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Γράμμα στόν Ζολιό Κιουρί

Yannis Ritsos / Γιάννης Ρίτσος

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Grámma stón Zolió-Kiourí
Ποίημα του Γιάννη Ρίτσου
Άη Στράτης, Νοέμβρης 1950
Μελοποίηση (για την ιταλικἠ μετάφραση): Fiorella Petronici (2015)

Poesia di Yannis Ritsos
Ai Stratis, Novembre 1950
Musicata (per la traduzione italiana) da Fiorella Petronici (2015)

Ai Stratis , 1950. Yannis Ritsos (a sinistra) nella tendopoli del campo di concentramento.
Ai Stratis , 1950. Yannis Ritsos (a sinistra) nella tendopoli del campo di concentramento.


Nel novembre del 1950, sessantasei anni fa, il poeta Yannis Ritsos, nato a Monemvasià nel 1909 e morto ad Atene nel 1990, era rinchiuso in un campo di concentramento su una delle tante, e aridissime, isole dell'Egeo; Ai-Stratis, Santo Strazio la si potrebbe chiamare. Era stato arrestato nel 1948, e quelle belle isole se le era fatte quasi tutte, compresa la famosa Makronissos (“Isola Lunga”, lo stesso significato di Dugi Otok). Yannis Ritsos, comunista da sempre, antifascista, censurato, sequestrato, con il suo Epitaffio persino pubblicamente bruciato nel 1936 ai piedi dell'Acropoli (durante la dittatura del fascista Metaxas, che poi avrebbe detto il famoso “NO” all'ultimatum del suo bell'idolo Mussolini), era diventato membro dell'EAM, il Fronte di Liberazione Nazionale, nel 1941. Aveva scritto non si sa quante poesie per la Resistenza greca, ivi compreso un libriccino dedicato al leader partigiano Aris Velouchiotis dopo la sua morte nel giugno del '45; poi scoppiò subito la guerra civile. Una guerra civile, quella greca (1946-1949) che non ha mai goduto del tragico romanticismo di quella spagnola, che non ha avuto né brigate internazionali e né Durruti; ha avuto, mi sia permesso il linguaggio esplicito, dei grandissimi pezzi di merda da una parte e dall'altra. Una guerra schifosa che si inseriva nell'ancor più schifosa suddivisione di Yalta, e la Grecia era toccata al campo occidentale. Là doveva restare, e basta. Vi restò, con una parte che vinse e l'altra che perse; Ritsos apparteneva a quest'ultima, e si sa che ci deve per forza essere una parte sbagliata. Per quattro anni ebbe a girare lager e isole fatte di sassi e basta, spazzate dal vento gelido in inverno e bruciate dal sole in estate.

Frédéric Joliot-Curie (1900-1958)
Frédéric Joliot-Curie (1900-1958)
Fu così che, nel novembre del 1950 a Ai-Stratis, Yannis Ritsos scrisse questa lunghissima lettera in versi al fisico francese Frédéric Joliot-Curie, comunista fervente come lui e sicuramente tra i più grandi scienziati del XX secolo. Aveva sposato la figlia di Marie Curie, Irène, il cui cognome volle aggiungere al suo; era stato direttore del Centro Nazionale di Ricerca Scientifica francese e divenne il primo Alto Commissario per l'Energia Atomica del suo paese. Nello stesso anno 1950, però, Frédéric Joliot-Curie venne rimosso da tutti i suoi incarichi per le sue convinzioni politiche. Fu tra gli scienziati di punta maggiormente impegnati per la “pace”, per quella famosa pace che, subito dopo la fine della guerra, veniva implementata più che altro a base di bombe atomiche e minacce nucleari. Credo che Ritsos e Joliot-Curie fossero amici, o qualcosa del genere; sicuramente non è un caso che la lettera in versi scritta dalla durissima prigionia egea fosse indirizzata proprio a lui, che nel medesimo anno pagava le sue convinzioni ed il suo impegno con la messa al bando dalle istituzioni scientifiche.

Erano, quella “pace” e quella “libertà” che sono il leitmotiv della lettera a Joliot-Curie, la pace e la libertà della Guerra Fredda, costellate naturalmente di guerre caldissime come quella civile greca. Alla luce della Storia, ci sarebbe parecchio da discutere su quanta pace e libertà avrebbe goduto la Grecia sotto gli stalinisti dell'EAM; ma tutto deve essere naturalmente inserito nel suo contesto e nella sua epoca. Gli sconfitti vennero sterminati e imprigionati. In prigionia continuarono a morire a centinaia, a migliaia. Trionfarono militari, fascisti, armatori, panzoni ecclesiastici. La Grecia se ne stava, come era stato deciso, nel campo occidentale; e il poeta Yannis Ritsos scriveva lettere a Joliot-Curie ridotto ad una specie di larva e parlando di libertà, di pace, di bellezza, di sole, di mare, di vento e di dolore.

Parlando di quel che aveva perso assieme a tutti gli altri, ai tremila rinchiusi e guardati a vista ad Ai-Stratis. Parlando delle pietre trascinate, delle tende, del fagotto con dentro una crosta di pane e una gavetta. Parlando degli oggetti, come le sedie, vuote nelle case di chi era rinchiuso o di chi era stato ammazzato. Parlando di speranze, di sconfitta, di morte e di vita. Qui devono, naturalmente, cessare le considerazioni storiche e politiche; qui parla semplicemente l'uomo in possesso di ideali e disposto a vivere ed a morire per essi. Disposto a soffrire pene indicibili. Disposto ad incastrare la speranza nel rimpianto, e il rimpianto nella speranza. Disposto a credere che possa comunque esserci un domani, e a scriverlo a chiare lettere ad un amico. Disposto a semplificare le cose, riportandole alla loro essenza. Nel lunghissimo componimento ci sono, è vero, alcune parti che risentono del clima storico, e che è difficile sentire ancora come nostre, o quantomeno attuali; ce ne sono però parecchie altre che tuttora riescono, al tempo stesso, a raggelare e a scaldare l'anima. Sono le parti che restano, perché sono parti di un grande, grandissimo poeta, che ha goduto in tempi passati di maggior fama, in Italia, di quanta gliene sia rimasta adesso. Perché Ritsos rimase quel che era, e pure bellissimo come appare in una celebre foto che campeggiava su tutti i volumi della Guanda che pubblicava le traduzioni delle sue poesie. Rimase talmente quel che era, che isole e campi di concentramento per lui non erano affatto terminati dopo quelli del dopoguerra civile; ci fu il colpo di stato fascista del 21 aprile 1967, e via daccapo. Ancora poesie da isolette-lager, come quelle della raccolta “Pietre – Ripetizioni – Sbarre”. Ancora lettere. Ancora appelli. Joliot-Curie era morto nel 1958. Come tutti i greci, ad un certo punto Ritsos ricorse alla metafora del mito, scrivendo tre meravigliosi poemetti dedicati a Crisotemi, a Elena, a Ismene trasportate dal mito nel mondo d'oggi. Poi terminò anche quella temperie. In Grecia è rimasto un'icona comunista, altrove è rimasto quel che era e doveva essere: un Poeta che, almeno ogni tanto, sarebbe bene rileggere comunque la si veda, comunque la si pensi.

“Libertà” e “Pace” sono due parole vaste. Forse troppo vaste. Forse, pure, troppo abusate e troppo cariche di merda e di falsità così come, al tempo stesso, lo sono di bellezza e di luce. Vivendo in un'epoca molto diversa, che sotto l'egida della “democrazia” si è ridotta a guerra permanente e a diffusa schiavitù, ci sarebbe forse un po' da rimpiangere di quando si credeva che la “libertà” e la “pace” fossero da una data parte contrapposta all'altra in modo netto. Dell'epoca della “stella rossa nel cuore”, come dice Ritsos. Ma il presente è il presente, e nel presente altro non potremmo -e sottolineo potremmo- fare che trarre qualche insegnamento dal passato. Eppure i campi di concentramento ci sono sempre, e dovunque. Persino qui da noi, no? Cosa sono, ad esempio, i CIE? Isole e isolette, nell'Egeo e altrove, stanno sempre là pronte. Altre isolette si riempiono di disperati in fuga. E non ci sono più voci come quelle di un Ritsos, forse perché la poesia, davvero, non conta più nulla o si è ridotta a stupidi sperimentalismi incomprensibili, a freddi intimismi, a stronzate estetizzanti. Per questo non la legge più nessuno, a parte qualche rara eccezione. E allora si dovrebbe leggere una cosa come questa di Yannis Ritsos, fatta di cose semplici e chiare, di cose passate sulla propria pelle, di dolore e di vita. Senza astrarla dal suo contesto, ma traendone ciò che dovrebbe farci non solo pensare, ma agire. Altro non mi sentirei di dire, anche sotto il rischio di scrivere un'introduzione più lunga della poesia stessa.

La quale sta qui perché qualcuno ha trovato, ad un certo punto, una sua lettura in traduzione accompagnata da una musica appositamente composta. Ignoro ovviamente se, in Grecia, essa o parti di essa siano state messe in musica; può darsi, in Grecia si mette in musica tutto. Le vicende della traduzione italiana che ho preparato per questa pagina sono brevemente esposte nell'introduzione alla traduzione stessa; sembra che il propositore di questa pagina, in un vecchio quaderno di poesie trascritte a mano da sua madre, ne abbia trovato un breve frammento tradotto. E' quello che sta qua sotto; come dire, Ritsos veniva persino messo nei quaderni scritti a mano da una ragazza. La traduzione è mezza sbagliata, qua e là con degli autentici abbagli (occorre però pensare al fatto che, in Italia, un traduttore dal greco moderno aveva a disposizione fino a pochi anni fa soltanto scalcagnati dizionarietti fatti alla cazzo di cane, e che l'insegnamento della lingua neoellenica era presente soltanto alla Ca' Foscari di Venezia, all'Istituto Universitario Orientale di Napoli e all'Università di Palermo che poi produsse finalmente un grande dizionario degno di questo nome, il quale si trova, oramai semidistrutto da 22 anni di uso matto e disperatissimo, sulla sedia qua accanto a me). Sulla musica di Fiorella Petronici, che non ho il bene di conoscere, saprei dire ben poco; la lettura italiana è stata effettuata nell'autunno del 2015 a Parma, ad una serata organizzata dalla “Lista Tsipras”. Come dire, avrei preferito la Lista Ritsos, ma non si può avere tutto dalla vita. E, comunque, nelle isole greche sono stato solo in quelle belline, in quelle con la casa di Leonard Cohen, in quelle con le casette bianche e le spiagge mozzafiato, in quelle con la retsina ghiacciata e con le bicchierate di caffè freddo dolcissimo, ena vary glykò parakalò. In quelle piene di sassi e di morte non ci sono mai stato; Yannis Ritsos, sì. Buona lettura, e buon ascolto. [RV]

Da un vecchio quaderno di poesie di una mamma: un frammento della Lettera a Joliot-Curie tradotto (male) in italiano.
Da un vecchio quaderno di poesie di una mamma: un frammento della Lettera a Joliot-Curie tradotto (male) in italiano.
Ἁη-Στράτης, Νοέμβρης 1950

Ἀγαπημένε μου Ζολιό,
σοῦ γράφω ἀπό τόν Ἁη-Στράτη.
Βρισκόμαστε δῶ πέρα, κάπου τρεῖς χιλιάδες
ἄνθρωποι ἁπλοί, δουλευτάδες, γραμματιζούμενοι
μέ μιά τρύπια κουβέρτα στόν ὦμο μας
μ' ἕνα κρεμμύδι, πέντε ἐλιές κι ἕνα ξεροκόμματο φῶς στό ταγάρι μας
ἄνθρωποι ἁπλοί σάν τά δέντρα μπροστά στόν ἥλιο
ἄνθρωποι πού δέν ἔχουμε ἄλλο κρίμα στό λαιμό μας
ἐξόν μονάχα πού ἀγαπάμε ὅπως καί σύ
τή λευτεριά καί τήν εἰρήνη.

