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Passa la banda

Giuseppe «Peppe» Giuffrida
Lingua: Italiano

Lista delle versioni e commenti


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Radio Aut
(Maurizio Pirovano)
Ballata pi Peppi Fava
(Ignazio Buttitta)


[2012]
Parole e musica di Peppe Giuffrida, cantautore, compositore chitarrista, percussionista di Catania.
Nella colonna sonora del cortometraggio «La ricotta e il caffè» diretto da Sebastiano Rizzo, dedicato alla figura dello scrittore, giornalista, drammaturgo, saggista e sceneggiatore catanese Giuseppe «Pippo» Fava, ucciso dalla mafia nel 1984, il 5 gennaio, esattamente 30 anni fa ad oggi.




«Qualche volta mi devi spiegare chi ce lo fa fare, perdìo. Tanto, lo sai come finisce una volta o l'altra: mezzo milione a un ragazzotto qualunque e quello ti aspetta sotto casa...» Pippo Fava.

«La ricotta e il caffè» è il titolo del corto di cui questa intensa canzone di Peppe Giuffrida fa da colonna sonora... Il buon caffè che piaceva tanto a Pippo Fava; la ricotta che in gran quantità gli fu recapitata, insieme a una cassa di champagne, dall’imprenditore Gaetano Graci, pochi giorni prima che il giornalista catanese venisse ammazzato da Cosa Nostra. Già, ricotta e champagne («Monsciandò», il Moët & Chandon, la marca preferita dai boss), due prelibatezze che però messe insieme proprio non ci azzeccano, e produrrebbero un’acidità insostenibile...
Un avvertimento, dunque, in puro stile mafioso...
E i killer infatti non si fecero attendere. Fava fu assassinato perché con il giornale da lui fondato e diretto, «I Siciliani», aveva squarciato il silenzio sui rapporti fra mafia, politica e grande imprenditoria. «I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa» fu il titolo esplicito dell’inchiesta su quelle connivenze, pubblicata sul primo numero del mensile, nella quale si facevano espressamente i nomi dei cavalieri del lavoro Mario Rendo, Francesco Finocchiaro, Carmelo Costanzo e Gaetano Graci (quello della ricotta con lo champagne) accanto a quello del boss Nitto Santapaola. (da Vittime Mafia - Per non dimenticare)


L’omicidio di Giuseppe Fava, l’unica foto che sono riuscito a reperire in Rete...

L’omicidio di Giuseppe Fava, l’unica foto che sono riuscito a reperire in Rete...



Alle ore 21.30 del 5 gennaio 1984 Giuseppe Fava si trovava in via dello Stadio e stava andando a prendere la nipote che recitava in «Pensaci, Giacomino!» al Teatro Verga. Aveva appena lasciato la redazione del suo giornale. Non ebbe il tempo di scendere dalla sua Renault 5 che fu freddato da cinque proiettili calibro 7,65 alla nuca. Inizialmente, l'omicidio venne etichettato come delitto passionale, sia dalla stampa che dalla polizia. Si disse che la pistola utilizzata non fosse tra quelle solitamente impiegate in delitti a stampo mafioso. Si iniziò anche a frugare tra le carte de «I Siciliani», in cerca di prove: un'altra ipotesi era il movente economico, per le difficoltà in cui versava la rivista.
Anche le istituzioni, in primis il sindaco Angelo Munzone, diedero peso a questa tesi, tanto da evitare di organizzare una cerimonia pubblica alla presenza delle più alte cariche cittadine. Le prime dichiarazioni ufficiali furono clamorose. L'onorevole Nino Drago chiese una chiusura rapida delle indagini perché «altrimenti i cavalieri potrebbero decidere di trasferire le loro fabbriche al Nord». Il sindaco ribadì che la mafia a Catania non esisteva. [...]
Il funerale si tenne nella piccola chiesa di Santa Maria della Guardia in Ognina e poche persone diedero l'ultimo saluto al giornalista: furono soprattutto giovani ed operai quelli che accompagnarono la bara.[..] (da it.wikipedia)



Il processo per l’assassinio di Giuseppe Fava si è concluso quasi 20 anni dopo, nel 2003, quando la Corte di Cassazione ha confermato l’ergastolo per il mandante, il boss Nitto Santapaola, detto «Il Licantropo» o «Il Cacciatore» (vedi alla quarta strofa della canzone), e per l’esecutore, tal Aldo Ercolano, catanese e mafioso pure lui, autore di decine di omicidi.

