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Ballada o Bieli

Jacek Kaczmarski
Lingua: Polacco

Lista delle versioni e commenti


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12.09.1987
Testo e musica di Jacek Kaczmarski
La canzone era presente sulle diverse musicassette edite clandestinamente sul finire degli anni '80, quando Kaczmarski lavorava a Monaco di Baviera per Radio Free Europe.
La prima cassetta ufficiale che la contiene è intitolata "Kosmopolak" ed è uscita nel 1991
Il testo da http://www.kaczmarski.art.pl/index.php


http://www.kaczmarski.art.pl/tworczosc...http://www.kaczmarski.art.pl/tworczosc...http://www.kaczmarski.art.pl/tworczosc...http://www.kaczmarski.art.pl/tworczosc...
Są narody, które znają
W dziejach swoich każdy kamyk,
Tak że mało o to dbają -
A my mamy - Białe Plamy.

Plam tych biel - historię naszą
Skupia w sobie, niby w lustrze;
Wizje czasów, które straszą,
Wizje - których się nie ustrzec.

Po Syberii Białej Plamie
Idzie tłum zesłańców pieszo
I zapada w tłumną pamięć
Typ w papasze i z pepeszą.

W Białej Plamie słusznych jatek
Biało nowa gwiazda świeci
Nad rozpaczą białą matek,
Którym odebrano dzieci.

W białym dole białym wapnem
Białe czaszki przysypali,
Biało podpisane pakty,
Biało się Warszawa pali.

W bieli plam, jak w światła bieli
Tamten świat się nam ukazał;
Nic dziwnego, że się wzięli,
Żeby plamy te wymazać.

Wszystkie barwy krzywd w narodzie
Żyją w świetle Białych Plam,
Cóż posłuży ku przestrodze,
Kiedy je wymażą nam?

Wieczna przyjaźń, wieczna zgoda,
Wieczne zadośćuczynienie,
Wieczna wdzięczność dla "naroda",
Który przyznał nam cierpienie.

Tak się nam dziejowy dramat
Kończy scenką dopisaną:
Miast pointą, co nam znana -
Wymazaną białą plamą.

inviata da Krzysiek Wrona - 6/8/2014 - 17:35




Lingua: Italiano

Traduzione italiana (letterale) di Krzysiek Wrona
10 agosto 2014
LA BALLATA DEL BIANCO

Ci sono le nazioni, che conoscono
Ogni ciottolo della loro storia patria,
E per questo che manco ci tengono più di tanto –
E noi invece ce l’abbiamo – le Chiazze Bianche.

Il bianco di queste chiazze – la nostra storia
Converga in se stessa, come nello specchio;
Le visioni dei tempi che mettono spavento,
Le apparizioni – che sono inevitabili.

Attraverso la Chiazza Bianca della Siberia
Va a piedi un nugolo dei deportati
E si imprime nella memoria colletiva
Il tipo in “papacha” e con “pepesza”.(1)

Nella Chiazza Bianca dei macelli ben giustificati
Splende la Bianca stella nuova,
Sopra la disperazione bianca delle madri
Alle quali hanno portato via i loro bambini.

In una fossa bianca con la bianca calce
I teschi bianchi hanno interrato,
In bianco i patti erano firmati,
La fiamma bianca avvolge Varsavia.

Nel bianco delle chiazze, come nel chiaro della luce
Ci è apparso quel’altro mondo;
Non ci stupisce che abbiano deciso
Di cancellare queste chiazze.

Tutte le tinte dei torti nella nazione
Vivono nel chiarore delle Chiazze Bianche,
Che cosa servirà per avvertimento,
Quando ce le cancelleranno?

Amicizia eterna, eterno accordo,
L’eterna riparazione dell’ingiustizia
L’eterna gratitudine al “narod”,(2)
Che ci ha assegnato la sofferenza.

E così che finisca a noi il storico dramma
Con una sceneggiata aggiunta all’ultimo:
Invece di una battuta finale che conosciamo –
La chiazza bianca cancellata.

inviata da Krzysiek Wrona - 10/8/2014 - 23:31




Lingua: Italiano

Versione italiana di Salvo Lo Galbo

"Macchia bianca", per i latini "terra incognita"; sulle mappe geografiche si indicavano così gli spazi vuoti, lasciati appunto in bianco, corrispondenti alle aree delle quali niente si sapeva ancora. Sembra che in Polonia si sia pubblicata, dal 2000 al 2008 - così m'informa Wikipedia - una Encyklopedia "Białych Plam" che enumera in ordine alfabetico, per diverse dozzine di tomi, non solo i rimossi crimini politici del regime, ma le realtà "dissidenti" (religiose soprattutto) che continuarono a esistere fino al 1989, il tutto ad opera di studiosi di una università cattolica. La citata "enciclopedia" della traduzione è quindi una metafora, non da confondersi con la vera Encyklopedia "Białych Plam".