Ἀδελφέ μου Ζολιό,
κάμποσα χρόνια τώρα τριγυρνᾶμε
ἀπό ξερονήσι σέ ξερονήσι
κουβαλώντας στή ράχη μας τίς σκηνές μας
μήν προφταίνοντας νά στήσουμε τίς σκηνές μας
μήν προφταίνοντας νά στήσουμε δυό λιθάρια νά βάλουμε πάνου τό τσουκάλι μας
μήν προφταίνοντας νά ξυριστοῦμε καί νά καπνίσουμε μισό τσιγάρο στά γόνατα τῆς αὐγῆς.
Ἀπό προσκλητήριο σέ προσκλητήριο
ἀπό ἀγγαρεία σέ ἀγγαρεία
κουβαλώντας στίς τσέπες μας κάτι παλιές φωτογραφίες τῆς ἄνοιξης
- ὅσο πάει ξεθωριάζουν - δε γνωρίζονται -
θἆταν αὐτός ὁ κῆπος μας - πῶς ἦταν;
- πῶς εἶναι ἕνα στόμα πού λέει "σ' ἀγαπῶ" ;
πῶς εἶναι δυό χέρια πού ἀνεβάζουν στόν ὦμο τήν κουβέρτα σου
ὅταν ἐσύ κοιμᾶσαι μόνο μέ τό φρεσκοπλυμένο πουκάμισο τοῦ χαμόγελου; - δε θυμόμαστε.
Θυμόμαστε μονάχα
μιά φεγγερή φωνή μέσα στή νύχτα
μιά σιγανή φωνή νά λέει: λευτεριά καί εἰρήνη.

Ἔτσι ἀπό ξερονήσι σέ ξερονήσι
κουβαλώντας ἀπό λύπη σέ λύπη τό μπόγο μας
κουβαλώντας τήν καρδιά μας μέσα στό μπόγο μας
κουβαλώντας τήν πίστη μας μέσα στήν καρδιά μας
πολλές φορές δίχως ψωμί
πολλές φορές δίχως νερό
μ' ἁλυσσίδες στά χέρια
μήν προφταίνοντας νά πιάσουμε φιλία μ' ἕνα δέντρο ἤ μ' ἕνα παράθυρο
πάντα μ' ἁλυσσίδες στά χέρια
γιατί ἤμαστε κάτι ἄνθρωποι ἔτσι ἁπλοί
κάτι κεφάλια ἀγύριστα
πού ποτέ δέν ξεμάθαμε ν' ἀγαπᾶμε
ὅπως καί σύ, τή λευτεριά καί τήν εἰρήνη.

Περάσαμε πολύν καιρό στό Μακρονήσι
κοιμηθήκαμε μάγουλο μέ μάγουλο μέ τό θάνατο,
πολλοί ἀφήσανε κεῖ πέρα τά κόκκαλά τους
πολλοί ἀφήσανε τά πόδια τους καί τά χέρια τους
πολλοί τώρα περπατᾶνε μέ δεκανίκια
πολλοί δέν περπατᾶνε καθόλου
πολλοί φωνάζουν τίς νύχτες στόν ὕπνο τους
πολλοί δέν ἔχουν καθόλου μιλιά
πολλοί δέν μποροῦνε πιά νά δοῦν
πῶς σεργιανάει ἕνα σύγνεφο τήν τριανταφυλλιά θλίψη του στήν εὐγένεια τῶν βραδινῶν νερῶν
πολλοί δέν μποροῦνε πιά νά καταλάβουν τή φωνή τῆς μάνας -
τους κι ὅλο τό φταίξιμό μας ἦταν πού ἀγαπᾶμε
ὅπως καί σύ, τή λευτεριά καί τήν εἰρήνη.

Ἐκεί, Ζολιό, ἦταν πέτρες, πολλές πέτρες
μονάχα πέτρες μέ σφιγμένα δόντια
μονάχα φωνές πιό σκληρές ἀπ' τίς πέτρες
καί πληγές σιωπηλές σάν τίς πέτρες
καί μπότες πού χτυποῦσαν τίς πέτρες.
Τοῦτες τίς πέτρες κουβαλούσαμε στή ράχη μας,
τοῦτες τίς πέτρες σκάβαμε μέ τά νύχια μας.
Δέν ξέρω ἄν ἦταν οὐρανός - δέν ἦταν.
Μονάχα πέτρες, πολλές πέτρες,
κι ὅμως, Ζολιό, πάνου σ' αὐτές τίς πέτρες
ἀκούγαμε κρυφά τά βράδια,
μέ τ' ἀφτί κολλημένο στήν πληγή μας,
ἀκούγαμε νά σεργιανάει ἡ λευτεριά κ' ἡ εἰρήνη.

Βέβαια, Ζολιό, κάπου θά ὑπῆρχε ὁ ἀποσπερίτης
ξεφυλλίζοντας τή μαργαρίτα τοῦ πόνου ἀπ' τή λύπη τοῦ κόσμου,
καί βέβαια θά ὑπῆρχε - δέ βλέπαμε.
Ἀπ' ὅλες τίς μεριές ἤμασταν κλειδωμένοι
ἀπό παντοῦ μᾶς κοίταζαν μέ τά τυφλά τους μάτια τά ντουφέκια
ἀπό παντοῦ τά κλεφτοφάναρα ἄνοιγαν τρύπες στό σκοτάδι
παντοῦ μέσα σ' αὐτές τίς τρύπες καθόταν σταυροπόδι ὁ θάνατος - μᾶς κοίταζε -
ἀπάνου σ' ὅλες τίς σκοπιές οἱ φρουροί φώναζαν:
Ἄλτ, τίς εἶ; Ἄλτ, τίς εἶ; Ἄλτ, τίς εἶ;
Δέν ἦταν τίποτα
μονάχα ὁ φόβος τους -
δέν βλέπαν τίποτα
μονάχα τόν ἴσκιο τους -
ὅμως ἐμεῖς τό ξέραμε, Ζολιό,
κάτου ἀπ' τίς μαῦρες καμάρες πού ἄνοιγαν οἱ φωνές τους
ἐρχόνταν νά μᾶς ἀνταμώσουν συνωμοτικά
ἡ λευτεριά κι ἡ εἰρήνη.

Ζολιό,
ἦταν πικρό τό ψωμί πού γευτήκαμε
ἦταν πικρό νά ξημερώνει καί νά μή νοιάζεσαι νά πληθεῖς καί νά κοιτάξεις τόν ἥλιο
ἦταν πικρό νά βραδιάζει καί νά μή σέ γνωρίζει ἕνα ἀστέρι
ἦταν πικρό νά νυχτώνει δίχως νἄχεις ἕνα στίχο νά σταυρώσεις τό προσκέφαλό σου
ἦταν πικρό νά θέλουν νά πεθάνεις πρίν προφτάσεις νά πεῖς τό τραγούδι σου
ἦταν πικρό νἆναι τόσο ὄμορφη ἡ ζωή καί σύ νά πρέπει νά πεθάνεις
γιατί ἀγαπᾶς τή λευτεριά καί τήν εἰρήνη.

Οἱ νύχτες μας στάθηκαν πολύ βαριές
σάν ὅταν δέ σ' ἀφήνουνε νά πεῖς τήν ἀλήθεια
καί τό φεγγάρι κρεμόταν στόν οὐρανό
ὅπως κρέμεται ἡ τραγιάσκα τοῦ σκοτωμένου στό καρφί τῆς πόρτας
κι ὅταν βγάζαμε τά παπούτσια μας
καί μέσα στίς τσέπες μας καθόταν ὁ φόβος
καί μέσα στά νύχια μας καθόταν ὁ φόβος -
δέ λέω, Ζολιό, πολύ φοβόμαστε γιά μᾶς
μά πιότερο φοβόμαστε, Ζολιό,
γιά τή λευτεριά καί τήν εἰρήνη.

Πολλά τραβήξαμε, Ζολιό, πολλά,
πολλά τραβᾶμε,
νά κοιμόμαστε μέ τίς ἀρβύλες μας
νά μήν ἔχουμε νερό στήν κάψα τοῦ μεσημεριοῦ
νά μήν ἔχουμε γράμματα στήν παγωνιά τῆς νύχτας
νά μήν μποροῦμε ν' ἀκούσουμε τή σιωπή
ἀνάμεσα σέ δυό λόγια
ἀνάμεσα σέ δυό χέρια πού σφίγγονται
τή σιωπή λίγο πρίν ἀπ' τόν ὕπνο
τή σιωπή λίγο πιό ὕστερα ἀπ' τόν ἔρωτα
τή σιωπή ὅταν κλείνει ἕνα παντζούρι στή βροχή
τή σιωπή ὅταν ἀνοίγει ἕνα λουλούδι
ὅταν ἀνάβουμε τή λάμπα καί δέ λείπει κανένας
ὅταν σβήνουμε τή λάμπα καί λέμε "καληνύχτα"
τή σιωπή ὕστερ' ἀπ' τά χειροκροτήματα
ἐκείνη τή βαθιά, στοχαστική σιωπή
πού σχεδιάζει μέ τό δάχτυλο στό χῶμα τήν εὐτυχία τοῦ κόσμου
ὕστερ' ἀπ' τήν παρέλαση τῆς λευτεριᾶς καί τῆς εἰρήνης.

Ζολιό, μᾶς κυνηγᾶνε στήν πατρίδα μας
γιατί ἀγαπᾶμε πολύ τήν πατρίδα μας
γιατί ἀγαπᾶμε τοῦτες τίς γριοῦλες μας ἐλιές
μέ τά σταχτιά τσεμπέρια τους καί τό ρυτιδωμένο τους χαμόγελο
γιατί ἀγαπᾶμε τά βασανισμένα ἀμπέλια μας μέ τό θυμό τους καί τή λύπη τους
ἐτοῦτα τά σπασμένα μάρμαρα πού φέγγουνε τό βράδι τά φτωχά κατώφλια μας καί τά νυχτέρια μας
ἐτοῦτες τίς πορτοκαλιές πού ἀνάβουνε τά κίτρινα φανάρια τους πάνου ἀπό τά σκυμμένα μέτωπα
ἐτοῦτα τά πλατάνια πού κρατᾶν στούς ὤμους τους τόν ἥλιο καί τά χρόνια καί τά καριοφίλια
ἐτοῦτα δῶ τά χωματένια χέρια πού κρατᾶνε τήν τιμή τοῦ κόσμου.
Μᾶς κυνηγᾶνε, Ζολιό, γιατί δέ θέλουμε
νά βλαστημᾶν τό χῶμα μας οἱ ξένες μπότες
γιατί δέ θέλουμε, Ζολιό, νἆναι ἡ πατρίδα μας
ἔξω ἀπ' τή λευτεριά καί τήν εἰρήνη.

Τώρα ὅσο πάει λιγοστεύουν οἱ καρέκλες γύρω στό τραπέζι τοῦ σπιτιοῦ μας
κι εἶναι λυπημένες οἱ καρέκλες πάνου ἀπ' τόν ἴσκιο τους,
ὅταν βραδιάζει εἶναι μονάχες οἱ καρέκλες
κι ἡ φοινικιά εἶναι μονάχη στήν αὐλή τοῦ σπιτιοῦ μας
βρέχει τή μοναξιά της πάνου στό χῶμα
κι ἡ μάνα μας εἶναι πιό μονάχη
ὅταν πλέκει τά τσουράπια κείνου πού λείπει
καί δέν ξέρει πώς κείνος πού λείπει εἶναι σκοτωμένος
καί καμιά γειτόνισσα δέν ἔρχεται νά νυχτερέψει μαζί της
γιατί φοβοῦνται οἱ ἄνθρωποι τίς μανάδες τῶν ἡρώων
(εἶδες, Ζολιό, πῶς καταντῆσαν τούς ἀνθρώπους;)
μονάχα ἀπ' τό περβάζι τοῦ παράθυρου
σκύβουν νά τήν καλησπερίσουν
οἱ δυό κουμπάρες της: ἡ λευτεριά κι ἡ εἰρήνη.

