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Crachat

Gilles Servat
Lingua: Francese

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[1974]
Parole e musica / Paroles et musique / Lyrics and music / Sanat ja sävel: Gilles Servat
Album / Pladenn / Albumi: L'Hirondelle

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Esistono due concetti antitetici di globalizzazione. Se ne è imposto uno, che è una globalizzazione di mercato, di soldi, di interessi, di repressione, di sterminio fisico e culturale, di obnubilazione tecnologica delle menti, di razzismo istituzionalizzato; la sua lingua è l'inglese. Attenzione: non l'inglese, o meglio le innumerevoli varietà dell'inglese, legato a storie, a culture, a idee, a utopie e a umanità specifiche e uniche, ma una sorta di Newspeak orwelliana veicolo di servitù standardizzata e vuota, e finalizzato esclusivamente al profitto. L'altro concetto ha perso, o quantomeno vive una vita grama. La coscienza di essere tutti sul medesimo pianeta, assieme a tutti gli esseri viventi e non viventi che lo abitano, con le nostre mille, mille, mille e ancora mille diversità che sono il nostro tesoro, e che stiamo ovviamente uccidendo, sconciando, saccheggiando. Ne fanno le spese, ovviamente, anche le lingue. La biodiversità di ogni tipo è oggetto di sterminio. Così voleva ricordare Gilles Servat nell'oramai lontano 1974, con questo testo (una introduzione in prosa e una poesia) su uno sfondo musicale “progressive” che ricorda vagamente le atmosfere sonore di Atom Heart Mother dei Pink Floyd. All'interno delle varie entità “statali” esiste l'idioma dominante, standardizzato,”imperiale” come lo chiama Gilles Servat, che schiaccia ogni altro idioma nel territorio di dominio locale, così come l'inglese agisce da schiacciasassi a livello planetario. La resistenza di ogni altro idioma viene così eliminata “a matrioska”, a strati. Gilles Servat parla del bretone, ma ciò che dice vale per ogni altro idioma, per ogni altra biodiversità di qualsiasi genere. Biodiversità che, con un subdolo artificio psicologico e culturale, viene non di rado, e specialmente negli ultimi tempi, presentata come “reazionaria”, localistica, fautrice delle “piccole patrie”, in ambito italiano si potrebbe dire “leghista”. Per questo ritengo cosí importante il discorso portato avanti nella Bretagna degli anni '70: si rivolgeva al mondo e all'universalità in bretone, o quantomeno parlandone, forzatamente nella lingua dominante. Quando tutti noi parleremo, o meglio saremo muti, in quella specie di “inglese” nel quale ci dicono di “comunicare” senza in realtà comunicare altro che il nostro vuoto pneumatico oramai generalizzato, sarà troppo tardi. [RV]

La langue bretonne est en voie de disparition comme les tigres et les baleines. Ils disparaissent dépecés et on ne dépèce que par intérêt d'argent. Les parents qui n'apprennent plus le breton à leurs enfants sont comme l'hirondelle dont les œufs stériles n'éclosent plus. La transmission de la langue bretonne n'est pas stérilisée par les pesticides mais par la francophonie standard et impériale. Le breton est une langue de cendre, c'est aussi une langue phénix qui renaît sans cesse d'un meurtre de 500 ans.

C'est la braise d'un feu qu'on s'acharne à éteindre
Sous la couverture étouffante d'une culture truquée.
C'est un arbre quand même au milieu du béton.
C'est la folle avoine au milieu des épis bien rangés.
C'est le luxe magnifique des pauvres gens méprisés.
C'est un pet tonitruant dans l'esthétisme douçâtre de la castration officielle.
C'est un crachat dans la gueule des bourreaux.
C'est un poème de Lorca dans la gueule de Franco.

inviata da Riccardo Venturi - 23/11/2018 - 11:04



Lingua: Italiano

Traduzione italiana / Traduction italienne / Italian translation / Italiankielinen käännös:
Riccardo Venturi, 23-11-2018 11:06
SPUTO

La lingua bretone sta scomparendo, come le tigri e le balene. Scompaiono fatte a pezzi, e non si fa a pezzi altro che per interesse di denaro. I genitori che non insegnano più il bretone ai loro figli sono come la rondine le cui uova sterili non si schiudono più. La trasmissione della lingua bretone non è resa sterile dai pesticidi, ma dalla francofonia standard e imperiale. Il bretone è una lingua di cenere, ed è anche una lingua fenice che rinasce senza sosta da un'assassinio di cinquecento anni.

È la brace d'un fuoco che ci si accanisce a spegnere
Sotto la copertura soffocante di una cultura falsa.
È un albero, anche se in mezzo al cemento.
È l'avena impazzita tra le spighe ben ordinate.
È il magnifico lusso della povera gente disprezzata.
È una scoreggia tonante nell'estetismo dolciastro della castrazione ufficiale.
È uno sputo tirato in bocca ai boia.
È una poesia di Lorca tirata in bocca a Franco.

23/11/2018 - 11:06


Infatti quello di Servat non era un problema personale, si trattava dela distruzione di una cultura, di una comunità, di una lingua.Il bretone lui non lo aveva mai parlato, non lo conosceva e giorno dopo giorno gli stava sparendo davanti agli occhi, irriso nei bar e nelle scuole e calpestato con precisa e implacabile volontà dalle suole dell'educazione francese. Lui si riconobbe il questa lingua, nel suo modo di approciarsi alla realtà e, con una specie di rispetto lontano, non smetterà mai di farlo. Ci si rende ben conto di ciò già nel suo disco d'esordio nel 1972, nel passaggio più tenero e malinconico della "leucémie bretonne" quando dice"....la mia lingua, mamma, pietà per lei, ogni parola bretone pronunciata singhiozza di miserere..." Servat ha compreso immediatamente la dimensione universale della repressione a cui accenna Riccardo qui sopra: cancro del sangue o delle coscienze? "...Ecco la leucemia bretone, il padre che muore solo nel Far-West, il figlio emarginato periferia Nord-Est, proletario ricalcato....ecco la leucemia bretone e la menzogna che ci assonna, beatifica i nostri assassini, il padre Maunoir diventato santo e Duguesclin il nostro grand'uomo e la nostra lingua nella pattumiera....ecco la leucemia bretone, la disperazione e la tristezza quando la notte spegne la giovinezza di questo paese che si spolmona, il cimitero degli innocenti si estende da Ancenis a Ouessant....ecco la collera bretone, la collera e la speranza mescolate....ecco il giorno dei pugni alzati, buone notizie ai Bretoni e maledizione rossa ai Francesi..."

Flavio Poltronieri

Flavio Poltronieri - 23/11/2018 - 11:49



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