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Arrivaru i Cammisi

Vincenzo Lo Iacono
Lingua: Siciliano

Lista delle versioni e commenti


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Testo e musica di Vincenzo Lo Iacono.

Scena tratta dal film Bronte: cronaca di un massacro di Florestano Vancini
Scena tratta dal film Bronte: cronaca di un massacro di Florestano Vancini


Il frammento che segue è tratto da una novella di Giovanni Verga e mi pare che racconti meglio di tante parole la repressione garibaldina in Sicilia, uno degli aspetti sempre taciuti di quella “Unità d’Italia” che oggi vanno retoricamente e vanamente celebrando mentre, nella realtà, mafiosi, fascisti, piduisti ed affaristi al potere – con in testa in capo di tutte le cosche, Silvio Berlusconi – l’Italia la stanno distruggendo…

"[...] Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava:
- Dove mi conducete? - In galera? - O perché? Se non ho avuto nemmeno un palmo di terra! … Se avevano detto che c'era la libertà! ..."

(Giovanni Verga, "Libertà", da "Novelle Rusticane", 1883)

E questa bella canzone di Vincenzo Lo Iacono, siciliano trapiantato ad Avignone, racconta meglio di tante parole la strage di Bronte del 1860, l’episodio più terribile della repressione portata in Sicilia dai “cammisi”, le camicie rosse di Garibaldi. E, forse, un episodio che ha dato il suo piccolo contributo alla realizzazione di questa nostra falsa “Unità”.
Arrivaru i cammisi e manciamu brudagghia
nn’arrivaru un munzeddu accavaddu a nu sceccu
senza frenu e ne pagghia
e srinceru i Bruntisi commu un ferru a tinagghia
spurtusaru i vudedda d’un poviru cristu
‘nta sta terra bastarda, ‘nta sta terra bastarda

Arrivaru i cammisi e ghiuttemu sputazza
cu di panzi a purceddu scannaru n’agneddu
e su manciaru ‘nta chiazza
no lassaru na scagghia di sta terra sarvaggia
si futteru un paisi e zziccaru i Bruntisi
tutti dintra a na jargia, tutti dintra a na jargia

Arrivaru i cammisi e stu cauddu non passa
sti fitenti lassaru a ogni casa na cruci
e n’un fetu i pisciazza
Sunnu tutti o casteddu abbraccettu e baruna
culu causi e cammisi cunsumaru un paisi
e nni misiru a gnuna, e nni misiru a gnuna
e nni misiru a gnuna

Arrivaru i cammisi mentri a fami nni mancia
ammulamu i cuteddi e cchiappamu i rasteddi
fracassamuci a panza
Sunnu chini i baruna, chini finu e cugghiuna
e ristaru i Bruntisi senza causi e cammisi
maliditti cammisi, maliditti cammisi

Arrivaru i cammisi e stu sangu no stagghia
aiutatinni ddiu a stutari stu focu
e firmati sta raggia
N’affucamu ‘nto vinu, p’asciucari u duluri
maliditti cammisi spugghiaru un paisi
e ora fannu i patruna e ora fannu i patruna

Terra russa sciaccata arrustuta du suli
quantu figghi ammazzaru je’ ‘nto munnizzaru
centu testi jttaru
Castigatili ddiu sti fitenti cammisi
‘nta sta terra spunnata e abbruciata du suli
no ni lassunu ‘npaci, no, no ni lassunu ‘npaci,
no ni lassunu ‘paci

inviata da The Lone Ranger - 6/5/2010 - 10:31



Lingua: Italiano

Versione italiana
SONO ARRIVATE LE "CAMICE"

Sono arrivate le "camice" e mangiamo brodaglia (1)
Ne sono arrivati un bel po’ in groppa a un asino
senza freno né paglia,
hanno stretto i brontesi in una morsa mortale,
hanno sbudellato un povero cristo
in questa terra bastarda... in questa terra bastarda.

Sono arrivate le "camice", inghiottiamo amaro -
con quelle pance da porcello macellarono un agnello
e se lo mangiarono qui in piazza,
non hanno lasciato una briciola di questa terra selvaggia
si sono impossessati del paese e hanno calcato tutti i brontesi
dentro una gabbia... Tutti dentro una gabbia.

Sono arrivate le "camice" e 'sto fastidio non va via
questi fetenti hanno lasciato un lutto in ogni casa
ed un fetore di urina.
Sono tutti al castello a braccetto coi baroni
culo camicia e calzoni hanno rovinato un paese
e ci hanno messi in un angolo, ci hanno messo da parte
ci hanno messo da parte.