Ζολιό, ἐδῶ πέρα κάνουν τή ζωή πολύ δύσκολη
καί τό θάνατο πολύ εὔκολο.
Κι ὅμως ποτέ δέν πεθαίνει εὔκολα κανένας.
Ξέρεις ἐσύ πόσο στοιχίζει στόν κόσμο ἀκόμα ἕνα ἄδειο κρεββάτι
δυό ἄδεια σκονισμένα παπούτσια κάτου ἀπ' τό κρεββάτι
ὁ ἥλιος πού μπαίνει τ' ἀπόγευμα στό σπίτι ἀπό τό δυτικό παράθυρο
φωτίζοντας τό σακκάκι τοῦ νεκροῦ ποῦ κρέμεται ἀκόμα στόν τοῖχο,
ἐσύ ξέρεις πόσο στοιχίζει στόν κόσμο νά σκοτώνονται
κεῖνοι πού ἀγάπησαν τή λευτεριά καί τήν εἰρήνη.

Εἶναι σκληρή ἐδῶ ἡ ζωή -
πάντα ἔτσι γίνεται ὅπου οἱ νεκροί πληθαίνουν.
Ἀνάμεσα ἀπ' τή σκαλωσιά μιᾶς κρεμάλας
κοιτᾶμε τόν οὐρανό.
Αὐτά εἶναι τά παράθυρά μας.
Κι ὡστόσο εἶναι νά κλαῖς ἀπό χαρά , Ζολιό -
γιά δές πῶς φέγγει ὁ ἥλιος -
ἀνάμεσα ἀπό τοῦτα τά παράθυρα μιά λυγαριά περνάει τό χέρι της - μᾶς χαιρετάει,
μᾶς χαιρετάει ὅλη ἡ ζωή - κι εἶναι νά κλαῖς ἀπό χαρά χαϊδεύοντας
ἐτοῦτο τό ἀργασμένο, τό ἱδρωμένο χέρι πού σοῦ ἁπλώνει ὁ κόσμος.
Ζολιό, πῶς φέγγει ὁ ἥλιος!
Θαρρῶ πῶς τοῦτο γίνεται
γιατί ἀγαπᾶμε κάθε μέρα πιό πολύ
ὅπως καί σύ, τή λευτεριά καί τήν εἰρήνη.

Ἐδῶ οἱ καρδιές εἶναι σάν τά καμένα σπίτια,
- οὔτε στέγη, οὔτε πόρτες, οὔτε παράθυρα,
παντοῦ καψαλιασμένες τρύπες
παντοῦ καπνισμένα δοκάρια,
ἀπό παντοῦ μπαίνει οὐρανός.
Κι εἶναι παράξενο, Ζολιό, - δέν εἶναι; -
νά βλέπεις ἀνάμεσα σ' αὐτές τίς τρύπες
νά περνᾶνε τά σύγνεφα καί τά χρόνια
νά περνᾶνε τά πουλιά καί τά δειλινά
ν' ἀνάβουν καί νά σβήνουν τ' ἀστέρια
ἀνάμεσα ἀπό τοῦτα τά μαῦρα δοκάρια.
Εἶναι παράξενο νά ὑπάρχουνε τόσα καμένα σπίτια
καί νά κοιτᾶς τόν οὐρανό μέσ' ἀπό τά καμένα σπίτια
καί πιό παράξενο νἆναι τόσο γαλάζιος ὁ οὐρανός
πάνου ἀπό τόσα καμένα σπίτια.
Κι ὅμως παράξενο καθόλου, μέσ' ἀπ' τά γυμνά πλευρά
νά φέγγει τήν καρδιά μας τόση λευτεριά καί εἰρήνη.

Κάθε μέρα πληθαίνουν οἱ τάφοι,
τάφοι, τάφοι, τάφοι,
γέμισε ἡ γῆ μας τάφους, ἀδελφέ μου,
δέν ἔμεινε μιά σπιθαμή στή γῆ μας
νά φυτέψουμε τριαντάφυλλα
νά παίξουν τόπι τά παιδιά
νά φιληθοῦν δυό ἀγαπημένοι.
Μά πάντα μένει πολύς τόπος
πάνου ἀπ' τούς τάφους μας, Ζολιό
γιά τή λευτεριά καί τήν εἰρήνη.

Πολύν καιρό δέν κουβεντιάσαμε παρά μόνο μέ τό θάνατο,
ψειρίσαμε στά γόνατά μας τό θάνατο
ὅπως ψειρίσαμε τή φανέλα μας
κι ἀκόμα μές στίς τσέπες μας μένουν τά ψίχουλα
ἀπ' τό ψωμί πού μοιραστήκαμε μέ τό θάνατο
γι' αὐτό καί τά λόγια μας εἶναι ἄβολα
γι' αὐτό κι εἶναι πικρό τό στόμα μας
πού δέν μπορέσαμε ἀκόμα νά φιλήσουμε στό κούτελο
τή λευτεριά καί τήν εἰρήνη.

Λίγο-λίγο γδυθήκαμε ἀπ΄ ὅλα τά στολίδια
μείναμε μόνο μέ τή γύμνια μας
γυμνοί, θεόγυμνοι,
κουβαλώντας τίς πέτρες στόν ἀνήφορο
κάτου απ' τίς βρισιές καί τά μαστίγια
σκάβοντας μέ τά νύχια μας τή νύχτα
γιά ν' ἀνοίξουμε μιά τρύπα στό φῶς
μαῦροι ἀπ' τό κάρβουνο τῆς νύχτας
μαῦροι σάν τούς ἀδελφούς μας τούς Μαύρους
σάν τούς ἀδελφούς μας ἀνθρακωρύχους
μέ μιά λάμπα μονάχα κρεμασμένη στή ζώνη μας
μ' ἕνα κόκκινο ἀστέρι μονάχα στήν καρδιά μας
φωτίζοντας τό δρόμο μή σκοντάψει
ἡ λευτεριά κι ἡ εἰρήνη.

Ἀγαπημένε μου Ζολιό,
ἔχω καιρό ν' ἀκούσω ἕνα ἀστέρι
νά σκάβει μιά γούβα στήν καρδιά μου
γιά νά φυτέψει ἕνα λουλούδι.
Σκληρή ἡ ζωή μας στάθηκε, Ζολιό,
νἄμαστε ὁλημερίς μέσα στόν ἥλιο
καί νά μήν ἔχουμε μιά θύμηση ἀπό ἥλιο,
νἄμαστε πλάι στή θάλασσα
καί νά μήν ἔχουμε δυό πῆχες θάλασσα
γιά νά τυλίξουμε τήν καρδιά μας πού καίγεται,
νά κουβαλᾶμε ὁλοχρονίς τό μπόγο μας,
ἕνα βαμμένο ἀμπέχονο, μιά καραβάνα, ἕνα παγούρι,
τόν καημό μας, τόν καημό τῶν δικῶνε μας, τόν καημό τοῦ κόσμου
καί νά μή βρίσκουμε μιά θέση ν' ἀπαγγιάσουμε
νά ζυμώσουμε τό χῶμα μέ τό δάκρυ μας
νά φτιάξουμε σταμνιά γιά τά φτωχά παράθυρα
νά κρυώνουν τό νερό τῆς λευτεριᾶς καί τῆς εἰρήνης.

Πές μας, Ζολιό, πῶς κοιμᾶται τό μεσημέρι
ἀνάμεσα στά στάχια καί τίς παπαροῦνες,
πῶς κατεβαίνει ἡ γαλήνη τό βράδι ἀπ' τό βουνό
(λέω, θἆναι τά μαλλιά της νοτισμένα ἀπ' τ' ἀστέρια),
πῶς λυγίζει ἕνα κλωνάρι στή μέση τῆς αὐγῆς,
πῶς εἶναι τά χέρια τῆς μητέρας
ὅταν διπλώνει τίς πετσέτες ὕστερ' ἀπ' τό δεῖπνο,
πῶς εἶναι ὁ ἴσκιος τῆς ἀδελφῆς πάνου στόν τοῖχο
ὅταν σιμώνει στή λάμπα νά περάσει τήν κλωστή στή βελόνα
καί νά μπαλώσει αιωπηλά τή λύπη τοῦ σπιτιοῦ μας;
Πές μας, Ζολιό, πῶς εἶναι;
Ξεχάσαμε, Ζολιό, ὅλα τα ξεχάσαμε
κι ὅλα μαζί τά βρήκαμε μέσα σέ μιά βουή ἀπό φῶς
κοιτάζοντας μόνο μπροστά τή λευτεριά καί τήν εἰρήνη.

Ἀλήθεια, δέ θυμόμαστε
πῶς χαιρετάει ἕνα πράσινο φύλλο τή μέρα
πῶς χτίζουν τά μερμήγκια τό σπίτι τους
πῶς σεργιανάει ἡ λιακάδα στά περβόλια
τί χρῶμα παίρνει ἡ σκιά τοῦ δέντρου μέσα στό νερό
τί λέει ἕνα σύγνεφο σταυρώνοντας τά χέρια του στό λιόγερμα
τί σχῆμα παίρνει τό σῶμα τῆς γυναίκας κάτου ἀπ' τ' ἄσπρο σεντόνι - δε θυμόμαστε,
θυμόμαστε μονάχα κείνους πού πεθάνανε
γιά τή λευτεριά καί τήν εἰρήνη.

Εἶναι δύσκολο τώρα νά ξεχωρίσεις τή φωνή τοῦ δειλινοῦ
καί τό βῆμα τοῦ καλοκαιριοῦ στ' ἀκρογιάλι,
εἶναι δύσκολο ν' ἀκούσεις μιάν ἀχτίνα πού διπλώνει τό δάχτυλο
καί χτυπάει τό τζάμι μιᾶς παιδικῆς κάμαρας τό ἀπόγευμα,
δύσκολο - σάν ἔχεις ἀκούσει τίς φωνές τῶν πληγωμένων στίς χαράδρες
σάν ἔχεις δεῖ τ' ἀστέρια σά σκουριασμένα κουμπιά στά χιτώνια τῶν ἐκτελεσμένων
σάν ἔχεις δεῖ τά φορεῖα ν΄ ἀνηφορίζουν τή νύχτα
σάν ἔχεις δεῖ τή νύχτα νά μή λέει "αὔριο"
σάν ἔχεις δεῖ πόσο δύσκολα κερδίζουμε
τή λευτεριά καί τήν εἰρήνη.

Ξεμάθαμε πολλά, Ζολιό,
ξεμάθαμε πῶς γλιστράει τό ψάρι τῆς γαλήνης στά ρηχά τῆς σιγαλιᾶς
πῶς μπλέκονται οἱ γαλάζιες φλέβες στά χέρια τῆς ἄνοιξης - ξεμάθαμε
μάθαμε τώρα κάτι πράματα ἁπλά
πολύ ἁπλά
πολύ σίγουρα
πῶς ὁ οὐρανός ἀρχίζει ἀπ' τό ψωμί
πῶς δέν εἶναι δίκιο ἄλλοι νά βγάζουν τό ψωμί
κι ἄλλοι νά τρῶνε τό ψωμί
πῶς δέν εἶναι δίκιο νά φτιάχνουν κανόνια
καί νά λείπουν τ' ἀλέτρια, - ἁπλά πράματα,
μπορεῖ κι ἕνα παιδί νά τά πεῖ σέ μιά φυσαρμόνικα τῆς τσέπης
μπορεῖ κι ἕνας καλός φαντάρος πού ὀνειρεύτηκε τή μάνα του
νά τιναχτεῖ ἀπ' τόν ὕπνο του καί νά τά πεῖ σέ μιά σάλπιγγα
κι οἱ νεκροί μας τά ξέρουν πιό καλά - κάθε νύχτα ἡ σιωπή τους τα φωνάζει - ἁπλά πράματα
- δέν εἴμαστε σοφοί, Ζολιό,
ἁπλά πράματα λέμε
πολύ ἁπλά τά λέμε
πώς ἀξίζει κανένας νά ζεῖ καί νά πεθαίνει
γιά τή λευτεριά καί τήν εἰρήνη.