Ognina, citato nella quarta strofa, è un quartiere di Catania. In origine era un borgo marinaro, ma negli anni 50 e 60 (gli anni de «Le mani sulla città») e poi negli anni 70 e 80, Ognina fu oggetto di una grande cementificazione - palazzi, circonvallazione e pure un ponte (demolito di recente) - gestita in gran parte dalla mafia e dai suoi «cavalieri dell’Apocalisse», gli imprenditori vicini alle cosche.



Giuseppe Fava non fu solo un coraggioso giornalista ma anche un appassionato scrittore: suo il romanzo «Passione di Michele», storia di emigrazione in Germania, che Fava stesso trasformò in sceneggiatura per il film del tedesco Werner Schroeter intitolato «Palermo oder Wolfsburg», che in Italia nessuno ha mai visto benchè nel 1980 si sia aggiudicato l’Orso d’Oro al Festival del cinema di Berlino...

Musi neri, muri neri
Nera è la città
Neri gli occhi della gente
Che non ha pietà

Assassini e carcerieri
Nello stesso bar
Costruttori, cavalieri
senza un’anima

E un ragazzo con la barba
E un po’ di dignità
Raccontava come vera
Una strana favola

Autostrade, tribunali
E un ponte ad Ognina
Tutto in mano al cacciatore
E quattro società

Gli anni Settanta
Poi gli anni Ottanta
Passa la banda
Spara la banda

Era il cinque di gennaio
Cinque, la sua macchina
Cinque i colpi sul bersaglio
Solo un uomo morirà

Quattro a tessere l’inganno
Uno ci si sporcherà
Tutti assolti, non per sbaglio
L’Onorata Società

Chi ha sparato è siciliano
L’ha voluto un siciliano
Anche il morto è siciliano
Siciliano come me

State bene dove state
Che nessuno parlerà
Che il silenzio può far male
E anche il tempo scorderà

Quattro gatti a un funerale
S’è nascosta la città
Sotto i fogli di un giornale
Seppellita verità

Gli anni Settanta
Poi gli anni Ottanta
Passa la banda
Spara la banda

Era il cinque di gennaio
Cinque, la sua macchina
Cinque i colpi sul bersaglio
Solo un uomo morirà

Quattro a tessere l’inganno
Uno ci si sporcherà
Tutti assolti, non per sbaglio
L’Onorata Società

Chi ha sparato è siciliano
L’ha voluto un siciliano
Anche il morto è siciliano
Siciliano come me

Suona la banda, la banda suona
Passa la Santa e la gente s’inchina
Spara la banda, la banda spara
Quando c’è il morto la gente è lontana

Passa la banda, la banda passa
Il fiore in bocca, il proiettile in tasca
Il fiore casca, è cascato quel fiore
Grida Catania, che domani si muore
Si muore
Si muore
Si muore
Si muore...

inviata da Bernart Bartleby, detto The Copypaster - 5/1/2014 - 14:58



Lingua: Francese

Version française – L'ORCHESTRE PASSE – Marco Valdo M.I. – 2014
Chanson italienne – Passa la banda – Giuseppe «Peppe» Giuffrida – 2012

Paroles et musique de Peppe Giuffrida, auteur-compositeur, compositeur guitariste, percussionniste de Catane.
Dans le court-métrage « La ricotta e il caffè», de Sebastiano Rizzo, consacré à la figure de l'écrivain, journaliste, dramaturge, essayiste et scénariste catanais Giuseppe « Pippo » Fava, tué par la mafia en 1984, le 5 janvier, il y a exactement 30 ans aujourd'hui.

