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Cantone de su crabarzu de sa Costa Ismeralda

Frantziscu Màsala / Francesco Masala
Lingua: Sardo

Lista delle versioni e commenti


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[1981]‎
Dalla raccolta “Poesias in duas limbas – Poesie bilingui”, Scheiwiller, Milano (2° ed. 1993, 3° ed. ‎‎2006 per i tipi de Il Maestrale di Nuoro).‎




Come Cantone de s'òmine in su fossu, anche questa poesia non ha una musica, eppure sì, perchè è un "cantone", una ballata, e una ballata non può non avere musica. E poi è una ballata scritta da Frantziscu Màsala, uno dei più grandi poeti in lingua sarda con Grazia Deledda, Francesco Ignazio Mannu e Peppino Mereu.

"Sono nato in un villaggio di contadini e di pastori, fra Goceano e Logudoro, nella Sardegna settentrionale e, durante l'infanzia, ho sentito parlare e ho parlato solo in lingua sarda: in prima elementare, il maestro, un uomo severo sempre vestito di nero, ci proibì, a me e ai miei coetanei, di parlare nell'unica lingua che conoscevamo e ci obbligò a parlare in lingua italiana, la "lingua della Patria", ci disse. Fu così che, da vivaci e intelligenti che eravamo, diventammo, tutti tonti e tristi.

In realtà, la lingua sarda è il linguaggio del grano, dell'erba e della pecora ma è, anche, la lingua dei vinti: nelle scuole, invece, viene imposta la lingua dei vincitori, chiamiamola pure linguaggio del petrolio e del catrame, cioè la lingua della borghesia italiana del Nord, che ha concluso il Risorgimento colonizzando industrialmente il Sud ma convincendoci di aver unificato la Patria. [...]

In uno spiazzo, vicino alla scuola elementare, il maestro vestito di nero fece piantare un certo numero di alberelli e lo denominò "Parco della Rimembranza". Ogni alberello fu dato in consegna a un balilla-guardia d'onore. Io ebbi il mio alberello da guardare, sul mio onore. Un bel giorno, una capra, penetrata nel Parco della Rimembranza, si avvicinò al mio alberello e cominciò a scorticarlo. Io, forse perchè ero tonto o perchè avevo paura delle capre, non ebbi il coraggio di cacciarla via e la capra si divorò tutto l'alberello. Il maestro, severamente, in piena classe, mi chiamò traditore della patria e mi licenziò da guardia d'onore, con grossi paroloni, tutti naturalmente in lingua italiana. Io, altrettanto naturalmente, non capì i paroloni ma, da quel giorno, mi sentì disonorato. Ovviamente, in me, cominciavano a nascere delle riserve sul concetto di patria. [...]

Ero sotto il "balcone" di Palazzo Venezia il 10 giugno 1940, il giorno in cui il "duce", con una orazione alla finestra, trascinò l'Italia e la Sardegna nella seconda guerra mondiale: noi studenti dell'Università di Roma facevamo un casino del diavolo, con grida e applausi, in appoggio all'oratoria epica e colloquiale del Mussolini, soltanto perchè c'era la possibilità di riempire di "diciotto" il libretto d'esami, senza aprire nè libro nè bocca.

A pensarci bene, però, la guerra mi tolse, per così dire, dagli occhi, le bende di due retoriche ufficiali: da un lato, quella della "eroica piccola patria sarda" e, dall'altro lato, quella della "grande imperiale patria italiana".

A scanso di equivoci, prima di andare oltre, anche per evitare nuovamente , l'accusa di traditore della patria, mette conto di dire che, la guerra, l'ho veramente fatta, sono stato decorato al valor militare, sono stato ferito in combattimento sul fronte russo, cioè, come comunemente si dice, ho versato il sangue per la patria. Ma mi è capitato ciò che già capitò a mio nonno, gambadilegno, che perdette la gamba destra nella Battaglia di Custoza, durante la Terza Guerra d'Indipendenza: anche la mia intrepida gamba destra si è beccata la sua eroica pallottola, russa, stavolta, là, fra il Dnieper e il Don. Voglio dire, insomma, che io e mio nonno, ambedue di nazionalità sarda, abbiamo fatto le guerre italiote: da leali sardi, s'intende, eroi buoni, in tempo di guerra, ma cattivi banditi, in tempo di pace: in guerra, nelle patrie trincee, in pace, nelle patrie galere." ‎
‎(Frantziscu Màsala, da “Il riso sardonico”, 1984)

Fizu meu est bénnidu a su mundu
subra unu saccu ’e paza:
fit una notte ’e istiu
e s’Aga Kan faghiat sónnios de oro
in sos lettos de seda
de sa Costa Ismeralda.
(Su entu de Limbara
s’impiccat a sos chercos,
àmas de nues pàschene
nieddas subra sa luna,
sos suelzos lantados
dae istrales de sàmbene,
sa figuindia tùnciat
in chelos de ispinas,
su cane berdulàriu
appeddat a sa luna,
picarolos de crabas
pianghen subra sas roccas)
Sa vida est che-i su entu: fizu meu,
in sa notte ’e Nadale, est diventadu
tiligherta de astrau,
e como ch’est tres prammos sutta terra.
Istios, ierros, atunzos e beranos,
su tempus est che bentu.

inviata da Bartleby - 5/1/2012 - 21:14



Lingua: Italiano

Versione italiana di Francesco Masala.
BALLATA DEL CAPRARO DELLA COSTA SMERALDA

Mio figlio è venuto al mondo
sopra un sacco di paglia:
era una notte d’estate
e l’Aga Kan faceva sogni d’oro
nei letti di seta
della Costa Smeralda.
(Il vento del Limbara
è impiccato alle querce,
greggi di nubi nere
pascolano sulla luna,
sanguinano le sughere
ferite dalla scure,
sul ficodindia geme
un cielo irto di spine,
il cane vagabondo
latra contro la luna,
campanacci di capre
piangono fra i graniti)
La vita è come il vento: mio figlio,
nella notte di Natale, è diventato
una lucertola di ghiaccio,
e ora è a tre palmi sottoterra.
Estate, autunno, inverno, primavera,
il tempo è come il vento.

inviata da Bartleby - 5/1/2012 - 21:15



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