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ואלס עם באשיר [Haunted Ocean]

Max Richter
Lingua: Strumentale

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Valzer con bachir. Haunted Ocean
Il brano in esame fa parte della colonna sonora di Valzer con Bashir. Consiste di quattro parti:

OST 03. Haunted Ocean, Pt. 1


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[2008]
Film / סרט / فيلم /Movie / Film / Elokuva :
Ari Folman / ארי פולמן
Valzer con Bashir / ואלס עם באשיר / فالس مع بشير / / Waltz with Bashir / Valse avec Bachir
Musica / מוזיק / موسيقى / Music / Musique / Sävel :
Max Richter

Haunted Ocean


Quello di Max Richter era il genere di musica che Ari Folman , regista e sceneggiatore di “Valzer con Bashir”, cercava con una precisa idea in mente: un mix di musica classica ed elettronica che desse il senso dell’opposizione alla violenza della guerra in un’atmosfera di enigma e smarrimento. Max Richter aveva già pubblicato tre anni prima il suo album Blue Notebooks; ad esso attinse per elaborare gran parte della colonna sonora del film.
“Valzer con Bashir” ha avuto molti riconoscimenti in varie rassegne cinematografiche, ha vinto il Golden Globe Awards come migliore film straniero del 2008.
Il regista è nato da genitori ebrei sopravvissuti all’Olocausto del ghetto di Lodz. Ha avuto un’esperienza diretta, non ancora ventenne, da ufficiale della brigata di fanteria Golani, unità di élite pluridecorata dell’esercito israeliano alla quale fu affidato parte dell’intervento in Libano nell’estate del 1982 (Operazione Pace in Galilea o 1^ Guerra del Libano). Dopo le battaglie di Ein al-Hilweh e Kfar Sil i fanti della Golani parteciparono all’assedio di Beirut e al blocco dei campi di Sabra e Shatila nei giorni dell’eccidio.

Sorge spontaneo l’accostamento con un altro film contemporaneo , mai distribuito nelle sale in Italia dopo avere vinto il Leone d’Argento per la migliore regia nel 2007,”Redacted“ di Brian De Palma. Entrambi affrontano temi inquietanti e scomodi, gli orrori e i crimini di guerra, senza dare risposte ma generando domande sempre più incalzanti con l’evolversi del dibattito. Gli approcci sono diversi. De Palma si affida al mockumentary, Folman sceglie l’animazione . De Palma è un maestro del linguaggio filmico, vuole farci vedere sino a che punto il linguaggio delle immagini può falsare la realtà varcando la soglia attraverso cui essa si trova sostituita da parte degli stessi protagonisti che non se ne rendono neppure conto.
Folman non sceglie l’animazione per fare un’operazione critica del linguaggio, ha ben altre urgenze , in primis di dare al racconto una dimensione surreale, un altro-da-sé funzionale al ritmo e alle “conclusioni”. Il film di De Palma buca lo schermo attraverso il linguaggio che divora sé stesso, quello di Folman dà la sensazione di volere restare nello schermo, tenta di frapporre un diaframma mediante un linguaggio che alla fine è costretto a interrompersi. Due semiotiche che hanno poco o nulla in comune.

La materia trattata non poteva non sollevare opinioni discordanti dato che tocca non soltanto temi esistenziali che non possono non disturbare le coscienze ma anche nodi sempre attuali in ordine a interessi strategici contrapposti. Il film fu proiettato anche a Beirut nel 2009 per un pubblico selezionato. Queste le impressioni dello stesso Folman dopo l’evento: ” Ho ricevuto e-mail da palestinesi che vivono in Europa e ho partecipato a proiezioni in Europa che sono state inondate di palestinesi. Alcuni di loro sono venuti letteralmente dai campi. Penso che sia uno dei grandi successi del film. Le risposte arabe al film sono state contrastanti. Per molti era la prima volta che vedevano i soldati israeliani sotto una luce più personale. Altri hanno criticato il film, dicendo che non si è assunto abbastanza responsabilità per la parte di Israele nel massacro”.

Ecco un'intervista a Folman che aiuta a capire il suo punto di vista.


Intervista a Folman

D- Il film sembra essere espressione evidente di un suo trauma, quello di un ex soldato che aveva rimosso l'orrore del massacro, che aveva bisogno di essere elaborato. Realizzare quest'opera l'aiutata in qualche modo?
R- Ogni anno devi prestare servizio per due settimane e io volevo essere esentato e concludere quest'obbligo ai quarant'anni. Mi hanno chiesto perciò di vedere uno psicoterapeuta per essere esonerato. A lui ho cominciato a raccontare la mia storia di soldato fin nei dettagli e ho scoperto che c'erano dei buchi neri nella mia esperienza….
Grazie alla realizzazione di questo film sono tornato in pace con me stesso, è stato un viaggio personale molto importante per me e ora di fronte alla stessa foto saprei senz'altro riconoscermi

