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Horizon

Détroit
Lingua: Francese

Lista delle versioni e commenti


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Lo boièr
(anonimo)


(2013)
Album: "Horizons"

Pascal Humbert et Bertrand Cantat


L'inserimento di questa canzone è destinato sicuramente a fare discutere. Perché proviene dalla penna e dalla voce di Bertrand Cantat, l'ex cantante dei Noir Désir. Scontati cinque anni di galera in seguito all'omicidio di Marie Trintignant e dopo una breve reunion con il suo vecchio gruppo per la pubblicazione di Gagnants / Perdants, Cantat ha formato con il vecchio amico Pascal Humbert un nuovo progetto, Détroit (il nome del gruppo non ha niente a che vedere con la Motor City ma significa "stretto" in francese).

In un sito dove appare un percorso intitolato "Violenza sulle donne: come e peggio della guerra" è giusto dare spazio alla voce a un artista che è anche - indubbiamente - un bastardo violento, un assassino, un pazzo?

Forse no. Però nel sito abbiamo anche un percorso chiamato Dalle galere del mondo che raccoglie moltissime canzoni che si oppongono all'istituzione del carcere. Questa canzone, che è una descrizione dell'universo carcerario da parte di chi l'ha vissuto in prima persona, sta a ricordarci che non si finisce in galera solo per aver danneggiato un compressore o per immigrare in Europa senza i documenti, ma anche per aver commesso i crimini più odiosi e condannabili.

Non fa mai notte / sotto questo giorno di neon...
Combien de temps déjà
Combien de temps passé dans ce tunnel sous le coup de sang
Pas éternel
Éternellement enfoui derrière la porte close
Et la vitre sans tain
La peau de quartz verre

Il ne fait jamais nuit
Sous ce jour de néon
Mais l'aiguille en surgit
Sous les paupières closes

Parfois la porte s'ouvre
Pour aller faire tourner ton fantôme sur lui-même
Sous un ciel barbelé
Quartier de sol glacé de haute sécurité
Et ce soir les chiens ninjas
Hurleront de ce sol

Je sais qu'il faut se taire
Au loin le tonnerre gronde
Éradiqué du Monde
évincé de la Terre

Cherche ton horizon
Entre les cloisons

Le rythme carcéral passe par la tuyauterie
Un dialogue de misère pourrait dire qu'on est en vie
Ou bien qu'on fait comme si
Et qu'on sait que ça n'a plus ni le moindre sens
Ni la moindre importance

Qui de ma tête ou de mon cœur va
Imploser comme une étoile
Quel débris ou quel morceau de moi
D'abord, te rejoindra, te rejoindra

Cherche ton horizon
Entre les cloisons

Au dehors le spectacle abjecte continue
Et tous les doigts pointés en déluge de papier
Envahissent les avenues
Et tentent de boucher les pores de nos peaux
Prière pour que jamais ils n'y arrivent tout à fait

Cherche ton horizon
Traverse les cloisons

inviata da CCG Staff - 22/10/2014 - 23:14



Lingua: Italiano

Traduzione italiana di Riccardo Venturi
24 ottobre 2014.

Due parole del traduttore, e forse anche tre. Poiché si tratta di un testo veramente arduo, in chiara forma di stream of consciousness, avverto che la traduzione è accompagnata da una serie di note che solo in parte sono « esplicative », mentre in alcuni punti riflettono le mie personali impressioni (che possono essere, ovviamente, diverse da quelle di altri). Proprio a tale proposito avverto anche che eventuali commenti esterni del tipo « la traduzione è sbagliata » o roba del genere saranno stavolta cassati senza pietà e sostituiti dall'invito pressante o a fornire una traduzione alternativa, o a andare al diavolo. Si tratta probabilmente della prima traduzione su questo sito per la quale ho dovuto servirmi anche di un dizionario tecnico, ma la cosa non mi stupisce : negli universi chiusi, concentrazionari, privi della minima libertà, l'attenzione ai dettagli tecnici di ciò che circonda viene spinta al massimo grado, probabilmente per non impazzire. Ciò detto, alcune considerazioni.

In questo sito, con tutta probabilità, Bertrand Cantat non è l'unico autore/artista che si è macchiato di un crimine orrendo. Per questo suo crimine, sembra aver pagato da un lato meno di altri (la sua detenzione è stata, tutto sommato, abbastanza breve) e, dall'altro, più di altri nel senso dell'autentico stigma che si è « guadagnato » -probabilmente perché, essendo un autore decisamente impegnato, anti-sistema e che rivestiva in Francia un ruolo pubblico, vedasi l'affare Vivendi-Jean-Marie Messier, il fatto che abbia commesso un volgare femminicidio da ultimo dei ragionieri che giocano a videopoker e ammazzano la moglie è stato percepito come un tradimento (« hai visto quello, faceva tanto il progressista illuminato anti-tutto e poi ha fatto fuori la compagna » o roba del genere). Poiché ai tempi dei fatti vivevo in Francia, posso assicurare che i discorsi che si sentivano erano invariabilmente di questo tenore, da parte dell' « homme de la rue » ; la stessa mia compagna di allora, francese, era comprensibilmente arrabbiata e delusa essendo fra l'altro una « fan » dei Noir Désir, e di vecchia data. Si deve aggiungere a tutto ciò anche una cosa peculiare francese : i Noir Désir, e Cantat in primis, contestavano il sistema pur standoci dentro, e facendo pienamente parte dello « star system ». Lo stesso Cantat contestò duramente, in occasione del premio « Victoires de la Musique » del 2002, Jean-Marie Messier, il faccendiere a capo della Vivendi Universal ; ora, il fatto è che i Noir Désir erano precisamente sotto contratto proprio con la Vivendi. Sono cose di cui si fatica a rendersi conto, e che aggiungono acqua al mare. Spiegano anche l'accanimento, mediatico e popolare, riservato a Cantat dopo quel che ha fatto (mentre era in galera, degli ignoti gli dettero persino fuoco alla casa). Fatto sta, che dopo più di dieci anni, se ne continua a parlare ; a differenza delle centinaia di femminicidi quotidiani, in Francia, in Italia e dovunque, che esauriscono la notizia in mezza giornata, oramai accettati come ineluttabilità giornaliera. D'altra parte, si è caduti anche, per quanto riguarda Cantat, nel cosiddetto « maledettismo » : è evidente che Cantat sarà segnato per sempre, e se ne rende pienamente conto.

Per questi e altri motivi, sono pienamente favorevole a dargli voce qua dentro, e massime con una canzone come questa. Condivido in linea di massima le considerazioni espresse nell'introduzione, ma con alcuni distinguo. Qui si è veramente davanti alla nudità dell'uomo prigioniero, e solo. Solo non esclusivamente per essere rinchiuso in una galera, ma anche perché avverte precisamente quel che avviene all'esterno e all'eliminazione generalizzata cui è sottoposto. « Opporsi all'istituzione del carcere » non è semplice, considerando appunto per che cosa vi si può finire ; intanto, però, finire in galera equivale sempre più spesso a una condanna a morte (altra cosa alla quale ci si oppone in questo sito) : ad esempio, è di pochi giorni fa la notizia dell'imprenditore che ha ucciso a revolverate due suoi ex dipendenti albanesi che reclamavano i soldi che erano loro dovuti, e che si è suicidato in cella. Centinaia di detenuti si suicidano ogni anno. Quanto si sarebbe davvero pronti a « opporsi al carcere », mettiamo, per il tizio che stupra e uccide una bambina ? E, più in generale, che cosa significa « opporsi al carcere » come istituzione ? Si propongono « misure alternative » oppure si inserisce la questione in un'ottica più generale di sistema e sociopolitica ? Si è davvero pronti a comprendere, slegando (a fatica) la « punizione » dal « crimine » ? E se toccasse a te, sia di essere la vittima che il carnefice ? Il caso Cantat, se ha avuto una funzione ben precisa, ha avuto quella di mettere in evidenza che può succedere a tutti, ma proprio a tutti. Anche senza essere, o essere stati, « assassini bastardi, maledetti e pazzi » ; anzi, direi che la proporzione di crimini terrificanti commessi da « persone normali » riempie le cronache, e che ci sia ben più da preoccuparsi del vicino di casa (come si diceva anni fa : « E' meglio l'erba del vicino, o il vicino di Erba ? ») che di Bertrand Cantat. E i famosi Olindo e Rosa, cosa penseranno in galera  (dato che, perdipiù, si sono presi tutti e due l'ergastolo) ? Inviterei a pensare a tutte queste cose, e a pensarci bene, prima di dichiarare di « opporsi alla galera ». Ho riscontrato (anche su me stesso) che a « opporsi alla galera » è quasi sempre chi ne è fuori, e che non c'è mai stato, dentro. Chi è stato o chi è dentro, invece, si ritrova, come Cantat, a confrontarsi, da solo, con tutta una serie di cose ; non stupisce che tenda a raccontare scrivendo. Non ha altra possibilità, al di là di ciò che ha commesso. Di fronte alle parole di chi si esprime in tali condizioni, si è allora obbligati a essere onesti con se stessi, e senza indugi ; tanto più in tempi di forcaiolismo generalizzato, di « certezza della pena » e di altre cose del genere, e tenendo conto del cospicuo numero di forcaioli e giustizieri da bar che, una volta preso il caffè, hanno massacrato la moglie o violentato la quattordicenne. Opporsi al carcere significa parecchie cose, ad esempio essere sempre pronti ad accettare e comprendere le parole e i pensieri di chi è dentro, anche degli stessi forcaioli da bar finiti poi in galera. E di Bertrand Cantat, del fascista stragista (penso a ciò che hanno scritto, che so io, Francesca Mambro e Valerio « Giusva » Fioravanti) e delle persone che ti stanno più vomitevolmente odiose. Tutto questo senza remore, affinché una presunta « opposizione » si trasformi realmente in qualcosa di più vasto che vada, finalmente, alla radice del problema ed alle cause che producono i crimini al di là della « pazzia » personale, che troppo spesso è un pretesto. E' bene ricordarsi che si paga una vita intera per il male commesso in un minuto, quando non lo si paga (spesso) con la morte. Ed è bene ricordarsi che la galera non ha mai « cambiato » o « redento » nessuno, a partire dalle ciance costituzionali. La domandaccia finale, che rivolgo a tutti, è questa : ma sareste, saremmo davvero pronti a rinunciare alla galera, perché « opporsi » questo significa, senza nemmeno sapere con che cosa essa debba essere « sostituita » dato che il crimine esisterebbe sempre, forzatamente, in un sistema globale che è basato sul profitto, sullo sfruttamento, sulla prevaricazione costante personale, collettiva e di genere ? Ognuno si dia la risposta che desidera.

