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Cantone pro Serafina, viuda de gherra

Frantziscu Màsala / Francesco Masala
Lingua: Sardo

Lista delle versioni e commenti


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[1981]‎
Dalla raccolta “Poesias in duas limbas – Poesie bilingui”, Scheiwiller, Milano (2° ed. 1993, 3° ed. ‎‎2006 per i tipi de Il Maestrale di Nuoro).‎
La sezione che si apre con questo "cantone" è intitolata "Cantones pro sos laribiancos", ossia "Ballate per quelli dalle labbra bianche". "Quelli dalle labbra bianche" è prima di tutto il titolo dell'opera prima di Masala, pubblicata nel 1962 da Feltrinelli, racconto dell'epopea della gente di Arasolè, piccola frazione del comune di Tonara, in provincia di Nuoro.
Le "labbra bianche" sono quelle dei morti di fame, dei morti di fatica, dei morti di guerra...
I "cantones" inclusi in quella sezione di "Poesias in duas limbas" sono dunque una trascrizione poetica di quel piccolo romanzo di esordio, quasi un' "Antologia di Spoon River" sarda.


Spedizione italiana in Russia, 1941-43. Cadaveri di alpini sotto la neve
Spedizione italiana in Russia, 1941-43. Cadaveri di alpini sotto la neve




Frantziscu Màsala a combattere sul fronte russo ci finì venticinquenne. Con lui altri 300.000 giovani, in gran parte convinti di andare a coprirsi di gloria, imboniti dalla retorica fascista. Ne morirono circa 115.000, dei quali 85.000 in poco meno di tre mesi, tra il dicembre 1942 e la primavera successiva, durante la seconda battaglia sul Don, lo sbando e la disastrosa ritirata che ne seguirono...

"... Mette conto di dire che, la guerra, l'ho veramente fatta, sono stato decorato al valor militare, sono stato ferito in combattimento sul fronte russo, cioè, come comunemente si dice, ho versato il sangue per la patria. Ma mi è capitato ciò che già capitò a mio nonno, gambadilegno, che perdette la gamba destra nella Battaglia di Custoza, durante la Terza Guerra d'Indipendenza: anche la mia intrepida gamba destra si è beccata la sua eroica pallottola, russa, stavolta, là, fra il Dnieper e il Don. Voglio dire, insomma, che io e mio nonno, ambedue di nazionalità sarda, abbiamo fatto le guerre italiote: da leali sardi, s'intende, eroi buoni, in tempo di guerra, ma cattivi banditi, in tempo di pace: in guerra, nelle patrie trincee, in pace, nelle patrie galere... [Insomma] la guerra mi tolse, per così dire, dagli occhi, le bende di due retoriche ufficiali: da un lato, quella della "eroica piccola patria sarda" e, dall'altro lato, quella della "grande imperiale patria italiana." ‎
‎(Frantziscu Màsala, da “Il riso sardonico”, 1984)

Custa est Serafina, imbenugiada
intro sa cheja de Arasolè
addainanti a su candelarzu
de su maridu mortu in gherra.
Vint’annos sun passados:
betza, pilosa, runzosa,
cun ojos mannos de acca,
no at oza de iscultare
sa préiga de Preìderu Fele
chi contat sas feridas
de Cristos in Calvàriu:
cussas de su maridu
nemos las at contadas.
Vint’annos sun passados, una die
sa tràntula niedda
li mossigheit su coro:
su maridu, Efìsiu,
su forte frailarzu ’e Arasolè,
cun cartulina ruja
est partidu soldadu,
malefadadu, erme, impiastru,
petza ’e pê piogosa
del Signor Generale,
e si ch’est mortu
intro una trincea, laribiancu,
in manu de sa nie e de su entu,
addae, in terra ’e Russia.
Subra su coro sou, nieddu e pilosu,
como b’est un’àrvure bianca.
E como Serafina
est addainanti a una candela atzesa,
pro contu ’e su maridu,
intro sa cheja de Arasolè.
Accurtzu at su fizu,
nieddu, forte, pilosu,
che-i su babbu, bonànima:
at vint’annos,
propriu s’edade giusta
pro fagher su soldadu.
Serafina lu mirat
cun ojos mannos de acca.
Totu l’ischimus in bidda,
Serafina, dae vint’annos,
no at àtteru in conca,
unu tzou cravadu in su cherveddu:
sa cartolina ruja.
Pro unu nudda naschet una gherra,
sa vida est caporale:
benit un’àttera gherra
e un’àttera cartulina ruja
si che leat su fizu.

inviata da Bartleby - 6/1/2012 - 21:39



Lingua: Italiano

Versione italiana di Francesco Masala.
BALLATA PER SERAFINA, VEDOVA DI GUERRA

Questa è Serafina, inginocchiata
nella chiesetta di Arasolè
davanti al candelabro funebre
del marito morto in guerra.
Sono passati venti anni:
grigia pelosa, rugosa,
con grandi occhi di mucca,
non ha voglia di ascoltare
la predica di Prete Fele
che conta le ferite
di Cristo sul Calvario:
quelle di suo marito
nessuno le ha contate.
Venti anni fa,
la tarantola nera
le ha morsicato il cuore:
il suo sposo, Efisio il forte,
il fabbro di Arasolè,
con cartolina rossa
è partito soldato,
malfatato, verme, empiastro,
pezza da piedi pidocchiosa
del Signor Generale,
ed è morto
dentro una trincea, bianche le labbra,
in mano della neve e del vento,
là, in terra di Russia.
Sul suo cuore nero e peloso
c’è una bianca betulla.
Serafina ora è qui
nella chiesetta di Arasolè,
un candelabro acceso
sta al posto del marito.
Accanto, il figlio,
nero, forte, peloso,
come il padre, buonanima:
ha vent’anni,
giusto proprio l’età
per fare il militare.
Serafina lo guarda
con grandi occhi di mucca.
Tutti lo sappiamo in paese,
Serafina, da vent’anni,
ha un solo pensiero in testa,
un chiodo fisso in testa:
la cartolina rossa.
Per un nulla scoppia una guerra,
la vita è caporale:
un’altra guerra scoppia
e un’altra cartolina rossa
si porta via suo figlio.

inviata da Bartleby - 6/1/2012 - 21:40



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