Ζολιό, πολύν καιρό εἶχα μείνει
δίχως χαρτί, δίχως μολύβι, δίχως μουσική
μήν ξέροντας κάθε φορά ἀπό ποῦ βγαίνει ὁ ἥλιος
νιώθοντας ξένο τό χέρι τοῦ ἀγέρα πάνου στό χέρι μου
νιώθοντας ξένο τό στόμα τῆς στάμνας στό στόμα μου
δίχως νά κόβω τά γένια μου
δίχως νά γράφω στίχους -
ξέμαθα πιά, Ζολιό, νά γράφω στίχους
ἔμαθα μονάχα νά γράφω τοῦτες τίς δυό λέξεις
λευτεριά και εἰρήνη.

Ζολιό, τό ξέρω, τά τραγούδια μου
εἶναι χοντροκομμένα κι ἀπελέκητα,
φορᾶνε χοντροπάπουτσα οἱ στίχοι μου
μέ πολλές ἀράδες καρφιά γιά ν' ἀντέχουν στά κατσάβραχα
καθώς ἀνηφορᾶνε ὅλο τό θάνατο
γιά τή λευτεριά καί τήν εἰρήνη.

Ναί, σά χωριάτης εἶναι τό τραγούδι μου
μέ μπαλωμένο βρακί
μέ σκισμένο πουκάμισο
μέ τό χῶμα σφηνωμένο στά νύχια του
μέ τό πρόσωπο σκαμένο ἀπ' τήν ἁλμύρα καί τόν ἥλιο
ἀπ' τόν καημό κι ἀπ' τήν ἐλπίδα κι ἀπ' τήν ἀγάπη
καί μ΄ ἕνα κόκκινο γαρύφαλλο στ' ἀφτί του
- κοίτα πῶς σφίγγει ὁ στίχος μου μέσα στά δάχτυλά του τήν καρδιά μου
ὅπως σφίγγει ὁ χωριάτης τό σκοῦφο του
μπαίνοντας κι αὐτός στό Συνέδριό σας
μπαίνοντας γιά νά πεῖ κι αὐτός δυό λόγια
γιά τή λευτεριά καί τήν ειρήνη.

Μα αὐτοῦ μέσα, Ζολιό, εἶναι τ' ἀδέρφια μας,
εἶναι τ΄ ἀδέρφια μας πού τ' ἀνταμώσαμε στήν ἴδια πίκρα
ὅταν μασοῦσαν μιά μπουκιά ψωμί μπροστά στό γκρεμισμένο σπίτι τους
ὅταν βάζαν στό γυλιό τους τό μωρό τους καί τίς σφαῖρες τους
και πολεμοῦσαν γιά τήν εἰρήνη
ὅταν ψάχναν στίς στάχτες τῆς πυρκαϊᾶς νά βροῦν τό πόμολο τῆς πόρτας τους καί τά χνάρια τῆς ζωῆς τους,
γι' αὐτό δέ ντρέπεται ὁ στίχος μου
νά περπατήσει ἀνάμεσά σας μέ τίς ἀρβύλες του
ν' ἀφήσει τήν καρδιά μου ἀδέξια πάνου στό τραπέζι σας
ὅπως ἀφήνει ὁ χωρικός ἕνα μικρό ἄσπρο πρόβατο
ἀπάνου στήν ποδιά τῆς λευτεριᾶς καί τῆς εἰρήνης.

Εἶναι πικρή ἡ ζωή, Ζολιό, καί δέν μπορῶ νά τραγουδήσω
ὅταν πίσω ἀπ' τό στενό παράθυρο τῆς φυλακῆς
πίσω ἀπ' τά σιδερένια τετράγωνα
εἶναι στριμωγμένα τά πρόσωπα τῶν ἀγωνιστῶν
κοιτάζοντας τό δρόμο μέ τίς λίγες σκονισμένες πιπεριές
ἀκούγοντας τή φωνή ἑνός παιδιοῦ ἔξω ἀπ' τό φοῦρνο
καί τή θλιμμένη φυσαρμόνικα τοῦ δειλινοῦ πίσω ἀπ' τούς λόφους.
Μακριά σφυράει τό τραῖνο τῆς Λαρίσης - μές στό σφύριγμά του
κουβαλάει τή μυρωδιά τῶν θερισμένων κάμπων τῆς Θεσσαλίας.
Ἄχ, ἔξω νά βραδιάζει ἀργά ἕνα βράδι ἑλληνικό ὅλο διαφάνεια,
φῶτα ν' ἀνάβουν στίς ὑπαίθριες μπυραρίες τῆς λεωφόρου Ἀλεξάνδρας - στον ἀγέρα
μιά μυρωδιά τηγανητῆς μαρίδας και ροδάκινου -
Κι ἀκόμη αὐτά τά πρόσωπα νά μένουν στριμωγμένα πίσω ἀπό τά κάγκελα
κόβοντας ἕνα κλωναράκι ἀστέρια νά μυρίζουν στόν ὕπνο τους,
ν' ἀκοῦν τή δύναμη τους ἄνεργη νά σκάβει τά πλευρά τους
ν' ἀκοῦν τό βῆμα τοῦ δεσμοφύλακα στό διάδρομο
ν' ἀκοῦν τό μεγάλο κλειδί νά στρίβει στήν πόρτα
κι ὅλο νά περιμένουνε τή λευτεριά καί τήν εἰρήνη.

Θά ξέρεις βέβαια, Ζολιό, γιά τό Μανώλη Γλέζο
- ἄ, πῶς νά σοῦ τό πεῖ τό στόμα μου, Ζολιό,
ὅταν περνοῦσε μέ τά δυό του χέρια στίς τσέπες τοῦ παντελονιοῦ τά σοκάκια τῆς Πλάκας,
ὡραῖο παιδί χαμογελώντας στ' ὄνειρο τοῦ κόσμου πάνου ἀπ' τίς ὀροσειρές τῆς δυστυχίας
ὅταν σκαρφάλωνε τά βράχια τῆς Ἀκρόπολης
σφίγγοντας μές στίς δυό νεαρές γροθιές του
τήν ὀργή ὅλων τῶν λαῶν καί τήν ἐλπίδα τους
ὅταν κάτου ἀπό τ' ἀνοιχτά ρουθούνια τῶν πεινασμένων πολυβόλων
ἔσπαγε μέ τίς δυό γροθιές του τόν κυρτό σταυρό
ἔσπαγε μέ τίς δυό γροθιές του ὅλα τά δόντια τοῦ θανάτου -
Καί, νά πού χρόνια τώρα
ὁ Μανώλης ὁ Γλέζος, Ζολιό,
κοιτάει τό φῶς πίσω ἀπ' τά σίδερα
κι ἀκόμη μέ τά δυό του χέρια, σημαδεμένα ἀπ' τίς χειροπέδες,
σκουπίζει τά κλαμένα μάτια τοῦ κόσμου
σκουπίζει τό ἱδρωμένο μέτωπο
τῆς λευτεριᾶς καί τῆς εἰρήνης.

Ἔμαθες τίποτα, Ζολιό, γιά τή γιαγιά-Βαγίτσα;
Τήν ὥρα πού τήν παίρναν γιά νάν τή σκοτώσουν
εἶχε πλυθεῖ κι εἶχε φορέσει τά καλά της
εἶχε βάψει μονάχη τά παπούτσια της
κι εἶχε ἕνα φαρδύ χαμόγελο πίσω ἀπ' τίς ρυτίδες της
ὅπως εἶναι τό λιόγερμα πίσω ἀπ' τά κυπαρίσσια τοῦ χωριοῦ της.
Ἔβγαλε ἀπό τόν κόρφο της τό μαῦρο της μαντήλι
καί χόρεψε στό προαύλιο τῆς φυλακῆς "Ἔχετε γειά βρυσοῦλες",
"Ἔχετε γειά", ἡ γιαγιά-Βαγίτσα χόρεψε
ἀνεμίζοντας τό μαῦρο μαντήλι της.
Ζολιό, τήν εἶδες τή γιαγιά-Βαγίτσα;
Δέν μπορεῖ, θά τήν εἶδες, Ζολιό,
τήν ὥρα πού χόρευε πιασμένη ἀπ' τό χέρι
τῆς λευτεριᾶς καί τῆς εἰρήνης.

Εἶναι ὄμορφος ὁ κόσμος, Ζολιό,
ἄ, ναί, εἶναι ὄμορφος ὁ κόσμος
ὅταν ἡ γιαγιά-Βαγίτσα ἀνεμίζει τό μαῦρο μαντήλι της
κάτου ἀπ' τή μύτη τοῦ Χάροντα -
τόσο ὄμορφος ὁ κόσμος πού μποροῦμε νά πεθάνουμε
κρατώντας τό μαντήλι της γιαγιά-Βαγίτσας καί χορεύοντας
γιά τή λευτεριά καί τήν εἰρήνη.

Κι ἡ Μαρία Λεοντίδου, ἀδελφέ μου,
ἡ παραδουλεύτρα,
πού συγύριζε ξένα σπίτια καί σπίτι δέν εἶχε
ποὔπλενε τά ξένα ροῦχα καί δέν εἶχε πουκάμισο
κι εἶχε δυό χοντρά χέρια
δυό χέρια ἀπό καημό καί σίδερο
δυό χέρια βασανισμένα ἀπ' τόν πικρό μόχτο
δυό χέρια σά δυό καμένα δέντρα στό λιοβασίλεμα
- τή σκότωσαν, Ζολιό, τή Μαρία
μά λέω πού μεθαύριο θά μπουμπουκιάσουν τά χέρια της
μέσα στή λευτεριά καί στήν εἰρήνη.

Ζολιό, ἡ Μαρία εἶχε μάθει
ὅπως καί μεῖς πώς ὁ οὐρανός ἀρχίζει ἀπ' τό ψωμί,
γι' αὐτό, λίγο προτοῦ πεθάνει,
ἔδεσε τά χοντρά της χέρια στήν καρδιά της
κοίταξε ἀπ' τή μεριά πού βγαίνει ὁ ἥλιος
κι εἶπε:
"ἄν εἶναι νά χορτάσει ὁ κόσμος τό ψωμάκι
ἔτσι πού δέν τό χόρτασα ποτές μου ἐγώ
ἄς πάω κι ἐγώ -
μονάχα νά χορτάσει ὁ κόσμος τό ψωμάκι".
Τί λές, Ζολιό, δέ θά ξαναβροῦμε τή Μαρία
νά κρατάει μές στά χοντρά της χέρια μιά μεγάλη σκούπα πρωινές ἀχτίνες
καί νά σκουπίζει τά πλατιά πεζοδρόμια τοῦ μέλλοντος
ἤ νά κρατάει μιά θεόρατη καισαριανιώτικη σημαία,
μεθαύριο, λέω, πού θά γιορτάζουμε
τή λευτεριά καί τήν εἰρήνη;

Πῆρε τ' ἀφτί σου τίποτα, Ζολιό,
καί γιά τήν ἄλλη μας γιαγιά τή Μαμαλίνα;
Ἡ γιαγιά Μαμαλίνα
εἶναι μιά γριούλα ἐνενήντα χρονῶ
ἔχει δυό δεντράκια ρυτίδες γύρω στά μάτια της
ἔχει μιά μαύρη φούστα γιομάτη θάνατο
καί μιάν αὐλακιά περηφάνεια ἀνάμεσα στά φρύδια
σάν ἕνα καμπαναριό ἀνάμεσα στά σύγνεφα.
Τὄνα της τό παιδί σκοτώθηκε στήν Ἀλβανία
τ' ἄλλο της τῆς τό σκότωσαν οἱ Γερμανοί
τ' ἄλλο της τὄστησαν στόν τοῖχο τίς προάλλες,
κι ἡ γιαγιά-Μαμαλίνα,
ἡ γιαγιά μας, Ζολιό,
δικάστηκε ἰσόβια
γιατί ἀγαποῦσε ἡ καψερή
ὅπως κι ἐγώ κι ὅπως κι ἐσύ
τή λευτεριά καί τήν εἰρήνη.

