the Old one. The biblical message, the evangelical announcement, the messianic visions of the Prophets, the Deuteronomy were profaned and obscured, distorted and transformed into an identity fetish to be idolized, bloodthirsty and implacable, aimed at electing death over life. In those days, Rosh Hashanah, the Jewish New Year's solemnity that opens a ten-day penitential period upstream of the Yom Kippur, also fell. At Rosh Hashanah the sound of the Shofar urges the spiritual rebirth and the return to justice through the teshuvà [repentance]; the prayer is inspired by Micah 7:19:

ישוב ירחמנו יכבש עונתינו
תשליך במצלות ים כל־חטאותם׃


He will again have compassion on us, he will subdue our iniquities
and Thou will cast into the depths of the sea all our sins.


It is not known in which depths the ones raped Christ, it is not known how they continued to invoke Our Lady of Jounieh after having violated their image in the defenseless camp’s women, it is not known how they could raise their eyes in the presence of their wives, daughters and sisters. The others made Yahweh a merchant of death, they abandoned the Covenant for a new and more insidious golden calf. Persecuted, hunted and exterminated a few decades ago, they helped, planned and witnessed the massacre; it is not known how they removed the memory of the Shoah and of the atrocities in the Nazi death camps and ghettos, before, during and after the massacre.
The UN Assembly in the 108th plenary session of Dec.16,1982 by the resolution A/RES / 37 / 123D "resolves that the massacre was an act of genocide". The resolution was approved with 123 votes in favor and 22 abstentions, among the abstentions Italy. The integral Resolution text, the outcome of the vote and the integral minutes of the 108th session can be consulted and downloaded from here: General Assembly-- Thirty-Seventh Session Resolution 37/123 D English pdf sh.38, The situation in the Middle East : resolution / adopted by the General Assembly , General Assembly, 37th session

To ascertain the responsibilities, two commissions were established: the MacBride from the UN and the Kahan from the Israeli government, also established following massive protests in Israel. Among strong obstacles and disputes, it acknowledged the responsibilities of Israeli leaders only in terms of "negligence" at the individual level, excluding complicity. In fact, none of the perpetrators or indirect perpetrators was criminally convicted in either Lebanon or Israel. In 2002 Elie Hobeika declared himself ready to testify in Belgium against Sharon as a war criminal, but was killed by a car bomb before. The killers remained unknown. A similar fate fell to two other repentant Phalangists.
The report of the Kahan commission consists of a text, a publishable Appendix A and an appendix B still classified for "security reasons". The report is here.

Just a year ago, thanks to prof. William Quandt and research by Dr. Seth Anziska people have been able to learn about some excerpts of Appendix B. They contain evidence of agreements between Israelis and Phalangists to "clean up the city from terrorists" as part of a broader agenda to change Lebanon’s demography. In short, on the mildest hypothesis, Israeli leaders knew a long time in advance about the intentions of the Phalangists. This source of histrical knowledge is here: Sabra and Shatila: New Revelations. It reports also as a historical evidence photo showing some falangists, worth seeing.

As for the direct and voluntary responsibilities of the Israeli government in the massacre, there is still no incontrovertible legal evidence. The "couldn’t not know" may not be sufficient to attribute responsibilities without the benefit of any doubt, but a non-partisan historical judgment can be given. Let’s mention as a side-note further assessed evidence: the training of Phalangists in Israel, the meetings in Israel between Israeli military intelligence chief Yehoshua Saguy and Falange leaders, the silence of the Director of Israelian Services, Nahum Admoni, fully aware of the Phalangists' plans (even if the Mossad was less extremist than military intelligence), the meeting, long remained secret, at Sharon's ranch at Havat Shikmim, in the Negev, between Israeli military leaders and Bachir Gemayel during the occupation of Beirut.
The above mentioned book also gives an account of many heavy contradictions and gaps emerging from the Kahan report.
Fisk's narrative in "Pity the Nation", now part of world literature, is a particularly significant direct testimony and a historical source. An excerpt from Chapter 11 is reported.

[Riccardo Gullotta]



Robert Fisk, excerpt from “Pity the Nation” Chap. 11
The massacre of Palestinians at Sabra and Shatila camps 16-18 September 1982

