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Stalker

Jacek Kaczmarski
Lingua: Polacco

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jakacz
[17.6.1988]
Testo e musica: Jacek Kaczmarski
Lyrics and music: Jacek Kaczmarski
Tekst i muzyka: Jacek Kaczsmarski
Radio Wolna Europa vol. 1 [2006]
Mała Arka Noego [2007]
"W latach 1984-1994 Jacek Kaczmarski był etatowym pracownikiem Radia Wolna Europa i prowadził autorską audycję pt. Kwadrans Jacka Kaczmarskiego. Napisał w tym czasie wiele utworów o charakterze interwencyjnym, które poza emisją na antenie nie były ponownie wykonywane – dlatego też wykonania pochodzące z archiwum RWE są jedynym zapisem działalności Jacka w latach 80. i, mimo nie zawsze zadowalającej jakości technicznej, mają ogromną wartość jako nagrania unikatowe."

"Negli anni 1984-1994, Jacek Kaczmarski era un dipendente a tempo pieno di Radio Free Europe e gestiva un programma originale intitolato Il quadrante di Jacek Kaczmarski. Scrisse molti lavori di carattere militante a quel tempo, che non furono più eseguiti dopo essere stati messi in onda; per questo motivo, i lavori dell'archivio RWE sono le uniche registrazioni dell'attività di Jacek negli anni '80 e, nonostante la qualità tecnica non sempre soddisfacente, hanno un enorme valore come registrazioni uniche ".


stalker


« La debolezza è potenza, e la forza è niente. Quando l'uomo nasce è debole e duttile, quando muore è forte e rigido, così come l'albero: mentre cresce è tenero e flessibile, e quando è duro e secco, muore. Rigidità e forza sono compagne della morte, debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell'esistenza.»

1.In inglese, stalker significa propriamente: “chi avanza furtivamente” e, per translato, “cacciatore in appostamento”, “predatore all'agguato”. Da qui il significato che, anche in italiano e in altre lingue, il termine ha attualmente. Per chi è appassionato di fantascienza, o perlomeno ne legge un po' volentieri, il termine ha però un significato al tempo stesso proprio e tutto particolare, quello proveniente da un indimenticabile romanzo russo scritto del 1971 e pubblicato nel 1972 nell'ex Unione Sovietica, dalle edizioni Molodaja Gvardija (Молодая Гвардия). Fino ad oggi, con le sue 55 edizioni e traduzioni in 22 lingue, risulta essere il romanzo fantascientifico russo senz'altro più famoso e venduto della storia, nonché un autentico classico (sebbene assai “sui generis”) della fantascienza mondiale.

Fu scritto “a due mani” da due fratelli, che fin dal 1959 (e per tutta la loro vita) concepivano e scrivevano assieme le loro storie: Arkadij /1925-1991/ e Boris /1933-2012/ Natanovič Strugackij, il primo nato a Batumi in Georgia, il secondo a Leningrado. Nell'originale russo, il romanzo ha un titolo assai curioso: si chiama Пикник на обочине [Piknik na obočine], ovvero: “Picnic sul ciglio della strada”. Così il titolo fu tradotto alla lettera nella prima edizione italiana del 1982, Noi della galassia. Cinque storie di fantascienza, pubblicata dagli Editori Riuniti, la casa editrice del Partito Comunista Italiano (collana Albatros, traduzione di Maria Luisa Capo). Il romanzo è generalmente noto, però, con il titolo di Stalker. Così lo aveva chiamato, nel 1979, il regista Andrej Tarkovskij (1932-1986), per un suo film che è unanimemente considerato tra i più grandi della storia del cinema, e che senz'altro trascende la stessa fantascienza. Così è stato che la traduzione italiana (di Guido Zurlino) pubblicata in Urania n° 1066 (17 gennaio 1988) si chiama così, Stalker.

