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Chanson de François Quenechou

Gilles Servat
Language: French

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Erika, Erika
(Gilles Servat)
Planedenn
(Alan Stivell)
Tous les oiseaux du désespoir
(Anne Vanderlove)


[1975]
Parole e musica / Paroles et musique / Lyrics and music / Sanat ja sävel: Gilles Servat
Album: La Liberté qui brille dans la nuit
Altra interpretazione / Autre interprétation / Also performed by /Laulun teki myös: Anne Vanderlove
Album: La Sirène, 1978

servlib


Una breve notizia letta sul giornale Le peuple Breton: un anziano bracciante agricolo, François Quenechou, ritrovato morto di fame e di freddo in un campo nella piana della Beauce, una gelida mattina d'inverno. Su questa notizia, e sulle scarne notizie lette su quel pover'uomo crepato di stenti e solo come un cane, Gilles Servat costruì nel 1975 la Chanson de François Quenechou, un'emozionante ballata di esilio, solitudine e miseria. Il brano, inserito nell'album La Liberté brille dans la nuit, è una vera e propria requisitoria orchestrata su vari strumenti, in modo da evocare lo screpolarsi del ghiaccio e la caduta inesorabile della neve; è considerato, a ragione, tra i pezzi migliori di Gilles Servat; tre anni dopo fu ripreso anche da Anne Vanderlove (con il titolo La ballade de François Quenechou, nell'album La Sirène), che ne diede, se possibile, un'intepretazione ancor più bella.

Una vita di esilio e miseria, una fra le tante in una società che ne conta, di simili, a migliaia. Sembra essere il destino, il Planedenn di Yann-Ber Piriou che descrive la sorte dei contadini bretoni costretti a servire la Francia durante le ultime guerre: una vita tra eserciti, conflitti, guerre, povertà, emigrazione, con un ritorno impossibile alla terra natale e la vita che finisce nel gelo e nella miseria, a fare un lavoro da fame. E quel che viene a mente adesso è, purtroppo, fin troppo chiaro. Basta fare delle semplici sostituzioni, che so io, la piana della Beauce con la Capitanata o il Tavoliere, il bracciante bretone François Quenechou con la bracciante Paola Clemente o con uno qualsiasi degli immigrati morti di stenti e di fame a raccogliere pomodori. A tutti dovrebbe essere dedicata questa ballata di un planedenn infame e di un'oppressione che offende la sacralità della vita umana.

Una “Pauvre Martin”, se si vuole, ancor più ricca di empatia e di rabbia, che ripercorre una vita umana terminata nell'abbandono e nella miseria; non a caso, forse, le due canzoni si trovano assieme nel disco n° 8 di “Contestations”, una capitale raccolta di canzoni di protesta uscita in nove volumi presso la casa discografica Forum nel 1978. [RV]
Son front bleu et glacé sous les flocons s'efface
C'est la neige qui tombe et blanchit les surfaces
Dans le silence lent qui s'étend dans l'espace
Monte, des flaques d'eau, le craquement des glaces

Le craquement des glaces, berceuse de François
Dans le ventre la faim ; au cœur le désarroi
Sous l'abri dérisoire bâti contre le froid
Bâti par désespoir avec des bouts de bois

Avec des bouts de bois qu'il avait ramassés
Pour cacher par pudeur la mort d'un délaissé
Sous le fragile écran de branches entrelacées
Que machinalement ses mains avaient dressé

Ses mains avaient dressé pour avoir une trêve
Le temps pour que sa vie avec la nuit s'achève
Le temps que l'air glacé lui laisse au moins un rêve
Quelques secondes lentes, quelques images brèves

Quelques images brèves des années passées
Le clairon des conscrits, le départ pour l'armée
L'ivresse dans le vin et du tabac roulé
Les boucles parfumées des filles rencontrées

Des filles rencontrées avec des bouches folles
Des mots de son enfance, à son cou le symbole
Des élèves en vacances, la cour de son école
Les tournants de saison d'ouvrier agricole

D'ouvrier agricole dans la plaine impassible
Dans cette Beauce plate, étendue insensible
La misère, isolé, le retour impossible
Enfin la mort ici, la mort simple et paisible

Simple et paisible comme un baiser éphémère
Comme l'image calme apparue la dernière
Un visage d'amour, le regard de sa mère
Si beau, si doux, si clair, pâle comme la lumière

Comme la lumière de l'aube sur ses pauvres cheveux
Au matin, il gisait glacé comme les cieux
Le givre dur se cristallisait dans ses yeux
Les flocons non fondus posés sur son front bleu