Quanto alla canzone in sé, è bellissima e tragica. Esprime precisamente ciò che percepisce e prova una persona rinchiusa. Le lancette dell'orologio che si intravedono dalle palpebre chiuse : in carcere ci si stordisce di sonno. Fantasmi solo apparentemente vivi, solo biologicamente. Le tubazioni che scandiscono il ritmo carcerario : un particolare che sembra astratto solo a chi non è stato dentro . Dallo scorrere dell'acqua nelle tubazioni si percepisce ciò che accade, invariabile, segnato da orari prestabiliti. La fredda luce al neon costantemente accesa. Il carnefice che rivolge un pensiero, allucinante, alla sua vittima : quale maceria di me ti raggiungerà per prima? E, si badi bene, tale pensiero è lontanissimo dal « pentimento » o, peggio, dal « perdono » di matrice viscidamente cattolica. E' un pensiero di chi ha dato distruzione e di chi si aspetta, e sta vivendo, la distruzione a sua volta, senza altra possibilità. E di chi sa che, comunque, la galera non terminerà affatto uscendo ; galera sarà per sempre. Lo « spettacolo abietto » dell'annichilimento mediatico, nel quale tutti si gettano come iene sulla carogna ; e la carogna, che sta scrivendo, si augura solo che tale annichilimento « non riesca del tutto », perché, e sarebbe bene che lo capissimo una buona volta, riguarda tutti. Tutti vi siamo soggetti e potremmo ritrovarci noialtri, anche domani, a dover scrivere certe cose. Senza contare, naturalmente, come scrive giustamente l'autore dell'introduzione, che in galera ci si finisce per aver messo fuori uso un compressore o per non avere documenti ; e, a volte, persino senza aver fatto nulla. E, a volte, per aver fatto di tutto. Ma, dipendesse da me, metterei nel sito, senza pensarci un momento, anche un'eventuale canzone scritta da Salvatore Riina, da Bernardo Provenzano o da chiunque si trovi attualmente, metti caso, al 41 bis. Da Nadia Desdemona Lioce, da Donato Bilancia, da Olindo Romano e Rosa Bazzi, da qualsiasi ergastolano perché ergastolano fu anche l'amatissimo Gaetano Bresci, tanto per fare un nome, che tante e belle e sentite canzoni ha qui dentro, compresa una scritta da me. E da Bertrand Cantat, assassino della sua compagna, disprezzato, morto. [RV]
ORIZZONTE

Quanto tempo oramai
Quanto tempo passato in questo tunnel in preda a un'emorragia cerebrale
Non eterna
Per sempre sepolto dietro alla porta chiusa
E al vetro unidirezionale 1
La pelle di vetroquarzo

Non fa mai notte
In questo giorno al neon 2
Ma s'intravede la lancetta
Sotto le palpebre chiuse

A volte la porta si apre
Per andare a far girare il tuo fantasma su se stesso
Sotto un cielo spinato 3
Pezzo di terreno ghiacciato di massima sicurezza 4
E stasera i cani ninja
Urleranno da questo terreno

So che bisogna tacere
Lontano romba il tuono
Sradicato dal Mondo
Divelto dalla Terra

Cerca il tuo orizzonte
Tra le pareti delle celle

Il ritmo carcerario passa dalle tubazioni
Un miserevole dialogo potrebbe dire che si è vivi
Oppure che si fa finta di vivere 5
E che si sa che questo non ha né il minimo senso
E né la minima importanza

Chi dalla mia testa o dal mio cuore 6
Imploderà come una stella 7
Quale maceria o quale pezzo di me
Ti raggiungerà per primo, ti raggiungerà

Cerca il tuo orizzonte
Tra le pareti delle celle

Fuori continua lo spettacolo abietto 8
E tutti i diti puntati sotto forma di diluvio di carta stampata
Invadono le strade 9
E tentano di tappare i pori della nostra pelle
Vi prego, che mai riescano a farlo del tutto

Cerca il tuo orizzonte
Attraversa le pareti delle celle
NOTE E IMPRESSIONI

[1] Propriamente, il glace sans tain è lo « specchio segreto », privo di foglia, che permette la specchiatura da un lato mentre dall'altra permette la visione di ciò che si trova dall'altro lato. Di conseguenza, la vitre sans tain è la vetrata sfumata dall'interno, ma che invece permette la perfetta visione dall'esterno. Tipica vetrata carceraria, per la quale si è usata qui la definizione tecnica di « vetro unidirezionale ».

[2] E' da generalizzato regolamento carcerario che, in cella, la luce artificiale resti costantemente accesa. Causa di sconvolgimento del normale ritmo circadiano, il cosiddetto « orologio biologico », con tutte le conseguenze cliniche, gravissime, che ciò comporta. Un semplicissimo particolare che fa capire che il carcere non « tende alla rieducazione », ma alla distruzione del condannato.

[3] Alla fine ho scelto di tradurre alla lettera : les barbelés è il filo spinato dei lager e delle galere. Avevo pensato a « cielo reticolato », « cielo di filo spinato », ma poi è stato meglio lasciare la terribile metafora.

[4] Difficile riprodurre i doppi sensi di questo verso. Quartier è sì « pezzo, lotto di terreno » (quartier de sol « lotto di terreno ») ma è anche, ovviamente, il « quartiere » in senso militare.

[5] Così ho tradotto l'originale ellittico, qu'on fait comme si. Solo in parte possono essere rese con equivalenti espressioni ellittiche italiane effettivamente in uso.

[6] A mio parere, questa strofa ha un nome e un cognome : Marie Trintignant.

[7] Vorrei far notare l'attenzione estrema al particolare, rapportata alla situazione vissuta : una stella « implode », non « esplode » al termine della sua vita. La metafora è chiara : essendo Cantat stata una « stella » artistica, gli è riservata l'implosione finale. Aggiungerei : e la trasformazione in buco nero. Mi scuso magari per qualche certa imprecisione astronomica, sono a livello di libriccino elementare in tale disciplina.

[8] Rimando all'introduzione a tale traduzione. Si può facilmente immaginare, anche senza aver seguito troppo la cosa, il linciaggio cui è stato sottoposto Bertrand Cantat : ho sempre sospettato fortemente che, in fondo, non si aspettasse altro e lui ha servito la cosa su un piatto d'argento con il suo colpo di genio in Lituania. Traduzione : alla fin fine, il grande Cantat arcinemico, ad esempio, del Fronte Nazionale e di Jean-Marie Le Pen, si è comportato come il solito maschietto violento che piglia a mazzate la compagna e la ammazza. Un fascista, insomma. Scrisse Sylvia Plath in una sua famosissima poesia (dedicata al padre) : Every woman loves a fascist, ma senza arrivare a tale bisognerebbe guardare dentro se stessi e percepire il proprio, personale fascismo, la violenza che abbiamo dentro senza alcuna eccezione. Solo rendendosene conto, si può riuscire a dominarla. Fatto sta che il linciaggio morale (e fisico) di chi ha commesso un dato fatto è e resta uno spettacolo abietto, a prescindere da chi lo faccia notare (Cantat compreso). Penso a chi si sente in dovere dal radunarsi di fuori dalle caserme quando esce fuori ammanettato l'autore dell'orrendo crimine di turno, per urlargli di tutto e augurargli forche, fucilazioni e fini orrende. Secondo me, queste persone non sono diverse da lui. E mi fanno schifo e paura. E penso, ovviamente, alla spazzatura giornalistica e politica : chi invoca la pena di morte per lo stupratore è sovente lo stesso che vorrebbe ributtare a mare l'immigrato. Va da sé che il Fronte Nazionale avrebbe pagato per avere cento Bertrand Cantat, credete che a tutta 'sta gente importasse una mazza della povera Marie Trintignant... ?

[9] Letteralmente « i viali ».

24/10/2014 - 10:29


In margine. "Détroit" significa sì "stretto", ma anche "distretto" in senso però esclusivamente anatomico: le détroit du bassin. Si noti comunque che il nome della città americana di Detroit è francese ed è questa parola: le fu dato nel 1701 dal francese padre Louis Hennepin, prima al fiume su cui navigava in esplorazione (Rivière du Détroit "fiume dello stretto", dato che tale corso d'acqua attraversa il lago St. Clair e il lago Erie trovandosi come uno "stretto" tra i laghi Huron e Erie. L'insediamento originale, chiamato Fort Pontchartrain du Détroit, fu fondato da un signore il cui nome sarà poi pure legato all'automobile: Monsieur de Cadillac (al secolo Antoine Laumet de la Mothe). Certo, ora Detroit si pronuncia "ditròit" e non "detruà" (o meglio, "detruè" come si pronunciava il francese dell'epoca e ancora oggi il quebecchese); ma non avete sentito nulla, se non avete sentito un americano pronunciare il nome del lago Pontchartrain. Vabbè, come margine è stato un po' lungo.

Riccardo Venturi - 25/10/2014 - 01:39


CCG Staff - 14/3/2018 - 21:45


Credo proprio che se l'avessi saputo mi sarei già unito ai 75.000 che già non vogliono mai più vedere l'assassino Cantat esibirsi in pubblico. Non ha nemmeno pagato abbastanza per il suo, i suoi, orribili crimini, le morti di ben due sue compagne, una massacrata e uccisa e l'altra suicidatasi per la disperazione.

Io non voglio vederlo marcire in carcere, voglio solo che si guadagni la vita in una fabbrica o in una miniera, in modo anonimo, lontano dai riflettori, e non ci rompa mai più i coglioni con le sue parole inutili e la sua falsa arte.

Non mi sembra di chiedere troppo nè di essere giustizialista...

Chiedo a Marco Valdo M.I. - se condivide, se può e se vuole - di tradurre in francese questo mio messaggio per Cantat.

B.B. - 14/3/2018 - 22:09


Non voglio entrare nella discussione, mi limito a postare invece una riflessione della cantante Melissmell che ho trovato interessante e che offre un punto di vista radicalmente diverso rispetto a B.B.

J’avais 8 ans en 1989
j’étais désespérée de voir ma famille souffrir sur les maux de plusieurs maladies qui frappaient mon frère ma sœur ma mère
une sorte d’épée de Damoclès sur nos gueules

j’avais une envie furieuse celle de disparaitre à jamais, car la vie n’a aucun sens et le monde est si cruel envers lui même et j’appartenais à une classe sociale si basse et si ignorée des élites
l’envie d’en finir
mais voilà je découvre cette musique, cette musique et ses maux et mots

je découvre et je deviens accro à cette musique, celle qui m’appelle, celle qui me relève, celle qui me console, celle qui me fait réfléchir, celle qui me donne des clefs pour mieux vivre et accepter le sort qui m’est promis et grandir avec.
j’ai grandi par la poésie et la musique de Noir Désir

Cette lettre pour vous dire combien de fois cet homme m’a relevée, m’a sortie de la misère
par sa musique par ses mots combien de fois après mes séjours en Hôpital psychiatrique je l’écoutais
sa voix sonnait comme l’appel à la révolution sa voix redonnait en moi un courage inouï et beaucoup de force pour combattre le système de merde d’humain

oui Bertrand Cantat à mes yeux est le plus talentueux chanteur auteur compositeur vivant français madame Trintignant
il n’y a pas plus grand à mes yeux.
mano solo n’étant plus de ce monde que je considérais avec Bertrand Cantat comme les plus remarquables auteurs compositeurs interprètes de musique française de notre temps

je suis choquée du lynchage permanent que certaines femmes font subir à cet homme
qui sont elles pour aller rejuger un homme déjà condamné et qui a purgé sa peine ? un juge ?
personne, juste des femmes en colère pleines de haine et remplies de vengeance
je suis choquée par ces journaux à deux francs, des médias de la grande consommation dégueulasse qui aiment faire du papier pour vendre des larmes et du sang sans aucun respect pour personne.
je suis choquée de devoir faire cette lettre.

certes cet homme a fait un geste impardonnable pour la société mais vous n’avez pas compté

mais vous n’avez pas compté cette lettre
vous n’avez pas compté ma voix

car Bertrand Cantat par son art a sauvé une gamine de 8 ans
aujourd’hui je chante je compose et j’écris à mon tour et comme exemple premier j’écoute Bertrand Cantat comme j’écoute mon frère ma mère
aujourd’hui je vous écris car il a sauvé mon âme mon cœur ma vie ma pensée mon envie de vivre et d’écrire
et grâce à cet homme j’ai trouvé mon chemin.

le pardon est une vertu
savoir pardonner est la plus grande des difficultés la plus grande des intelligence

A ses dames chiennes de gardes ou féministes
A ces femmes qui se soulèvent quand une femme meurt sous les coups de son mari.

enfant j’ai vu, j’ai été battue, je voyais ma mère se faire frapper

A ses femmes que rien n’arrête pour aller à Grenoble ou Dijon et attendre la venue de Bertrand et de le lyncher

je leur dis

regardez dans votre anus aussi la merde qui vous colle au cul
car par la haine qui vous ronge et par la colère qui vous anime
vous me faites honte d’être une femme.

sachez pardonner et comptez que :
cet homme a sauvé la vie d’une enfant de 8 ans.
aussi il est un homme bon et sage
pour l’avoir rencontré.

je l’encourage à continuer ainsi qu'à chanter et à faire ses concerts et à nous écrire encore de belles chansons.
je viendrais à ses concerts régulièrement.

melissmell

Lorenzo - 14/3/2018 - 22:21


Bravo Lorenzo, non entrare nella discussione, c'è solo un percorso sulla violenza contro le donne su questo sito!