urstalk
«– Un pic-nic. Raffiguratevi una foresta, una strada di campagna, un prato. Una macchina esce dalla strada di campagna e si ferma nel prato, un gruppo di giovani scende dall’auto con bottiglie, cestini di cibo, radio a transistor e macchine fotografiche. Accendono dei falò, montano tende, ascoltano musica. Al mattino partono. Gli animali, gli uccelli, gli insetti che hanno vegliato terrorizzati per tutta la notte, escono lentamente dai loro nascondigli. E che cosa vedono? Benzina e olio sparsi per terra, vecchie candele e vecchi filtri disseminati tutt’intorno. Stracci, lampadine bruciate e una chiave inglese abbandonata. Macchie d’olio sul lago. E, naturalmente, la solita sporcizia: torsoli di mela, involucri di caramelle, resti bruciacchiati di falò, lattine, bottiglie, il fazzoletto di qualcuno, il temperino di qualcun altro, giornali strappati, monete, fiori appassiti…
– Capisco. Un pic-nic sul margine della strada.»

2. Per chi non la conoscesse, la storia dei fratelli Strugackij (in italiano: Strugatski, Strugatsky ecc.) si svolge in una specie di futuro, non si sa esattamente quanto prossimo o remoto, in una cittadina industriale chiamata Harmont, che potrebbe essere o non essere in una specie di Canada. Tredici anni prima dell'inizio della vicenda, in sei punti della Terra (detti “Zone” compaiono all'improvviso manufatti di chiara origine extraterrestre, disposti lungo una linea curva “come se qualcuno avesse sparato sulla Terra sei colpi di pistola da un qualche punto sulla traiettoria Terra-Deneb”. Come teorico punto di partenza dello “sparo” è stata individuata la cosiddetta “radiante Peelman”: tra le Zone vi sono il Deserto del Gobi, Terranova e, appunto, Harmont.

pikniknaobochineL'ipotesi più probabile è che esseri alieni abbiano visitato la Terra per poi ripartire, come se vi avessero fatto una sosta, un “picnic”, abbandonando poi dei rifiuti: una quantità di residui tecnologici del tutto incomprensibili per i terrestri, e spesso così pericolosi che i luoghi visitati (le Zone, appunto) vengono recintati e sorvegliati in armi. A chiunque l'ingresso è severamente vietato nelle Zone: solo veterani estremamente esperti, detti “Stalker”, osano entrare nelle Zone a rischio della vita, per portare all'esterno oggetti da rivendere a caro prezzo e di cui, generalmente, si ignorano sia l'uso reale, sia tutti gli effetti (che possono essere innocui o mortali al tempo stesso). Gli Stalker sono, ovviamente, diventati una vera e propria “casta”: una sottocultura con le proprie regole e un proprio codice d'onore, influenzati dal pericolo mortale delle Zone.

Uno dei migliori Stalker di Harmont è Redrich Schuchart (nelle traduzioni italiane ora chiamato “Red”, ora “Roscio”, traduzione esatta dell'originale russo Рыжий [Ryžij]), dipendente dell' “Istituto delle Civiltà Extraterrestri”. In cambio di parecchi soldi, il Roscio Schuchart accompagna occasionali visitatori nella Zona di Harmont per recuperare i manufatti abbandonati dagli Alieni durante il loro “picnic”. I pericoli sono enormi: trappole mortali e imprevedibili attendono chiunque cerchi di addentrarsi, tanto che il Roscio cerca di percorrere sempre vie già esplorate, sebbene questo sia tutt'altro che una garanzia assoluta. Il Roscio alterna le sue visite ufficiali nella zona con quelle clandestine, durante le quali saccheggia reperti alieni per rivenderli illegalmente, una pratica diffusa tra gli abitanti del luogo.

Una notte, il Roscio accompagna nella Zona un suo amico, lo scienziato russo Kirill Panov, lungo una via già conosciuta fino ad una costruzione detta “Il Garage”: qui si impossessano di un manufatto, il “Guscio”, per studiarlo. Durante la sortita, lo scienziato rimane contaminato da una sostanza aliena; alcune ore dopo viene trovato morto nella doccia. Il Roscio è certo che il suo amico sia stata causata dalla contaminazione ed è disperato per essere stato disattento durante l'escursione nella Zona. La sera stessa, scopre che la sua fidanzata, Guta, è incinta.