D- Il suo è probabilmente il primo film israeliano a raccontare l'esperienza dei reduci della guerra del Libano. Com'è stato accolto nel suo paese?
R- Israele è molto tollerante con gli intellettuali e gli artisti e il governo ha sostenuto il mio film perché in esso viene detto che i soldati israeliani non hanno partecipato attivamente al massacro di Sabra e Shatila, in quanto i veri responsabili sono stati i falangisti cristiani. Alcuni mi hanno criticato dicendo che non consideravo gli altri punti di vista sulla vicenda, che raccontavo solo la storia vista dalla nostra parte. Credo che, in termini ideologici, non sia mia responsabilità raccontare le storie degli altri. Spetterà a loro dirci come sono andate le cose dal loro punto di vista e spero che questo avvenga, perché desidero confrontarmi anche con la loro versione. Sarebbe però ipocrita per me, come regista e come ex soldato israeliano, superare il confine e raccontare anche la loro versione dei fatti.

D- Come mai nel finale ha scelto di interrompere l'animazione per ricorrere a immagini reali che testimoniano la tragedia della guerra?
R- E' stata una decisione artistica. Volevo evitare che anche solo una persona uscisse dalla sala pensando "Bel film, bella animazione, belle musiche" senza capire la reale portata di quello che aveva appena visto. Quei quindici secondi finali contestualizzano il film, lo mettono nella giusta prospettiva. La storia racconta di più di tremila persone, in particolare donne, bambini e anziani, che sono stati massacrati e voglio che le persone ne vengano a conoscenza. Se anche poche di loro, una volta tornate a casa, andranno su Google per cercare informazioni sulla vicenda, avrò raggiunto il mio obiettivo.”


Sin qui Folman, che era logico e doveroso ascoltare. Vediamo le recensioni su alcuni organi di stampa autorevoli

New York Times del 25/12/2008 Inside a Veteran’s Nightmare

“…Sono immagini altamente personali, raccolte da ricordi dichiaratamente inaffidabili, ma è proprio la loro soggettività che li rende così vividi e autentici. "Valzer con Bashir" non è, e non potrebbe essere, il resoconto definitivo della guerra in Libano o dei massacri di Sabra e Shatila. Invece è un collage e una inchiesta. " Non può un film essere terapeutico?", gli chiede uno degli amici di Folman all'inizio del film, e in un certo senso tutto ciò che segue è un tentativo di rispondere a questa domanda e di sviscerare la premessa. Dipende da che cosa si intende per terapia e da chi la sta subendo”.


The Independent del 21/11/2008

“C'è un'aria di minaccia indefinibile, ma il significato esatto dell'immagine non è chiaro. È in sintonia con l'esperienza allucinatoria del conflitto stesso - di giovani terrorizzati che sparano nell'oscurità, di carri armati che rotolano attraverso una necropoli in frantumi, di una battaglia di armi da fuoco combattuta contro i cecchini nascosti nelle finestre dei grattacieli e la vista di un soldato che schiva il fuoco, simile a un valzer, di fronte a un gigantesco poster di Bashir Gemayel, il leader falangista cristiano…. Ed ecco il nodo morale: Beirut era sotto il controllo israeliano, ma non è stato fatto alcun tentativo per fermare il massacro. Le interviste dei giornalisti della TV con i soldati si astengono dall’ incolpare il governo israeliano, e una domanda enorme rimane lasciata a se stessa.
"Valzer con Bashir" pone al pubblico una seria sfida interpretativa. Folman sottolinea la natura scivolosa e inaffidabile della memoria, ma è davvero un modo per evitare la propria responsabilità? Prima pensavo che lo fosse, e per un lungo tratto del film emerge più simpatia per i soldati israeliani traumatizzati che per i civili massacrati dei campi di Sabra e Shatila. Ma poi si pensa ancora a quei cani feroci bavosi dell'inizio: l'immagine vuole significare una confessione di complicità? E quando, negli ultimi minuti, il film passa dall'animazione al filmato reale di notizie sui morti palestinesi, ci si chiede perché Folman includa immagini così emotive se non fossero in qualche modo sollecitate dalla coscienza.
Tanto per complicare la questione, l'attuale governo israeliano ha accolto con entusiasmo "Valzer con Bashir", il che suggerisce che Folman ha compiuto un sotterfugio davvero notevole. Ma la prova più persuasiva è che il film sia stato realizzato tout court - è una meditazione fortemente ambigua sulla rimozione personale e collettiva.”