Sabra Shatila


It was the flies that told us. There were millions of them, their hum almost as eloquent as the smell. Big as bluebottles, they covered us, unaware at first of the difference between the living and the dead. If we stood still, writing in our notebooks, they would settle like an army - legions of them - on the white surface of our notebooks, hands, arms, faces, always congregating around our eyes and mouths, moving from body to body, from the many dead to the few living, from corpse to reporter, their small green bodies panting with excitement as they found new flesh upon which to settle and feast.
If we did not move quickly enough, they bit us. Mostly they stayed around our heads in a grey cloud, waiting for us to assume the generous stillness of the dead. They were obliging, these flies, forming our only physical link with the victims who lay around us, reminding us that there is life in death. Someone benefits. The flies were impartial. It mattered not the slightest that the bodies here had been the victims of mass murder. The flies would have performed in just this way for the unburied dead of any community. Doubtless it was like this on hot afternoons during the Great Plague.
At first, we did not use the word massacre. We said very little because the flies would move unerringly for our mouths. We held handkerchiefs over our mouths for this reason, then we clasped the material to our noses as well because the flies moved over our faces. If the smell of the dead in Sidon was nauseating, the stench in Chatila made us retch. Through the thickest of handkerchiefs, we smelled them. After some minutes, we began to smell of the dead.
They were everywhere, in the road, in laneways, in back yards and broken rooms, beneath crumpled masonry and across the top of garbage tips. The murderers - the Christian militiamen whom Israel had let into the camps to `flush out terrorists' - had only just left. In some cases, the blood was still wet on the ground. When we had seen a hundred bodies, we stopped counting. Down every alleyway, there were corpses - women, young men, babies and grandparents - lying together in lazy and terrible profusion where they had been knifed or machine gunned to death. Each, corridor through the rubble produced more bodies. The patients at a Palestinian hospital had disappeared after gunmen ordered the doctors to leave. Everywhere, we found signs of hastily dug mass graves. Perhaps a thousand people were butchered; probably half that number again.
Even while we were there, amid the evidence of such savagery, we could see the Israelis watching us. From the top of the tower block to the west - the second building on the Avenue Camille Chamoun - we could see them staring at us through field-glasses, scanning back and forth across the streets of corpses, the lenses of the binoculars sometimes flashing in the sun as their gaze ranged through the camp. Loren Jenkins cursed a lot. I thought it was probably his way of controlling his feelings of nausea amid this terrible smell. All of us wanted to vomit. We were breathing death, inhaling the very putrescence of the bloated corpses around us. Jenkins immediately realized that the Israeli defence minister would have to bear some responsibility for this horror. `Sharon!' he shouted. `That fucker Sharon! This is Deir Yassin all over again.'

