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Aušvicate hin kher báro

Růžena Danielová
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OriginalTraduzione italiana di Stanislava – basata sulla traduzione ceca...
AUŠVICATE HIN KHER BÁRO

Aušvicate hin kher báro
Odoj bešel mro piráno
Bešel, bešel gondoliňel
Te pre mande pobisterel.

O tu kalo čirikloro
Lidža mange mro liloro
Lidža, lidža mra romňake
Hoj som phandlo Aušvicate

Ausvičate báre bokha
Te so te chal amen nane
Ani oda koter maro
Le o blocharis bibachtalo.

Joj sar me jekhvar khere džava
Le blocharis murdarava.
Joj sar me jekhvar khere džava
Le blocharis murdarava.
AD AUSCHWITZ C'È UNA GRANDE CASA

Ad Auschwitz c'è una grande casa, ohi,
lì dentro ci sono rinchiusi i Rom.
I Rom stanno rinchiusi lì,
e anche le donne Rom.
Stanno togliendo loro i figli
(alla cantante si rompe la voce) [1]
stanno togliendo loro i figli...
li stanno uccidendo.

Ohi, le madri piangono per i propri figli,
i loro figli vengono gettati al gas!
Le madri non vogliono lasciare i propri figli
e così anche loro vengono bruciate.

Le madri lasciano i propri figlioli piccini
e vengono deportate.
Vanno nei convogli e lasciano i figli là.

Li hanno lasciati là e sono stati tutti bruciati.
Le madri si strappano i capelli,
mai più rivedranno i loro figlioli piccini.
Vanno nei convogli piangendo perché non rivedranno mai più i loro figli (piange) …

“È quella canzone che parla di quei bambini piccini, di come le madri piangevano per quei bimbi.

Tutto questo non era necessario. E invece è successo.” [2]
[1] Nel testo è presente un paio di volte una didascalia di questo tipo. La mantengo anche nella traduzione.

[2] Le ultime due righe palesemente non fanno parte della canzone. La prima frase (non ne trovo la fonte in rete) sembrerebbe una risposta a una domanda rivolta a un testimone: “Conosce questa canzone?” Spiegazione data da qualcuno che la ricorda, l'aveva sentita.
La seconda riga fa più chiarezza. Secondo le fonti, questa volta reperibili anche in rete, a pronunciare quella frase è stata Helena Malíková (da nubile Holomková), originaria di Louka nel distretto di Hodonín (Moravia meridionale), una delle poche sopravvissute all'olocausto dei Rom e Sinti cechi, ritornata a casa dopo l'internamento ad Auschwitz. La sua testimonianza è stata trascritta nel libro intitolato, non a caso, Aušvicate hi khér báro, redatto dallo studioso ceco Ctibor Nečas (1933-2017), specializzato nella storia dei Rom cechi, a cui va il merito di aver riaperto il dibattito sulle persecuzioni dei Rom cechi durante il nazismo e di aver contribuito a conservare la memoria del loro olocausto che con il tempo rischiava di diventare un argomento marginale, se non dimenticato.

Questo commento lapidario di Helena Malíková, qui utilizzato a mo' di conclusione della canzone, è stato ripreso da Nečas come titolo al racconto della sopravvissuta, infatti quelle poche parole schiette dette da lei in dialetto hanno una straordinaria espressività. La testimonianza si può leggere anche su internet (qui Holocaust), purtroppo solo in ceco (o meglio: in un dialetto moravo, la trascrizione del racconto orale tiene conto di tutte le particolarità della pronuncia e del forte colorito regionale).


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