« Quelquefois il faut m'expliquer ce qui nous le fait faire, par Dieu. Car, on sait comme ça finit l'une ou l'autre fois : un demi-million à n’importe quel gamin et il t'attend au bas de chez toi… » Pippo Fava.

« La ricotta e il caffè » est le titre du court-métrage d'où est extraite cette intense chanson de Peppe Giuffrida … Le bon café qui plaisait tant à Pippo Fava ; la ricotta qui lui fut remise, en grande quantité, avec une caisse de champagne, de la part de l'entrepreneur Gaetano Graci, quelques jours avant que le journaliste catanese fut tué par Cosa Nostrae. Déjà, la ricotta et le champagne (« Monsciandò », le Moët & Chandon, marque préférée des boss), deux gourmandises qu'on imagine justement pas mises ensemble et qui produiraient une acidité insoutenable…
Un avertissement, donc, en pur style mafieux…
Et le tueur en effet ne se fit pas attendre. Fava fut assassiné car avec le journal par lui fondé et dirigé, « I Siciliani », il avait rompu le silence sur les rapports entre mafia, politique et grand entrepreneuriat. « Les quatre cavaliers de l'apocalypse mafieuse » fut le titre explicite de l'enquête sur ces connivences, publiée dans le premier numéro du mensuel, dans laquelle appraissaient explicitement les noms des cavaliers du travail Mario Rendo, Francesco Finocchiaro, Carmelo Costanzo et Gaetano Graci (celui de la ricotta avec le champagne) auprès de celui du boss Nitto Santapaola. (tiré de Vittime Mafia - Per non dimenticare – Victimes Mafia – Pour ne pas oublier)

À 21h30, le 5 janvier 1984, Giuseppe Fava se trouvaient dans la rue du Stade et allait chercher sa nièce qui jouait dans «Pensaci, Giacomino! » au Théâtre Verga. Il venait de quitter la rédaction de son journal. Il n'eut pas le temps de descendre de sa Renault 5 qu'il fut abattu de cinq projectiles calibre 7.65 à la nuque. Initialement, l'homicide fut étiqueté comme délit passionnel, tant par la presse que par la police. On dit que le pistolet utilisé n'était pas parmi celles-là habituellement des employées en délits à imprime mafieux. On commencer même à fouiller parmi les papiers de « les Siciliens », dans cherche d'épreuves : une autre hypothèse était le mobile économique, pour les difficultés dans lesquelles il versait la revue.

Même les institutions, in primis le maire Angelo Munzone, accréditèrent cette thèse, jusqu'à éviter d'organiser une cérémonie publique en présence des plus hautes autorités citadines. Les premières déclarations officielles furent déplorables. Le député Nino Drago demanda la clôture rapide des enquêtes car « autrement les cavaliers pourraient décider de transférer leurs usines au Nord ». Le maire réaffirma que la mafia à Catane n'existait pas. [...]
L'enterrement se tint dans la petite église de Saint Maria della Guardia à Ognina et peu de personnes rendirent le dernier hommage au journaliste ; ce furent surtout des jeunes et des ouvriers qui accompagnèrent le cercueil. [.] (d'it.wikipedia)

Le procès pour l'assassinat de Giuseppe Fava s'est conclu presque 20 ans après, en 2003, lorsque la Cour de Cassation a confirmé la prison à vie en envoyant, le boss Nitto Santapaola, dit «Il Licantropo – le Loup-garou » ou «Il Cacciatore – le Chasseur » (voir la quatrième strophe de la chanson), et pour l'exécuteur, Aldo Ercolano, catanais et mafieux aussi lui, auteur de dizaines de homicides.

Ognina, également citée dans la quatrième strophe, est un quartier de Catane. À l'origine, c'était un bourg marin, mais dans les années les 50 et 60 (les années de « «Le mani sulla città – les mains sur la ville ») et ensuite dans les ans 70 et 80, Ognina fut l'objet d'une grande « bétonisation » - immeubles, boulevard de ceinture et même un pont (démoli récemment) - gérée en grande partie de la mafia et de ses « cavaliers de l'Apocalypse », les entrepreneurs proches des « cosche » (bandes mafieuses).