"Qui a purgé sa peine"??? L'omicidio della Trintignant è del luglio 2003, Cantat ha avuto la libertà condizionata nel 2007!

Io chiedo solo che sparisca e si guadagni la vita lontano dai palchi e dai riflettori. Se vorrà fare dei concerti per i suoi amici e i suoi cani nella sua casa di campagna, faccia pure!

Sempre se qualcuno non gliela brucia di nuovo...

Saluti

B.B. - 14/3/2018 - 22:33


Deux mots à propos de l’affaire Trintignant – Cantat

Dialogue maïeutique


Lucien l’âne mon ami, je pense que tu es d’accord avec moi si je dis que nous ne sommes ni des juges, ni des parangons de moralité.

Tout à fait, Marco Valdo M.I. mon ami, dit Lucien l’âne, ce qu’on dit ici est seulement notre avis et il ne saurait faire jurisprudence, ni arbitrer un débat. Je dois t’avouer que face à cette affaire, il me paraît qu’il eût mieux valu la traiter différemment que par voie de justice, laquelle n’avait rien à y faire.

En effet, Lucien l’âne mon ami, il convient de souligner qu’il s’agit là d’une affaire malheureuse entre deux personnes, dans le contexte de leurs relations personnelles ; que finalement, tout le remue-ménage actuel est une mauvaise querelle et qu’on sent là des remugles peu ragoûtants.
À mon sens, il convient de replacer cet accident meurtrier dans – si j’ai bon souvenir de l’affaire – dans ses dimensions humaines et en ce cas, se souvenir que la consommation excessive d’alcool abaisse certaines barrières et ouvre la voie à des gestes incontrôlés.
Dans ce genre de confrontation entre personnes, la violence est au centre de la relation et relève du huis clos entre ces deux-là.
Il y a eu dérapage dans un moment d’exacerbation ; tous deux ont été pris dans cet engrenage infernal et tous deux sont victimes de cet accident.

En somme, dit Lucien l’âne, Bertrand Cantat a été victime de ses nerfs et du fait qu’il maîtrisait mal ses pulsions et sa force, cela me paraît évident. Et la pire peine de celui qui frappe à mort dans de telles circonstances est qu’il va devoir vivre chaque jour, chaque heure de sa vie avec la conscience de sa responsabilité ; il ne pourra éluder ses gestes et l’épouvante le poursuivra jusque dans ses nuits. Comme on dit, je n’aimerais pas être à sa place. Mais alors, pense-t-on vraiment qu’il soit rationnel, intelligent et tout simplement, humain d’infliger une punition ? Quel sens peut-elle avoir ? Punir, quelle absurdité ! Punir, quelle bêtise !, alors qu’on a à faire à un malade et qu’il faudrait au contraire l’aider à se soigner de cette terrible faiblesse qu’est le penchant à l’alcool et à la violence subséquente.

De fait, Lucien l’âne mon ami, il me semble plus essentiel de poser le problème de la violence faite aux femmes, aux enfants, aux hommes… en termes de santé sociale. Comment faire pour que tous les membres de la société soient capables de se maîtriser dans les moments de grande détresse ? Telle est la vraie question ; l’autre étant de savoir que faire contre les discriminations qui frappent les femmes, mais aussi et en même temps contre les discriminations qui frappent d’autres catégories de personnes, car ces discriminations ont la même origine, les mêmes fondements.
Une des voies – et probablement, la seule – est l’éducation ; en se souvenant qu’on peut apprendre à tout âge, mais qu’on apprend d’autant mieux qu’on bénéficie d’une aide appropriée.

En tout état de cause, l’affaire qui nous occupe n’a rien à voir avec la violence faite aux femmes en général, dit Lucien l’âne en agitant le front. Que je sache Bertrand Cantat n’a jamais fait l’apologie de la violence, ni du racisme, ni de l’exploitation, il n’a jamais jeté la vindicte contre qui que ce soit et il n’y a dans son travail d’artiste rien qui permet de l’accuser de violence ; bien au contraire. Alors ?

Alors, dit Marco Valdo M.I., punir un artiste, le pourchasser au nom d’une haine et d’un refoulement collectifs est une preuve de bêtise et d’inhumanité ; que les victimes – que nous sommes tous – soient en colère contre la violence, soit, mais il importe que cette colère aille à l’encontre de la source de cette violence, pas à l’encontre de ceux qui en sont aussi les victimes. Pour en revenir à Bertrand Cantat, un tel branco contre un artiste, pour des raisons de sa vie privée et qui plus est pour un comportement de folie qui s’est déroulé il y a des années, relève de la chasse aux sorcières et de la lapidation. Bref, c’est insane.
Le mieux serait qu’on lui foute la paix et qu’on le laisse chanter, tout comme, s’il avait été employé des postes ou mineur, il aurait continué à faire son métier.

Enfin, dit Lucien l’âne, nous, dans la chasse aux sorcières, on se place toujours du côté des sorcières.

Ainsi Parlaient Marco Valdo M.I. et Lucien Lane

Marco Valdo M.I. - 15/3/2018 - 11:21


Pour Bartleby,

Je veux bien traduire, mais "condividere" (partager le point de vue), « I would prefer not to » (« J’aimerais mieux pas. », disait le héros de Melville). Je trouve cela trop haineux.

Et les messages de haine, je les hais.

Pareil pour moi, dit Lucien l'âne.

Marco Valdo M.I.

Voici la traduction :

Je crois vraiment que si j’avais su, je me serais déjà rallié aux 75.000 qui ne veulent plus jamais voir l'assassin Cantat s'exhiber en public. Il n'a déjà pas payé assez pour son, pour ses horribles crimes : la mort de deux de ses compagnes, une massacrée et tuée et l'autre qui s'est suicidée par désespoir.

Je ne veux pas le voir pourrir en prison, je veux seulement qu’il gagne sa vie dans une usine ou dans une mine, de façon anonyme, loin des projecteurs, et il ne nous casse jamais plus les couilles avec ses mots inutiles et son faux art.

Il ne me semble pas demander trop ni être justicialiste…

Je demande à Marco Valdo M.I. – s'il partage, s'il peut et s'il veut – de traduire en français mon message pour Cantat.

B.B. - 14/3/2018 - 22:09

Marco Valdo M.I. - 15/3/2018 - 14:18


Grazie comunque Marco Valdo M.I., ben gentile!

La mia però non è una presa di posizione d'odio verso Cantat. Penso semplicemente che chi, come lui, ha fatto tanto male dovrebbe avere il semplice buon senso di farsi da parte, di sparire in una delle vite anonime che io stesso e tanti altri, la stragrande maggioranza delle persone, facciamo, e senza nemmeno aver mai torto un pelo ad un cane.

Saluti

B.B. - 15/3/2018 - 23:00


Non sarà proprio questo che, in fondo in fondo, non si perdona a Cantat: un mestiere privato (attenzione: Cantat non svolge una professione in rappresentanza dello Stato francese)che a molti piacerebbe svolgere perché farebbe uscire dall'anonimato. Vero incubo dei nostri tempi.
Chi ha commesso un atto perseguibile dalla legge (e dalla propria stessa coscienza) ha diritto a svolgere il proprio lavoro e ad essere socialmente reinserito o no?
In Italia molti ergastolani lavorano in progetti teatrali e artistici. Basta ricordare lo straordinario lavoro del gruppo della Fortezza.
Se Cantat fosse un avvocato, un medico o un idraulico potrebbe svolgere il suo mestiere di nuovo. Se il suo mestiere è la musica, no.
Le ultime righe di B.B. fanno accapponare la pelle e svelano la questione di fondo: mi è antipatico ogni uomo che ha successo mentre io sono un ANONIMO. E di ogni persona che ha successo si attende la caduta. E la caduta di un uomo di successo è il riscatto di noi che dobbiamo vivere da ANONIMI che nella società odierna è ritenuta la vera punizione di una vita.

Appartengo a quelli che nella vita ritengono un capolavoro costruire una banale normalità e sono felice di riconoscere
le qualità degli altri, qualità che spesso convivono con enormi difetti e problematiche.
Quindi dico che Cantat deve fare musica come ritiene perché lo Stato ha decretato il suo reinserimento sociale.

F. Moroni - 10/6/2019 - 12:06


"Le ultime righe di B.B. fanno accapponare la pelle e svelano la questione di fondo: mi è antipatico ogni uomo che ha successo mentre io sono un ANONIMO"

F. Moroni, io rispetto il suo punto di vista.
Non ho mai messo in discussione il fatto che Cantat possa e debba tornare al suo mestiere, alla musica. Quello che contesto è la sua sovraesposizione mediatica, la sua deliberata ricerca di nuovi allori, di nuova fama, di nuovo pubblico. Io semplicemente non credo che uno debba e possa farlo, se si è macchiato di un crimine orrendo come quello.

Ma io rispetto il suo punto di vista...

Lei invece non solo non ha nessuno rispetto del mio ma si è addirittura lanciato in un'interpretazione psicologica per cui il problema qui non è più l'assassino di donne che se ne vorrebbe tornare alla ribalta come se nulla fosse stato ma il sottoscritto, un anonimo frustrato che da sempre per invidia non vede l'ora che le stelle cadano nel suo stesso stato miserevole.

Non c'è che dire, un bel volo pindarico.
Spero che si schianti.
Per me può pure andare a cantarsela e suonarsela con Cantat.
Lo trova nel suo ristorantino a Bordeaux: quel genere di stelle spesso nasconde l'anima del bottegaio...