Ho cambiato, perché mi è stata quella a venirmi in maggior aiuto, la struttura ritmica. La canzone di Kaczmarski è in rime alternate, ABAB. La traduzione procede per un ABCD - ABCD, cioè a rimare - Arnaldo Daniello, grazie! - sono le lasse tra loro, non i versi al loro interno.
BALLATA DEL BIANCO

Pare esistano Paesi
che conoscono ogni pietra
della loro storia al punto
che non gliene importa neanche.
Ma da noi la storia, se si
specchia, da se stessa arretra
per l’orrore e lo spavento…
Perciò è tutta Macchie Bianche.

Un’enorme macchia bianca,
la Lubjanka sotto Berjia,
nugoli d’esuli in marcia
su di un conto alla rovescia.
Ma nella memoria sbianca
lo zek verso la Siberia
con in testa la papachia
e alla schiena la pepesza.

Sulla Macchia Bianca delle
ben giustificate scanne
c’è la bianca stella nuova
che risplende come un nimbo
e sui pianti, sulla pelle
bianca di tutte le donne,
madri dalla quale cova
han portato via un bimbo.

Neve bianca che si sciolse;
teschi bianchi in bianche fosse
sotto un po’ di bianca calce
da Katyn in Jugoslavia.
E una bianca fiamma avvolse
le bandiere bianche e rosse,
mentre si firmava in calce
bianca i patti di Varsavia.

Ce n’è di tutti i colori
nella enciclopedia
delle Macchie Bianche, in ordine
tutti i crimini del Narod.
Quando le faranno fuori,
come non stupisce sia,
come si è già dato ordine,
cosa più ci sarà chiaro?

Amicizia eterna, fiamma
sempiterna del polacco
popolo che si ringrazia
sempre, sempre al nostro fianco.
Si conclude così il dramma,
non con una farsa, ma con
un paradosso: la Macchia
Bianca cancellata in bianco.

inviata da Salvo Lo Galbo - 21/5/2018 - 01:31


Bella Salvo...
avrei solamente qualche l'osservazione da fare. Nella tua versione i versi da 36 diventano 48 e questo comporta qualche incongruenza nel seguire la melodia, secondo me.
Non è un problema delle rime ma dell'intonazione.
Poi, c'è qualche verso nella tua versione, che sembra confondere un po' le cose, per esempio:

"Ma nella memoria sbianca
lo zek verso la Siberia
con in testa la papachia
e alla schiena la pepesza"

I zek erano i condanati alla deportazione nei lager di Siberia (politici, crimali o quel che sia), allora, non erano loro a portare la papachia e la pepesza, bensì i loro aguzzini che li scortavano ai campi di lavoro. Lo so, quattro anni fa, quando postavo quella canzone, volevo aggiungere due note di spiegazioni, ma non l'ho fatto. Capita, dai, specialmente sulle CCG :)

La seconda mia perplessità viene scatenata dal verso:

"da Katyn in Jugoslavia" ???

Intendevi forse: "da Katyń a Jugoslavia" ?... visto che Katyń è un piccolo paese nella Russia tristemente noto per il massacro degli ufficiali polacchi. O volevi fare un riferimento a qualche strage della guerra in Yugoslavia, tipo Srebrenica?


Tutto cioè non cambia la mia ferma ammirazione per un Italiano sconosciuto che di 'sti tempi si mette a fare le versioni letterarie dei pezzi di un certo Kaczmarski, misconosciuto ai più bardo polacco del XX secolo.