Contributed by Riccardo Venturi - 2018/11/19 - 19:42




Language: Italian

Traduzione italiana / Traductione italienne / Italian translation / Italiankielinen käännös:
Riccardo Venturi, 19 - 11- 2018 19:52


Anne Vanderlove, "La Sirène", 1978
CANZONE PER FRANÇOIS QUENECHOU

La sua fronte livida e gelata scompare sotto i fiocchi,
È la neve che cade e che imbianca i terreni.
Nel silenzio che, lento, si estende nello spazio
Sale dalle pozzanghere lo scricchiolio dei ghiacci

Lo scricchiolio dei ghiacci, ninna nanna per François
Nel ventre della fame; con lo sgomento in cuore
Nel riparo ridicolo costruito contro il freddo,
Costruito per disperazione con pezzi di legno

Con pezzi di legno raccolti per celare
A cagion di pudore la morte d'un derelitto
Sotto la fragile cortina di rami intrecciati
Tirata su dalle sue mani, con gesti automatici

Tirata su dalle sue mani per avere una tregua,
Per dar tempo alla sua vita di finir con la notte
Ed all'aria gelata di lasciargli almeno un sogno,
Qualche secondo lento, qualche immagine breve

Qualche immagine breve degli anni del passato,
La chiamata di leva, la partenza per il militare,
L'ebbrezza nel vino e tabacco rollato,
I ricci profumati di ragazze incontrate

Di ragazze con bocche da fare impazzire,
Delle parole della sua infanzia con il symbole [1] al collo,
Degli alunni in vacanza, del cortile di scuola,
Dei cambi di stagione di bracciante agricolo

Di bracciante agricolo nella piana impassibile,
In questa Beauce piatta, distesa insensibile
Miseria, isolamento, il ritorno impossibile
E infine qui la morte, semplice e tranquilla

Semplice e tranquilla come il bacio d'un minuto,
Come l'immagine calma apparsa alla fine,
Un volto amorevole, lo sguardo di sua madre,
Cosí bello e dolce, e chiaro, pallido come la luce

Come la luce dell'alba sui suoi poveri capelli
Al mattino giaceva gelido come il cielo,
La brina s'induriva, rappresa nei suoi occhi,
La neve fresca si posava sulla sua fronte livida.
[1] A tale riguardo si veda la precisazione di Flavio Poltronieri. Si veda anche questo articolo di fr.wikipedia.

2018/11/19 - 19:53




Language: English

English reworking / Riscrittura inglese / Traduction anglaise (plutôt, une ré-écriture) / Englanninkielinen käännos, tai uudelleenkirjoittaminen:
Riccardo Venturi, 19-11-2018 21:40
(The version may be singable)

A short news once read in the newspaper Le peuple Breton: an elderly farmhand laborer, François Quenechou, was found dead of hunger and cold in a field in the Beauce plain , one cold winter morning. On this news, and on the scant news read about that poor man who had died of hardships in complete destitution, Gilles Servat built in 1975 this Ballad of François Quenechou, a moving song of exile, loneliness and poverty. The song, included in the album La Liberté brille dans la nuit (“Freedom shines in the night”), is a true song of public indictment set to various instruments so as to evoke the cracking of ice and the inexorable snowfalling; it is rightly considered among Gilles Servat's best pieces. Three years later, the song was also performed by Anne Vanderlove (under the title La ballade de François Quenechou, in the album La Sirène); if possible, Anne Vanderlove's performance is still more touching.

A "Pauvre Martin", if you want, even richer in empathy and anger, tracing a human life ended up in loneliness, destitution and poverty; no coincidence, perhaps, the two songs are found together in the nr 8 disc of "Contestations", a capital collection of protest songs released in nine volumes by the record company Forum in 1978. [RV]
BALLAD OF FRANÇOIS QUENECHOU

His forehead, blue with frost, disappears in the snow,
Under the flakes covering all surfaces in white,
In the slow moving silence that extends into space
You can hear from the puddles the cracking of ice.

The cracking of ice as a lullaby for François,
With his hunger inside, with dispair in his heart,
Under a paltry shelter built against bitter cold,
Made in despair with some pieces of wood.

With some pieces of wood he had picked up
To hide with discretion the death of an outcast
Under the fragile screen of some dead branches
He had twisted like a robot with his own hands.

Twisted with his own hands to get some truce,
To give his life the time to end up with the night,
So that the chilly air leaves him one last dream,
Some slow moments to see brief images again.

To see again brief images out of all his years past,
The draft call of the recruits leaving for war,
To see himself rolling cigarettes dead drunk with wine,
To see the sweet smelling curls of the girls he had met

Of the girls he had met, with their fabulous lips,
Of the words of his childhood, the symbole[1] 'round his neck
His schoolboy holidays and the school courtyard,
The seasons changing along with his farmhand work.