E qui mi fermo: chi ha letto il “Picnic sul ciglio della strada” sa come si dipana tutta la vicenda (che termina ventuno anni dopo la mortale escursione), e a chi non lo ha letto non intendo certo fare lo spoiler. Si farà quindi la conoscenza, tra gli altri, di Beccamorti Burbridge (il decano degli Stalker del posto) e della Scimmietta, o Bertuccia (Мартышка, Martyška), la figlia del Roscio e di Guta, nata mutante e ricoperta da una fitta peluria. In realtà si chiama Maria, ma l'assonanza con “Martyška” le è valso l'affettuoso soprannome. Tra i personaggi c'è anche l'illustre scienziato Valentin Peelman, quello della “Radiante”, che ha per primo formulato l'ipotesi sull'origine delle Zone. Il seguito, ripeto, o lo conoscete o, se ne avrete voglia, ve lo leggerete.

I fratelli Strugackij tenevano assai a dire di non “occuparsi di politica” e di scrivere fantascienza, cosa che peraltro facevano egregiamente in un modo riconosciuto in tutto il mondo: una cosa forse poco nota, è che la “Fantascienza dell'Est” (russa e polacca soprattutto, si pensi al grande Stanisław Lem dal cui Solaris Andrej Tarkovskij trasse un altro film-capolavoro) godeva di grandissima considerazione e di nessuna preclusione tra la comunità di scrittori di science-fiction, che evidentemente non riconoscevano proprio nessuna “cortina di ferro”. Però, quanto al “Picnic”, o a “Stalker”, non è mio parere possibile osservare una metafora più o meno velata di una situazione assai presente e molto reale: quella dell'ex Unione Sovietica, dove intere città ed aree erano completamente vietate al mondo esterno a causa della loro importanza strategica (installazioni militari, complessi industriali e estrattivi, ecc.). Nell'URSS, di “Zone” ce ne erano parecchie, vaste e, non di rado, con pericoli mortali per chi vi viveva e lavorava. Ce ne “erano”? Bisognerebbe ricordare che anche nell'attuale Russia putiniana, quella dei prossimi venturi “Mondiali di Pallone”, di Zone Chiuse (ZATO) ve ne sono tuttora quarantadue (come si dice nella “Guida Galattica per Autostoppisti”: la risposta è sempre 42).

3. Quando avrete fatto, eventualmente, la conoscenza del “Così Così”, degli “Schizzi di Grasso”, della “Palla d'Oro”, della “Gelatina Stregata”, della “Zanzara Rognosa”, della “Lampada della Morte” e di altri simpatici oggettini abbandonati dagli Alieni nelle Zone, e quando avrete passato gli “Allegri Fantasmi” (una misteriosa turbolenza che si manifesta a volte nelle Zone), potrete magari dedicarvi al grande, metafisico e -va detto- straordinariamente lento film di Tarkovskij, del 1979, alla cui sceneggiatura parteciparono peraltro gli stessi fratelli Strugackij. Fu girato non molto tempo prima del suo definitivo esilio; dura quasi tre ore (161 minuti), e le riprese avvennero a Dolgopa in Russia, a Tallinn in Estonia e a Isfara nel Tagikistan. La produzione, curiosamente, era divisa tra l'Unione Sovietica e la Germania Est, un paese che, si potrebbe dire, era una “Zona” intera.

Si potrebbe dire che il film di Tarkovskij inizi laddove la vicenda del romanzo dei fratelli Strugackij termina. Un intellettuale e uno scienziato, rispettivamente chiamati "Scrittore" e "Professore" per tutta la durata del film, si avventurano nella "Zona", un territorio rurale desolato e in rovina dove le normali leggi fisiche sono state stravolte per cause ignote. Isolata da un cordone di sicurezza governativo, in cui tuttavia gli stessi militari non osano spingersi, si vocifera che essa contenga una stanza in cui si possono avverare i «desideri più intimi e segreti»: è questo il luogo che i due uomini vogliono raggiungere. Per affrontare il viaggio con qualche sicurezza, i due ingaggiano uno "Stalker", una guida illegale esperta del territorio (qui la trama completa e una sommaria analisi del film tarkovskiano).