Giuseppe Fava ne fut pas seulement un courageux journaliste mais aussi un écrivain passionné ; son roman « «Passione di Michele – La Passion de Michele », une histoire d'émigration en Allemagne, que Fava lui-même transforma en scénario pour le film de l'Allemand Werner Schroeter intitulé « Palerme oder Wolfsburg », qu'en Italie personne n'a jamais vu, malgré qu'en 1980, il se soit adjugé l'Ours d'Or au Festival du cinéma de Berlin…

Sa dernière interview :
Le 28 décembre 1983 donne sa dernière interview à Enzo Biagi dans l'émission Filmstory, transmise sur RAI Uno, sept jours avant son assassinat. Il disait :

« Je me rends compte qu'il existe une énorme confusion sur le problème de la mafia. Les mafieux siègent au Parlement, les mafieux parfois sont ministres, les mafieux sont des banquiers, les mafieux sont ceux qui à cet instant sont aux sommets de la nation. On ne peut pas définir mafieux le petit délinquant qui vient et impose la taille sur une petite activité commerciale, ce sontdes affaires de petite criminalité, qu'on trouve je crois dans toutes les villes italiennes, dans toutes les villes européennes. Le phénomène de la mafia est beaucoup plus tragique et important… »
("I mafiosi stanno in Parlamento" - « Les mafieux sont au Parlement)

L'ORCHESTRE PASSE

Museaux noirs, murs noirs
Noire est la cité
Les yeux des gens sont noirs
Quand ils sont sans pitié

Assassins et geôliers
Dans le même café
Constructeurs, cavaliers
Sans âme, sans pitié

Un garçon à la barbe
Et un peu digne
Disait véritable
Une étrange fable

Autoroutes, tribunaux, quartiers
Et un pont à Ognina
Aux mains du chasseur de Catania
Tout et quatre sociétés

Les années Septante
Et les dix années suivantes
La bande passe
La bande tire

C'était le cinq janvier
Une Cinq, sa voiture
Cinq les coups dans la cible
Un seul homme décédé

Quatre à tendre le guêpier
Un seul tueur
Tous absous, pas par erreur
L'Honorable Société

Qui a tiré est sicilien
Qui l'a voulu est sicilien
Même le mort est sicilien
Comme moi sicilien

Restez bien où vous êtes
Que personne ne parle
Car peut faire mal le silence
Et même le temps oublie

Quatre chats à un enterrement
La ville s'est terrée
Sous un journal qui ment
La vérité est enterrée

Les années Septante
Et les dix années suivantes
La bande passe
La bande tire

C'était le cinq janvier
Une Cinq, sa voiture
Cinq les coups dans la cible
Un seul homme décédé

Quatre à tendre le guêpier
Un seul tueur
Tous absous, pas par erreur
L'Honorable Société

Qui a tiré est sicilien
Qui l'a voulu est sicilien
Même le mort est sicilien
Comme moi sicilien

L'orchestre joue, joue l'orchestre
Passe la Sainte et les gens s'inclinent
La bande tire, tire la bande,
Il y a le mort les gens s'éloignent

Passe l'orchestre, l'orchestre passe
La fleur à la bouche, la balle en poche
La fleur tombe, elle est tombée cette fleur
Crie Catania, car demain on meurt
On meurt
On meurt
On meurt
On meurt…

inviata da Marco Valdo M.I. - 8/1/2014 - 22:49


Un articolo interessante, a proposito di ricotta e champagne...


