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L asêdi ala Ròca ed Galîra

Fausto Carpani
Lingua: Italiano (Emiliano Bolognese)

Lista delle versioni e commenti


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I fatti qui raccontati risalgono al 1334, ma non sono certo che questa canzone popolare bolognese – qui nella versione recitata e cantata da Fausto Carpani trovata su La stòria d Bulåggna – sia altrettanto antica. Per cui non mi sento di datarla, riservandomi successivi accertamenti.
Aggiungo che gli stessi fatti furono sapientemente raccontati da Dario Fo nel terzo monologo (“Il tumulto di Bologna”) del suo magistrale spettacolo in grammelot intitolato “Il fabulazzo osceno”, messo in scena nel 1982.



Brevissimi cenni storici.
All’inizio del 300 c’era non poca maretta tra il papa ed i grandi feudatari romani (come i Colonna) e anche molti monarchi europei ce l’avevano su con la Chiesa. Roma era troppo insicura per la corte pontificia e così il francese Clemente V, successore di Bonificio VIII (schiattato dalla bile poco dopo aver subìto dai Colonna l’oltraggio dello “schiaffo di Anagni”), decise di starsene al calduccio ad Avignone, preparando il rientro in grande stile nella Città Eterna.
Intanto guelfi (i sostenitori del papa) e ghibellini (i sostenitori dell’impero) continuavano a darsele di santa ragione. Naturalmente la difesa della Fede o della Laicità c’entravano ‘na sega, era la solita vista e rivista lotta di potere. Ne faceva le spese, come sempre, il popolo, massacrato ed affamato nelle continue scorrerie degli opposti eserciti, in gran parte mercenari.

Il cardinale Bertrand du Pouget raffigurato nel film “Il nome della Rosa” di Jean-Jacques Annaud (1986), tratto dall'omonimo romanzo di Umberto Eco del 1980.
Il cardinale Bertrand du Pouget raffigurato nel film “Il nome della Rosa” di Jean-Jacques Annaud (1986), tratto dall'omonimo romanzo di Umberto Eco del 1980.


Nel 1319 il papa Giovanni XXII, nel frattempo subentrato a Clemente, decise di intervenire direttamente nel conflitto e delegò all’uopo Bertrand du Pouget, cardinale francese, che scese in Italia con un esercito di mercenari e come prima cosa si impadronì di Bologna, dove iniziò la costruzione di un sontuoso castello, quello di Porta Galliera, per motivi difensivi e come nuova sede provvisoria del papato in vista del rientro in Roma. Ma ad un certo punto Bertrando del Poggetto entrò in rotta di collisione con il suo principale alleato, il re di Napoli Roberto D’Angiò, sicchè alla fine, dove varie vicessitudini, il delegato pontificio se la vide proprio brutta e si rinchiuse con i suoi mercenari dentro il suo castello, non senza aver prima razziato tutto il razziabile. A questo punto però la rabbia dei cittadini bolognesi, vessati in ogni modo dai pontifici, raggiunse l’apice ed esplose fragorosamente: il palazzo di Porta Galliera fu cinto d’assedio e, leggenda vuole, il Bertrando fu stanato sommergendolo della merda generosamente offerta da tutti i bolognesi e copiosamente catapultata all’interno della cinta muraria… l’emmerdeur francese, smerdato, fu costretto ad arrendersi, scampò al linciaggio grazie alla mediazione di un qualche signore, e tornò ad Avignone, puzzolente e con la coda tra le gambe.
La rocca di Porta Galliera fu rasa al suolo (peccato solo per i numerosi affreschi che pare fossero opera di Giotto). Nei secoli successivi per quattro volte la fortezza venne ricostruita dalle autorità ecclesiastiche, e per altrettante volte venne di nuovo distrutta dai cittadini. Oggi non ne restano che dei ruderi nei pressi del giardino della Montagnola. Tiè!
[Recitativo]
L’istoria che m’accingo a raccontare
giammai cantata fu da un trovatore:
vi narrerò la furia popolare
che liberò Bologna dal terrore.
Era costì Bertrando del Poggetto,
un cardinal venuto dal a Franza,
che dopo esser paruto un agnoletto
tiranno diventò con spada e lanza.
Ei volle guerreggiar coi veneziani
e già che c’era pur coi ferraresi,
mandando avanti i giovin petroniani
a far da scudo ai militi francesi.
Moriron come mosche, i bolognesi,
e il cardinal nella città turrita
fece ritorno con i suoi francesi:
altri per lor pagaron con la vita!
Si dedicaron poi da mane a sera
ad arraffar di tutto entro le mura,
chiudendosi alla rocca di Galliera
ch’era della città la più sicura.