Sabra Shatila
What we found inside the Palestinian Chatila camp at ten o'clock on the morning of 18 September 1982 did not quite beggar description, although it would have been easier to re-tell in the cold prose of a medical examination. There had been massacres before in Lebanon, but rarely on this scale and never overlooked by a regular, supposedly disciplined army. In the panic and hatred of battle, tens of thousands had been killed in this country. But these people, hundreds of them, had been shot down unarmed. This was a mass killing, an incident - how easily we used the word `incident' in Lebanon - that was also an atrocity. It went beyond even what the Israelis would have in other circumstances called a terrorist atrocity. It was a war crime.
Jenkins and Tveit and I were so overwhelmed by what we found in Shatila that at first we were unable to register our own shock. Bill Foley of AP had come with us. All he could say as he walked round was `Jesus Christ!' over and over again. We might have accepted evidence of a few murders; even dozens of bodies, killed in the heat of combat. But there were women lying in houses with their skirts torn up to their waists and their legs wide apart, children with their throats cut, rows of young men shot in the back after being lined up at an execution wall. There were babies - blackened babies because they had been slaughtered more than 24 hours earlier and their small bodies were already in a state of decomposition - tossed into rubbish heaps alongside discarded US army ration tins, Israeli army medical equipment and empty bottles of whisky.
Where were the murderers? Or, to use the Israelis' vocabulary, where were the `terrorists'? When we drove down to Shatila, we had seen the Israelis on the top of the apartments in the Avenue Camille Chamoun but they made no attempt to stop us. In fact, we had first driven to the Bourj al-Barajneh camp because someone told us that there was a massacre there. All we saw was a Lebanese soldier chasing a car thief down a street. It was only when we were driving back past the entrance to Shatila that Jenkins decided to stop the car. `I don't like this,' he said. `Where is everyone? What the fuck is that smell?
Just inside the southern entrance to the camp, there used to be a number of single-storey concrete-walled houses. I had conducted many interviews inside these hovels in the late 1970s. When we walked across the muddy entrance of Shatila, we found that these buildings had all been dynamited to the ground. There were cartridge cases across the main road. I saw several Israeli flare canisters, still attached to their tiny parachutes. Clouds of flies moved across the rubble, raiding parties with a nose for victory.
Down a laneway to our right, no more than 50 yards from the entrance, there lay a pile of corpses. There were more than a dozen of them, young men whose arms and legs had been wrapped around each other in the agony of death. All had been shot at point-blank range through the cheek, the bullet tearing away a line of flesh up to the ear and entering the brain. Some had vivid crimson or black scars down the left side of their throats. One had been castrated, his trousers torn open and .a settlement of flies throbbing over his torn intestines.
The eyes of these young men were all open. The youngest was only 12 or 13 years old. They were dressed in jeans and colored shirts, the material absurdly tight over their flesh now that their bodies had begun to bloat in the heat. They had not been robbed. On one blackened wrist, a Swiss watch recorded the correct time, the second hand still ticking round uselessly, expending the last energies of its dead owner.
On the other side of the main road, up a track through the debris, we found the bodies of five women and several children. The women were middle-aged and their corpses lay draped over a pile of rubble. One lay on her back, her dress torn open and the head of a little girl emerging from behind her. The girl had short, dark curly hair, her eyes were staring at us and there was a frown on her face. She was dead.
Another child lay on the roadway like a discarded doll, her white dress stained with mud and dust. She could have been no more than three years old. The back of her head had been blown away by a bullet fired into her brain. One of the women also held a tiny baby to her body. The bullet that had passed through her breast had killed the baby too. Someone had slit open the woman's stomach, cutting sideways and then upwards, perhaps trying to kill her unborn child. Her eyes were wide open, her dark face frozen in horror.
Tveit tried to record all this on tape, speaking slowly and unemotionally in Norwegian. `I have come to another body, that of a woman and her baby. They are dead. There are three other women. They are dead ...'
From time to time, he would snap the `pause' button and lean over to be sick, retching over the muck on the road. Foley and Jenkins and I explored one narrow avenue and heard the sound of a tracked vehicle. `They're still here,' Jenkins said and looked hard at me. They were still there. The murderers were still there, in the camp. Foley's first concern was that the Christian militiamen might take his film, the only evidence - so far as he knew - of what had happened. He ran off down the laneway.
Jenkins and I had darker fears. If the murderers were still in the camp, it was the witnesses rather than the photographic evidence that they would wish to destroy. We saw a brown metal gate ajar; we pushed it open and ran into the yard, closing it quickly behind us. We heard the vehicle approaching down a neighboring road, its tracks clanking against pieces of concrete. Jenkins and I looked at each other in fear and then knew that we were not alone. We felt the presence of another human. She lay just beside us, a young, pretty woman lying on her back.
She lay there as if she was sunbathing in the heat, and the blood running from her back was still wet. The murderers had just left. She just lay there, feet together, arms outspread, as if she had seen her saviour. Her face was peaceful, eyes closed, a beautiful woman whose head was now granted a strange halo. For a clothes line hung above her and there were children's trousers and some socks pegged to the line. Other clothes lay scattered on the ground. She must have been hanging out her family's clothes when the murderers came. As she fell, the clothes pegs in her hand sprayed over the yard and formed a small wooden circle round her head.
Only the insignificant hole in her breast and the growing stain across the yard told of her death. Even the flies had not yet found her. I thought Jenkins was praying but he was just cursing again and muttering `Dear God' in between the curses. I felt so sorry for this woman. Perhaps it was easier to feel pity for someone so young, so innocent, someone whose body had not yet begun to rot. I kept looking at her face, the neat way she lay beneath the clothes line, almost expecting her to open her eyes….
….I could hear Jenkins and Tveit perhaps a hundred yards away, on the other side of a high barricade covered with earth and sand that had been newly erected by a bulldozer. It was perhaps 12 feet high and I climbed with difficulty up one side of it, my feet slipping in the muck. Near the top, I lost my balance and for support grabbed a hunk of dark red stone that protruded from the earth. But it was no stone. It was clammy and hot and it stuck to my hand and when I looked down I saw that I was holding a human elbow that protruded, a triangle of flesh and bone, from the earth.
Sabra Shatila
I let go of it in horror, wiping the dead flesh on my trousers, and staggered the last few feet to the top of the barricade. But the smell was appalling and at my feet a face was looking at me with half its mouth missing. A bullet or a knife had torn it away and what was left of the mouth was a nest of flies. I tried not to look at it. I could see, in the distance, Jenkins and Tveit standing by some more corpses in front of a wall but I could not shout to them for help because I knew I would be sick if I opened my mouth.
I walked on the top of the barricade, looking desperately for a place from which to jump all the way to the ground on the other side. But each time I took a step, the earth moved up towards me. The whole embankment of muck shifted and vibrated with my weight in a dreadful, springy way and, when I looked down again, I saw that the sand was only a light covering over more limbs and faces. A large stone turned out to be a stomach. I could see a man's head, a woman's naked breast, the feet of a child. I was walking on dozens of corpses which were moving beneath my feet.
The bodies had been buried by someone in panic. They had been bulldozed to the side of the laneway. Indeed, when I looked up, I could see a bulldozer - its driver's seat empty - standing guiltily just down the road.
I tried hard but vainly not to tread on the faces beneath me. We all of us felt a traditional respect for the dead, even here, now. I kept telling myself that these monstrous cadavers were not enemies, that these dead people would approve of my being here, would want Tveit and Jenkins and me to see all this and that therefore I should not be frightened. But I had never seen so many corpses before.
I jumped to the ground and ran towards Jenkins and Tveit. I think I was whimpering in a silly way because Jenkins looked around, surprised. But the moment I opened my mouth to speak, flies entered it. I spat them out. Tveit was being sick. He had been staring at what might have been sacks in front of a low stone wall. They formed a line, young men and boys, lying prostrate. They had been executed, shot in the back against the wall and they lay, at once pathetic and terrible, where they had fallen….
…. As we stood there, we heard a shout in Arabic from across the ruins. `They are coming back,' a man was screaming. So we ran in fear towards the road. I think, in retrospect, that it was probably anger that stopped us leaving, for we now waited near the entrance to the camp to glimpse the faces of the men who were responsible for all this. They must have been sent in here with Israeli permission. They must have been armed by the Israelis. Their handiwork had clearly been watched - closely observed - by the Israelis, by those same Israelis who were still watching us through their field-glasses.
Another armored vehicle could be heard moving behind a wall to the west - perhaps it was Phalangist, perhaps Israeli - but no one appeared. So we walked on. It was always the same. Inside the ruins of the Shatila hovels, families had retreated to their bedrooms when the militiamen came through the front door and there they lay, slumped over the beds, pushed beneath chairs, hurled over cooking pots. Many of the women here had been raped, their clothes lying across the floor, their naked bodies thrown on top of their husbands or brothers, all now dark with death.
There was another laneway deeper inside the camp where another bulldozer had left its tracks in the mud. We followed these tracks until we came to a hundred square yards of newly ploughed earth. Flies carpeted the ground and there again was that familiar, fine, sweet terrible smell. We looked at this place, all of us suspecting what was indeed the truth, that this was a hastily dug mass grave. We noticed that our shoes began to sink into the soft earth, that it had a liquid, almost watery quality to it, and we stepped back in terror towards the track….
….We walked back and forth in the camp, on each journey finding more bodies, stuffed into ditches, thrown over walls, lined up and shot. We began to recognize the corpses that we had seen before. Up there is the woman with the little girl looking over her shoulder, there is Mr Nouri again, lying in the rubbish beside the road. On one occasion, I intentionally glanced at the woman with the child because I had half expected her to have moved, to have assumed a different position. The dead were becoming real to us.
Robert Fisk da “Pity the Nation” cap.11
Il massacro dei Palestinesi nei campi di Sabra e Chatila 16-18 Settembre 1982