His farmhand work in the unmoved plain,
In this flat and so indifferent Beauce plain,
Poverty, loneliness, an impossible comeback,
All this ending up there in calm and simple death.

In calm and simple death, like a light fleeting kiss,
Like the sweet image he saw last in his eyes,
A loving face, the look of his mother so fine,
So sweet and tender, so clear, pale as light.

So clear and pale as dawn light on his poor hair,
In the morning he lay frozen like the sky,
The hard frost, like crystal, all spread on his eyes
The snowflakes not yet melted on his blue forehead.

2018/11/19 - 21:42


Siccome la canzone mi emozionò non poco all'epoca, ricordo che fu una delle prime di Gilles che tradussi, anche per l'irresistibile linea melodica e la terrificante sintonia tra la parte musicale e quella testuale. Oserei affermare addirittura che nessun'altra del suo vasto repertorio riesce come questa a comunicare la sensazione angosciosa di una fine ineluttabile che arriva. La sua scrittura deve molto alla pittura, come parecchie altre canzoni del periodo. Non è un testo ascrivibile ad una situazione localizzata, come ha affermato Ricccardo, ma aggiungo io, nemmeno la sua musica lo è: la mano di Michel Devy ha contribuito in modo fondamentale con il suo arrangiamento: questi suoni da sitar allucinato nel dialogo che li lega all'arpa di Marielle Normann, sono quanto di più lontano possa esserci dalla musica tradizionale, avvicinandosi piuttosto alla contemporaea (fatto decisamente insolito per Servat, sia prima che dopo). Il disco all'epoca era pressochè introvabile e fu Gilles stesso a donarmene una copia, come racconto nel mio contributo a "An eostig toullbac’het". Per quelli che sono gli appunti che trascrissi allora, la notizia apparve su "Ouest-France" del 15 dicembre 1973 ed era questa: "A Chartres, M. Francois Quenechou, nato il 14 marzo 1910 a Carnoet, nella costa del Nord, operaio agricolo senza lavoro, che viveva in miseria, aveva risolto il problema di alloggiamento costruendosi un precario rifugio formato unicamente di rami su un pezzo di terra abbandonato in prossimità dell'ospizio di Saint-Brice. Nella notte tra martedi e il mercoledi passato, lo sventurato, anche a causa della denutrizione, è morto di freddo nella sua scomoda capanna."

Flavio Poltronieri

Flavio Poltronieri - 2018/11/20 - 12:24


Ovviamente speravo, anzi speravo parecchio, in un intervento da parte tua, Flavio. Immaginavo, e a ragione, che tu ne sapessi infinitamente più di me su questa canzone che ritengo straordinaria (anche nell'interpretazione della Vanderlove). Di questo ti ringrazio in modo enorme, cosí come mi entusiasma il fatto di avere ricevuto ben tre "c" e di essere finalmente diventato "Ricccardo", un vecchio sogno che si avvera. Mi chiedo se, a questo punto, tu non abbia sottomano il testo di "Chili TT", che non si trova, e che sta nel medesimo album; cosí come mi piacerebbe vedere la tua traduzione di questa canzone, che in italiano ho tradotto un po' "a mo' di servizio". Mi è venuta infinitamente meglio la traduzione inglese. Saluti cari e un abbraccio.

Ricccardo Venturi, quello con tre "c" - 2018/11/20 - 14:05


Caro Riccardo 3C, non voglio meriti non miei, rinuncio ai diritti d'autore sul nuovo epiteto. Ho terminato a casa l'intervento iniziato su un treno, devi evidentemente ringraziare la strada ferrata italiana che corre nella pianura padana e i suoi sobbalzi per l'errore ortografico.

Mi stupisce la tua richiesta perchè sai che ho scritto "Koroll Ar C'hleze" a metà anni '80 che conteneva centinaia di testi bretoni antichi e contemporanei tradotti e che al suo interno contemplava pure il canzoniere completo di Servat. Quelli che non possedevo me li fornì lui medesimo in fotocopie dattiloscritte con talvolta annotazioni di suo pugno. Era un secolo fa. Quello di Chili T.T però l'avevo trascritto assieme alla mia donna di allora M.P. Non riesco ora a ricopiare originale e traduzione, parola per parola, potrei farti una foto con il cellulare e inviartela ma tu non hai WhatsApp....mandami sul telefonino un messaggio con le istruzioni del caso (colgo l'occasione anche per ribadirti il mio interesse per Carlo Ferrari canta Brassens in cremonese" che non ho da te mai più ricevuto!)