Ai bolognesi alleggerì la panza
vuotando le cantine ed i granai,
lasciandoli digiuni e in gran doglianza
sordo ai loro lamenti e ai loro lai.
La rabbia prese il posto della fame
e il popol s’adunò presso il maniero
con altre grida ed agitando lame
per far vendetta contro lo straniero.

Troppo munita e forte la muraglia
apparve lor e troppo ben difesa.
Inutile tentar di dar battaglia
o d’espugnar le mura e farne presa.
Levossi allor un grido sugli astanti
e in un baleno la gran turba tacque:
"Orsù, datemi mente tutti quanti:
andiamo a toglier lor le nostre acque!"
Poi tosto si diressero al canale
che lì d’appresso placido scorreva:
le chiuse s’abbassar, ferme le pale,
a secco l’inimico rimaneva.

"E adès: tótt a buschîr, o bolognesi,
e quall ch’a cagarän non si disperda
che da dmatéṅna i nobili francesi
combatteranno con la nostra merda!"

[Canzone]
E il dì d’appresso da case e palazzi
tutti sortivano risa e lazzi,
con alte grida, sberleffi e schiamazzi
ognón purtèva da cà al sô sacàtt.
Seco recavano vasi e pitali,
comode, secchi, padelle, orinali,
altri menavano innanzi maiali
e di scartûz ed pulpàtt ed cavâl.
L’ordine corse di bocca in bocca,
tutti accorrevano sotto la rocca
donando l’obolo d’ottima cacca
par inmardèr chi malnétt di franzîṡ.
Novelli David armati di fionda
vispi monelli miravan la ronda
in una lieta tenzone gioconda
coi cagarlén d’una pîgra e un cavrån.
D’in su la corte s’alzava un olezzo di fogna,
insieme al tanfo crescevano rabbia e vergogna.
Caldo e implacabile Febo i suoi raggi spandeva:
non una goccia di pioggia, ma merda cadeva.

Giorni passarono sempre lanciando
sotto gli sguardi del truce Bertrando
che dai bastioni guatava imprecando
al sô castèl ch’l êra tótt scagazè.
Vuotate furon latrine e pollai,
cinquanta androne e trentun letamai
e un gran convoglio di cento bruzâi
da mane a sera al purté äl muniziån.
Fin che un bel giorno s’aperse la porta,
sortì Bertrando e l’immonda sua scorta
fetida, lurida, la faccia smorta
mäntr i bulgnîṡ i ridêven da mât.
A un cenno il volgo riprese violento
l’intestinale bombardamento,
traendo il massimo divertimento
da un cardinèl inmardè infén ai pî.
E fu così che la dotta Bologna
si liberò d’una vile carogna
che recò in Franza l’eterna vergogna
d’aver perduto la guèra di strónz!

inviata da Bernart Bartleby - 30/12/2014 - 12:07


La canzone dobrebbe essere di Fausto Carpani e pertanto a lui la attribuiamo. Il testo è infatti presente nel suo canzoniere: Canzunàtt, par cantèr e cuntèr un pôc d incôsa e anc quèl èter. Testi originali in dialetto bolognese con traduzione a fronte, Bologna, Costa 2002

Dq82 - 29/8/2017 - 15:06



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