Sabra Shatila


Furono le mosche a farcelo capire. Erano milioni e il loro ronzio era eloquente quasi quanto l’odore. Grosse come mosconi, all’inizio ci coprirono completamente, ignare della differenza tra vivi e morti. Se stavamo fermi a scrivere, si insediavano come un esercito – a legioni – sulla superficie bianca dei nostri taccuini, sulle mani, le braccia, le facce, sempre concentrandosi intorno agli occhi e alla bocca, spostandosi da un corpo all’altro, dai molti morti ai pochi vivi, da cadavere a giornalista, con i corpicini verdi, palpitanti di eccitazione quando trovavano carne fresca sulla quale fermarsi a banchettare.
Se non ci muovevamo abbastanza velocemente, ci pungevano. Perlopiù giravano intorno alle nostre teste in una nuvola grigia, in attesa che assumessimo la generosa immobilità dei morti. Erano servizievoli quelle mosche, costituivano il nostro unico legame fisico con le vittime che ci erano intorno, ricordandoci che c’è vita anche nella morte. Qualcuno ne trae profitto. Le mosche sono imparziali. Per loro non aveva nessuna importanza che quei corpi fossero stati vittime di uno sterminio di massa. Le mosche si sarebbero comportate nello stesso modo con un qualsiasi cadavere non sepolto. Senza dubbio, doveva essere stato così anche nei caldi pomeriggi durante la Peste nera.
All’inizio non usammo la parola massacro. Parlammo molto poco perché le mosche si avventavano infallibilmente sulle nostre bocche. Per questo motivo ci tenevamo sopra un fazzoletto, poi ci coprimmo anche il naso perché le mosche si spostavano su tutta la faccia. Se a Sidone l’odore dei cadaveri era stato nauseante, il fetore di Shatila ci faceva vomitare. Lo sentivamo anche attraverso i fazzoletti più spessi. Dopo qualche minuto, anche noi cominciammo a puzzare di morto.