Τώρα ἡ γιαγιά-Μαμαλίνα
μές στό κελί της μετράει τούς πεθαμένους
πλέκει τσουράπια γιά τούς πεθαμένους
πλέκει μιά μάλλινη χωριάτικη φανέλα γιά τόν κόσμο πού κρυώνει
πλέκει ἕνα κόκκινο σκουφάκι γιά τήν Ἄνοιξη.
Ἄ, δέν τό βάζει κάτου ἡ γιαγιά-Μαμαλίνα,
ἡ γιαγιά μας, Ζολιό,
ψήνει στό μπρίκι της τό καφεδάκι της -ἄν ἔχει-
κι ἀπ' τό ἴδιο πήλινο φλιτζάνι της κερνάει
τή λευτεριά καί τήν εἰρήνη.

Ζολιό, θἆχα χιλιάδες τέτοια νά σοῦ πῶ
μά δέ μέ παίρνει ἡ ὥρα.
Ζολιό, εἶναι τώρα κάπου δέκα χρόνια
πού οἱ νύχτες μας περνοῦν σκυφτές κάτου ἀπ' τ' ἀστέρια τους
ὅπως περνοῦν οἱ ἐργάτριες φορτωμένες τσουβάλια στάρι -
μές ἀπ' τίς τρύπες πέφτουνε στό δρόμο φοῦχτες τ' ἄστρα -
δέ μᾶς παίρνει ὁ καιρός νά μαζέψουμε τοῦτο τό στάρι
νά φτιάξουμε φαρδιά καρβέλια
νά τ' ἀραδιάσουμε στό μεσιανό δοκάρι τοῦ κόσμου,
- δέ μᾶς παίρνει ἡ ὥρα, Ζολιό, - μᾶς κυνηγᾶνε,
καί βιάζουμε νά σοῦ στείλω τό γράμμα μου
γιατί δέν ξέρεις αὔριο τί γίνεται
γιατί δέν ξέρεις τί γίνεται στή χώρα μας
γιά κεῖνον πού λέει τήν ἀλήθεια
γι' αὐτόν πού βιάζεται νά χαιρετήσει
τή λευτεριά καί τήν εἰρήνη.

Ζολιό,
θἄθελα ἀκόμα νά σοῦ ἐξομολογηθῶ
πώς τά βράδια ποά ἀρχίζει ὁ οὐρανός νά μᾶς γνωρίζει
κι ἡ Μεγάλη Ἄρκτος στέκεται ἔξω ἀπ' τήν αὐλόπορτα τῆς σιγαλιᾶς
μένουμε ὧρες μέ τό δάχτυλο ξεχασμένο στήν κουμπότρυπα τῆς λύπης
νά συλλογιόμαστε τόν κόσμο καί τά βάσανά του
ἕνα βιβλίο πού ἀπόμεινε μισοδιαβασμένο
ἕνα τραγούδι πού κόπηκε στή μέση
ένα τραγούδι που δε γράφτηκε ποτέ
μιά τσατσάρα πού ἀπόμεινε μονάχη σ' ἕνα κλεισμένο σπίτι
μιά ξυριστική μηχανή καί τό σαπούνι πάνου στό νιφτήρα
καί κεῖνον πού δέν ἔχει ἀνάγκη πιά νά ξυριστεῖ -
Ἄχ, έτσι τρυφερά νά συλλογιόμαστε τόν κόσμο
καί νά θυμώνουμε φορές - φορές, Ζολιό,
πού δέν μποροῦμε πιά νἄμαστε θυμωμένοι
πού δέν μποροῦμε νά μισοῦμε ὅσους μᾶς κάναν τό κακό
- βλέπεις ἡ ἀγάπη πάντοτε, Ζολιό, βαραίνει πιότερο ἀπ' τό μίσος -
καί πῶς πεινάει ἡ παλάμη μας νά σφίξει μιά παλάμη -
νά σφίξει καί τοῦ ἐχτροῦ μας τήν παλάμη
κι ὄχι πού κουραστήκαμε, Ζολιό,
κι ὄχι πού ξεροζιάσανε τά χέρια μας
μά εἶναι γιατί ἀγαπᾶμε, ὅπως καί σύ,
τή λευτεριά καί τήν εἰρήνη.

Ζολιό,
πολλοί θά βάζαν τήν ὑπογραφή τους κάτου ἀπ' τό γράμμα μου
ὅμως δέν ξέρουν γράμματα
θἄβαζαν μονάχα ἕνα σταυρό
σάν τούς χωρικούς τοῦ Μπονίκρο,
μά τοῦτοι πού δέν ξέρουνε νά βάζουν τήν ὑπογραφή τους
ξέρουν νά βάζουν ὅλη τήν καρδιά τους
γιά τή λευτεριά καί τήν εἰρήνη
καί γῶ ὑπογράφω γιά ὅσους ξέρουν
νά βάζουν ὅλη τήν καρδιά τους
γιά τή λευτεριά καί τήν εἰρήνη.

Ζολιό, πές καί στούς ἄλλους ἀδελφούς μας
στόν Ἔρενμπουργκ, στόν Ἀραγκόν καί στὀ Νερούντα,
στὀν Ἐλυάρ, στόν Πικασσό καί σ' ὅλα μας τ' ἀδέρφια
πώς εἴμαστε δῶ πέρα τρεῖς χιλιάδες ἐξόριστοι
ὄχι γιά τίποτ' ἄλλο, ἀδέρφια μου,
παρά μονάχα, νά, γιατί καί μεῖς ὅπως καί σεῖς
σηκώνουμε στή ράχη μας ἕνα ἀγκωνάρι ἀπ' τό καμένο σπίτι μας
νά χτίσουμε γιά κείνους πού θἀρθοῦν ἕνα καινούργιο σπίτι μέ πολλά παράθυρα
πολλά φαρδιά παράθυρα πρός τήν ἀνατολή
νά μή νυχτώνει ἀπό νωρίς ἡ καρδιά τῶν μανάδων
νά μήν κοιμοῦνται κάθε βράδι τά παιδιά δίπλα στό θάνατο.
Καί πού θά πάει, Ζολιό; - θά λυώσουμε μιά μέρα τίς ὀβίδες
νά φτιάξουμε σφυριά κι ἀλέτρια καί μπαλκόνια καί φτερά
κι ἕνα ἄγαλμα Ἄφτερης Χαρᾶς στή στάση, ἐκεῖ, τῶν λεωφορείων, στή φτωχογειτονιά μας
στή γειτονιά μας πού θά μερμηγκιάζει ἀπ' τά γιαπιά
κάτου ἀπ' τ' ἀσίγαστο χωνί τοῦ χειροδύναμου μεγάφωνου τῶν συνδικάτων
πού ὅλο θά λέει, θά λέει σταράτα καί μέ νούμερα
γιά τίς τεράστιες καταχτήσεις τῶν λαῶν στό πλάνο τῆς ἀνοικοδόμησης
καί θ' ἀπαγγέλλει ποιήματα τῶν νέων προλετάριων ποιητῶν
γιά τό χαρούμενο ἔρωτα
γιά τούς ὑδατοφράχτες
καί γιά τόν ἐξηλεκτρισμό τοῦ κόσμου.
Ἄχ, ἔτσι, ἀδέρφια μου, νά μήν ὑπάρχουν πιά καμένα σπίτια
μά νἆναι ὅλος ὁ κόσμος ἕνα σπίτι ἀσβεστωμένο μέ τή βούρτσα τοῦ ἥλιου
κι ἄχ, ἔτσι, ἀδέρφια μου, τοῦτο τό σπίτι νά τό συγυρνάει μονάχα
ἡ μάνα μας ἡ Λευτεριά κι ἡ πρωτοθυγατέρα της ἡ Εἰρήνη.

inviata da CCG/AWS Staff + Ελληνικό Τμήμα των ΑΠΤ "Gian Piero Testa" - 29/9/2016 - 09:02



Lingua: Italiano

Traduzione integrale italiana di Riccardo Venturi
29/30 settembre 2016
Revisionata il 9/10 ottobre 2016
(sulla base della traduzione di Nicola Crocetti e Dimitri Makris, "Epitaffio e Makronissos", Guanda, 1970)

Yannis Ritsos nella "celebre foto su tutte le copertine".
Yannis Ritsos nella "celebre foto su tutte le copertine".


Due parole del traduttore. In rete, compreso il video letto da Antonio Pirisi sulla musica composta da Fiorella Petronici, si trovano soltanto brani sparsi del lunghissimo componimento originale di Yannis Ritsos. Ne esiste, certamente, una traduzione italiana completa (che, poi, è quella letta nel video e di cui si trovano altri frammenti qua e là (ad esempio qui); la traduzione è di Nicola Crocetti (come è lecito attendersi) e di Dimitri Makris, ma, nonostante la discreta antichità di Ritsos tra i miei libri, l'ho avuta a disposizione soltanto dopo avere ultimato la presente traduzione. In un primo momento avevo pensato di riprodurre i frammenti presenti, inframmezzandoli con la traduzione mia dei brani mancanti; poi mi son detto che le traduzioni “composite” e rappezzate non vanno granché bene. Quindi ho tradotto il testo integralmente e autonomamente, corredandolo con qualche nota qua e là. Così, credo, avrebbe fatto anche Gian Piero Testa (che, magari, però la traduzione di Crocetti e Makris ce l'aveva; e mi chiedo, un po' sgomento, dove ed a chi saranno finiti tutti i suoi libri, tutta la sua vasta e bellissima biblioteca). Ho volutamente tenuto un linguaggio semplice ed il più scarno possibile. La revisione sulla base della traduzione di Crocetti e Makris è avvenuta alle date indicate e ha comportato, per forza di cose, delle modifiche sia per emendare inesattezze, sia per migliorare qua e là quel che avevo già scritto. Si tratta, ovviamente, di migliorie puramente soggettive.
LETTERA A JOLIOT-CURIE

Ai-Stratis, Novembre 1950.

Carissimo mio Joliot,
ci troviamo qua, circa in tremila,
persone semplici, lavoratori, letterati
con una coperta bucata sulle spalle,
una cipolla, cinque olive e un tozzo di luce secca nella bisaccia
persone semplici come gli alberi di fronte al sole
persone, noi, che non abbiamo altra colpa addosso [1]
che quella di amare, come te,
la libertà e la pace.

Joliot, fratello mio,
da qualche anno ormai giriamo, noialtri,
da un'isola arida all'altra
portandoci sulla schiena le tende
e non facciamo in tempo nemmeno a piantarle, le tende
e non facciamo in tempo nemmeno a prendere due pietre
per metterci sopra una pentola [2]
e non facciamo in tempo nemmeno a farci la barba
e a fumare una sigaretta smezzata in collo all'alba. [3]
Di appello in appello,
di angheria in angheria,
portandoci nelle tasche vecchie fotografie della primavera
(più passa il tempo e sbiadiscono, non si riconoscono):
ma era quello, il nostro giardino? Com'era?
Com'è una bocca che dice “ti amo”?
Come sono due mani che ti avvolgono le spalle con la coperta
mentre dormi con solo indosso la camicia del sorriso, fresca di bucato?
Non ce lo ricordiamo.
Ricordiamo soltanto
una voce rilucente nella notte,
una voce sommessa che dice: libertà e pace.