Nel 1988, il medesimo anno in cui Jacek Kaczmarski scrisse, in un giorno di giugno, la sua canzone ispirata dal film, uscì un libro di Andrej Tarkovskij, Scolpire il tempo (pubblicato in Italia da UBU Libri). Può essere considerato come il “testamento” del grande regista, che sarebbe morto l'anno successivo. Parlando di Stalker, così ebbe a scrivere:

“Mi hanno sovente domandato cos'è la “Zona”, che cosa simboleggia, ed hanno avanzato le interpretazioni più impensabili. Io cado in uno stato di rabbia e di disperazione quando sento domande del genere. La Zona è la Zona, la Zona è la vita: attraversandola l'uomo o si spezza o resiste. Se l'uomo resisterà dipende dal suo sentimento della propria dignità, dalla sua capacità di distinguere il fondamentale dal passeggero.”

4. Credo che questa possa essere la migliore introduzione, in ultimo, alla canzone scritta da Jacek Kaczmarski. Figlio di una pittrice e autore di un numero impressionante di canzoni tratte da opere d'arte pittorica di tutte le epoche, di una vera e propria storia dell'Arte sotto forma di canzone (una caratteristica, credo, assolutamente unica di Kaczmarski, che scrive una Storia dell'umanità e delle sue vicende storiche, politiche e psicologiche attraverso la rappresentazione figurativa), ha scritto soltanto tre canzoni ispirate a dei film, tra le quali questa. Ma mi sentirei di affermare che la sostanza non cambia: il cinema, e in particolare quello di Tarkovskij, ha la medesima funzione di un quadro, di un'analisi pittorica della Realtà e della Storia. Pregherei di notare che non sto qui utilizzando il fin troppo abusato termine di “metafora”; le canzoni di Jacek Kaczmarski non sono tanto una “metaforizzazione” a partire dall'opera d'Arte, quanto una penetrazione, una compenetrazione nell'opera stessa nei suoi caratteri fondamentali, una sua resa in versi e in musica. L'opera d'Arte è universale non soltanto diacronicamente, ma anche sincronicamente; l'universalità si ha quando un'opera è capace di parlare, di dire la Storia e la Vita. “La Zona è la vita: attraversandola l'uomo si spezza o resiste”, riprendendo le parole di Andrej Tarkovskij.
Kogóż to z nas tonący nie wiózł wrak?
Któż z nas zaprzeczyć może że ułomny?
Kogóż nie łudził oślepiony ptak?
Kogóż w bezludzie nie wiódł pies bezdomny?
 
A przecież wciąż przyciąga strefa ogrodzona
I ogrodzona nie bez celu – chcemy wierzyć
To nie my w Zonie, to nam odebrana Zona
Nam ją niepewnym, ale własnym krokiem mierzyć
Póki nadziei gorycz wreszcie nie pokona.
 
Dlatego, mimo druty, wieże i strażnice
Tam chcemy dotrzeć, gdzie nam dotrzeć zabroniono
Bezużyteczne, śmieszne posiąść tajemnice
Byleby jeszcze raz gorączką tęsknot płonąć
Nim podmuch jakiś strzepnie chwiejne potylice.
 
Droga okrężna może być i oszukańcza,
Może nas wiedzie szalbierz chciwy paru groszy,
Lecz lepsze to, niż śmierć na wapniejących szańcach
U progu granic niewidzialnych i aproszy,
Gdzie ziewa żołnierz tak podobny do skazańca.
 