Erano dappertutto, nelle strade, nei vicoli, nei cortili e nelle stanze distrutte, sotto i mattoni crollati e sui cumuli di spazzatura. Gli assassini – i miliziani cristiani che Israele aveva lasciato entrare nei campi per «spazzare via i terroristi» – se n’erano appena andati. In alcuni casi il sangue a terra era ancora fresco. Dopo aver visto un centinaio di morti, smettemmo di contarli. In ogni vicolo c’erano cadaveri – donne, giovani, nonni e neonati – stesi uno accanto all’altro, in quantità assurda e terribile, dove erano stati accoltellati o uccisi con i mitra. In ogni corridoio tra le macerie trovavamo nuovi cadaveri. I pazienti di un ospedale palestinese erano scomparsi dopo che i miliziani avevano ordinato ai medici di andarsene. Dappertutto, trovavamo i segni di fosse comuni scavate in fretta. Probabilmente erano state massacrate mille persone; e poi forse altre cinquecento.
Mentre eravamo lì, davanti alle prove di quella barbarie, vedevamo gli israeliani che ci osservavano. Dalla cima di un grattacielo a ovest – il secondo palazzo del viale Camille Chamoun – li vedevamo che ci scrutavano con i loro binocoli da campo, spostandoli a destra e a sinistra sulle strade coperte di cadaveri, con le lenti che a volte brillavano al sole, mentre il loro sguardo si muoveva attraverso il campo. Loren Jenkins continuava a imprecare. Pensai che fosse il suo modo di controllare la nausea provocata da quel terribile fetore. Avevamo tutti voglia di vomitare. Stavamo respirando morte, inalando la putredine dei cadaveri ormai gonfi che ci circondavano. Jenkins capì subito che il ministro della Difesa israeliano avrebbe dovuto assumersi una parte della responsabilità di quell’orrore. «Sharon!» gridò. «Quello stronzo di Sharon! Questa è un’altra Deir Yassin.»
Sabra Shatila
Quello che trovammo nel campo palestinese di Shatila alle dieci di mattina del 18 settembre 1982 non era indescrivibile, ma sarebbe stato più facile da raccontare nella fredda prosa scientifica di un esame medico. C’erano già stati massacri in Libano, ma raramente di quelle proporzioni e mai sotto gli occhi di un esercito regolare e presumibilmente disciplinato. Nell’odio e nel panico della battaglia, in quel paese erano state uccise decine di migliaia di persone. Ma quei civili, a centinaia, erano tutti disarmati. Era stato uno sterminio di massa, un’atrocità, un episodio – con quanta facilità usavamo la parola «episodio» in Libano – che andava ben oltre quella che in altre circostanze gli israeliani avrebbero definito una strage terroristica. Era stato un crimine di guerra.
Jenkins, Tveit e io eravamo talmente sopraffatti da ciò che avevamo trovato a Shatila che all’inizio non riuscivamo neanche a renderci conto di quanto fossimo sconvolti. Bill Foley dell’Ap era venuto con noi. Mentre giravamo per le strade, l’unica cosa che riusciva a dire era «Cristo santo!». Avremmo potuto accettare di trovare le tracce di qualche omicidio, una dozzina di persone uccise nel fervore della battaglia; ma nelle case c’erano donne stese con le gonne sollevate fino alla vita e le gambe aperte, bambini con la gola squarciata, file di ragazzi ai quali avevano sparato alle spalle dopo averli allineati lungo un muro. C’erano neonati – tutti anneriti perché erano stati uccisi più di ventiquattro ore prima e i loro corpicini erano già in stato di decomposizione – gettati sui cumuli di rifiuti accanto alle scatolette delle razioni dell’esercito americano, alle attrezzature mediche israeliane e alle bottiglie di whisky vuote.