QUANDO COSA NOSTRA SI SIEDE A TAVOLA

Di Attilio Bolzoni e Salvo Palazzolo

da La Repubblica del 5 gennaio 2014

La mafia siciliana ricomincia dalle abbuffate. Con banchetti che non finiscono mai, summit in sfarzose sale riservate, boss che s’ingozzano. La Cupola (o quel che ne resta) si ritrova a tavola. Prima c’è sempre la “mangiata” e poi la “parlata”.
Ultime notizie dal mondo di Cosa Nostra: gli uomini d’onore, notoriamente ingordi, approfittano della cucina per rimettere in piedi un’associazione che dalle stragi del 1992 ha perso pezzi e reputazione criminale. Così la mafia riprende da dove aveva iniziato: dallo schiticchio, che in lingua siciliana è, più o meno, il pranzo solenne. I mafiosi hanno bisogno di incontrarsi, di contarsi, guardarsi in faccia. E, come in passato, sono tornati a fare bisboccia. Le loro riunioni, accompagnate da sovrumane avventure gastronomiche, sono state tutte documentate in diretta dai carabinieri. Telecamere, microspie, registrazioni audio e video. La nuova classe dirigente di Cosa Nostra è stata più volte ripresa — dal febbraio 2010 al maggio del 2013 — mentre tentava di darsi un governo. Prove di Cupola fra i fornelli.

Ostriche, panelle e champagne. È il menù preferito dai parvenu di Cosa Nostra. Gente di mafia sconosciuta, sostituti dei sostituti rinchiusi al 41 bis, aspiranti eredi che hanno abbandonato in parte il tradizionale cibo dei loro capi (resistono le panelle, le frittelle con la farina di ceci) privilegiando perlopiù il mangiare che costa tanto. Segno dei tempi. Quello che segue è il frammento di un elenco — molto più lungo e dettagliato — sugli ultimi summit dei boss di Palermo in ristoranti che a volte, nel giorno di chiusura, aprono solo per loro. Ogni nome è inserito in un rapporto che i carabinieri hanno consegnato alla magistratura, dall’indagine sui “boss a tavola” si sta disegnando una nuova mappa mafiosa della città.
Ristorante Il baglio dei Papiri, via Da Pesaro 6, Palermo, partecipanti: Felisiano e Tommaso Tognetti, Antonino Castagna e Gaetano Maranzano. Ristorante Temptation-Delizie marinare, via Torretta 94, partecipanti: Luca Crini, Carlo Castagna, Gaetano Maranzano. Ristorante La Corte dei Normanni, via Torretta 66, partecipanti: Giulio Caporrimo, Amedeo Romeo, Stefano Scalici, Giovanni Li Causi. Ristorante Ferdinando III, piazza Ingastone, partecipanti: Giovanni Tarantino, Stefano Pasta, Giuseppe Di Marco, Alessandro Costa, Salvatore Sansone, Giuseppe Scalavino, Maurizio Lareddola, Giovanni Giammona, Gaspare Parisi, Giovanni Mulè, Vincenzo Bertolino, Ignazio Gallidoro, Nicola Milano, Tommaso Di Giovanni, Luigi Giardina. E ancora, summit a Villa Pensabene, a Ma che Bontà, a Villa Giuditta, da Peppino a Mondello.

Giovani rampanti senza quarti di nobiltà mafiosa e vecchi padrini scarcerati dopo lunghe pene, tutti insieme voracemente, appariscenti come quei gangster americani rappresentati nei film, tutti protesi a ricostruire la Cupola. Dopo ogni mangiata è sempre accaduto qualcosa. Un arresto. Una scomparsa. Un omicidio. C’è anche il cibo che strozza.

La tavola è sempre stato un luogo sacro per i boss, il cibo un misuratore di potere e di prestigio. E come vi raccontiamo in queste pagine con alcune storie — sulle abitudini alimentari dei mafiosi e su certi sproporzionati omaggi di pasticceria siciliana destinati agli amici — fra una portata e l’altra spesso si sono stipulati patti, rafforzate alleanze, dichiarate guerre.