B.B. - 10/6/2019 - 16:45


Io credo che a Cantat venga rimproverato il particolare crimine che ha commesso: quello di avere preso e massacrato di botte una donna inerme fino a ammazzarla, perdipiù colei che allora era la sua compagna. E che gli venga rimproverato senza possibilità di perdono (al di là della “pena” che gli è stata comminata dallo stato francese, e di quella che poi ha effettivamente scontato). Gli viene rimproverato ancora di più, perché monsieur Cantat, sarà bene ricordarlo, non era nemmeno un artista qualsiasi e non scriveva e cantava cose qualsiasi: facciamo un po' una specie di paragone di massima. E' come se un Fabrizio De André avesse ammazzato di cazzotti Dori Ghezzi o Brassens avesse preso la Püppchen per la collottola e le avesse fatto sbattere la testa su uno spigolo o su un mobile lasciandola secca. Non si perdona a Cantat, e lo si danna in aeternum e ancora in vita, perché non scriveva e cantava di banalità, ma di argomenti difficili, “sociali”, politici ecc. e perché era percepito come un artista impegnato. In pratica, gli viene imputato di essere stato un falso, uno che ha predicato bene e razzolato molto male, compiendo un crimine non solo particolarmente odioso ma anche in perfetta antitesi con quelli che si ritenevano i suoi “valori”, giusto o sbagliato che sia.

Credo che sia tutto qui il punto: come, l'autore di “Le vent nous portera” e di “Europe”, quello che aveva dichiarato di non essere “dello stesso mondo” di Jean-Marie Messier, una specie di icona della chanson engagée e che cantava pure le canzoni di Léo Ferré, alla fin dei conti massacra di botte una donna come l'ultimo dei mariti o fidanzati “gelosi” o roba del genere, come l'ultimo dei maschietti ammalati di possesso, eccetera? Ecco, qui sta il busillis. Sta in quella specie di mondo a parte nel quale vivono i cosiddetti “artisti”, e massime quelli della parola, e massime ancor di più quelli della parola “impegnata”.

Poiché non cerco di convincere nessuno, ma soltanto di comprendere, dico subito che non mi piacciono affatto né l'intervento di B.B., che non è nuovo del resto alle invettive “cantatiane” qua dentro, né quello di F. Moroni. Non mi piacciono, ma li comprendo benissimo. Entrambi. E non per essere “equidistante”, ma per provare a parlare un po' di una cosa che -su questo spero si possa essere tutti d'accordo, va ben al di là dei fatti del signor Cantat e delle sue vicende umane, giudiziarie e artistiche.

Li comprendo benissimo, gli interventi di B.B. e di F. Moroni, perché sono entrambi assolutamente logici e conseguenti e rappresentano due comunissime prese di posizione, due comunissime reazioni, due comunissimi punti di vista. Posso ribadire che non mi piacciono, ma non intendo proprio ergermi a giudice (categoria di persone che detesto e neppure tanto cordialmente). Sono contrario a ogni forma di forcaiolismo, di gogna, di “pena” reale o simbolica, di ipotesi di morte civile e di damnatio memoriae. Sono contrario, però, anche al far finta che nulla sia successo. Sono per l'assunzione totale di responsabilità da chiunque abbia commesso un fatto, che si chiami Bertrand Cantat, Cesare Battisti o Riccardo Venturi (in questo caso, tale mestesso ha valore generico e generale). Sante Notarnicola mi disse una volta, parlando dei suoi anni in carcere, di detestare gli innocenti: nessuno di noi lo è. Sarebbe necessario scrutare a fondo nella propria coscienza e decidere di conseguenza; ma non tutti (anzi, molto pochi, e non mi metto tra quei pochi) sono capaci di farlo.

Non conosco, e non posso conoscere la coscienza del sig. Cantat. E nessuno si deve arrogare il diritto di poterla conoscere, se non egli stesso. Mi chiedo spesso che cosa avrei fatto, fossi stato in condizioni simili alle sue o anche molto meno. E' un esercizio che è sempre bene fare; mettersi nei panni degli altri, ma riportare tutto a se stessi. Ipotizzare, che so io, che il Riccardo Venturi più o meno conosciuto relativamente a questo sito, domani stuprasse una quindicenne, o ammazzasse un poveraccio a sangue freddo, o massacrasse di botte la propria compagna “per gelosia”, o cose del genere. Sarei messo in galera, sempre che non riuscissi a scappare; e poi? Dopo un po', mettiamo che Riccardo Venturi si ripresenti qui a tradurre canzoncine dallo svedese, dal greco e da altre decine di lingue, e a scrivere anche ponderose introduzioni eccetera. La cosa come verrebbe percepita? Come un “reinserimento sociale”? Le pene non reinseriscono in niente. Quando, poi, ti viene decretata la morte civile da un “pubblico” (nel senso più vasto), sei semplicemente finito. Prenditi le tue responsabilità, accettale e sparisci. Io credo che farei cosí; ma, poi, chi può saperlo.

D'altra parte, il “pubblico” che decreta una qualche forma di inesistenza ad un singolo o ad un gruppo, agisce con la massima forma di violenza che si possa immaginare. Annullare una persona non solo fisicamente, ma anche in quel che ha scritto, prodotto, fatto. Come non fosse mai esistita. E' esattamente quel che è successo anche a Cesare Battisti, mutatis mutandis e al di là di tutte le sue vicende: lui scriveva romanzi. Li ho letti praticamente tutti, anche quelli mai tradotti (come “Ma cavale”). Tra di essi, ce ne sono a mio parere di buon valore, e altri meno; ma non è questo il punto. Il punto è che nel “pacchetto Battisti”, nella grancassa mediatica plasmatrice di coscienze e giudizi, sono comprese anche le sue opere. Non possono più essere giudicate come tali, ma solo alla luce dei suoi “crimini”; e, quindi, devono essere stroncate, sbugiardate, disprezzate, considerate spazzatura, dileggiate, rifiutate e dichiarate carta straccia a prescindere. Mi ricordo, già parecchi anni fa, certi interventi al riguardo, su “Repubblica”, del “progressista” Corrado Augias; e, più che altro, sto osservando quel che sta accadendo adesso. In questo modo, si tenta un'operazione in definitiva autorassicurante: ci si autoimpedisce di pensare che potrebbe succedere a chiunque, noto o meno noto, celebre o anonimo, “pubblico” o “privato”, figlio di un dato periodo storico o figlio di origine oscura, poeta o scribacchino, artista o troglodita. Senza contare, naturalmente, le modalità specifiche. Lo stesso vale per Bertrand Cantat. Se non erro, mentre era in galera degli ignoti gli hanno persino dato fuoco alla casa, non lasciandone un briciolo assieme a tutto quel che c'era dentro. Bertrand Cantat è stato messo quindi al rogo assieme a tutte le sue cose; non ne deve restare nulla. Resta però da vedere se gli appiccatori del rogo non abbiano fatto, poi, le stesse cose o peggio. Resta da vedere se il Riccardo Venturi che sta scrivendo queste belle cosine, domani non farà di peggio perché “la vita è lunga e i casi son tanti” (C. Collodi, “Le avventure di Pinocchio”).

Però sarebbe del tutto ipocrita negare reazioni come quella di B.B., e non mi piace vedere effettuata psicologia da quattro soldi, o da “social media”. Per dirla con Claudio Lolli, per me “Nessun uomo è un uomo qualunque”, e non esistono “anonimi”. Le parole vanno soppesate. Inviterei anzi a rileggere e a riascoltare quella canzone, visto che nel sito la abbiamo. A rileggerla e a riascoltarla bene. Poi, ognuno -naturalmente- faccia quel che vuole secondo la propria coscienza. Condanni Bertrand Cantat a fare il muratore e/o a sparire in una vita anonima, oppure si agghiacci per questo, lo reinserisca e ascolti ancora le sue canzoni per quelle che sono e che dicono. Gli bruci la casa e lo metta all'ergastolo a Oristano, lo odi visceralmente oppure, più semplicemente, lo faccia sparire dalla propria vita nel modo che crede. Far sparire da una vita è possibile. L'odio esiste, in tutte le sue più capillari declinazioni. Si può odiare Bertrand Cantat e il proprio vicino di casa, e spesso anche tutti e due. Tutto ha una sua ragione d'essere che va compresa, perché il rifiuto della comprensione (specialmente delle cose più brutte, spiacevoli, orrende) è il sonno della ragione (che genera mostri, come diceva un pittore spagnolo). Ma, poi, bisognerebbe anche conoscere se stessi e non ragionare per categorie. E non dare ostracismi a NESSUNO. “Nulla è sacro, tutto si può dire” (Raoul Vaneigem). Specialmente quel che si odia, si disprezza, si rifiuta, si esorcizza. Detto questo, vado a rileggermi il Mein Kampf (scherzo eh! -forse-). Saluti e mi scuso per il lungo sproloquio che, magari, ha aggiunto solo confusione ad una cosa già complicata; ma invito a soppesare bene le parole perché questa è una cosa, lo ripeto, che non riguarda solo Bertrand Cantat. Riguarda tutto il nostro tempo e il nostro essere. [RV]

Riccardo Venturi - 10/6/2019 - 17:36


Caro Riccardo, per prima cosa ti ringrazio per tuo "sproloquio".

Come sai, non amo molto il genere umano, ma non odio nessuno, nemmeno Cantat.
Volerlo vedere alle presse era un paradosso.
Per me può fare quello che vuole, il signor Cantat.
Se fossi in lui, io probabilmente mi sarei già suicidato, ma se lo spirito di autoconservazione me l'avesse impedito, sarei comunque semplicemente sparito, come dici che avresti fatto anche tu.
Tutto qua.
Il signor Cantat, che evidentemente ha un ego ben più enorme del mio - io che, secondo il Moroni sono solo un anonimo frustrato rancoroso e invidioso dell'altrui celebrità - lui ci ha messo un bel po' di tempo a capirlo, tanti anni quanto quelli che a Vilnius (non a Parigi) gli hanno comminato per aver massacrato la Trintignant, abbandonandola pure in agonia.
Ora sembra che abbia deciso di farsi un po' da parte e io spero che sia vero. Magari nella quiete e nel silenzio gli riuscirà ancora di scrivere qualche bella canzone che qualcun altro canterà e porterà al successo.

Auguri a Cantat per la sua nuova vita.
Mi permetto però anche di augurargli che ogni tanto un demone gli faccia visita, giusto per ricordargli cos'ha fatto.

Saluzzi

B.B. - 10/6/2019 - 18:41


Beh, BB, se mi parli di demoni, dimmi un po' chi non ne ha e a chi non fanno visita, anche senza aver commesso cose minimamente paragonabili a quella di Cantat. Fanno visita anche in una forma sottilmente subdola: quella di aver fatto del male senza essertene reso nemmeno conto, oppure di averlo fatto pure rendendotene conto ma obbedendo a quella particolare forma che si manifesta prima con l'autoassoluzione, e poi addirittura con la trasformazione in "vittima".

Come forse avrai notato, sebbene questa cosa di Cantat si ripresenti periodicamente su questo sito, non ero mai intervenuto prima ma non per menefreghismo. Perché è una cosa di cui avverto la complessità e la generalità. Non sto parlando per simboli, ma per l'intreccio di realtà che va sotto il nome di "genere umano".

Saluti cari.

Riccardo Venturi - 10/6/2019 - 19:59


Sì, è cosa complessa e di tutti.
E ho anche riconsiderato molte cose riflettendoci sopra, anche grazie al tuo "sproloquio".

Io però di demoni davvero non ne ho, non quelli dovuti al male che si è fatto ad altri, volontariamente o meno.