Dov’erano gli assassini? O per usare il linguaggio degli israeliani, dov’erano i «terroristi»? Mentre andavamo a Shatila avevamo visto gli israeliani in cima ai palazzi del viale Camille Chamoun, ma non avevano cercato di fermarci. In effetti, eravamo andati prima al campo di Burj al-Barajne perché qualcuno ci aveva detto che c’era stato un massacro. Tutto quello che avevamo visto era un soldato libanese che inseguiva un ladro d’auto in una strada. Fu solo mentre stavamo tornando indietro e passavamo davanti all’entrata di Shatila che Jenkins decise di fermare la macchina. «Non mi piace questa storia» disse. «Dove sono finiti tutti? Che cavolo è quest’odore?»
Appena superato l’ingresso sud del campo, c’erano alcune case a un piano circondate da muri di cemento. Avevo fatto tante interviste in quelle casupole alla fine degli anni settanta. Quando varcammo la fangosa entrata di Shatila vedemmo che tutte quelle costruzioni erano state fatte saltare in aria con la dinamite. C’erano bossoli sparsi a terra sulla strada principale. Vidi diversi candelotti di traccianti israeliani, ancora attaccati ai loro minuscoli paracadute. Nugoli di mosche aleggiavano tra le macerie, branchi di predoni che avevano annusato la vittoria.
In fondo a un vicolo sulla nostra destra, a non più di cinquanta metri dall’entrata, trovammo un cumulo di cadaveri. Erano più di una dozzina, giovani con le braccia e le gambe aggrovigliate nell’agonia della morte. A tutti avevano sparato a bruciapelo, alla guancia: la pallottola aveva portato via una striscia di carne fino all’orecchio ed era poi entrata nel cervello. Alcuni avevano cicatrici nere o rosso vivo sul lato sinistro del collo. Uno era stato castrato, i pantaloni erano strappati sul davanti e un esercito di mosche banchettava sul suo intestino dilaniato.
Avevano tutti gli occhi aperti. Il più giovane avrà avuto dodici o tredici anni. Portavano jeans e camicie colorate, assurdamente aderenti ai corpi che avevano cominciato a gonfiarsi per il caldo. Non erano stati derubati. Su un polso annerito, un orologio svizzero segnava l’ora esatta e la lancetta dei minuti girava ancora, consumando inutilmente le ultime energie rimaste sul corpo defunto.
Dall’altro lato della strada principale, risalendo un sentiero coperto di macerie, trovammo i corpi di cinque donne e parecchi bambini. Le donne erano tutte di mezza età ed erano state gettate su un cumulo di rifiuti. Una era distesa sulla schiena, con il vestito strappato e la testa di una bambina che spuntava sotto il suo corpo. La bambina aveva i capelli corti, neri e ricci, dal viso corrucciato i suoi occhi ci fissavano. Era morta.
Un’altra bambina era stesa sulla strada come una bambola gettata via, con il vestitino bianco macchiato di fango e polvere. Non avrà avuto più di tre anni. La parte posteriore della testa era stata portata via dalla pallottola che le avevano sparato al cervello. Una delle donne stringeva a sé un minuscolo neonato. La pallottola attraversandone il petto aveva ucciso anche il bambino. Qualcuno le aveva squarciato la pancia in lungo e in largo, forse per uccidere un altro bambino non ancora nato. Aveva gli occhi spalancati, il volto scuro pietrificato dall’orrore.
Tveit cercò di registrare tutto su una cassetta, parlando lentamente in norvegese e in tono impassibile. «Ho trovato altri corpi, quelli di una donna con il suo bambino. Sono morti. Ci sono altre tre donne. Sono morte…»
Di tanto in tanto, premeva il bottone della pausa e si piegava per vomitare nel fango della strada. Mentre esploravamo un vicolo, Foley, Jenkins e io sentimmo il rumore di un cingolato. «Sono ancora qui» disse Jenkins e mi fissò. Erano ancora lì. Gli assassini erano ancora nel campo. La prima preoccupazione di Foley fu che i miliziani cristiani potessero portargli via il rullino, l’unica prova – per quanto ne sapesse – di quello che era successo. Cominciò a correre lungo il vicolo.
Io e Jenkins avevamo paure più sinistre. Se gli assassini erano ancora nel campo, avrebbero voluto eliminare i testimoni piuttosto che le prove fotografiche. Vedemmo una porta di metallo marrone socchiusa; l’aprimmo e ci precipitammo nel cortile, chiudendola subito dietro di noi. Sentimmo il veicolo che si addentrava nella strada accanto, con i cingoli che sferragliavano sul cemento. Jenkins e io ci guardammo spaventati e poi capimmo che non eravamo soli. Sentimmo la presenza di un altro essere umano. Era lì vicino a noi, una bella ragazza distesa sulla schiena.
Era sdraiata lì come se stesse prendendo il sole, il sangue ancora umido le scendeva lungo la schiena. Gli assassini se n’erano appena andati. E lei era lì, con i piedi uniti, le braccia spalancate, come se avesse visto il suo salvatore. Il viso era sereno, gli occhi chiusi, era una bella donna, e intorno alla sua testa c’era una strana aureola: sopra di lei passava un filo per stendere la biancheria e pantaloni da bambino e calzini erano appesi. Altri indumenti giacevano sparsi a terra. Quando gli assassini avevano fatto irruzione, probabilmente stava ancora stendendo il bucato della sua famiglia. E quando era caduta, le mollette che teneva in mano erano finite a terra formando un piccolo cerchio di legno attorno al suo capo.
Solo il minuscolo foro che aveva sul seno e la macchia che si stava man mano allargando indicavano che fosse morta. Perfino le mosche non l’avevano ancora trovata. Pensai che Jenkins stesse pregando, ma imprecava di nuovo e borbottava «Dio santo», tra una bestemmia e l’altra. Provai tanta pena per quella donna. Forse era più facile provare pietà per una persona giovane, così innocente, una persona il cui corpo non aveva ancora cominciato a marcire. Continuavo a guardare il suo volto, il modo ordinato in cui giaceva sotto il filo da bucato, quasi aspettandomi che aprisse gli occhi da un momento all’altro….