Haaretz del 19/2/2009. Recensione di Gideon Levy

“ Un primo Oscar israeliano? Perchè no?
Tuttavia, va anche notato che il film è esasperante, inquietante, scandaloso e ingannevole. Merita un Oscar per le illustrazioni e l'animazione, ma riprovazione per il suo messaggio. Non è un caso che quando ha vinto il Golden Globe, Folman non ha nemmeno menzionato la guerra a Gaza, che stava imperversando quando ha accettato il prestigioso premio. Le immagini che uscivano da Gaza quel giorno assomigliavano notevolmente a quelle del film di Folman. Ma è rimasto in silenzio. Quindi, prima di cantare le lodi di Folman, che ovviamente saranno una lode per tutti noi, faremmo bene a ricordare che questo non è un film contro la guerra, né un’opera critica su Israele come guerrafondaio e occupante. È un atto fraudolento e ingannevole, mirato a permetterci di darci una pacca sulla spalla, di dire a noi e al mondo quanto siamo adorabili.
Hollywood sarà estasiata, l'Europa farà il tifo e il Ministero degli Esteri israeliano invierà il film e i suoi realizzatori in tutto il mondo per mostrare il lato positivo del Paese. Ma la verità è che è propaganda. Fatta con stile, sottile, di talento e buon gusto, ma propaganda. Un nuovo ambasciatore della cultura si unirà ora ad Amos Oz e ad A.B. Yehoshua, e anche lui sarà considerato meravigliosamente illuminato - così diverso dai soldati assetati di sangue ai posti di blocco, dai piloti che bombardano i quartieri residenziali, dagli artiglieri che bombardano donne e bambini, e dai genieri che distruggono le strade. Ecco invece l'immagine opposta. Per di più animato. Di un Israele illuminato e bello, angosciato e moralista, che danza un valzer, con e senza Bashir. Perché avere bisogno di propagandisti, ufficiali, commentatori e portavoce che trasmettano "informazioni"? Abbiamo questo valzer.
Il valzer poggia su due basi ideologiche. Uno è la sindrome "abbiamo sparato e abbiamo pianto": Oh, come abbiamo pianto!, eppure le nostre mani non hanno versato questo sangue. Aggiungete a questo un pizzico di memorie dell'Olocausto, senza i quali non esiste una vera autoconservazione per Israele. E un tantino di vittimizzazione - un altro ingrediente assolutamente essenziale nel discorso pubblico qui - ed ecco! Hai il ritratto ingannevole di Israele 2008, in parole e immagini.
Folman prese parte alla guerra in Libano del 1982 e due dozzine di anni dopo si ricordò di girare un film al riguardo. È tormentato. Torna dai suoi compagni d'armi, tracanna whisky in un bar con uno, fuma erba in Olanda con un altro, sveglia il suo amico terapista all’alba e si sottopone ad un'altra seduta dal suo psicanalista per liberarsi finalmente dall'incubo che lo perseguita. E l'incubo è sempre nostro, solo nostro.
È molto conveniente girare un film sulla prima, ora remota, guerra del Libano: abbiamo già mandato uno di questi, "Beaufort", al concorso per l’Oscar. Ed è ancora più conveniente concentrarsi in particolare su Sabra e Chatila, i campi profughi di Beirut.
Anche molto tempo fa, dopo l'enorme protesta contro il massacro perpetrato in quei campi, c'era sempre la dichiarazione che, nonostante tutto - inclusa la luce verde data al nostro lacchè, la Falange, per eseguire il massacro, e incluso il fatto che tutto ciò è avvenuto nel territorio occupato da Israele - le mani crudeli e brutali che hanno versato sangue non sono le nostre mani. Alziamo la voce in segno di protesta contro tutti i tipi selvaggi alla Bashir che abbiamo conosciuto. E sì, anche un po’contro di noi, per aver chiuso gli occhi, forse anche in segno di incoraggiamento. Ma no: quel sangue, non siamo noi. Sono loro, non noi.
Non abbiamo ancora fatto un film sull'altro sangue, che abbiamo versato e continuiamo a fare scorrere, da Jenin a Rafah - certamente non un film che arriverà agli Oscar. E non per caso….”

L’articolo prosegue con altre considerazioni interessanti ancora più specifiche, ma ci fermiamo qui per non smarrire il senso della misura.

Soltanto un’ultima considerazione, personale. In tanti siamo dilaniati dall’incancrenimento del conflitto israelo-palestinese , dal suo avvitamento in una situazione che sembra senza uscita. Avverto il peso delle contraddizioni .Ho sempre apprezzato e guardato con ammirazione alla cultura ebraica nei millenni, al suo “secolarismo” a cui è seguito l’orrore dell’Olocausto. Nello stesso tempo non posso ignorare le sofferenze inflitte ad un popolo sempre più deprivato e confinato in condizioni subumane.
Ma forse qualche filo di speranza rimane sinché esisteranno i Gideon Levy , i Barenboim, i Peace now e, perché no?, anche i Folman ( in crisi di coscienza o anello di una eterogenesi dei fini che siano).




inviata da Riccardo Gullotta - 30/8/2019 - 20:46


segnalazione tecnica
Non riesco a porre a sinistra il testo ebraico rispetto a quello arabo.Stessa cosa é avvenuta per il precedente Boaz and the dogs.
Potete rimediare oppure é una mia pignoleria ?
salutoni
Riccardo Gullotta

30/8/2019 - 20:49



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