Anche per questo davvero non capisco i mostri come Cantat come fanno a non provare il desiderio di nascondersi nel più profondo della terra, il desiderio di morire (come nella canzone di Merle Haggard che ho appena contribuito), di sparire e, anzi, avvertono il bisogno di vivere ancora alla luce del sole e dei riflettori.

E' come se il loro voler vivere nella luce uccidesse ancora chi hanno ridotto per sempre ingiustamente nelle tenebre.

Se poi penso a Cantat, col suo fisico possente e quel collo taurino, che massacra la sua compagna e poi se ne va a dormire il sonno dell'ubriaco, lasciandola agonizzante, beh, devo dirti che un moto d'odio lo devo reprimere a forza.

B.B. - 10/6/2019 - 21:02


Io invece, per concludere la cosa (almeno per quel che mi riguarda, cosciente di essermi intrufolato nel colorito scambio tra B.B. e F. Moroni...), vorrei raccontare una storia che ha a che fare con canzoni, anonimi, demoni e quant'altro. È un fatto realmente accaduto in Francia diversi anni fa. L'avevo raccontato sul mio blogghino giusto un anno fa, il 24 maggio 2018; riportarlo qui mi permette di inserire dei link e dei video più facilmente, così a mo' di completezza.

Joël
di R.V.


assumort


Quel che segue è di notevole lunghezza. Come sempre ho fatto e sempre farò, suggerisco a chi lo desiderasse leggere di farlo con calma e di prendersi il suo tempo.

Ecco, nonostante tutti gli sforzi per evitare di iniziare con “tutto comincia” eccetera, non ce l'ho fatta, maledizione.

1.
Tutto comincia nella tardissima serata del 6 giugno 1987, su una strada secondaria, in piena campagna, che mena al paese di Ceilhes-et-Rocozels, nel dipartimento dell'Hérault, Francia meridionale. Un banalissimo incidente stradale: un'utilitaria, una Austin Metro rossa, va a sbattere contro un ostacolo sulla strada, un grosso masso sporgente dal lato destro di un rettilineo in una zona leggermente collinosa, vallonnée come si dice in Francia. A bordo dell'autovettura ci sono due persone, due amici che sono stati a mangiare in un ristorante della zona, e che si recano a passare la notte in albergo.

L'Austin rossa è condotta da tale Daniel Blouard, che deve vedersela con quella vecchia carretta inglese: ha, ad esempio, problemi ai fari e gli abbaglianti non funzionano. Succede, specie dopo che si è mangiato e ben bevuto in compagnia di un amico; Daniel Blouard è incolume. Peggio è andata al suo amico, Yves Dandonneau, che è rimasto ferito sul sedile anteriore a fianco, quello del passeggero. Ferito, e ha perso addirittura conoscenza; Daniel Blouard si spaventa e corre a cercare soccorso; facile a dirsi, ora come ora, coi telefonini e tutto quanto. Il 6 giugno 1987, nel buio più completo, in un luogo deserto e con i cellulari che ancora sono esclusivamente quegli automezzi coi quali la Polizia porta in galera, è un po' meno facile. Mentre Yves Dandonneau rimane in macchina privo di sensi, Daniel Blouard s'infila in un viottolo nella foresta, sperando che porti da qualche parte; ha fortuna. Ad un certo punto, c'è una sperduta casa di campagna, e Daniel Blouard comincia a picchiare alla porta e alle persiane sperando che dentro ci sia qualcuno; c'è il padrone di casa, Fernand Pégurier. Tutto un programma: la casa in fondo alla foresta abitata da un tizio che, di cognome, fa “pecoraio”.

Daniel Blouard è preoccupatissimo per il suo amico: in particolare, ha una paura folle che l'autovettura incidentata prenda fuoco. Fernand Pégurier si attacca al telefono di casa e chiama i pompieri di Ceilhes; dice loro di andare verso la località che si chiama il “Col de l'Homme Mort”, il Colle dell'Uomo Morto. Da Ceilhes ci vuole una mezz'ora buona; Daniel Blouard è parecchio agitato, e accetta un caffè da Fernand Pégurier prima di tornare sul luogo dell'incidente. Disgraziatamente per il povero Yves Dandonneau, è un nome perfetto per quel posto: come presagito di continuo dal suo amico, l'Austin rossa è in fiamme e dentro c'è l'uomo morto, nella fattispecie carbonizzato. Daniel Blouard, disperatissimo, dice che aveva dovuto lasciari accesi i fari della vettura a causa del buio pesto, e che quei fari erano difettosi. Hanno fatto corto circuito, dando fuoco alla macchina e a chi c'era rimasto intrappolato e svenuto dentro.

Le prime constatazioni dei pompieri e della Gendarmeria confermano l'accaduto: un maledetto incidente, e una sfortuna ancor più maledetta per il passeggero che ci ha rimesso la pelle in modo atroce. La compagna dell'Uomo Morto, che si chiama esattamente come il dipartimento (Marie-Thérèse Héraut, la pronuncia è la la stessa di “Hérault”) e la segretaria, Danièle Simonin, vengono chiamate a riconoscere il cadavere, cosa che fanno senza esitazione. Tutto terminato, insomma. Un incidente stradale come tanti, sebbene con terribili conseguenze. Una delle migliaia di vittime della strada che nutrono le statistiche.

L'Uomo Morto, peraltro, vale a dire Yves Dandonneau, era stato parecchio previdente e, purtroppo per lui, presago. Solo due mesi prima la sua morte, nell'aprile del 1987, aveva pensato di mettere al riparo la sua compagna da eventuali disgrazie che potessero capitare; Yves è un uomo giovane, ma certi presentimenti, è inutile negarlo, possono sorgere a qualsiasi età. Per farla breve, due mesi prima di morire Yves Dandonneau aveva stipulato a favore della sua compagna non una, ma otto assicurazioni sulla vita, per un ammontare totale di undici milioni e novecentomila franchi dell'epoca, vale a dire circa un milione e ottocentomila euro attuali. Non solo: avendo già redatto le sue ultime volontà, Yves Dandonneau aveva disposto che il suo corpo fosse cremato. Metà dell'opera già eseguita dall'incidente stesso e dal corto circuito dei fari dell'Austin, ben presto viene eseguita la seconda parte con la completa incinerazione delle spoglie mortali. La cosa avviene rapidamente, perché non era stata disposta nessuna autopsia.

Yves Dandonneau aveva, come detto, una segretaria. Di lavoro faceva, del tutto casualmente, il bravo assicuratore, nella cittadina di Montmorency; ma aveva ultimamente deciso di cambiare completamente attività. Nato a Béziers (la città della strage dei Catari, quella del famoso detto di Simon de Montfort, “Ammazzateli tutti, Dio riconoscerà i suoi”), è figlio di un gendarme singolarmente violento e tirannico, e di un'insegnante di violino. Il padre-padrone, uomo d'ordine, mantiene la disciplina nella famigliuola pestando a ripetizione moglie e figlio, e spaccando regolarmente sia i violini della consorte che la faccia del figlioletto. Il quale, dopo aver messo incinta da ragazzotto una vicina di casa che è costretto a sposare, pensa bene, come contrappasso, di far domanda per entrare nella Polizia. Dopo un periodo di prova, viene rispedito a casa a calci nel didietro per il suo carattere ribelle e violento; prova inconfutabile della missione educativa della famiglia tradizionale. Dopo un po', scopre la sua vocazione autentica: le assicurazioni. Presto ottiene un successo clamoroso: viene soprannominato il “Lucky Luke delle Assicurazioni”, per la velocità con cui conclude i contratti. E' un bel ragazzo, sa intortare la gente, e nel ramo questa è una dote non di poco conto. Un bel giorno, in televisione, danno un vecchio film di Billy Wilder, del 1944, che in italiano si chiama La fiamma del peccato, con quel viziaccio che abbiamo di tradurre i titoli dei film in modi che non c'entrano un accidente con l'originale; in inglese si chiama propriamente Double Indemnity, e in francese Assurance sur la mort. A Yves Dandonneau frulla qualcosa in testa, assieme al desiderio di cambiare vita. Essendo stato vittima, da bambino, di violenze familiari, gli viene in mente, almeno a suo dire, di aprire una scuola-rifugio per bambini che avevano subito le medesime violenze in quel luogo di delizie e d'amore che si chiama “famiglia”; per tale encomiabile progetto, gli necessitavano circa dieci milioni di franchi. Una benefica istituzione per la quale Yves Dandonneau ha scelto anche il luogo preciso: l'isola greca di Rodi.

Daniel Blouard, il suo disperato amico e causa involontaria dell'incidente, ha invece un mestiere del tutto diverso: è infermiere ospedaliero. E' una persona depressa, e ha costante bisogno di soldi, du fric (o du pognon, come si preferisce). Danièle Simonin, la segretaria di Yves Dandonneau, è sposata; ma, da buona segretaria, è diventata anche l'amante di Yves Dandonneau, cosa sulla quale sia il di lei marito che la di lui compagna sembrano chiudere un occhio, e forse anche tutti e due. Insomma, alla morte del povero Dandonneau, tutto sembra andare come deve andare; cinque delle otto polizze di assicurazione vita sono già state regolate, e si attendono le altre tre. Alla riscossione delle polizze si recano sempre tutti e tre: la compagna, la segretaria-amante e il marito di lei. Un'amicizia au-délà de la mort, con qualche risvolto un po' boccaccesco.

Ci si mette, però, di mezzo la Perfida Albione.

Tra le otto compagnie assicurative con cui il morituro Yves Dandonneau aveva contratto le polizie, ve n'è infatti una britannica, con regolare ufficio a Parigi. Con essa, Dandonneau aveva stabilito un'interessante clausola, limitata al rischio di decesso accidentale e con triplicazione del premio nel caso particolare di morte sopravvenuta per incidente stradale. Informata del sinistro, la compagnia britannica rileva che il contraente ha omesso di dichiarare l'importo cumulativo delle polizze previamente sottoscritte presso altre compagnie; e avete visto qui come sono bravo col linguaggio burocratico-assicurativo, frutto di chilogrammi di traduzioni del genere effettuate in passato, ancorché quasi tutte dall'inglese. Insomma, come dire, agli assicuratori britannici salta la mosca al naso. C'è qualcosa che non quaglia, e viene ingaggiato un investigatore privato per fare un po' di chiarezza su questa strana cosa. Il detective, francese, si chiama Jean Porcer; e mi piace rimarcare che in questa bizzarra storia interviene prima un pecoraio, il Pégurier della casetta nella foresta, e poi un porcaro, il Porcer che indaga per conto della compagnia assicurativa britannica.

Il detective Porcaro si trova subito di fronte a dei fatti inquietanti assai. Intanto, l'Austin Metro è completamente bruciata e non ne resta che lo scheletro metallico, in condizioni che è facile immaginare. All'interno vengono ritrovati anche dei resti di ossa, che la Gendarmeria infila nel primo sacchetto di plastica a disposizione, uno di quelli del supermercato. I resti della vettura vengono depositati in un garage di Ceilhes, dove il sindaco, monsieur le Maire, suggerisce di tenere per la notte anche il sacchetto della spesa contenente poco più di tre grammi di ossa umane sbriciolate. La salma carbonizzata di Yves Dandonneau è stata, come detto, fatta cremare a tempo di record: a questo punto, la mosca al naso salta anche ad un'altra compagnia assicurativa tra le famose otto, francese stavolta. La FPA, Fédération Professionnelle des Assureurs, dispone di una “cellula anti-frode”, detta ALFA, che si mette all'opera con un ispettore incaricato.