Sono arrivate le "camice", ma la fame ci mangia
arrotiamo i coltelli, afferriamo i rastrelli
rompiamogli le pance,
appartengono ai baroni, gli appartengono fino ai coglioni
hanno fatto rimanere i brontesi senza calzoni né camicie,
Maledette "camice"... maledette "camice"!

Sono arrivate le "camice" e questa ferita non si rimargina
Dio aiutateci a spegnere questo fuoco
e fermate questa rabbia
Ci affoghiamo nel vino per lenire il dolore,
maledette "camice" spogliarono un paese
ora fanno i padroni… e ora la fanno da padroni.

Terra rossa percossa, arrostita dal sole
quanti tuoi figli hanno ucciso e cento tue teste
hanno gettato nello scarico,
Castigateli, Dio, queste sporche "camice"
in questa oltraggiata terra bruciata dal sole
Non ci lasciano in pace, no, non ci lasciano in pace,
non ci lasciano in pace.
Note

(1) è un eufemismo per dire siamo al lutto. In Sicilia si usa infatti portare del brodo (chiamato appunto "consulu " o "cunzulatu") ai parenti di un defunto.

inviata da giorgio - 6/5/2010 - 18:29


Scene dal film, “Bronte - Cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato”, di Florestano Vancini, 1972.


The Lone Ranger - 6/5/2010 - 10:32


Bella. Grande Vicè Lo Jacono.

Mi congratulo, Alessandro
hai quasi dissipato la mia tipica diffidenza sicula.. Ma anche 'sto testo si poteva scrivere meglio...

giorgio - 6/5/2010 - 18:16


Guarda che questa volta il testo l'ho preso da uno dei blog dell'autore, tuo conterraneo: Vincenzo Lo Iacono Blog Italia
... dici che il suo siciliano si è corrotto nell'esilio avignonese?

The Lone Ranger - 6/5/2010 - 20:44


No, non dico questo... intanto va senz'altro meglio dell'ultima volta (nella canzone dei Taberna Mylaensis, perdonami, c'erano errori e orrori, come se non bastavano quelli descritti nella canzone stessa). Il fatto è, caro Alessandro, che nonostante il siciliano venga riconosciuto lingua a tutti gli effetti (non un dialetto!), non esiste ancora un siciliano scritto standard come meriterebbe una lingua che si rispetti e come io auspicherei. Sotto questo aspetto siamo purtroppo ancora a zero. Quindi approccio di tipo lessicografico: 1) accenti e apostrofi… Lasciamo perdere magari gli apostrofi, che indicano solo la caduta di una vocale (anche se pure quelli aiutano). In italiano usiamo mettere l'accento solo alle parole tronche perché nelle altre parole sappiamo bene dove cade. Ma verso il siciliano scritto non ha familiarità neanche lo stesso nativo, abituato in linea di massima alla sola lingua parlata.. Gli accenti, aiutano l'approccio con la lingua scritta non solo il non nativo (mettendolo in grado di pronunciare correttamente quanto legge) ma anche il nativo stesso, che viceversa potrebbe prendere degli svarioni o metterci un po' più di tempo a riconoscere una parola che magari usa ogni giorno. -Tutto qui.. Fine dei delirii da sicilianista che vorrebbe recuperare e salvare il proprio idioma violato, ucciso e perduto (anche quello, come tutto il resto..).

Una buona giornata..

giorgio - 7/5/2010 - 08:11


Per Alessandro

(e per spiegarmi ancora meglio:)

L'altro giorno un mio amico e conterraneo leggeva la parola ammatula (*) come [ammatùla] non riuscendo ovviamente a capire cosa volesse dire. Sarebbe bastato accentarla correttamente [ammàtula] per lui venire rapidamente a capo dell’enigma.

(*) a màtula: infruttuosamente, senza scopo; invano. (pare sia una commistione del greco antico μάτην e l'arabo بطولة , batula, vergine)

giorgio - 9/5/2010 - 12:30


PS: non vorrei però in alcun modo inibire la tua sana voglia di ricerca di testi nella mia lingua. Va' tranquillo (possibilmente non da "tsunami", con moderazione :)) Poi si vede. Se sono in stato troppo pietoso (tempo permettendo) li ripariamo :))

giorgio - 10/5/2010 - 08:33


Non so se siano utili queste noterelle (a proposito del siciliano "ammàtula"). In greco moderno ci sono tre espressioni per dire "invano", tutte dalla stessa radice: "εις μάτην", "μάταιως", "μάταια" (pronuncia "is màtin", "màteos", "màtea"). Ε anche nell'antico greco "μάταιος" (màtaios) significa "vano, inutile", in riferimento alle cose, "frivolo, sciocco" in riferimento alle persone,, e "μάτην" (màten) avverbio, per: "inutilmente", "stoltamente", e c'è anche il sostantivo "μάτη, -ης" (mate, -es) per: "cosa vana, inutile". Il mio Babiniotis, stabilita l'origine nell'antico greco, avverte che in serbo-croato esiste un verbo "matan" (con il significato di "sbagliare, errare").