Carne e carnezzerie
Un antico detto delle province interne racconta che le massime aspirazioni del siciliano sono tre: mangiare carne, cavalcare carne, comandare carne.
Allevavano bovini i Di Maggio di Torretta e Tano Badalamenti di Cinisi, li commercializzavano gli Spina della Noce, anche Totuccio Contorno conservava quarti di bue in una cella frigorifera in Corso dei Mille. A Palermo le macellerie non si chiamano macellerie ma carnezzerie. I carnezzieri più famosi della città sono stati i Ganci. Raffaele e suoi figli, Domenico e Calogero.
«La carne è arrivata», fa sapere Domenico Ganci ai sicari di Totò Riina appostati su una collina quando si accorge che l’autista di Giovanni Falcone — il pomeriggio del 23 maggio 1992 — lascia il garage per dirigersi verso l’aeroporto palermitano di Punta Raisi. Alle 17,58 la strage di Capaci.

Lo sfincione di don Marcello
Il senatore dissimula, nasconde a modo suo la mazzata che gli è appena arrivata sulla testa. È il 16 aprile del 2010 e il pm ha appena chiesto per lui undici anni di reclusione per concorso in associazione mafiosa ma Marcello Dell’Utri dice di non saperne niente: «Non ero in aula perché sono andato a mangiarmi uno sfincione a Porta Carbone... era buonissimo, devo dire che erano anni che non ne mangiavo uno così straordinario».
Lo sfincione è per i palermitani quello che è la pizza per i napoletani. Un impasto di farina e lievito ricoperto di salsa di pomodoro, origano, qualche acciuga e riccioli di caciocavallo. Più è saporito e più porta acidità di stomaco.

Cannoli/1
I più velenosi sono quelli che soffocano l’infido don Altobello al teatro Massimo di Palermo. Omicidio alla prima della
Cavalleria Rusticana. Scorrono le ultime immagini de Il Padrino atto III e l’attore Eli Wallach — don Altobello — riceve in dono una guantiera di dolci da Connie, la sorella di Michael Corleone. Si spengono le luci, una mano scivola nel buio e afferra un cannolo. Don Altobello lo odora, affonda i denti nella cremosa ricotta, chiude gli occhi, sospira estasiato ed è già dolcemente morto. È l’ottava scena della Cavalleria Rusticana, la più bella: «Hanno ammazzato compare Turiddu».

Cannoli/2
I più traditori sono quelli arrivati a Palazzo d’Orléans, la presidenza della Regione siciliana. Cannoli in onore del governatore Totò Cuffaro. Trentadue di numero, grandi e freschi, i cannoli festeggiano una condanna a cinque anni di reclusione per un “solo” favoreggiamento (quello semplice e non mafioso) contro il governatore. È il 19 gennaio 2008. Totò Cuffaro alza il vassoio per passarlo a un commesso, è un attimo: clic. Un fotografo lo immortala con i cannoli fra le mani. La foto fa il giro del mondo.

Le aragoste dell’Ucciardone
Quando l’Ucciardone, il carcere di Palermo, era un Grand Hotel, i boss ordinavano solo quelle. Rifiutavano “il mangiare dello Stato” e il cibo se lo facevano portare direttamente in cella. Questo il ricordo di Giuseppe Guttadauro, uomo d’onore della famiglia di Brancaccio e star della sanità palermitana: «Era il giorno di Pasqua del 1984, facemmo una indimenticabile mangiata alla Settima sezione. Arrivò il furgoncino dal ristorante La Cuccagna, le guardie restarono a bocca aperta: c’erano le casse di Dom Perignon, le aragoste ce le tiravamo in faccia».
La Settima sezione era quella riservata ai boss, un territorio proibito per tutti gli altri detenuti. Un carcere nel carcere. L’Ucciardone era diviso in caste. Gli ultimi erano rinchiusi alla Sesta, la sezione «dei froci, dei pedofili, dei marocchini, degli
scafazzati e degli spiuna».

La verdura chiamata cicoria
Capovolgendo tutti i precedenti sull’avidità dei suoi colleghi boss, il più latitante dei mafiosi di Cosa Nostra ha sempre osservato una dieta rigorosissima. Tra un ordine e l’altro inviato attraverso i suoi famigerati pizzini, Bernardo Provenzano svelava all’organizzazione — in un traballante italiano — le sue regole alimentari. Ghiotto di ricotta e di miele, ma soprattutto di verdura. Scriveva al fidato Antonino Giuffrè: «Senti, puoi dirci, ha tuo compare, che stiamo, siamo entrati in primavera, e lui dovessi conoscere, la verdura nominata Cicoria, se potesse trovare, il punto dove la porta la terra questa cicoria, e se potesse fare umpò di seme, quando è granata, e me la conserva? Ti può dire che la vendono in bustine, nò.. io volessi questa naturale.. ».