E così, da un'isola arida all'altra,
di pena in pena trascinandoci il fagotto
e in quel fagotto trascinandoci il cuore
e nel cuore trascinandoci la fede
spesso senza nemmeno un po' di pane
spesso senza nemmeno un po' d'acqua
incatenati alle mani
senza neanche fare in tempo a fare amicizia con un albero o una finestra,
sempre incatenati alle mani
perché siamo persone talmente semplici,
teste talmente dure
da non aver mai disimparato a amare,
così come te, la libertà e la pace.

Parecchio tempo lo abbiamo passato a Makronissos,
abbiamo dormito guancia a guancia con la morte,
tanti laggiù ci hanno lasciato le ossa
tanti ci hanno rimesso piedi e mani
tanti ora camminano con le stampelle
tanti non camminano proprio più
tanti urlano la notte, nel sonno
tanti non ce la fanno più a parlare
tanti non ce la fanno più a vedere
una nuvola che si aggira con la sua rosea malinconia sulla composta nobiltà del mare a sera
tanti non riescono più a capire la voce della propria madre,
e tutta la nostra colpa è stata quella
di amare, come te, la libertà e la pace.

Là, Joliot, c'erano solo pietre su pietre,
soltanto pietre dai denti serrati
soltanto grida più dure delle pietre
e ferite mute come le pietre
e stivali che calpestavano le pietre.
E quelle pietre ce le trascinavamo addosso,
quelle pietre le graffiavamo con le unghie.
Non so se c'era un cielo; no, non c'era.
Soltanto pietre, pietre su pietre;
però, Joliot, sopra a quelle pietre
la sera ascoltavamo in segreto
con le orecchie incollate al nostro dolore,
ascoltavamo camminare la libertà e la pace.

Certo, Joliot, ci sarà stato Vespero pur da qualche parte
A sfogliare la margherita della pena sul dolore del mondo,
certo che ci sarà stato; ma non lo vedevamo.
Eravamo rinchiusi, inchiavardati da ogni parte.
Dappertutto intorno a noi, ci miravano fucili coi loro occhi ciechi
dappertutto le fotocellule che bucavano il buio
e dappertutto in quei buchi stava la morte, seduta a gambe incrociate,
e ci guardava.
Su ogni altana gridavano le guardie:
“Alt! Chivvalà? Alt! Chivvalà? Alt! Chivvalà?” [4]
Non c'era nulla
tranne la loro paura;
non vedevano nulla
tranne la loro ombra.
E tuttavia noi lo sapevamo, Joliot:
giù nei neri antri aperti dalle loro grida
ci venivano incontro, come cospiratrici,
la libertà e la pace.

Joliot,
era amaro il pane che assaggiammo,
amaro che facesse giorno fregandotene di lavarti e di guardare il sole
amaro che facesse sera senza che una stella sapesse che c'eri
amaro che facesse notte senza un verso mentre mentre piegavi il cuscino
amaro che ti volessero morto prima che tu cantassi la tua canzone
amaro che la vita fosse tanto bella, e che tu invece dovessi morire
perché amavi la libertà e la pace.

La notte era durissima per noi,
come quando non ti lasciano dire la verità,
e la luna stava come appesa in cielo
come sta appeso il berretto dell'ucciso a un chiodo, sulla porta.
E quando ci levavamo le scarpe
con dentro la paura, nelle scarpe
con dentro la paura nelle tasche
con dentro la paura nelle unghie
non ti dico, Joliot...sì, paura per noi stessi
ma ancor di più, Joliot,
per la libertà e per la pace.

Tante cose abbiamo patito, Joliot. Tante,
e tante le patiamo.
Dormire con gli scarponi ai piedi,
non avere acqua nella canicola pomeridiana
non aver lettere nel gelo della notte
non poter sentire il silenzio
in mezzo a due parole
in mezzo a due mani che si stringono
il silenzio poco prima di dormire
il silenzio poco dopo aver fatto l'amore
il silenzio quando si chiude una persiana mentre piove
il silenzio quando si schiude un fiore
quando si accende la luce e non manca nessuno
quando si spegne la luce e si dà la buonanotte
il silenzio dopo gli applausi
quel silenzio profondo, carico di pensieri
che disegna per terra, col dito, la felicità del mondo
dopo che hanno sfilato in corteo la libertà e la pace.

Joliot, ci danno la caccia nel nostro paese
perché noi, il nostro paese, lo amiamo tanto,
perché amiamo questi nostri ulivi che sembrano vecchiette
coi fisciù grigi in testa e il sorriso rugoso
perché amiamo le nostre vigne tormentate, piene di rabbia e di dolore
quelle rocce spezzate che a sera fan risplendere i nostri poveri usci e le nostre nottate
quei nostri aranci che si accendono gialli come fanali sopra alle nostre fronti chine
quei nostri platani che reggono sulle loro spalle il sole, gli anni e le carabine [5]
quelle mani terrose che tengono l'onore del mondo.
Ci danno la caccia, Joliot, perché non vogliamo
la nostra terra oltraggiata da stivali stranieri
perché non vogliamo, Joliot, che il nostro paese
resti escluso dalla libertà e dalla pace.

Ora, più il tempo passa e meno ci son sedie a tavola, nelle nostre case
e le sedie fanno un'ombra carica di dolore,
quando vien sera sono là, sole, le sedie.
E sola è la palma davanti al portico di casa,
e piove solitudine giù a terra,
e più sola è nostra madre
quando fa a maglia le calze a chi non c'è
e non sa che lo hanno ammazzato, chi non c'è.
Nessuna vicina le viene a far compagnia la notte
perché la gente ha paura delle madri degli eroi
(hai visto, Joliot, come si è ridotta, la gente?),
e al davanzale della finestra
si affacciano a dirle buonasera
le sole due comari che ha: la libertà e la pace.

Joliot, qua han reso difficilissimo vivere
e facilissimo morire.
Però nessuno muore in modo facile.
Tu sai quanto costa al mondo un letto vuoto in più,
quanto costa un paio di scarpe scalzate e impolverate su quel letto,
il sole che entra al pomeriggio in casa dalla finestra a ponente
facendo luce sulla giacca di un morto ancora appesa a un muro,
e tu sai quanto costa al mondo che sia ucciso
chi ama la libertà e la pace.

È dura, qua, la vita.
Sempre avviene così laddove i morti si moltiplicano.
Il cielo lo guardiamo
Di traverso, in mezzo all'impalcatura di una forca.
Queste sono le nostre finestre.
E intanto c'è da piangere di gioia, Joliot,
guarda un po' come splende il sole!
Da quelle finestre porge la mano un agnocasto [6] e ci saluta,
ci saluta la vita intera, e c'è da piangere di gioia
accarezzando quella mano incallita e sudata che ci tende il mondo.
Joliot, come splende il sole!
Credo che questo accada
perché amiamo ogni giorno di più,
come te, la libertà e la pace.

Qua i cuori sono come case arse,
senza tetto, senza porte, senza finestre,
ovunque ci son buchi abbruciacchiati,
ovunque travi annerite dal fumo,
e da ogni parte entra il cielo.
E forse è strano, Joliot, o forse non lo è,
vedere, in mezzo a tutti quei buchi
passar le nubi come passano gli anni,
gli uccelli come passano i tramonti,
accendersi e spegnersi le stelle
in mezzo a tutte quelle travi annerite.
Son strane così tante case arse
e poi guardare il cielo in mezzo a loro;
più strano ancora che sia tanto azzurro
il cielo, su così tante case arse.
Più strano di tutto, però, che nel torace nudo
tanto ci splenda il cuore di libertà, di pace.

Ogni giorno, sempre più tombe,
tombe, tombe e poi tombe.
Fratello mio, s'è empita di tombe la mia terra;
non ce n'è rimasto manco un palmo
dove si possa piantare un po' di rose,
dove i bambini giochino a pallone,
dove si bacino due innamorati.
Però, Joliot, sopra alle nostre tombe
resta tanto di quello spazio
per la libertà e per la pace.

Per troppo tempo non abbiam conversato che con la morte,
la morte l'abbiamo spidocchiata sulle ginocchia
come ci spidocchiavamo la maglietta,
e ancora in tasca ci restano le briciole
del pane che abbiam diviso con la morte.
Perciò anche le nostre parole sono scomode,
per questo anche la nostra bocca è amara,
ché ancora non abbiam potuto baciare
in fronte la libertà, in fronte la pace.

Via via ci siamo tolti ogni ornamento,
siamo rimasti nudi, nudi e basta,
nudi come vermi a trascinare
pietre su pietre su per la salita
in mezzo alle frustate ed agli insulti,
graffiando poi la notte con le unghie
perché si aprisse un buco nella luce
neri per il carbone della notte,
neri come i nostri fratelli Negri,
come i nostri fratelli minatori
con soltanto una lampada alla cintola
con soltanto una stella rossa nel cuore
che illumina la strada per non far inciampare
la libertà e la pace.

Carissimo mio Joliot,
riesco a sentire ora una stella
che un solco sta a scavarmi nel cuore
per piantarci dentro un fiore.
È stato duro vivere, Joliot,
stando tutto il giorno al sole
senza aver ricordanza del sole,
stando di fianco al mare
senza avere due palmi di mare
per rotolarci il nostro cuore disseccato,
trascinando di continuo il nostro fagotto,
una giubba militare tinta, una gavetta, una borraccia,
la nostra pena, la pena dei nostri cari, la pena del mondo
senza poter trovare un posto dove ripararci dal vento,
dove intridere di lacrime il terreno,
dove fabbricare una brocca per metterla alle povere finestre
a rinfrescar l'acqua della libertà e della pace.

Dicci, Joliot, come dorme il pomeriggio
in mezzo alle spighe ed ai papaveri?
Come cala la quiete serale giù dal monte
(la sua chioma, mi sa, sarà bagnata di stelle)?
Come si flette un ramoscello all'alba?
Come sono le mani di una madre
mentre ripiega i tovaglioli dopopranzo?
Com'è l'ombra di una sorella sulla parete,
mentre s'accosta alla lampada per infilzare il filo nell'ago
rammendando in silenzio il dolore che c'è in casa nostra?
Diccelo, Joliot: com'è?
Abbiamo scordato, Joliot, scordato tutto
e tutto quanto abbiam trovato in una luce urlante
guardando solo innanzi la libertà e la pace.

È vero, abbiamo scordato
come una foglia verde saluta il giorno,
come si costruiscon la casa le formiche,
come un giorno di sole incede sopra gli orti,
che colore fa l'ombra di un albero sull'acqua,
che dice una nuvola quando all'occaso incrocia le braccia,
che forma prende il corpo di una donna sotto un lenzuolo bianco...lo abbiamo scordato.
Ricordiamo solo chi è morto
per la libertà e per la pace.

Ora è difficile distinguere la voce del crepuscolo
e l'incedere dell'estate sul lido,
è difficile udire un raggio che piega il dito
colpendo il vetro della cameretta di un bambino al pomeriggio.
È difficile, quando hai sentito le voci dei feriti nei burroni,
quando hai visto le stelle come bottoni arrugginiti sulle giubbe dei fucilati
quando hai visto le barelle risalire, la notte,
quando hai visto la notte non poter dire “domani”,
quando hai visto com'è arduo guadagnare
la libertà e la pace.