Gian Piero Testa - 12/5/2010 - 22:03


Caro Gian Piero, non per contraddire il tuo amico Babiniotis, però: a) in serbocroato non può esistere nessun verbo "matan", in quanto la terminazione dell'infinito in quella lingua (come in pressoché tutte le lingue slave) è in "-ti". Esiste sì, comunque, un verbo "matati" in serbocroato, ma significa: "adescare, allettare" (la fonte è il monumentale dizionario serbocroato-italiano di Deanović-Jernej, che tengo giusto a lato del pc). Nulla a che vedere, quindi, con "sbagliare" o "errare". Consiglierei quindi di attenersi alla peraltro esattissima etimologia greca interna senza andare a scomodare il serbocroato, che non c'entra assolutamente nulla. In greco, a quanto mi risulta, le parole di origine sicuramente slava sono pochissime.

NB. Da ancorché antico filologo e linguista in prestito al 118, ho anche qualche dubbio "di pelle" sulla commistione greco-araba (che diavolo dovrebbe entrarci una "vergine" ?!?). Non ho peraltro una grande consuetudine col siciliano, ma appurata l'origine greca di "ammatula" mi sovviene che la terminazione "-ula" è piuttosto comune in siciliano. Potrebbe quindi, assai più probabilmente, trattarsi di un caso di analogia (vale a dire: ad una radice greca è stata aggiunta una comune terminazione siciliana in senso avverbiale, caso assai frequente in ogni lingua).

Riccardo Venturi - 12/5/2010 - 22:42


Ulteriore noterella: compulsando qualche dizionarietto etimologico greco che ho in casa, il termine primario μάτη (da cui μάταιος) risulta di origine sconosciuta (vale a dire: non esiste alcuna radice indoeuropea plausibile cui ricondurlo).

Riccardo Venturi - 12/5/2010 - 23:08


Ah, sul Babiniotis mi sento di concordare con te, perché è vero che si sforza di appioppare un'etimologia a quasi tutte le parole greche, ma, a giudicare da quelle che posso giudicare anch'io, ne prende, e come, di "cappellate". E concordo sull'inutilità del ricorrere a vergini arabe. A meno che i Siciliani al tempo del dominio arabo le si considerassero così irraggiungibili, che il solo pensare, pardon, di "farsele" riassumesse per antonomasia tutte le azioni destinate a restare prive di effetto.

Gian Piero Testa - 13/5/2010 - 03:58


Uh che vexata quaestio per un mio piccolissimo appunto! Ho solo detto che "pare" che sia nata da una commistione greco-araba, non ho mica detto "è". Tali asserzioni non si possono mai fare. Non fa comunque una grinza il tuo ragionamento, Riccardo: il suffisso -ula accomuna in effetti parecchie forme avverbiali in siciliano.. (per es. 'nzèmmula, per dire assieme, insieme). Quindi è molto più probabile che "a mmàtula" provenga direttamente dall'avverbio μάτην…

giorgio - 13/5/2010 - 08:26


Eh beh, Giorgio, le vexatae quaestiones -anche su una singola parola- sono spesso decisamente interessanti :-) Saluti e grazie per la precisazione!

Riccardo Venturi - 13/5/2010 - 09:24


Da Politicamentecorretto.com

Il libro "Terroni" di Pino Aprile dovrebbe diventare un testo di scuola. Da 150 anni ci raccontano la barzelletta del Sud liberato dai Savoia per portarvi la libertà, la giustizia, il progresso. "Terroni" descrive con una puntigliosa documentazione e ricerca delle fonti un'altra realtà. Quella di un Paese occupato, spogliato delle sue attività produttive, con centinaia di migliaia di morti tra la popolazione civile. Un Paese "senza più padri", costretti, per sopravvivere, a milioni all'emigrazione (prima quasi sconosciuta) dopo l'arrivo dei Savoia che, per prima cosa, ne depredarono le ricchezze a partire dalla Cassa del regno delle Due Sicilie. [[http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/arte_e_cultura/2010/23-aprile-2010/terroni-|-nord-inflisse-sud-quello-che-nazisti-fecero-marzabotto-1602891073639.shtml|"Terroni"]] racconta le distruzioni di interi paesi, le deportazioni, la nascita delle mafie alleate con i nuovi padroni. L'Italia unita è stata fatta (anche) con il sangue degli italiani.
Intervista a Pino Aprile:
Blog: "Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del sud diventassero meridionali, cosa è stato fatto in questi 150 anni?
Pino Aprile: "Di tutto, sono state usate le armi, la politica, l’economia per creare un dislivello tra due parti del paese che non esisteva al momento dell’Unità e questo pur sostenuto nel corso di un secolo e mezzo da fior di studiosi, non è mai stato preso in considerazione.

