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Das Lied von den zwei Ochsen

Manfred Greiffenhagen
Lingua: Tedesco


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[1944]
Versi di Manfred Greiffenhagen (1896-1945), ebreo tedesco, berlinese, autore di cabaret.
Musica di Martin Roman (1913-1996), anche lui ebreo tedesco, pianista jazz.
Recentemente (2007) riproposta al grande pubblico dal basso baritono tedesco Christian Gerhaher e dalla ‎mezzo-soprano svedese Anne Sofie von Otter nella raccolta intitolata “Terezín/Theresienstadt”, pubblicata nel 2008 dalla Deutsche Grammophon.‎
Testo trovato su “Und Die Musik Spielt Dazu! Kabarett in Theresienstadt”, titolo di un concerto tenutosi nel 2009 presso la sinagoga di Vöhl, nell’Assia.

Terezín/Theresienstadt

Internato a Theresienstadt, Manfred Greiffenhagen scrisse molti dei testi delle piéces teatrali e musicali messe in scena nel campo-ghetto. Come molti artisti ebrei lì rinchiusi – tra i quali il noto attore Kurt Gerron – fu costretto dagli aguzzini a prestarsi nel documentario di propaganda “Der Führer schenkt den Juden eine Stadt”, confezionato dai nazisti per far credere alla Croce Rossa che Theresienstadt fosse un insediamento modello per la popolazione di fede ebraica, mentre non si trattava d’altro che di un campo di transito verso Auschwitz. Basti pensare che “Il Führer dona una città agli ebrei” (il cui titolo ufficiale è “Theresienstadt. Un documentario dall’area dell’insediamento ebraico”) fu prodotto nel settembre del 1944 e che alla fine di ottobre il ghetto era già stato liquidato. Il regista Kurt Gerron e quasi tutti quelli che vi comparvero, poche settimane dopo furono eliminati ad Auschwitz e Dachau.
Martin Roman faceva parte della band del violinista Marek Weber. Già nel 1932 i nazisti impedirono al gruppo di esibirsi in pubblico. Quasi tutti i membri fuggirono all’estero, a cominciare dal leader (che morì a Chicago nel 1964). Roman scappò in Olanda, ma lì fu catturato dopo l’occupazione del paese. Rinchiuso a Theresienstadt, anche lui - come Greiffenhagen, Gerron e tanti altri – fu costretto a partecipare alla farsa propagandistica de “Il Führer dona una città agli ebrei”.
Di coloro che comparirono in quel documentario di propaganda girato a Theresienstadt, gli unici a sopravvivere furono proprio Martin Roman ed un altro musicista jazz, il chitarrista Heinz Jakob "Coco" Schumann.



Dietro le mura di Theresienstadt arrivarono ad essere stipati fino a 50.000 ebrei contemporaneamente. Per ciascuno, pochi metri quadri. Approssimatamente 150.000 ebrei passarono per Theresienstadt. Circa 90.000 furono trasferiti poi ‎nei campi di sterminio, da cui pochissimi tornarono. Altri 35.000 ebrei del campo/ghetto di ‎Theresienstadt morirono lì di fame e malattie. A Theresienstadt furono rinchiusi anche circa 15.000 ‎bambini: ne sopravvissero meno di 1.800 (fonte: en.wikipedia).



Una canzone in cui sono i due buoi che quotidianamente trascinavano il carro per le stradine del campo/ghetto, spesso per raccogliere i corpi di gente morta di fame o di malattia, a raccontare la quotidiana lotta per la sopravvivenza degli internati, loro malgrado ridotti nel corpo ma sovente anche nel cuore e nella dignità a meno delle bestie…


Ihr naht Euch wieder, schwankende Gestalten,
Kein Tag vergeht, an dem man Euch nicht sieht.
Wie Ihr den Wagen, meine guten alten,
Bedächt´gen Schrittes durch die Straßen zieht.
Ich seh, wie Ihr uns Menschen hier betrachtet,
In unserm Kleinmut, unsrem Hass und Streit,
Und weiß genau, wie sehr Ihr uns verachtet,
Im Herzen froh, dass Ihr zwei Ochsen seid.
Wenn sich die Leute zanken hier und boxen,
Ihr bleibt zufrieden, ruhig stets und satt,
Darum seid Ihr für mich, Ihr beiden Ochsen,
Die klügsten Wesen in Theresienstadt.

Es kennt ein jeder von uns die Gerüchte,
Von denen keins den Menschen hier zu dumm,
Ein jeder sagt dem andern die Geschichte,
So ist es in der ganzen Stadt bald rum.
So etwas Tolles hört ich diese Tage,
Als ich Euch traf auf dem Kasernenhof,
Ich bat um Deine Meinung in der Frage,
Da sagtest Du, mein alter Philosoph:
“Das Rindvieh hat Gefühl fürs Paradoxe,
Ihr Menschen seht und hört nur alles halb,
Das glaubt bei uns nicht mal der größte Ochse,
Darüber lacht das allerkleinste Kalb”.

Der Mensch muss essen, das verlangt sein Magen,
Doch hier ist die Ernährung ein Problem,
Und hört er mittags seine Stunde schlagen,
Dann ist der Weg zur Küche nicht bequem.
Unwiderstehlich zieht es zur Menage
Die Menschen oft zu eigenem Verdruss,
Und gar zu häufig kommt man dort in Rage,
Wenn man so furchtbar lange warten muss.
Ihr werdet gut bedient, in Euren Boxen
Wird Euch das Essen franco Haus serviert,
Und draußen warten stundenlang wir Ochsen,
Wer von uns hat nun richtig disponiert?

Ihr hört die Menschen hier verschieden sprechen,
Nicht in der Mundart nur, auch nach dem Sinn,
Die Holländer, die Dänen und die Tschechen
Und deutsch aus Prag, aus Wien und aus Berlin.
Erschütternd, wie sie voneinander reden,
Wie man sich hier noch nach Nationen trennt,
Um ausgerechnet sich noch zu befehden,
In einer Stadt, die sich ein Ghetto nennt.
In diesem und speziell in diesem Falle,
Gibt´s keinen Unterschied bei Mensch und Rind;
Denn Juden, und nur Juden, sind wir alle,
So wie die Ochsen – alle Ochsen sind!

inviata da Bernart Bartleby - 17/3/2014 - 13:53



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