Un abbraccio

Krzysiek

Krzysiek - 22/5/2018 - 00:31


Certamente, Krzysiek: la menzione della Jugoslavia si riferisce ai partigiani di Tito che uccisero e gettarono nelle foibe e nelle miniere centinaia non solo di gerarchi fascisti (il che ci sta benone!) ma di civili italiani della Dalmazia e della Venezia Giulia, estranei sia alle alte cariche dello Stato o dell'esercito italiano sia al partito fascista, rei semplicemente di non essere titoisti o di essere apertamente antititoisti.
Era la disinvoltura con la quale lo stalinismo si comportava nelle guerre non più a una classe, ma a nazioni, a popoli. In Italia le truppe dell'Armata Rossa giustiziarono, approfittando del marasma della battaglia di Liberazione, gli internazionalisti continuatori del bolscevismo, nemici di Stalin e dello stalinismo ancor prima e ancor più che il nazifascismo (col quale, infatti, l'Urss stalinista firmò amabilmente patti e si spartì rispettosamente nazioni come, appunto, la Polonia).

L'atteggiamento di Stalin e di Tito fu il medesimo.
Stalin, come Hitler dall'altra parte, cercò la distruzione del popolo polacco, l'annullamento della sua autodeterminazione (chiaramente sempre sotto il pretesto del socialismo, esportato sì, ma sul suo modello). I prigionieri di guerra dell'invasione dell'Unione Sovietica della Polonia, tra i quali - di nuovo - non si annoveravano solo soldati, ma civili, intellettuali e antistalinisti vari, furono deportati fino alla foresta di Katyn e lì sterminati in massa. Queste cose, il buon vecchio Koba, le faceva tutte in patria dove poteva controllare, censurare, ecc. Fuori, temeva di lasciare orme. Così fece Tito coi condannati italiani senza nessun processo. Il socialismo si trasformava in una guerra di predominio nazionale e di pulizia etnica, non conservava più nulla delle ragioni di classe, anzi: se differivi, da sinistra, Stalin e Tito eri ammazzato con ancora più certezza dei fascisti. Fu una linea che durò anche dopo la guerra. Lo stalinistissimo Togliatti ad esempio, in Italia, perdonò i fascisti con la famosa amnistia (e tempo addietro ne aveva chiesto il fronte unico, coerentemente coi principi del "primo fascismo", poco importava se fossero principi di sola propaganda!). Ma non si risparmiò una sola infamia nei confronti dell'insurrezione ungherese del '56.
Lo stalinismo è sempre stato più vicino alla "socialdemocrazia" e addirittura al fascismo che alla rivoluzione. Come si palesò, tra gli infiniti altri casi, in Spagna.

Questo il senso dell'analogia della fossa di Katyn e delle foibe jugoslave il cui cieco repulisti, indiscriminato tra fascisti e non, rispondeva di una stessa tattica e di una stessa strategia.

Quanto alla "papachia" credevo che Kaczmarski si riferisse al copricapo che recasse il deportato, il citato "zek" appunto, non il deportante. Errata corrige, ma la si può aggiustare facilmente!

Grazie a te, Krzysiek! Perdona la prolissità ma, da trotskista, quando comincio a ragionare di certe cose, mi parte il comizio :)

Salvo Lo Galbo - 22/5/2018 - 15:23


Ah - dimenticai -, sulla questione melodica: ho apportato delle modifiche, sì; ne sono stato costretto dal fatto che (come mi succede col francese e l'inglese) anche il polacco ha, se non prevalentemente ma una bell'abbondanza anch'esso, qualche parolina eccessivamente corta. Ciò determina una certa difficoltà nella trasposizione metrica che si può risolvere in due modi: o te ne infischi e sacrifichi alla ragione ritmica quella poetica, eliminando interi versi, immagini, concetti.
Oppure allunghi il tutto e di quattro versi, ad esempio, ne fai otto. E se te ne vengono solo sei e due rimangono vuoti, beh: te li inventi, divertendoti anche a compartecipare alla stesura del testo come se una parte fosse tua e stessi scrivendo, ex-novo, a tre mani con l'autore. Tre perché tu ti limiti a mettere una mano sola, sennò il concetto di "traduzione" si spinge troppo oltre i limiti.

Ne viene fuori una versione che è cantabile solo se la si canta ripetendo fino alla chiusura i primi otto versi dell'originale così come K. li esegue lì. Vengono espunte quelle leggere variazioni che, in fin dei conti, sono pur sempre variazioni di una strofa precedente ripetuta in maniera identica. Per questo ho ritenuto che fosse questo il "tradimento" minore, che immaginando una versione rifondata in italiano comunque non stravolge eccessivamente l'originale e mantiene una sua congruenza complessiva, invece che, l'unica altra soluzione che mi si presentava, rassegnarmi alla mancanza di spazio per certi versi importantissimi e condannarli all'oblio.

Salvo Lo Galbo - 22/5/2018 - 15:48



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