L'ispettore dell'ALFA stabilisce in primo luogo, basandosi sulla deposizione di Daniel Blouard, che l'Austin andava piano, in seconda. Blouard tiene a ribadire la sua scalogna nera: sulla strada, infatti, non c'era che quell'ostacolo e lui vi era andato a sbattere mentre procedeva pian pianino e senza abbaglianti. Nonostante questo, l'ispettore rileva che il tratto di strada del “Colle dell'Uomo Morto” è in rettilineo, e che il masso dell'incidente si trova in una posizione del tutto visibile, ed evitabile anche a notte fonda con gli anabbaglianti. Non c'è peraltro alcun segno di frenata: a meno di non buttarcisi contro, qualsiasi guidatore, anche leggermente “bevuto”, lo avrebbe evitato senza problemi. L'ispettore, poi, non riesce assolutamente a capire come mai Daniel Blouard abbia preso quella stradina secondaria per recarsi a Ceilhes, quando esiste un'altra strada, di transito ben più facile e maggiormente frequentata, che vi si reca. Il 12 agosto 1987, dietro relazione puntigliosa e circostanziata dell'ispettore assicurativo, viene presentata una denuncia (qui mi preme far notare la meravigliosa espressione francese, porter plainte, vale a dire “portar lagnanza”) presso la Procura di Montpellier; la possibilità di una gigantesca truffa, un escroc di dimensioni colossali ai danni delle compagnie assicurative, si è fatta decisamente strada; tanto che il giudice istruttore, che poi è istruttrice trattandosi di M.me Claudine Laporte, ordina alla Gendarmeria della regione Linguadoca e Rossiglione di ripigliare immantinente le indagini.

A indagini gendarmesche già riprese, e come si è già accennato, cinque delle otto compagnie assicurative hanno già saldato il sinistro; restano le altre tre, che attendono i risultati dell'inchiesta. I tre grammi di ossa rinvenuti nell'Austin bruciata (per la precisione, 3,7 grammi) vengono inviati per le analisi al CARME (Centro di Applicazione e Ricerca in Microscopia Elettronica), il laboratorio privato della Polizia francese. All'epoca, naturalmente, non si parlava ancora di DNA. Qui, ne scongiuro, non mi si domandi di dire come, perché già sto facendo i salti mortali per tenere un tono très policier; però, coi tre grammi virgola sette di ossa, gli esperti del CARME riescono a ricostituire parte di una mascella umana alla quale mancano due denti del giudizio; e si dà il caso che essa non corrisponda affatto all'impronta dentale (o dentaria? Perdonatemi, sto quasi fondendo) conservata dall'odontoiatra di Yves Dandonneau. Insomma, l'uomo morto carbonizzato nell'Austin presso il Colle dell'Uomo Morto, non è l'uomo morto ufficiale. Yves Dandonneau è vivo e vegeto, da qualche parte, e pronto a godersi i soldoni della sua truffa assieme alla compagna, all'amante e al di lei marito heureux cocu. Qualcosa, naturalmente, toccherà anche a Daniel Blouard, l'amico disperato che guidava l'Austin.

Restano quindi da stabilire un paio di cose assolutamente elementari. La prima è rintracciare tutta la banda, la quale, a questo punto, non è ricercata solo per truffa, ma anche per omicidio volontario perché qualcuno, in quella macchina, è comunque morto. Qui interviene un fatto très français et républicain, che del resto noialtri ben conosciamo con la rivalità tra Carrabbinèra e Polizia: nonostante tutta la ricerca sia stata affidata alla Gendarmeria, è la Polizia che ci mette il becco. Due giorni dopo l'apertura dell'inchiesta a Montpellier, a Parigi, si presentano ad un ufficio postale del 15° Arrondissement tre persone per ritirare qualche spicciolo: due milioni e quattrocentomila franchi in contanti. Le tre persone in questione sono, guarda caso, Marie-Thérèse Hérault, la compagna dell'ex-defunto Yves Dandonneau, Danièle Simonin, la segretaria-amante, e il marito di quest'ultima. Gli impiegati dell'ufficio postale versano ai tre la somma dietro regolare presentazione di assegni validi di due compagnie assicurative; ma [barrare qui con una X] a) dotati di notevole senso civico [ ]; b) non facendosi i cazzi loro [ ], avvertono la Polizia, che interpella i tre e li mette in garde à vue (il fermo di polizia, spiacevole condizione in cui, recentemente, è incorso anche l'ex presidente Nicolas Sarkozy). Quando arriva la notizia, àpriti cielo: la giudice istruttrice di Montpellier, la succitata Claudine Laporte, si incazza parecchio assieme alla Gendarmeria, e ordina l'immediato rilascio dei tre. Nel frattempo, Yves Dandonneau, il morto risuscitato, è fatto oggetto di intercettazioni telefoniche: viene localizzato nel dipartimento delle Alpi Marittime, vicino a Cannes. Il 15 gennaio 1988 viene finalmente scovato in una villetta di Rouret, arrestato e messo in galera. Ha trovato, naturalmente, modo di farsi un po' di chirurgia plastica, e ora si fa passare per tale Bernard Depenne, oppure per altrettanto tale François Meunier; dimodoché, dopo il Pecoraio e il Porcaro, nella storia interviene anche il Mugnaio. Tutto inutile, dato che si possono cambiare un po' i connotati, ma non l'impronta dentale (o dentaria); Yves Dandonneau torna quindi ufficialmente in vita, e la prima cosa che fa da novello Lazzaro è denunciare tutti i suoi complici. I quali, stavolta, vengono messi al gabbio a Parigi, senza remissione, e con accuse da far rizzare i capelli.

Fin qui la storia della truffa. Diciamocelo francamente: le truffe ai danni delle assicurazioni restano abbastanza simpatiche, nonostante si tratti sempre e comunque di vile denaro, di quattrini a palate (di sicuro non si organizza una cosa del genere per cento euro), di cambiar vita, di palmizi, atolli & lagune blé. Le assicurazioni, generalmente, restano sul culo a tutti, e raccontando una truffona ai loro danni, ancorché finita male, si tende a parteggiare un po' per i truffatori. Si può tenere anche un tono un pochino giocoso nella narrazione, alla Marco Malvaldi per intendersi. Riconosco onestamente e volentieri di essermi un po' ispirato al suo modo di narrare, nonostante egli sia -quel horreur!- pisano. Ma lo perdono un po', perché nei suoi ultimi libri del Bar Lume ha dato a Massimo Viviani una fidanzata elbana, e perché lo sceneggiato televisivo è girato a Marciana Marina.

2.
Ora, però, si cambia radicalmente tono. Perché resta da parlare della seconda delle due cose elementari in questa storia. Nell'Austin Metro rossa, la sera del 6 giugno 1987 al Colle dell'Uomo Morto, chi è morto? Di chi sono i tre grammi virgola sette di ossa della mascella? Chi è stato prima carbonizzato e poi cremato al posto del redivivo Yves Dandonneau? Il tono cambia, e -almeno per quel che mi riguarda, scompare ogni simpatia per tutta la banda.

L'amico disperato, Daniel Blouard, colui che guidava la vecchia e scassata Austin Metro, aveva, nell'organizzazione della truffa, un compito fondamentale: quello di reperire un morto. Facendo l'infermiere in un ospedale, la prima idea era stata quella più ovvia, nonostante la cosa non sia propriamente semplice e che si tratti pur sempre di un reato non da noccioline: quella di trafugare un cadavere all'obitorio. Operazione non semplice, che infatti si rivela impossibile: provateci un po' voi. Yves Dandonneau, a questo punto, ha un'altra pensata: si rivolge ad un altro suo amico, tale François Meunier (di cui, poi, assumerà l'identità nel suo periodo mortuario), che fa il cuoco ed al quale ha promesso un impiego nella sua futura scuola per i bambini maltrattati in famiglia, affinché gli procuri un vivo da ammazzare, bruciare e cremare al posto suo. Molto più semplice che trafugare un cadavere autentico. Chi può essere? Naturalmente, un barbone. Un “senza fissa dimora”. Un emarginato. Un senza nessuno e senza niente. Un non-uomo di cui nessuno venga a chiedere conto. Un abbrutito, un minorato mentale, un rifiuto umano, senza vita e senza storia, che comunque sarebbe finito in una fossa comune. E' esattamente quest'ultima espressione che verrà usata da Yves Dandonneau nella sua deposizione: un rifiuto umano.

François Meunier, quello vero, vive in un Hachelem e non ha un soldo. Yves Dandonneau gli promette mari e monti, compresi i due simboli dello status borghese: una villetta tutta sua, un pavillon, e un SUV. Basta che gli trovi il morto. François Meunier ha, del resto, già la vittima predestinata. A Sarcelles frequenta spesso un bistrot, “Le Ravel” (sì, dal nome del musicista del Bolero), dove, tra gli avventori, “simpatizza” con un alcolizzato, tale Joël. Non sa nemmeno come fa di cognome: è Joël e basta. La preda perfetta. Gli offre da bere, ci fa gran chiacchiere e diventa suo grande amicone.

Joël, un cognome invece ce l'ha. Si chiama Joël Hipeau e ha una quarantacinquina, una cinquantina d'anni. A quindici anni ha conseguito il Baccalaureato, la Maturità francese: è il più giovane di tutta la Francia a livello storico. Ha un quoziente di intelligenza superiore. E' laureato in giurisprudenza e ha iniziato il corso di studi per la laurea in medicina. Una vita borghesemente felice, sposa il suo grande e primo amore del liceo, lavora bene e ha una vita piuttosto agiata. Finché non scopre, dopo un po', che la moglie lo tradisce, e lo tradisce perché si è propro innamorata di quell'altro. Divorziano. Joël Hipeau va nei pazzi, e la sua vita va in pezzi. Può accadere, per amore, nonostante le volutamente finte dichiarazioni di Violeta Parra nelle sue Décimas: d'amore si crepa eccome.



Si crepa a volte morendo, a volte vivendo e diventando un relitto, una Épave, come si dice spesso nelle canzoni di Georges Brassens (Sète, 20 ottobre 1922 – Saint-Gély-en-Fescq, 30 ottobre 1981). Una delle canzoni di Brassens si chiama proprio così, L'épave; ma lui stesso, nella sua più che autobiografica e bellissima Princesse et le Croque-Notes, si era definito une épave accrochée à sa guitare, un relitto aggrappato alla sua chitarra.



Joël Hipeau perde ogni cosa. Si mette a bere come un polacco, pianta il lavoro, pianta la casa, pianta ogni cosa e diventa un routard. E' un po' difficile rendere esattamente questa parola in italiano: si potrebbe dire un “giramondo”. Gira di qua e di là per la Francia, con il suo bagaglio: la sua umanità, la sua tristezza, la sua cultura profondissima e le canzoni di Georges Brassens, nel cui mondo si riconosce. Vive di espedienti, di lavoretti, di carità, sempre in giro per le strade di Francia; ogni tanto, un giretto se lo fa pure in prigione per furtarelli e quant'altro. Della sua vita precedente, nessuno sa più niente; diventa un invisibile. Con la sua antica laurea in legge, impara a detestare polizie, gendarmi, galere, regolamenti e sacre unioni: bella fine ha fatto la sua, il suo “amore”, la ragazzina dagli occhioni sognanti che magari gli scriveva le frasette sui libri per diventare poi una borghese qualsiasi. Chissà, un avvocato. Ma di avvocati si avrà a riparlare. Nel frattempo, il figlio di un gendarme gli sta preparando il destino, senza che lui lo sappia.