….Sentivo le voci di Jenkins e Tveit a un centinaio di metri di distanza, dall’altra parte di una barricata coperta di terra e sabbia che era stata appena eretta da un bulldozer. Sarà stata alta più di tre metri e mi arrampicai con difficoltà su uno dei lati, con i piedi che scivolavano nel fango. Quando ormai ero arrivato quasi in cima persi l’equilibrio e per non cadere mi aggrappai a una pietra rosso scuro che sbucava dal terreno. Ma non era una pietra. Era viscida e calda e mi rimase appiccicata alla mano. Quando abbassai gli occhi vidi che mi ero attaccato a un gomito che sporgeva dalla terra, un triangolo di carne e ossa.
Sabra Shatila
Lo lasciai subito andare, inorridito, pulendomi i resti di carne morta sui pantaloni, e finii di salire in cima alla barricata barcollando. Ma l’odore era terrificante e ai miei piedi c’era un volto al quale mancava metà bocca, che mi fissava. Una pallottola o un coltello gliel’avevano portata via, quello che restava era un nido di mosche. Cercai di non guardarlo. In lontananza, vedevo Jenkins e Tveit in piedi accanto ad altri cadaveri davanti a un muro, ma non potevo chiedere aiuto perché sapevo che se avessi aperto la bocca per gridare avrei vomitato.
Salii in cima alla barricata cercando disperatamente un punto che mi consentisse di saltare dall’altra parte. Ma non appena facevo un passo, la terra mi franava sotto i piedi. L’intero cumulo di fango si muoveva e tremava sotto il mio peso come se fosse elastico e, quando guardai giù di nuovo, vidi che solo uno strato sottile di sabbia copriva altre membra e altri volti. Mi accorsi che una grossa pietra era in realtà uno stomaco. Vidi la testa di un uomo, il seno nudo di una donna, il piede di un bambino. Stavo camminando su decine di cadaveri che si muovevano sotto i miei piedi.
I corpi erano stati sepolti da qualcuno in preda al panico. Erano stati spostati con un bulldozer al lato della strada. Anzi, quando sollevai lo sguardo vidi il bulldozer – con il posto di guida vuoto – parcheggiato con aria colpevole in fondo alla strada.
Mi sforzavo invano di non camminare sulle facce che erano sotto di me. Provavamo tutti un profondo rispetto per i morti, perfino lì e in quel momento. Continuavo a dirmi che quei cadaveri mostruosi non erano miei nemici, quei morti avrebbero approvato il fatto che fossi lì, avrebbero voluto che io, Jenkins e Tveit vedessimo tutto questo, e quindi non dovevo avere paura di loro. Ma non avevo mai visto tanti cadaveri in tutta la mia vita.
Saltai giù e corsi verso Jenkins e Tveit. Suppongo che stessi piagnucolando come uno scemo perché Jenkins si girò. Sorpreso. Ma appena aprii la bocca per parlare, entrarono le mosche. Le sputai fuori. Tveit vomitava. Stava guardando quelli che sembravano sacchi davanti a un basso muro di pietra. Erano tutti allineati, giovani uomini e ragazzi, stesi a faccia in giù. Gli avevano sparato alla schiena mentre erano appoggiati al muro e giacevano lì dov’erano caduti, una scena patetica e terribile….
….Mentre eravamo lì sentimmo un uomo gridare in arabo dall’altra parte delle macerie: «Stanno tornando». Così corremmo spaventati verso la strada. A ripensarci, probabilmente era la rabbia che ci impediva di andarcene, perché ci fermammo all’ingresso del campo per guardare in faccia alcuni responsabili di quello che era successo. Dovevano essere arrivati lì con il permesso degli israeliani. Dovevano essere stati armati da loro. Chiaramente quel lavoro era stato controllato – osservato attentamente – dagli israeliani, dagli stessi soldati che guardavano noi con i binocoli da campo.
Sentimmo un altro mezzo corazzato sferragliare dietro un muro a ovest – forse erano falangisti, forse israeliani – ma non apparve nessuno. Così proseguimmo. Era sempre la stessa scena. Nelle casupole di Shatila, quando i miliziani erano entrati dalla porta, le famiglie si erano rifugiate nelle camere da letto ed erano ancora tutti lì, accasciati sui materassi, spinti sotto le sedie, scaraventati sulle pentole. Molte donne erano state violentate, i loro vestiti giacevano sul pavimento, i corpi nudi gettati su quelli dei loro mariti o fratelli, adesso tutti neri di morte.
C’era un altro vicolo in fondo al campo dove un bulldozer aveva lasciato le sue tracce sul fango. Seguimmo quelle orme fino a quando non arrivammo a un centinaio di metri quadrati di terra appena arata. Sul terreno c’era un tappeto di mosche e anche lì si sentiva il solito, leggero, terribile odore dolciastro. Vedendo quel posto, sospettammo tutti di che cosa si trattasse, una fossa comune scavata in fretta. Notammo che le nostre scarpe cominciavano ad affondare nel terreno, che sembrava liquido, quasi acquoso e tornammo indietro verso il sentiero tracciato dal bulldozer, terrorizzati….
….Camminammo in lungo e in largo per il campo, trovando ogni volta altri cadaveri, gettati nei fossi, appoggiati ai muri, allineati e uccisi a colpi di mitra. Cominciammo a riconoscere i corpi che avevamo già visto. Laggiù c’era la donna con la bambina in braccio, ecco di nuovo il signor Nuri, disteso sulla spazzatura al lato della strada. A un certo punto, guardai con attenzione la donna con la bambina perché mi sembrava quasi che si fosse mossa, che avesse assunto una posizione diversa. I morti cominciavano a diventare reali ai nostri occhi.