Po zatopionych dawno droga to dolinach;
Pod płytką wodą nieczytelne czasu grypsy:
Szlak po ikonach, rękopisach, karabinach
Nad którym wiosło kreśli plusk Apokalipsy;
Nie po nas płacz – i nie po przodkach – płacz po synach.
 
Więc prawda, którą znaleźć nam to pusty pokój
Gdzie nagle dzwonią wyłączone telefony?
Serdeczna krew snująca w martwym się potoku,
Bezsilny gniew na obojętność Nieboskłonu
I magia słów, co chronić ma od złych uroków?
 
Więc prawda, którą znaleźć nam to stół z kamienia,
Z którego przedmiot modłów spadł nietknięty dłonią?
W stukocie kół transportu – Aria Beethovena?
Bezdenna toń, a nad bezdenną tonią
Twarz własna co przegląda się w przestrzeniach?
 
Z tonących – komu los nie zesłał tratw?
Z ułomnych – zdrowia nie przywrócił komu?
Gdy oślepiony ptak odnalazł ślad
I pies bezdomny siadł na progu domu.

inviata da Riccardo Venturi - 11/6/2018 - 02:35




Lingua: Italiano

Traduzione italiana di Riccardo Venturi
11 giugno 2018 02:49

piknik


Due parole del traduttore. Raro esempio, per quel che mi riguarda, di "traduzione in due fasi". La prima fase, più o meno letterale, era davvero un'emerita schifezza. La seconda fase, più libera, è probabilmente una schifezza un po' meno emerita.
STALKER

Chi di noi non è mai andato alla deriva aggrappato a un relitto?
Chi di noi potrebbe dire di non essere menomato?
A chi un uccello accecato non lo ha mai sviato?
A chi un cane perduto non lo ha mai portato in un deserto?

Eppure siamo come stregati da quell'area proibita
Che non è chiusa a caso. Vogliamo credere
Che non ci siamo noi, nella Zona, che ci è stata, sí, preclusa
Ma che dobbiamo percorrerla al nostro passo, seppure incerto
Finché ogni speranza, amaramente sconfitta, non sarà finita.

Così, a dispetto dei reticolati, dellle postazioni, delle torri di guardia
Aneliamo ad entrare dove entrare è proibito
Per impossessarci di misteri ridicoli e inutili,
Putacaso potessimo ancora bruciare d'una passione febbrile
Prima che un colpo improvviso ci faccia volar via la testa.

La strada potrebbe essere tortuosa e fuorviante,
Come guida potremmo averci un imbroglione che vuole far due soldi,
Ma è meglio questo che morire in fortificazioni, in trincee
Calcinanti, a confini invisibili dove sbadiglia
Un soldato che a un galeotto tanto somiglia.

La strada ci porta ad antiche forre ora inondate;
In fondo a quelle acque basse, messaggi illeggibili dal passato.
Passiamo sopra fucili, icone, manoscritti
Sui quali la pagaia fa schizzi d'Apocalisse.
Non piangiamo né per noi, né per gli avi; ma per i nostri figli.

E, dunque, la verità da cercare è una stanza vuota
Dove si metton di colpo a suonare telefoni staccati?
Il sangue a noi caro che scorre lento in un torrente morto,
Una collera inane verso il Firmamento, e la magia
Delle parole a proteggerci dai malefìci?

E, dunque, la verità da cercare è un tavolo di pietra
Donde è caduto intatto ciò per cui abbiamo pregato?
Nelle ruote che trasportano risuona un'aria di Beethoven?
Un abisso senza fondo e, su di esso, sospesa,
La nostra faccia che mira se stessa negli spazi?

A chi va alla deriva, a chi la fortuna non ha mandato zattere?
A chi è menomato, a chi non ha mai ridato la salute?
Quando l'uccello accecato, infine, avrà ritrovato la rotta,
Quando il cane randagio si sarà accucciato alla soglia di casa.