Joël Hipeau è, per il momento, soltanto Joël. Quello che, in un dato periodo, va a bere nel bistrot di Sarcelles, dove conosce l'amicone François Meunier, a sua volta amico dell'assicuratore Yves Dandonneau. Un giorno, François Meunier, alla ricerca del suo cadavere per conto terzi, gli propone una specie di sogno: una gita nientemeno che a Sète, la città natale di Georges Brassens. Non solo: gli promette anche l'acquisto di un volume con tutti i testi delle sue canzoni. Arrivato qui, mi fermo un secondo, mi sposto leggermente all'indietro con la sèggiola e, da uno scaffale, cavo giustappunto un libro: Georges Brassens, Poèmes et chansons, Éditions du Seuil, 1993. Acquistato a Friburgo (Svizzera) il 22 marzo 2005, perché io dato e localizzo scrupolosamente i miei acquisti di libri. La prima edizione del volume è del 1973. Da questo momento, continuo a scrivere con quel volume addosso, sulle ginocchia. Nemmeno a fianco, o vicino: addosso.

La gita a Sète viene organizzata con due automobili: assieme a François Meunier, ci sono due suoi amici appassionati di Brassens, tali Yves Dandonneau e Daniel Blouard. E giù verso il Sud, verso il Sole. Verso Sète e verso la Plage de la Corniche, quella della “Supplique pour être enterré à la plage de Sète”. Ho cominciato a impararle, le canzoni di Brassens, da quando avevo quindici anni: la prima volta che ho messo piede a Parigi, nel giugno del 1979 in gita scolastica (et c'est là que jadis, à quinze ans révolus...), una delle prime cose che ho fatto è acquistare una musicassetta con delle canzoni di Brassens, una antologia con la dicitura “Attention! Chansons PAS pour toutes les oreilles”. Ne conosco almeno tre quarti a memoria. A volte, con Brassens mi sono pure arrabbiato. A volte mi ha fatto piangere. A volte mi ha fatto ridere e quasi sempre mi ha fatto pensare. Non sono diventato né un routard, né un clochard, né un cadavere su commissione; ognuno, del resto, ha la sua maniera per essere fuori da ogni cosa, quale che ne sia la causa e quali che ne siano le modalità. Sulla Plage de la Corniche, a Sète, ho il ricordo di una foto. Un giovane di ventinove anni, raggiante, commosso al tempo stesso, preso in un'angolazione che lo faceva apparire bellissimo. Quella foto, chissà dove è finita; me la aveva presa, si pensi un po', un futuro avvocato. La divagazione, lo ammetto, è un po' noiosa; il ricordo personale in una narrazione è deontologicamente e stilisticamente scorretto. Però mi andava di farlo. Torniamo a Joël.

Durante il lungo tragitto da Sarcelles (vicino Parigi) a Sète, i tre compagni di viaggio di Joël hanno portato una scorta di alcool. Birra e superalcolici. L'intenzione è, naturalmente, quella di schiantare Joël a morte, però non hanno fatto i conti con un imprevisto. Oltre che intelligentissimo, coltissimo, alcolizzato, anarcoide, routard e brassensiano, Joël è un costolone di un metro e novanta, e regge l'alcool come una comitiva di portuali livornesi. Poco male, perché l'infermiere Blouard si è portato dietro un rinforzino: una dose di Pentothal da far stramazzare un toro, oltre ad altre pasticchine e polverine. Il tutto viene, ovviamente e generosamente, aggiunto alle bevande date a Joël durante il viaggio. Ma Joël non ci pensa nemmeno, e i tre amiconi truffatori cominciano ragionevolmente a pensare che sarebbe stato meglio portarsi dietro una pistola. Quello lì canta Brassens, e beve i micidiali cocktails che gli vengono ammanniti. A un certo punto, però, cede; va in coma etilico, in coma tossico, in coma comico, in coma comatoso, in coma di ogni cosa, e i tre lo lasciano a morire in un campetto, sotto un albero (Auprès de mon arbre...). Poi se ne vanno tranquillamente a farsi una bella mangiata di frutti di mare nei dintorni di Montpellier, per tornare dopo a riprendere Joël trasformato, finalmente, nell'agognato cadavere. Per la strada, si fermano a una stazione di servizio e riempiono una tanica di benzina. Daniel Blouard, l'infermiere, certifica che è morto là, sotto l'albero. Fine del rifiuto umano, mentre lontano lontano, in un altrove dove Iddio non c'entra assolutamente niente, si sente una canzone che i tre senz'altro non conoscono: Elle est à toi, cette chanson...

Lo prendono e lo infilano, morto, nell'Austin Metro rossa di Daniel Blouard, lato passeggero, mettendogli la cintura di sicurezza; a questo punto, Joël diventa Yves Dandonneau il morituro. Yves Dandonneau, quello vivo, prende invece posto nell'automobile che segue, assieme a François Meunier. Le due automobili infilano la stradina secondaria che mena a Ceilhes passando per il Colle dell'Uomo Morto; il progetto originario è quello di far precipitare l'Austin in una scarpata, e di darle fuoco, con il cadavere di Joël dentro. Ma, per fare questo, qualcuno dei tre si sarebbe dovuto calare al buio nella scarpata, e nessuno ha voglia di rompersi l'osso del collo. Viene quindi escogitato il finto incidente contro il masso, con la susseguente sceneggiata di Daniel Blouard preoccupatissimo che la vettura prenda fuoco. Nel frattempo, appunto, gli altri due versano tutta la tanica di benzina nell'Austin e le danno fuoco; a bordo dell'altra automobile, Yves Dandonneau e François Meunier se la filano in direzione di Perpignano. Il resto è già stato raccontato. Come cantava Brassens, pure tradotto da De André: C'est pas seulement à Paris que le crime fleurit... (“Non tutti nella capitale sbocciano i fiori del male”...)



A Joël viene dato un cognome, e una vita, grazie a un galeotto. Un suo vecchio compagno di cella, che si ricorda di lui e lo riconosce da una specie di identikit delle sue fattezze ricostruito dai suoi assassini stessi. Si ricorda anche che Joël gli aveva parlato del suo nuovo amore, Géneviève, pure lei una emarginata alcolizzata con la quale aveva deciso, come Brassens con Jutta Heyman, detta “Püppchen”, di non vivere assieme. J'ai l'honneur de ne pas te demander ta main... Géneviève viene rintracciata, ed è lei a fornire il cognome di Joël, e a raccontare la sua vita. Al processo, che si apre anni dopo, il 30 giugno 1992 presso le Assise di Montpellier, viene ammessa come unica parte civile. Il presidente della Corte, però, ha un'idea luminosa: prima dell'apertura del processo, concede un'intervista alla stampa dove definisce Dandonneau come “colpevole” e “assassino”, in barba alla presunzione d'innocenza. Il difensore di Dandonneau, l'avvocato Alain Furbury, monta su un putiferio e ottiene sia la destituzione del presidente, sia il rinvio del dibattimento a data da destinarsi. Alla fine, il processo comincia il 12 ottobre 1992, con un nuovo presidente.

Yves Dandonneau si presenta in aula con un aspetto grottesco. Chi lo ha conosciuto prima, si trova davanti a una specie di maschera di cera. Bel tipo coi capelli scuri e ricci, dopo la chirurgia plastica ha un colorito che va dal terreo al rosaceo malaticcio, con i capelli biondi. Suda di continuo, e sembra che da un momento all'altro tutta quella specie di cerone che ha addosso si sciolga. Subito i giornalisti prendono a chiamarlo La masque de cire.

Géneviève, la compagna di Joël Hipeau, è rappresentata da un principe del foro un po' particolare. Avevo detto che si sarebbe riparlato un po' di avvocati, e devo premettere che, per certe mie vicende personali qui solo vagamente accennate, ho verso l'avvocatura un rapporto che, per cospicue parti della mia vita, è stato leggermente conflittuale. Tanto leggermente, da farmi sobbalzare con hurrà di gioia alla visione della famosa scena di Jurassic Park, quella in cui il tyrannosaurus rex si divora l'avvocato rifugiatosi dentro una latrina.



Il principe del foro che patrocina Géneviève, la compagna di Joël Hipeau, è maître Éric Dupond-Moretti, nato a Maubeuge, nel Nord, il 20 aprile 1961. C'è pure una surreale e famosa canzone che parla del chiardiluna di Maubeuge, scritta da un tassista parigino, Pierre Perrin.



Éric Dupond-Moretti è un proletario, anzi un “plebeo”, come ama definirsi. E' figlio di un operaio metalmeccanico e di una domestica di origine pistoiese, Elena Moretti. I nonni sono pure operai; rimane orfano di padre all'età di quattro anni. Il nonno materno, immigrato in Francia da Pontepetri (Pistoia), viene ritrovato morto in modo sospetto nel 1957, ai bordi di una ferrovia; è anche per questo episodio che il giovane Éric sceglie di studiare giurisprudenza. Dopo essersi diplomato a un collegio cattolico di Valenciennes, si iscrive all'università e si mantiene agli studi facendo, nell'ordine: a) il becchino in un cimitero; b) il manovale in un cantiere; c) l'operaio alla catena di montaggio: d) lo scaricatore di sacchi di sabbia; e) il cameriere prima in un night-club, e poi in un ristorante. Nel 1976, quando ha ancora solo 15 anni, segue alla radio il processo di Christian Ranucci, che verrà condannato a morte su basi quantomeno dubbie; è, per il ragazzo, la “molla”. “Sono diventato avvocato per odio alla pena di morte”, dirà in seguito. Diventa avvocato penalista nel 1984; attualmente è il detentore del record assoluto delle assoluzioni nella storia del diritto francese (141 a tutto il 2017), che gli ha valso il soprannome di “Acquittator”. E' un socialista di sinistra; nel 2013 rifiuta la concessione della Legion d'Onore, e nel 2015 si dichiara pubblicamente in favore della messa fuori legge del Front National. Nell'ottobre del 1992, invece, lo vediamo come pubblico accusatore.

