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Per amore del mio popolo

Alfonso De Pietro
Lingua: Italiano

Lista delle versioni e commenti


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[2011]
Album (In)cantocivile

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Don Peppe Diana fu assassinato dalla camorra a Casal di Principe il 19 marzo 1994
Lenzuola bianche appese ai balconi
nel vento di marzo
le sacre sponde di un fiume in lacrime
che bagna un terra oltraggiata
che ha udito parola di vita di prete di strada
quella voce che trsccia un cammino
in un tragico vuoto di legalità

‘Per amore del mio popolo io non tacerò’
e avrò il coraggio di avere paura
e abbraccerò fino in fondo
la croce che dio ha scelto per me
e so che vi stupirò ma vi dirò (proprio io!)
‘non m'importa sapere chi è dio
a me importa sapere da che parte sta,
sapere da che parte sta’

E corre il sangue del giusto sui marmi
e sulle coscienze
sul freddo altare dell'indifferenza
è sacrificato ogni Cristo
che è carne viva nel mondo
denuncia e testimonianza
quella voce che scava profonda
indelebile lezione di dignità

‘Per amore del mio popolo io non tacerò’
e avrò il coraggio di avere paura
e abbraccerò fino in fondo
la croce che dio ha scelto per me
e so che vi stupirò ma vi dirò (proprio io!)
‘non m'importa sapere chi è dio
a me importa sapere da che parte sta,
sapere da che parte sta’

Lenzuola bianche appese ai balconi
nel vento di marzo
le sacre sponde di un fiume in lacrime
che bagna un terra oltraggiata...

inviata da DonQuijote82 - 17/12/2011 - 15:39


Non l’ho mai bevuta la balla del giornalista imparziale. Per quanto mi riguarda non mi nascondo e non la faccio lunga: sono per un ritorno all’impegno civile, per il recupero delle coordinate sociali della ballata d’autore. Sono un nostalgico di parole come pietre: da una canzone mi aspetto messaggi nella bottiglia, rime tempestose e contenuti ferro & fuoco.

Nemmeno sotto tortura potrei scrivere male di un cantautore giovane & impegnato come Alfonso De Pietro, il suo secondo nome potrebbe suonare “mosca bianca”, nel mare magnum sconsolante di Barbie e Big Jim (ma lo fanno ancora?) di ritorno da talent show. In “(In)cantocivile” c’è l’ha messa tutta per rinvigorire i muscoli della ballata di peso specifico, evocandone l’humus delle origini, quello, per intenderci, del tipo pedagogico/pensoso/indignato/divergente (qualcuno vuole, per favore, sforzarsi di ricordare?).

I nuovi e vecchi santi martiri della storia patria contemporanea sono tutti in scaletta, assunti a filo rosso, traccia dopo traccia, come in un’ideale Spoon River del terzo millennio. A ricordarci che nel contesto alieno ed alienante di un Italia-mondo senza più bussola, di sogni e di idee si può e si deve ancora sperare, rischiare, vivere, se il caso morire. C’è dunque l’indomito Impastato di Cinisi (“Peppino”), c’è don Peppe Diana (“Per amore del mio popolo”), ucciso per le sue battaglie anti-camorra nel 1994; c’è il magistrato anti-mafia Francesco Cascini (“Storia di un giudice”), che per fortuna è vivo e vegeto, e ha scritto anche un libro, al quale si rifà la canzone; c’è la pioniera Eleonora Pimentel Fonseca (“Donna Lionora”), eroina della rivoluzione napoletana del 1799.



E se ancora non vi bastasse, “Tatanka” (arrangia il Parto delle Nuvole Pesanti), è scritta e cantata per Clemente Rosso, il pugile di Marcianise che combatte per il riscatto della sua terra, e “Batti e ribatti” parla ancora di morti sul campo, quelli caduti sul lavoro: 1.080 soltanto nel 2010, la cifra dell’angoscia e della vergogna.

Nell’album si muove anche una folla rinogaetanesca di figli unici, di nuovi drop-out di mare e di terra: il senza tetto di “Clochard”, gli emigranti di antica e più recente tradizione di “Lettera dall’Argentina” e “Figli di nessuno”. Ma l’aspetto per cui non dimenticherò facilmente questo disco è la voce scatarrante, da reading doloroso/rabbioso/brutto-sporco-cattivo, di Sua Militanza Claudio Lolli, chiamato a dare il suo imprimatur a “Terra”, ballata apodittica, che incide come un bisturi tra denuncia e poesia e (per ciò) non finiresti mai di ascoltare.

Come si vede e si sente De Pietro non difetta di coraggio, e nemmeno di convinzione e slancio ideali (che il dio delle note d’autore gliene renda merito: l’augurio è che possa preservarli intatti per altri cento lavori come questo), il suo album è intriso di speranza, voglia di dire, credere, crescere, denunciare, sognare, solidarizzare. Certo qua e là la voce gli si spezza, si arrampica, fatica, non ci arriva; la retorica è in agguato; la scrittura ha qualcosa da mettere meglio a fuoco, ma i pregi - davvero, credetemi sulla parola - obnubilano di gran lunga i limiti del cd.

Non ho contato, per esempio, un solo accenno al personale, e nemmeno una - che fosse una - canzone d’amore (evviva!). Però in quest’ultimo caso forse mi sbaglio: l’intera track-list altro non è che un’articolata suite sentimentale. In senso umanista, lato, verista, non comiziante e neanche banale. Vuoi mettere?

bielle.org

DonQuijote82 - 17/12/2011 - 17:59


La recensione di cui sopra è tratta da La Brigata Lolli, esperienza purtroppo interrotta un anno fa.

Era di Mario Bonanno e s'intitolava "Alfonso De Pietro, (In)canto civile. Album apodittico per un’ideale Spoon River del III Millennio".

B.B. - 24/12/2017 - 16:43



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