Abbiamo disimparato tante cose, Joliot.
Disimparato come guizza il pesce della serenità nelle secche del silenzio,
come azzurre s'intrecciano le vene alla primavera, disimparato lo abbiamo.
Ora abbiamo imparato un po' di cose semplici,
semplicissime
ed assai certe.
Che l'universo comincia dal pane,
che non è giusto che qualcuno si guadagni il pane
e qualcun altro lo mangi,
che non è giusto fabbricare cannoni
mentre mancano gli aratri. Cose semplici, insomma;
può dirle anche un bambino con un'ocarina,
anche un bravo soldatino che ha sognato che la mamma
lo sveglia dal sonno dicendogli di suonarle alla trombetta;
ma ancora meglio le sanno i nostri morti, ogni notte le urla il loro silenzio.
Cose semplici;
non siamo dei sapienti, Joliot,
diciamo cose semplici
e diciamo semplicissimamente
che vale la pena vivere e morire
per la libertà e per la pace.

Joliot, tanto tempo sono rimasto
senza carta, senza matita, senza musica
senza sapere ogni volta da dove spunta il sole,
sentendo estranea la mano dell'aria sulla mia mano
sentendo estranea la bocca della brocca sulla mia bocca
senza farmi la barba,
senza scrivere versi.
Ormai ho scordato, Joliot, come si scrivono versi,
ho imparato soltanto a scrivere queste due parole,
libertà e pace.

Joliot, lo so, le mie canzoni
sono rozze, non raffinate;
i miei versi portano scarponacci chiodati
per resistere sulle rocce scoscese,
poiché scalano tutta la morte
per la libertà e per la pace.

Sì, il mio canto sembra un contadino
con le brache rattoppate,
con la camicia strappata,
con la terra conficcata nelle unghie,
con la faccia scavata dalla salsedine e dal sole,
dal dolore, dalla speranza, dall'amore,
con un garofano rosso all'orecchio.
E guarda, il mio verso mi stringe il cuore tra le sue dita
così come il contadino stringe il suo berretto
quand'entra anche lui al vostro Congresso
quand'entra anche lui a dire due parole
sulla libertà e sulla pace.

Però, Joliot, là dentro ci sono i nostri fratelli.
I nostri fratelli incontrati nella stessa amarezza
quando masticavano un boccone di pane davanti alla loro casa abbattuta
quando nello zaino s'infilavano il loro bambino e le loro munizioni
e combattevano per la pace,
quando tra le ceneri del rogo cercavano la maniglia della loro porta, e le tracce della loro vita,
e per questo il mio verso non si vergogna
di camminare assieme a voi coi suoi scarponi
per deporre goffamente il mio cuore sulla vostra tavola
così come il paesano depone un agnellino bianco
nel grembiale della libertà e della pace.

È amara la vita, Joliot, e non posso cantare
mentre dietro alla stretta finestra della prigione,
dietro alle grate di ferro
stanno ammassati i volti dei combattenti
a guardar la strada coi pochi schini [7] impolverati
ad ascoltar la voce di un garzone del forno
e una triste armonica al tramonto dietro le colline.
Lontano fischia il treno per Larissa [8], e col suo sibilo
porta il profumo dei campi mietuti di Tessaglia.
E si attarda a far sera [9]; un'ellenica sera traslucente,
si accendono le luci nei bar [10] all'aperto in viale Alexandras [11], nell'aria
un odore di pesce fritto e di pesche;
e ancora quei volti restano ammassati dietro alle inferriate
tagliando un ramoscello di stelle per annusarlo mentre dormono,
e sentono la loro forza inerte penetrar loro nel costato,
sentono il passo del secondino nel corridoio
sentono la grossa chiave rigirarsi nella porta
e attendon sempre la libertà e la pace.

Joliot, ma lo hai saputo di Manolis Glezos [12]
(ma come potrei dirtelo a voce, Joliot?),
di quando passava con le mani in tasca ai pantaloni per i vicoli della Plaka, [13]
un bel ragazzo che sorrideva a un sogno universale in cima alle vette [14] della sventura;
di quando s'arrampicava su per le pènte dell'Acropoli
stringendo tra i suoi giovani pugni
la rabbia di tutti i popoli e la loro speranza,
di quando da sotto al naso spalancato delle mitraglie affamate
spaccava con quei suoi pugni la croce uncinata,
spaccava con quei suoi pugni tutti i denti della morte.
E sai da quanti anni ora,
Joliot, Manolis Glezos
guarda la luce da dietro le sbarre;
e ancora con le sue mani segnate dalle manette
asciuga dal pianto gli occhi della gente
e asciuga dal sudore la fronte
della libertà e della pace.

E sai nulla, Joliot, di nonna Vaghitsa? [15]
Quando vennero a prenderla per ammazzarla
aveva lavato e si era messa il suo vestito buono,
aveva dato da sola la crema alle sue scarpe
e aveva un largo sorriso tra le rughe
come il tramonto dietro ai cipressi del suo villaggio.
Si tolse di dosso il suo fisciù nero
e danzò nella corte della prigione; “Addio, fonticelle”, [16]
“Addio”, e la nonna, la Vaghitsa, danzò
sventolando il suo fisciù nero.
Joliot, l'hai vista la nonna, la Vaghitsa?
No, non puoi non averla vista, Joliot,
mentre danzava presa per la mano
dalla libertà e dalla pace.

È bello il mondo, Joliot,
sì, è proprio bello il mondo
quando nonna Vaghitsa, alla Morte,
le sventola il fisciù nero sotto al naso -
è così bello il mondo, che possiamo morire
tenendo anche noi il fisciù di nonna Vaghitsa, e ballando
per la libertà e per la pace.

E Maria Leontidou, fratello mio, la domestica
che teneva in ordine le case degli altri, e casa non aveva,
che lavava la roba degli altri e non aveva manco una camicia sua,
e che aveva un paio di manacce grosse,
mani fatte di pena, fatte di ferro
mani messe alla prova da una fatica dura
mani come due alberi bruciati al tramonto...
l'hanno ammazzata, Joliot, la Maria
però dico che un giorno sbocceranno, le sue mani,
dentro alla libertà, dentro alla pace.

Joliot, la Maria aveva imparato,
proprio come noi, che l'universo comincia dal pane;
per questo, poco prima di morire
si strinse le sue manacce grosse al cuore,
guardò dalla parte da dove sorge il sole
e disse:
“Se è per saziare la gente di pane
come mai me ne son saziata io,
allora me ne vo anch'io -
sol ché la gente abbia pane a sazietà.”
Che dici, Joliot, la ritroveremo la Maria
con nelle sue manacce una grossa scopa di raggi di sole del mattino,
a spazzare i larghi marciapiedi del futuro,
o a reggere un'enorme bandiera di Kessariani [17]?
Un giorno, dopodomani, quando festeggeremo
la libertà e la pace?

Hai mai sentito dire, Joliot,
di quell'altra nostra nonna, la Mamalina?
Nonna Mamalina
è una vecchietta di novant'anni,
attorno agli occhi ha una foresta di rughe,
porta una sottana nera piena di morte
e un solco di fierezza tra le ciglia
come fosse un campanile fra le nuvole.
Un figliolo glielo hanno ammazzato in Albania,
un altro glielo hanno ammazzato i tedeschi,
un altro ancora gliel'han messo al muro l'altro giorno
e nonna Mamalina,
la nostra nonna Mamalina
è stata messa all'ergastolo
perché amava, poveraccia,
così come me, così come te,
la libertà e la pace.

Ora nonna Mamalina
nella sua cella conta i morti,
lavora a maglia calzettoni per i morti
e una maglia di lana grezza per chi ha freddo
e un berretto rosso per la Primavera.
Non si arrende nonna Mamalina,
la nostra nonna, Joliot,
si cuoce nel bricco il suo caffeino, se ne ha,
e dalla stessa chicchera d'argilla dà da bere
alla libertà e alla pace.
Joliot, ne avrei avute mille così di cui raccontarti
ma me ne manca il tempo.
Joliot, ora son più o meno dieci anni
da che le nostre notti passano chine sotto le loro stelle
così come passan le braccianti cariche di balle di grano
e tra le buche cadon per strada stelle a manciate,
non abbiam tempo per raccogliere quel grano,
di far grossi filoni di pane,
di disporli sull'architrave del mondo.
No, non ne abbiamo il tempo, Joliot. Ci danno la caccia
ed abbiam fretta di mandarti la mia lettera
perché domani non si sa che accadrà,
perché nel mio paese non si sa che accadrà
a chi dice la verità
a chi ha fretta di salutare
la libertà e la pace.

Joliot,
vorrei ancora confessarti
che le sere in cui il cielo prende a scorgerci
ed il Gran Carro sta là fuori, alla porte del cortile del silenzio
restiamo ore col dito dimenticato nell'asola del dolore
a conversare del mondo e dei suoi tormenti,
di un libro mezzo letto e non finito,
di una canzone troncata a mezz'andare,
di una canzone che non è mai stata scritta,
di un pettine rimasto solo in una casa chiusa a chiave,
di un rasoio da barba e del sapone sul lavandino,
e di chi non ha più bisogno di farsi la barba.
Così sommessamente a conversar del mondo
e ad arrabbiarci tante di quelle volte, Joliot,
di non potere più essere arrabbiati,
di non potere più odiare chi chi ha fatto del male.
Joliot, lo vedi, l'amore vale sempre più dell'odio;
e come bramiamo di stringerci le mani assieme,
di stringere anche la mano del nemico
e non perché ci siamo stancati, Joliot,
non perché le nostre mani non han più calli,
ma perché amiamo, così come te,
la libertà e la pace.

Joliot,
molti la firmerebbero questa mia lettera,
però sono analfabeti.
Ci metterebbero una croce
come i contadini di Bonikro [18];
ma quelli non la san mettere la loro firma,
quelli sanno mettere tutto il loro cuore
per la libertà e per la pace.
E allora io la firmerò per tutti
quelli che sanno mettere il loro cuore
per la libertà e per la pace.

Joliot, di' anche ai nostri altri fratelli,
a Ehrenburg, a Aragon, a Pablo Neruda,
a Éluard, a Picasso e a tutti i fratelli e le sorelle
che siamo qua, in tremila deportati,
per nient'altro, fratelli e sorelle mie,
che per il fatto, noialtri come voi,
di esserci messi sul groppone un cantone della nostra casa arsa,
di costruire per coloro che verranno una casa nuova con tante finestre,
tante finestre larghe rivolte a levante,
ché non annotti presto il cuore delle madri,
ché i bambini non dormano ogni sera fianco alla morte.
E come andrà, Joliot?
Un giorno le manderemo in fonderia, le granate,
per fabbricar martelli, aratri, balconi e pale
e una statua alla Gioia Aptera, alla fermata qui del bus, alle case minime,
nel nostro quartiere popolare che brulicherà di cantieri;
e tutto giù dentro nell'imbuto del megafono a manovella dei sindacati,
che mai starà zitto, che dirà tutto, bello chiaro e con le cifre
sulle enormi conquiste dei popoli nell'ambito della ricostruzione
e che declamerà le poesie dei giovani poeti proletari
sull'amore gioioso,
sulle dighe
e sull'elettrificazione del mondo.
E così, fratelli miei, sorelle mie, non ci saran più case arse
ma tutto il mondo sarà una casa intonacata col pennello del sole;
e così, fratelli miei, sorelle mie, questa casa la terranno in ordine soltanto
nostra madre, la Libertà, e sua figlia primogenita, la Pace.
NOTE

Nota alle note. Si limitano ad alcuni chiarimenti testuali, interpretazioni, informazioni stringate.

[1] Alla lettera “altra colpa sul collo” (in italiano popolare si potrebbe dire “sul groppone”).

[2] Lo τσουκάλι (che conosciamo bene dal Καπνισμένο τσουκάλι sempre di Ritsos e eseguito da Nikos Xylouris) è propriamente il pentolone (o paiolo) di coccio. Il termine deriva dall'italiano (disusato) zuccale, nel senso di “paiolo a forma di grossa zucca”.

[3] Alla lettera “sulle ginocchia dell'alba”.