A parte il fatto che l'avvocato Dupond-Moretti è un omone di un centinaio di chili e rotti, sono propenso a credere che, per lui, avrei fatto un'eccezione e che non mi avrebbe fatto piacere che fosse stato sgranocchiato dal tyrannosaurus rex. Ma, al termine di questa lunga, lunga storia, non lo dico tanto per la sua storia e per le sue convinzioni, che pure ritengo altamente rispettabili. Lo dico per quanto fece al processo contro Yves Dandonneau e la sua banda di piccoli, miseri truffatori e assassini per denaro. A proposito: la storia della scuola-rifugio per i bambini maltrattati era, naturalmente, del tutto finta. Più che far condannare Yves Dandonneau, l'avvocato Dupond-Moretti volle ridare a Joël Hipeau, il “rifiuto umano”, la sua vita e la sua storia. Poiché quel che disse esattamente è stato raccontato in una trasmissione dedicata ai faits divers, ve lo voglio far leggere in traduzione:

“Sono stato incaricato da Géneviève Conce, che è la compagna di Joël Hipeau, e che mi aveva chiesto di potersi costituire parte civile. Ma, per fare qualcosa di inedito, è questione di dire all'imputato che ha ucciso una persona straordinaria. Ho detto che, nonostante il suo stile di vita, era un uomo eccezionale. Era un emarginato, un “routard”, un giramondo, ed era così che lo definiva, non aveva un lavoro stabile, non era un borghese, ma era una persona eccezionale. Eccezionale per la sua generosità, per la sua cultura, per la sua sensibilità, e non bisognava soltanto dire tutto questo, ma anche far sì che Dandonneau non fosse condannato a una pena troppo severa. Joël non amava affatto la polizia, i gendarmi e la giustizia. Era un adepto di Brassens, sul piano estetico certamente, ma anche su quello filosofico. Ed è questo che ho detto davanti a una Corte d'Assise. Per un avvocato, è qualcosa di straordinario. Quando sono entrato alle Assise, il presidente della Corte era disposto molto favorevolmente nei miei confronti, e questo è normale quando si rappresenta l'accusa...ci si aspetta che il rappresentante dell'accusa corrobori l'azione giudiziaria. Questo sarebbe consistito, in quel caso, nel dire un sacco di schifezze su Dandonneau, e nel fare sì che fosse condannato alla pena più pesante possibile. Io non ero là per questo. Ero là per parlare della personalità di quest'uomo [Joël Hipeau], per tentare di riabilitare la sua memoria, e per dire all'imputato che aveva commesso l'irreparabile per uccidere una persona di valore. Quel processo era contro uno che aveva scelto apposta la sua vittima, l'emarginato la cui vita non valeva niente e che era stato condannato a morte, lo sappiamo, per denaro. Nella requisitoria...nella requisitoria bisognava evocare Brassens, perché Brassens è come il cuore di tutto il processo. Anche Géneviève ci teneva particolarmente. A un certo punto ho detto ai giurati: Con quel dare del tu che è tipico di chi ama subito, vi avrebbe detto 'Elle est à toi cette chanson', e ho scelto proprio quel breve passaggio della canzone dove i gendarmi portano via lo straniero, e colui che assiste a questa scena non sorride. Ho esitato un attimo...l'aula era piena stracolma...la canto, non la canto...e alla fine mi sono messo a cantarla...'D'un grand soleil'...e ho terminato la requisitoria. Per me è un ricordo eccezionale, e confesso che non ho più cantato mentre patrocinavo. Non sta peraltro a me dire quale effetto abbia avuto sui giurati, ma è stato un momento emozionante, un omaggio postumo.



Il 16 ottobre 1992, Yves Dandonneau viene condannato a 20 anni di carcere.
François Meunier, a 9 anni.
Daniel Blouard, a 14 anni.
Marie-Thérèse Héraut e Danièle Simonin a 4 anni con la condizionale.

Yves Dandonneau è uscito di carcere nel 2001, dopo avere scontato 13 anni.

I tre grammi virgola sette d'ossa della mascella rimasti di Joël Hipeau riposano in pace da qualche parte che ignoro, senza i denti del giudizio. Le sue ceneri erano state disperse. Qu'il te conduise, à travers l' ciel, au Père Éternel.

Riccardo Venturi - 10/6/2019 - 22:31


Sai cosa mi dispiace molto, Riccardo? Di non aver trovato in Rete una foto di Joël Hipeau. Mi piacerebbe pensarlo vivo e invece mi vengono solo in mente quei tre grammi virgola sette d'ossa della sua mascella...

Per quel che riguarda invece Marie Trintignant, per fortuna tutti possiamo immaginarla, bella com'era, e a me piace ricordarla qui in una foto insieme ad un uomo che l'ha sicuramente amata molto e protetta:

B.B. - 11/6/2019 - 16:13


Lo so, purtroppo. Quando ho scritto quella cosa un anno fa, ne avevo cercata una anch'io: nulla da fare. Quando digiti "Joël Hipeau" compaiono solo le foto di Yves Dandonneau durante il processo, trasformato in "maschera di cera". O forse, chissà, Joël Hipeau aveva la stessa faccia di Jean-Luis Trintignant nel "Sorpasso".

Riccardo Venturi - 12/6/2019 - 09:40


Oltre i toni accesi della conversazione ai quali mi sono abbandonata anche io vorrei avanzare alcune più pacate riflessioni.
Credo di dovere una precisazione, sono Franca Moroni, coetanea degli esseri umani protagonisti della tragedia di cui stiamo scrivendo, madre di una ragazza di 25 anni. Per contestualizzare il mio pensiero dico che i primi fatti di cronaca che ricordo sono la strage del Circeo e quella di Piazza della Loggia.

Al di là delle emozioni che l'argomento della conversazione suscita vorrei porre alcune domande.

1) C'è uno scarto inevitabile fra cosa individualmente riteniamo con "avere espiato la pena" e cosa lo Stato (detentore dell'amministrazione della giustizia)intende con questa locuzione: chi ha su questo l'ultima parola in uno Stato di diritto?

2) Riteniamo che abbia un senso l'idea della pena come riabilitazione a fronte del più terribile reato che può essere commesso? Anni orsono fummo chiamati a esprimerci su un referendum che chiedeva l'abolizione dell'ergastolo. Chi stabilisce quando è terminato il processo di riabilitazione e le forme del reinserimento sociale del reo? Personalmente ritengo sia lo stesso Stato. Sapendo bene che la posizione fredda dello Stato non potrà mai coincidere con quella di chi ha subito perdite irreparabili umanamente e affettivamente.

3)Chiunque viva in un contesto familiare comprendente più persone credo abbia provato quali e quanti sentimenti reciproci di enorme intensità attraversino le relazioni fra membri della famiglia. Credo anche che spesso questi potenti sentimenti coinvolgano paure e sentimenti di morte.
Basti pensare al numero elevato di madri che uccidono i propri bambini piccoli.
(Non si spiegherebbe la vitalità della tragedia greca anche nelle società contemporanee).

4) Ogni tragedia, in particolare quelle che maturano in ambito familiare, è un fatto a sè stante, una reazione chimica in cui si fondono sentimenti, culture profonde, stati fisici e il caso....sì anche il caso. Di qui la mia personale perplessità sulla generalizzazione offerta dalla parola femminicidio.

5) Se non si interviene con supporti qualificati in contesti che si stanno avvitando su loro stessi, in ognuno cogliendone specificità, accogliendo gli stati d'animo delle parti, temo che tragedie di questo tipo saranno difficilmente scalfibili dall'enunciazione di principi generali ed anche dall'introduzione di pene più severe.

Mi interessa il punto di vista degli altri.
Complimenti a Venturi per il racconto che ci ha inviato.

F. Moroni - 12/6/2019 - 11:15


Mi pare che Lei abbia un modo di procedere nei ragionamenti abbastanza incoerente.
Qui si è sempre parlato sostanzialmente di giudizi contrastanti sull'opportunità che Cantat, dopo quello che ha fatto, abbia cercato di tornarsene alla ribalta delle scene.

Lei invece prima ha spostato il ragionamento su di un'assurda indagine psicologica sul sottoscritto, poi ora sui problemi non facili relativi alla pena, al diritto e alla giustizia.
Personalmente, non sono affatto esperto di diritto, non l'ho mai praticato, anche se sono laureato in legge, ma credo che molto difficilmente si verifichi nella realtà la coincidenza tra legge e giustizia, così come tra delitto e proporzione della pena.

Nel caso del barbaro assassinio della Trintignant, ignoro se in materia di omicidio, e femminicidio in particolare, il codice penale lituano sia più "tenero" del nostro... Quasi sicuramente la volontarietà di quell'assassinio è stata ritenuta sminuita dallo stato di alterazione dovuto all'ubriachezza di Cantat... ma ci sarebbe anche da dire che gli stati di alterazione autoprovocati ormai cominciano in molti ordinamenti ad essere considerati non più un'attenuante ma un'aggravante... E poi non dimentichiamoci il livello in cui anche noi eravamo solo tre decenni fa, quando nel nostro codice penale esistevano ancora fattispecie come il cosiddetto "omicidio d'onore"... Chissà in Lituania qual è stato il percorso di evoluzione culturale rispetto all'uxoricidio, al femminicidio, ecc... Personalmente sono poi più che convinto dell'utilità necessaria delle pene alternative, prima di tutto perchè riducono di moltissimo le reiterazioni, le recidive... E poi è la nostra Costituzione stessa che dice cha la pena non può essere solo afflittiva... Ne sono convinto, così come sono convinto anche che – purtroppo - chi ha i mezzi per difendersi abbia molto spesso un destino giudiziario ben più favorevole di chi non li ha... La legge sarà anche uguale per tutti, ma la giustizia è "di classe"...

Lei poi fa riferimento alla strage di Piazza della Loggia: e si figuri se mi metto ad invocare la "pena esemplare" per Cantat quando Carlo Maria Maggi, mandante di quella strage, è stato condannato all'ergastolo solo nel 2015 ed è morto l'anno scorso senza probabilmente essersi fatto un solo giorno di galera!?! E si figuri se voglio Cantat al gabbio quando Fioravanti e Mambro, condannati a 8 o 9 ergastoli e centinaia di anni di carcere per la strage di Bologna e altri efferati omicidi, da molti anni ormai passeggiano tranquilli per le nostre strade!?! Al confronto, se parliamo di proporzione della pena, a Cantat dovevano mandarlo un anno in affidamento in prova ai servizi sociali!!!

Detto questo, che qualunque esperto potrà tranquillamente smontarmi, Le posso ancora dire che quando contribuisco una canzone sulle CCG/AWS – e ne ho contribuite alcune migliaia! - e questa canzone racconta una storia di uomini, la prima cosa che faccio è cercare di dare un volto ai suoi protagonisti, cercando i loro visi nell'immensità del WEB... Così facendo, mi sono accorto che spesso sono solo i carnefici ad avere un volto, non le loro vittime... Non è il caso ovviamente della Marie Trintignant, figura molto nota, ma lo è nel caso di tante donne abbattute dai loro uomini, o nel caso riportato dal Venturi qui sopra, quello del barbone Joël Hipeau e dei suoi residui tre grammi d'ossa, o in quello dei migranti finiti in fondo al mare o spariti nel deserto, mentre i mandanti delle loro morti stanno sotto i riflettori dei media nei palazzi governativi in Libia, in Italia, a Bruxelles, o in quello dei villaggi spazzati via dalla guerra o dagli squadroni della morte, mentre i loro carnefici discutono di strategia seduti persino al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, o in quello di interi popoli fatti a pezzi dalle crisi finanziarie, mentre i loro carnefici fanno importanti dichiarazioni ai media dagli scranni dei grandi gruppi bancari, del FMI e della Banca Mondiale...
Ma sono consapevole, come Charlie Chaplin in "Monsieur Verdoux", che "Un omicidio è delinquenza, un milione è eroismo. Il numero legalizza, mio caro amico!"

Però, in ogni caso, mal sopporto – molto personalmente e senza pretesa di convincere nessuno - il carnefice che cerca, come Cantat, di riguadagnarsi il calore del sole, la luce del successo, l'amore del suo pubblico. Trovo la cosa incomprensibile ed offensiva.

Solo questo ho voluto e volevo dire, prima di essere tirato dentro in discussioni collaterali fuori tema o di difficilissima interpretazione e comprensione.

Ho finito per sempre su questo argomento. Me ne torno alle canzoni.

B.B. - 12/6/2019 - 18:01



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