La cassata del Cavaliere
«Lo sai quanto pesava la cassata del Cavaliere? », chiede il boss Gaetano Cinà. Dall’altra parte del filo c’è Alberto Dell’Utri, il fratello gemello di don Marcello, braccio destro di Berlusconi e cofondatore di Forza Italia. È il giorno di Natale del 1985. Ci si fa gli auguri fra Palermo e Milano. I carabinieri ascoltano. Sono le 19.38.
Cinà: «Sono giorni che uno si deve ricordare degli amici fraterni». Alberto Dell’Utri: «Ma io me lo ricordo tutti i giorni». Cinà: «La cassata ce l’hai sotto chiave, no?». Dell’Utri: «Sotto controllo… quanto pesa quella del Cavaliere, quattro chili?». Cinà: «Sì, vabbè… undici chili e ottocento». Dell’Utri: «Minchione!!!, E che gli arrivò, un camion gli arrivò». Cinà: «Ho dovuto far fare una cassa dal falegname, altrimenti si rompeva». La maxi cassata ha al centro il logo di Canale 5 fatto con il marzapane.

Il caffè corretto
Tutti ricordano quello che ha ucciso il 22 marzo del 1986 nel supercarcere di Pavia Michele Sindona, banchiere e criminale, piduista e socio dei boss di Cosa Nostra. Un po’ di cianuro di potassio,
la morte archiviata come suicidio anche se ancora oggi molti sospettano fortemente l’omicidio. Nessun dubbio su un altro caffè corretto con la stricnina, quello che ha eliminato il 9 febbraio del 1954 nel carcere dell’Ucciardone Gaspare Pisciotta. Era il cugino del bandito Salvatore Giuliano, conosceva molti segreti sui rapporti di Turiddu con gli apparati dello Stato. Pochi giorni prima di morire, nell’aula dove si celebrava il processo per la strage di Portella della Ginestra aveva gridato: «Siamo un corpo solo: banditi, polizia e mafia. Come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo».

La Pizza (Connection)
Non somiglia alla Margherita né alla Capricciosa, ma prende il nome da una delle più colossali inchieste antimafia della storia. Il capo dell’Fbi Louis Freeh negli Usa e il giudice Giovanni Falcone in Sicilia, fra il 1979 e il 1984 hanno scoperto la più grande rete internazionale di trafficanti d’eroina. Tutti mafiosi che, come copertura,
avevano pizzerie nel New Jersey.
Nel 1985 alla Pizza Connection è stato dedicato anche un film, regista Damiano Damiani e protagonista Michele Placido.

La pecora e l’occhio di riguardo
Antica pietanza dei pastori della valle del Belice, la pecora bollita torna molte volte nei racconti degli uomini d’onore sulle loro mangiate. L’acqua nel pentolone — che si cambia tre volte — è impregnata di aromi per stemperare il forte sapore della carne. Carote, gambi di sedano, patate, pomodori secchi, cipolle, foglie di prezzemolo. Così è stata servita un giorno ad Angelo Siino, trent’anni fa “ministro dei Lavori Pubblici” di Totò Riina: «Una volta arrivai in una masseria vicino a Catania... c’era un lezzo terrificante, un odore di pecora. Fui accolto come sempre con baci e abbracci, ma vidi in un calderone una pecora intera che bolliva. Tanto Nitto (Santapaola, ndr) era gentile, grazioso, tanto Turi (il fratello di Nitto, ndr) era
grossier.
Con la punta di un coltello prese l’occhio della pecora e me lo porse... era l’occhio di riguardo, che io pensavo fosse immaginifico, invece era reale... Io ingoiai l’occhio intero, lo ricordo ancora con terrore...».