[4] “Chivvalà” è (tuttora) espresso, in ambito militare, in rigoroso greco antico (Τίς εἶ;). Questo sia perché la lingua dello stato era la famigerata katharevousa, sia perché, effettivamente, la locuzione classica (che si legge /tissì/) è ben più stringata della lingua moderna standard ποιος είσαι; /pjossìsse/.

[5] Il nome della carabina (o moschetto), καριοφίλι (scritto a volte καρυοφίλι o καρυοφύλλι) ha una diffusa e curiosa leggenda sulla sua origine: deriverebbe, si dice, da una non meglio precisata fabbrica di armi italiana, la Cario & Figli (o Carlo & Figli), che avrebbe prodotto fucili e baionette utilizzate nella guerra di indipendenza ellenica del 1821. In realtà è stato accertato che una tale fabbrica d'armi non è assolutamente mai esistita; ma tale paretimologia (uno dei più celebri “miti linguistici” della lingua neoellenica) è riuscita a penetrare sia nell'autorevolissimo ΛΚΝ (Λεξικό της Κοινής Νεοελληνικής, Dizionario del Greco Moderno Comune) dell'Università di Salonicco, sia nell'altrettanto autorevole e grande dizionario greco moderno-italiano dell'Istituto Siciliano di Studi Bizantini e Neoellenici (ISSBI). In realtà si tratta di un tipico “cavallo di ritorno”: è il classico καρυόφυλλον “garofano” usato in senso traslato e ironico per l'arma, e passato nel turco karanfil già dal XVI secolo. Dal quale è tornato in greco. Ma la leggenda metropolitana persiste, con tanto di "cuggini" che hanno in casa, o hanno visto in casa, un antico esemplare di una carabina "Cario & Figli" (magari in mano agli amanti incastrati o al tronchetto della felicità con la vedova nera dentro).

[6] Si tratta del Vitex agnus castus, arbusto della famiglia delle Verbenacee diffuso anche in Italia e con notevoli proprietà terapeutiche (il suo nome agnus castus “agnello puro” è associato alla purezza). Altri suoi nomi sono “Pepe falso” (i frutti maturi ed essiccati sono simili a grani di pepe nero) o “Pepe dei monaci” (che si ritrova nell'inglese Monk's pepper).

[7] Lo Schinus molle è una pianta arbustiva delle Anacardiacee che nel Sudamerica può raggiungere dimensioni di un albero, ma che alle nostre latitudini è arbustivo. E' diffusa in Grecia. E' nota anche come “albero del pepe” (e, come il precedente agnocasto, anche come “falso pepe”). In greco moderno, lingua nota per la sua assoluta imprecisione botanica, lo si chiama normalmente πιπεριά come il peperone, capsico delle Solanacee con il quale non ha nulla a che fare. “Albero del pepe” tradusse F. M. Pontani da Seferis, in “Morire normalmente”; io ho preferito “schino” per evitare confusione, e soprattutto perché in Grecia non è affatto un “albero”. La pianta è notissima in quanto da essa si ricava il diffuso “pepe rosa”, spezia comune sulle nostre tavole.

[8] Làrissa (gr. Λάρισα) è una grande città (ca. 145.000 abitanti), storico capoluogo della Tessaglia. E' nota come la “padella di Grecia”: d'estate la temperatura può andare a 45 gradi. In realtà ha un clima assolutamente estremo: vi si è registrata anche una temperatura, in inverno, di 21 gradi sotto zero.

[9] Nota per chiarire una mia prassi traduttoria: sono restio a tradurre le interiezioni (ah, oh, eh, eccetera), non le ho mai sopportate. Nel testo originale di Ritsos ve ne sono alcune, nella traduzione nessuna.

[10] Alla lettera “birrerie”, ma la “birreria” era in Grecia quel che si avvicinava al bar europeo (le birrerie erano state introdotte al tempo della casa regnante tedesca).

[11] Importante viale del centro di Atene che congiunge il viale Patission (quello per cui andava su e giù Katarina Gogou) e Kifissias; prende nome dalla principessa Aleksandra Georgievna di Danimarca e Grecia, morta all'età di soli 21 anni.

[12] Manolis Glezos ha 94 anni (è nato il 9 settembre 1922) ed è ancora saldo come mito della Resistenza greca. Quando aveva 19 anni, il 30 maggio 1941, si arrampicò con l'amico e compagno Apostolos Santas sull'Acropoli e strappò via la bandiera con la svastica (l'episodio è ricordato brevemente anche nella poesia di Ritsos). I due furono condannati a morte in contumacia; Glezos fu poi arrestato, torturato e imprigionato. Durante la dittatura dei Colonnelli subì ancora carcere e confino. Ha alzato bene la voce anche durante gli anni della crisi; ha fatto poi parte di “Syriza”, dalla quale però è uscito abbastanza alla svelta (rassegnando anche le dimissioni da “parlamentare europeo”).

[13] Un tempo quartiere popolare, storico e caratteristico della vecchia Atene (ai piedi dell'Acropoli), ora diventato quartiere turistico, “fighetto”, di localini. La Plaka è comunque il nucleo storico dell'Atene non classica, il primitivo villaggio che era rimasto ai piedi dell'Acropoli dopo l'epoca classica. Si ricordi che Atene fu scelta come capitale greca soltanto nel 1834.

[14] Propriamente: “catene montuose”.

[15] In questa e nelle strofe seguenti si nominano donne resistenti (nonna Vagitsa, Maria Leontidou, nonna Mamalina) tratte probabilmente dalla memoria di Ritsos o da episodi all'epoca noti, ma sulle quali non sono riuscito a reperire alcuna notizia (a parte quelle riportate da Ritsos). “Vaghitsa” è peraltro un nome comune cretese per “serva, domestica”, presente già nell'Erotocrito.

[16] Si tratta del Xορὸς τοῦ Zαλόγγου (Coro di Zalongo).

[17] Su Kessariani si veda Το μπλόκο της Καισαριανής.

[18] Bonikro si trova in Costa d'Avorio. Ignoro totalmente che cosa vi sia accaduto, e perché Ritsos rinchiuso a Ai-Stratis abbia menzionato i suoi contadini.

29/9/2016 - 10:44


La traduzione di Nicola Crocetti e Dimitri Makris – onestamente non ricordo se integrale – dovrebbe essere in: Epitaffio e Makronissos, Parma, Guanda, 1970. E onestamente, non è sempre questo Ritsos «politico» e – forse inevitabilmente – retorico quello che preferisco, mentre aveva una straordinaria capacità di trascrizione lirica della realtà, a partire dai suoi dati minimi, dall'osservazione di un piccolo oggetto. È il Ritsos «piccolo» quello che resterà, ne sono convinto.

L.L. - 30/9/2016 - 17:40


Purtroppo, lo ribadisco, non ho mai avuto quel volume; immagino però che la traduzione sia integrale, non avrebbe avuto senso tradurne dei frammenti (quando lo stesso Crocetti, poi, ha tradotto cose di Ritsos ancor più lunghe come i "Tre Poemetti" che ho nominato nell'introduzione, quelli ce li ho e parlo a ragion veduta). Ad ogni modo, è chiaro che componimenti come questo risentono di un clima storico, e di una situazione oggettiva. Ciononostante mi sembra che quel che dicevi giustamente tu a proposito della sua straordinaria capacità di trascrizione lirica della realtà, dall'osservazione di un piccolo oggetto, faccia capolino (e anche qualcosa di più che capolino) anche in questo componimento pieno di oggetti comuni: sedie, brocche, aghi, lampade, peperoni, pentole. Sono anche per me, è vero, le parti migliori di questa lunghissima cosa; ma lo sono anche perché sono inserite in un dato contesto. Tutto sommato, ho cercato sempre di tenere in mente che scrivere da un campo di concentramento dopo una guerra civile e due anni di vita da deportato è un po' diverso che poetare a un tavolino o in mezzo a un prato. Che poi certe parti siano gonfie di retorica, è innegabile. Ad ogni modo sono anche convinto che, di un poeta, resti la sua integralità, ed anche la sua difformità. Quel che "resta", resta sempre alla sensibilità personale di ognuno di noi; ma nell'opera di un poeta, niente può essere separato da niente. Saluti cari.

Riccardo Venturi - 30/9/2016 - 19:00


Sia grazie a L.L. che al prestito interbibliotecario ho adesso a disposizione la traduzione di Nicola Crocetti e Dimitri Makris. Diciamo che, per ora, siamo a un salomonico 2-2 in quanto a improprietà e abbagli (ma clamoroso quello mio, che avevo preso la croce uncinata spaccata da Glezos per "sopracciglia ricurve"!). Ovviamente le dizioni corrette sono state inserite nella mia traduzione, ma sarebbe disonesto non renderne conto. Un ringraziamento ancora a L.L. per la gentilezza, scusandomi per la mia ben nota lentezza nel rispondere a qualsiasi cosa che assomigli a una missiva elettronica.

Riccardo Venturi - 8/10/2016 - 17:17


Grazie a te, Riccardo: il tuo lavoro è imprescindibile.

L.L. - 10/10/2016 - 11:59


Eh, guarda, invece non è prescinto affatto, specialmente da te devo dirti. Il fatto è che, con a disposizione la traduzione di Crocetti e Makris, mi sono onestamente accorto di aver preso seriamente due o tre pittoresche cantonate (ad esempio, ho fatto diventare "sopracciglia ricurve" la croce uncinata, e "spiagge" degli orti...), e qua e là ne ho anche approfittato per migliorare la mia traduzione in alcuni punti. Inoltre mi erano rimasti due versi nella tastiera, quasi un classico quando si ha a che fare con testi così lunghi. Considerando anche il fatto che un paio di cantonate le avevano prese anche Crocetti e Makris (tipo la Gioia Aptera diventata Gioia Alata, o i "peperoni" che crescono per la strada a Ai-Stratis, al posto degli alberi del pepe rosa che non erano invece sfuggiti a Filippo Maria Pontani traducendo da Seferis), speriamo così di avere una traduzione almeno decente. Un'altra cosa che ho fatto col testo tratto da "Epitaffio e Makronissos" è ritrascrivere tutto il testo con l'accentazione ditonica, che è veramente quella originale dell'epoca: in generale, non mi piace che il sistema monotonico sia stato esteso ai testi scritti prima del 1982. Il volume della Guanda è interessante anche per questo: L' Epitaffio, del 1936, è riportato con l'accentazione tritonica classica ancora in vigore pienamente all'epoca, mentre i testi degli anni '50 sono interamente ditonici così come l'ortografia si era andata evolvendo con l'eliminazione dell'accento grave. Tornando alla traduzione, e tenendo naturalmente conto delle sviste che sono state emendate, ho comunque tenuto a mantenere l'impianto che le avevo dato, che è sicuramente più discorsivo di quella di Crocetti e Makris (gli "stamni" sono ridiventate brocche, insomma). Del resto, Ritsos stesso dice di "non sapere più scrivere versi" (all'anima...). Però, in tutta sincerità, affermare adesso che la mia traduzione è interamente autonoma, non è esatto. Credo che ancora dovrà passare un po' di tempo prima che possa affrontare interamente "prescindendo" un Ritsos o un altro poeta di tale stampo ; senza la traduzione di Crocetti e Makris, le scorrettezze sarebbero rimaste. A tale riguardo capisci bene quanto sia stato importante avere a disposizione quel volume e la tua scansione. Saluti carissimi e grazie ancora!

Riccardo Venturi - Ελληνικό Τμήμα των ΑΠΤ "Gian Piero Testa" - 10/10/2016 - 14:01


Il brano così come era sul quaderno di poesie di mia mamma, era stato copiato da un'antologia "comunista" che la sua professoressa di italiano, comunista, ex internata a Fossoli, ormai cieca, il cui marito anche lui ex internato è poi impazzito, adottava per i suoi alunni.

dq82 - 14/10/2016 - 15:08



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