11/6/2018 - 02:51




Lingua: Inglese

English translation by Jadwiga Smulko and Ryszard P. Kostecki
Traduzione inglese di Jadwiga Smulko e Ryszard P. Kostecki
(Source - Fonte)
STALKER

Who of us has never travelled by a drowning wreck?
Who amongst us dares to contradict he is flawed?
Who of us has never been by a blinded bird misled?
Who has never been led into wasteland by a stray dog?

And yet, we are enthralled by the fenced area
And it is excluded for a purpose, we want to believe
It's not us within it – it's us without the Zone
It is for us to pace it, with our own gait, be it unfirm
Until all hope, defeated by bitterness, is out - gone.

Thus, in spite of wires, guards' posts and watchtowers
We long to go where going is forbidden
To possess useless, ridiculous mysteries
If only we could burn with passion fever once again
Before a sudden blast flicks off the back of the head

The way might be roundabout and misleading,
Our guide might be a swindler, who craves to make a dime,
But better this, than death on ramparts calcifying
At the invisible borders and trenches, where yawns
A soldier, whose resemblance to a convict is without denying

The path leads through the inundated glens of ages gone,
Under the shallow waters – illegible argot of times past
A trail over the rifles, the manuscripts and icons
Above which the paddle draws an Apocalyptic splash
The wail is not for us, nor the ancestors – but for sons.

Is then the truth for us to find – an empty room
With switched-off phones, that suddenly start to ring?
The dearest blood, that slowly flows in lifeless brook,
A forceless wrath against the Firmament, unheeding,
And the spell of words to save from bad bewitchments' hook?

Is then the truth for us to find – a table of stone,
From which the object of the prayers fell, untouched by hand?
In transport's wheels clatter – Beethoven's aria?
Bottomless abyss, and – above it, suspended –
Our own face, that watches itself in spaces

Of the drowning – whom fortune did not send a raft?
Of the flawed – whom it had ever failed to heal?
When the blinded bird has finally found the right track
And the stray dog has at last sat at the doorsill.

inviata da Riccardo Venturi - 15/6/2018 - 17:20


"Macchine d’olio su lago"
dovrebbe essere: "macchie d’olio su lago", credo...

(k)

E credi bene...inoltre, "sul lago", l'italiano dovrebbe avere ancora gli articoli. Questo rende l'idea di come spesso i "wikipediani" italiani scrivano e copino. [RV]

11/6/2018 - 09:10


Capita poche, anzi pochissime volte di poter fissare e, a suo modo, festeggiare l'anniversario di una canzone: le precise datazioni non sono comuni. Vorrei comunque far notare che questa canzone, oggi, 17 giugno 2018, ha trent'anni esatti.

Riccardo Venturi - 17/6/2018 - 21:30


La zona
di Paolo Nori

Che voi, mi rendo conto, potreste chiedermi "Ma cos’è, di preciso, questa zona, che non si capisce molto bene?!", e io potrei rispondervi che non si sa bene, o meglio che io, non lo so bene, che posso dire soltanto che, dopo che ho letto il romanzo dei fratelli Strugackij, la Zona per me sono stati i campi di lavoro sovietici descritti da Sergei Dovlatov nel suo romanzo Regime speciale, che nell’originale si intitola Zona, così si chiamavano, in gergo, i lager controllati dall’esercito; dopo che ho letto questo romanzo la Zona per me è stata il campo di concentramento di Birkenau quando mi han raccontato che a Birkenau, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, dei civili entravano abusivamente nel campo e scavavano delle buche per cercare i tesori sepolti degli ebrei, e trovavano invece delle bottiglie con dentro delle testimonianze di quelli che erano morti, i cosiddetti rotoli di Auschwitz; e dopo che ho letto il romanzo dei fratelli Strugackij le zone sono, nella mia testa, i cosiddetti centri di identificazione e espulsione che sono dei posti che quando ci penso mi viene in mente una targa che c’è in stazione a Pistoia, targa che ricorda la seconda guerra mondiale e in cui quelli che l’hanno scritta auspicano che il mondo, dopo il sacrificio della seconda guerra mondiale, sia un mondo senza fili spinati.

daniela -k.d.- - 27/1/2019 - 13:22



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