Le sarde di Lucky
Bucatini con le sarde per tutti gli ospiti. L’ha pretesa come prima portata Lucky Luciano, il 10 ottobre del 1957. Così è cominciato intorno a un tavolo il summit di mafia al Grand Hotel et des Palmes di Palermo. Lì, fra gli specchi e gli stucchi di un salone liberty dove più di settant’anni prima Richard Wagner aveva composto al pianoforte il terzo atto del
Parsifal, la mafia ha deciso il suo futuro firmando un patto che farà diventare i «siciliani» i criminali più ricchi del mondo. Tra una scorpacciata e l’altra, alle Palme in quell’inizio di autunno si incontrano tutti i capi di una sponda e dell’altra: Frank Garofalo e Giuseppe Joe Bonanno, Vito Vitale, Santo Sorge, Charles Orlando, Nicola Nick Gentile e Carmine Galante, Filippo Rimi, Cesare Manzella e Giuseppe Genco Russo, don Mimì La Fata, Calcedonio Di Pisa, Rosario Mancino. Dopo quel piatto di pasta con le sarde voluto da Lucky, Palermo è diventata la capitale dell’eroina.

Monsciandò
L’invito a pranzo dello zio “Totò” è stato l’incubo di tutti gli uomini d’onore fra gli anni ’80 e ’90. «C’è lo zio Totò che vuole mangiare con te, ti deve parlare », avvisano i messaggeri di Salvatore Riina. Chi riceve l’ambasciata trema. È in trappola. Se non ci va, il suo destino è segnato: vuol dire che ha paura perché ha qualcosa da nascondere. Se ci va, sa che può fare la fine di tanti altri invitati: non tornare più.
Totò Riina è sempre seduto a capotavola. Alla sua destra ha Bernardo Brusca, alla sua sinistra Nenè Geraci “il vecchio”. Qualche volta c’è pure Mariano Agate. O Raffaele Ganci o Francesco Madonia. Si mangia, si ride e si scherza e poi qualcuno scivola alle spalle dell’ospite e lo strangola con una cordicella.
«Monsciandò per tutti», ordina lo zio Totò quando portano via il cadavere. Ci sono sempre casse piene di Moët & Chandon anche nei miserabili casolari dove si nascondono i Corleonesi.

Interiora alla griglia
Sulla rubrica gastronomica di un diffusissimo settimanale italiano qualche anno fa è stato recensito come il migliore
stigghiuolaro di tutta la Sicilia. La stigghiuola — con le panelle — è il tipico cibo da strada palermitano. Budellini di agnello, limone, prezzemolo, cipollotti, sale e pepe. Tutto alla griglia. Lo chef segnalato sulla rivista era Salvatore Liga detto “Tatuneddu”. Gli agenti della Dia hanno scoperto che sulla sua graticola arrostiva anche i nemici di cosca. Una sorta di forno crematorio della mafia.

Bernart Bartleby, The Copypaster - 7/1/2014 - 12:03


L'altro ieri su Rai 3:

I ragazzi di Pippo Fava, su Rai 3 una storia esemplare di mafia, giornalismo e libertà

L'ho seguito con interesse, a volte anche in TV passano cose degne.

Silva - 7/1/2014 - 14:40


Nell'articolo "gastronomico" riportato qui sopra leggetevi almeno il paragrafo "La cassata del Cavaliere"...
Poi leggete sulla cronaca politica di oggi che Fonzie Renzie si appresta all'incontro tête-à-tête con il destinatario della cassata mafiosa da 12 kg, legittimando ancora una volta - nel solco della tradizione centro-sinistrorsa - un bastardo mafioso, piduista, condannato con sentenza definitiva ed espulso dalle istituzioni democratiche...

Grillo, non hai niente da dire? Troppo occupato a sbraitare contro il Parlamento incostituzionale in cui siedono anche i tuoi soldatini?

Bernart Bartleby, "The Copypaster" - 8/1/2014 - 13:42



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