[Traduzione di Riccardo Gullotta]
Discolored in envy that melts in the dust, preparing the graves for the meek
Groups into groups stacked high in the street, forever the problem will sleep
Sabra and Shatila.
Victims of vengeance, reprisals so quick, bystanders calm in their wait
The costumes of Hades that empty the void, the mutters of protest too late
Sabra and Shatila.
Slowly the days erode all the shock, memories so slow to recall
The people are butchered we all stand and watch, delusions of God for us all
Sabra and Shatila

inviata da Riccardo Gullotta - 13/9/2019 - 22:35




Lingua: Italiano

Italian translation / Traduzione italiana/ / الترجمة الإيطالية / Traduction italienne / תרגום לאיטלקית/ Italiankielinen käännös:
Riccardo Gullotta
SABRA E SHATILA

Lividi d'invidia smorzata nella polvere, mentre preparano le tombe per i mansueti
ammucchiati a gruppi nell strada, il dilemma sarà lettera morta per sempre
Sabra e Shatila.
Vittime della vendetta, rappresaglie davvero rapide, astanti rassegnati nell'attesa
Controfigure di Ade che svuotano il vuoto, brusii di protesta fuori tempo
Sabra e Shatila.
A poco a poco i giorni consumano tutto lo shock, la memoria dei ricordi gira al rallentatore
Le persone vengono massacrate, noi tutti stiamo in piedi e guardiamo, Dio è deluso di noi tutti
Sabra e Shatila

inviata da Riccardo Gullotta - 13/9/2019 - 22:38




Lingua: Francese

Traduction française / Traduzione francese / الترجمة الفرنسية / French translation / תרגום לצרפתית / Ranskankielinen käännös:
Riccardo Gullotta
SABRA ET SHATILA

Pâlis d’envie qui s’écoule dans la poussière, faisant les tombes pour les doux
empilés haut en groupes dans la rue, le problème va se plonger dans le sommeil éternel
Sabra et Shatila.
Victimes de vengeance, représailles si rapides, spectateurs calmes dans l'attente
Les reflets d'Hadès qui vident le vide, les murmures de protestation hors du temps
Sabra et Shatila.
Lentement les jours rongent tout le choc, la mémoire ralentit ses souvenirs
Les gens sont massacrés, nous nous tenons tous debout et regardons, Dieu est déçu de nous tous
Sabra et Chatila

inviata da Riccardo Gullotta - 13/9/2019 - 22:40




Lingua: Siciliano

Virsioni siciliana / Versione siciliana / نسخة صقلية / Sicilian version / Version sicilienne / גרסה סיציליאנית / Sisiliankielinen versio:
Riccardo Gullotta / ريكاردو جولوتا / ריקרדו גולוטה
SABRA E SCIATILA

Giarnazzi di miria ca s’ammisca cu lu sterru, appruntanu li balati pi li manzi
Accatastati a munzeḍḍa 'nte la strata, lu fastidiu si liva d’intornu ppi sempri
Ahi...Sabra e Sciatila…

Vittimi di la minnitta , ritursioni lesti, astanti sorisori 'nte ḍḍa longa curdeḍḍa
Pupi di lu 'nfernu nivuru c’arricampanu lu nenti, runguli di lamentu tardivu
Ahi...Sabra e Sciatila…

Legiuleggiu li jorna 'ncirunu u ziḍḍu, li riorduti si fanu luntani luntani
Scannanu li genti e niatri stamu aḍḍitta e taliamu, lu Signuri je scunsulatu di niatri tutti
Ahi...Sabra e Sciatila…

inviata da Riccardo Gullotta - 14/9/2019 - 15:57



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