Ho visto che nella tua traduzione, alle righe "Con addosso il simbolo dei mali della sua infanzia, degli alunni in vacanza, del cortile di scuola" non hai messo una postilla. Jésus-ma-Doué, davvero credi che tutti le sappiano interpretare correttamente?!

A wir galon.

Flavio Poltronieri

Flavio Poltronieri - 2018/11/20 - 16:06


Oltremodo caro Flav Kadorvrec'her, parto dal fondo, cioè da Carlo Ferrari e dal suo Brassens cremonese. Davvero, non so più che pisces piscare. Te l'ho mandato due volte e non so che fine abbia fatto, e cosí anche a te tocca purtroppo sperimentare il mio abbonamento con l'assurdo, che ho fin dalla nascita e non di rado con esiti ben più gravi. Mi dispiace immensamente; a questo punto non resterà che pigliare e portartelo a mano a Verona, a Quimper, a San Donato Milanese, a Lecce dei Marsi o dove ti pare, sperando ovviamente che non dirottino il treno o l'autobus, perché quando si ha a che fare con il Venturi R., con due o tre C, è una maledetta costante con la quale devo convivere da sempre, nelle piccole nelle grandi cose, e a volte pure melle medie.

Ovviamente la mia osservazione sulle 3 "c" era e voleva essere scherzosa, e frequento a sufficienza i treni per conoscere i loro sobbalzi (solo che a me rovinano le parole crociate e mi fanno fare indesiderati scarabocchi sul Corvo Parlante). A dire il vero, durante i miei soggiorni più o meno lunghi in terre straniere, mi è capitato ben più spesso che una "c" me la abbiano tolta, diventando un "Ricardo" che mi faceva somigliare al famoso economista. Io un economista, poi, è un'autentica barzelletta.

Mi chiedo comunque se tu la foto con il cellulare (a me questo fa sempre venire in mente un Poltronieri che viene fotografato mentre lo porta via la polizia, ma sono echi di tempi lessicalmente lontani) potessi inviarmela all'indirizzo mail, che è: / k.riccardo@gmail.com /. Ovviamente, la foto col testo di Gilles Servat andrà a finire, per motivi ignoti e imponderabili, a Julian Assange o alla signora Pinzauti del 3° piano, ma un tentativo si può fare, sempre che non pervenga agli eredi di Carlo Ferrari che nel frattempo hanno inviato un cd a chissa chi.

Perdonami comunque; purtroppo io tiro avanti tra ospedali miei in proprio, glicemie delle 16 impazzite, ricoveri di mia madre, siringate di insulina, metoprololi, antiaggreganti piastrinici, riunioni anarchiche, bollette da pagare e altre imputrescibili fantastichezze. Grazie e "a wir galon" anche a te.

Riccardo Venturi - 2018/11/20 - 17:50


Ho notato che c'è un errore all'inizio della seconda riga della sesta quartina dell'originale francese: "des maux" al posto di "des mots". La pronuncia è la stessa solo che quelli che hai tradotto come "mali" in realtà sono "parole" e la frase suonerebbe così:
"Des mots de son enfance, à son cou le symbole"
ovvero:
"Delle parole della sua infanzia, al collo il simbolo"
Ne approfitto per spiegarne il significato (scusandomi, in quanto non è mia abitudine intervenire sul lavoro altrui, solo che in questo caso mi sembra indispensabile ai fini della corretta interpretazione): quello che Gilles chiama "symbole" era una palla di legno che pendeva dal collo dei bambini che parlavano bretone a scuola, appesa loro per farli vergognare e punirli di questo.

Flavio Poltonieri

Flavio Poltronieri - 2018/11/21 - 11:42


Questo purtroppo succede quando, ahimè, ci si fida dei testi che si reperiscono in rete (e già è piuttosto difficile trovare i testi più antichi di Gilles Servat, sembra impossibile ma è così). I siti di "lyrics" e le altre fonti inesatte fanno il resto. Purtroppo, nelle traduzioni, sono stato fuorviato proprio da quel "maux" al posto di "mots"; e dire che conoscevo bene la storia del "symbole", autentica ignominia del sistema scolastico francese. Ad ogni modo, Flavio, non devi assolutamente avere remore nell'intervenire sul lavoro altrui, né tantomeno sul mio: nessuno di noi è Dio in terra. Personalmente, anzi, ti ringrazio: quel che conta davvero è avere testi corretti e traduzioni che li seguono altrettanto correttamente. Oltreché, naturalmente, a ulteriori precisazioni sul brano in questione; a tale riguardo, importantissime sono quelle che hai fornito su François Quenechou. Grazie ancora, un grazie infinito.

Riccardo Venturi - 2018/11/22 - 09:36



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