Un milione di vittime (espandi | comprimi)
Ultimamente e con ultimamente intendo proprio dire adesso, il Consiglio Nazionale delle Ricerche, la sezione di Napoli diretta dal prof. Malanima, ha studiato l’economia, il prodotto, la produzione delle varie regioni italiane dal 1861 a oltre il 2000, da questo viene fuori in maniera incontenstabile che al momento dell’Unità non c’era differenza tra nord e sud del Paese, quindi questa differenza è sorta a seguito dell’Unità e non è rimasta nonostante l’Unità, è vero il contrario, questa differenza è stata imposta con le armi, con stragi, il conto dei morti non è mai stato fatto, quello ufficiale va da poche migliaia o decine di migliaia di vittime fino a diversi conteggi che parlano di 100/200 mila e alcune stime se si deve prendere per buono quello che scriveva “Civiltà Cattolica” già a quei tempi, un milione di morti.

Il sud ha una cultura industriale? (espandi | comprimi)
Blog: "Insediamenti industriali, metallurgia, siderurgia, grandi poli tessili, un’industria che al nord, ai tempi dell’Unità d’Italia ancora non c’era, però era molto fiorente al sud, poi cosa è successo?"
Pino Aprile: "In effetti in questi campi tutta l’Italia al nord e al sud stava muovendo i primi passi, ma passi importanti tanto al nord, quanto al sud, tant’è che gli addetti all’industria dai dati che risultano, sono più o meno gli stessi, addirittura risulterebbero più un sud che al nord, ma il dato è po’ viziato dal fatto che molte operaie dell’industria tessile in realtà lavoravano a casa, quindi un po’ il dato è falsato, diciamo che erano più o meno alla pari, anche se questo viene continuamente negato, perché? Perché l’esempio classico che si fa è che il sud aveva pochissime strade e pochissimi chilometri di ferrovia, questa era la prova della sua arretratezza, si dimentica che il raffronto viene fatto tra Lombardia, Piemonte, Regioni senza sbocco sul mare e il Regno delle sue Sicilie che aveva migliaia di chilometri di sviluppi costieri, per cui per scelta politica e anche intelligente, la monarchia delle sue Sicilie, preferì puntare sui trasporti marittimi, tant’è che in pochi lustri la flotta commerciale meridionale, il Regno delle due Sicilie divenne la seconda d’Europa e quella militare la terza d’Europa, perché puntavano su trasporti marittimi, un po’ quello che sta facendo adesso l’Unione Europea con il progetto delle autostrade del mare. Quanto alla siderurgia, il più grande stabilimento siderurgico italiano era in Calabria che da solo aveva dipendenti e tecnici quasi quanto la gran parte degli stabilimenti siderurgici del nord, la più grande officina meccanica d’Italia, forse d’Europa era nel napoletano, Pietrarsa, fu copiata dagli stati stranieri.

Il senso di una Italia unita (espandi | comprimi)
Il problema non è se l’Italia debba essere unita, credo che non ci siano dubbi su questo, noi ci sentiamo tutti italiani, anche orgogliosi delle nostre stupende meravigliose differenze che ci arricchiscono, differenze di cultura, di lingue perché alcuni dialetti non sono dialetti, sono vere e proprie lingue che hanno prodotto una letteratura autonoma etc., ma tutto ciò non indebolisce in nulla, anzi rafforza il nostro essere italiani così diversi, così simili.
Non si discute sul fatto che ci sia un’Italia, si discute sul fatto che non la si sia voluta fare perché la verità è questa, non è mai stata fatta, è stata unificata da nord a sud, tenendo il sud sotto schiaffo. Per esempio si unifica l’Italia e si fa cassa comune, cassa comune si significa che il sud era lo stato più solvibile dell’epoca, i 2/3 del denaro circolante in Italia l’Italia erano al sud. Il Piemonte era lo Stato più indebitato che ci fosse, si unifica la cassa e l’oro del sud viene portato al nord, io con una battuta uso dire
Ps. Sabato 24 aprile, con inizio alle ore 21.00, presso il PalaCep di via Benedicta 14 a Genova (Circolo Arci Pianacci), Provincia di Genova ed Anpi celebreranno la ricorrenza della Festa di Liberazione. Si raccoglieranno anche le firme per il referendum contro la privatizzazione dell'acqua e generi alimentari per i progetti di Music For Peace.

giorgio - 26/6/2010 - 12:35



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