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Il massacro dei trecentoventi (Le Fosse Ardeatine)

anonimo
Lingua: Italiano

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(Giacomo Lariccia)
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(Falce e Vinello (FEV))
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(Cantacronache)


[1944]
Di anonimo laziale

fossear


Questa canzone, scritta in un miscuglio di italiano e di qualche dialetto laziale rustico, circolava scritta a mano di foglietto in foglietto nella Roma del 1944, dopo l'eccidio delle Fosse Ardeatine. Spesso ne viene indicato come autore Egidio Cristini, ma Egidio Cristini è soltanto l'informatore dal quale, nel 1957, è stata raccolta la canzone (ed incisa, dalla sua voce, nei "Canti della Resistenza Italiana" e poi, successivamente, in uno dei cd "Avanti Popolo" allegati alcuni anni fa alla rivista "Avvenimenti").[RV]

LE FOSSE ARDEATINE
da it.wikipedia

L'eccidio delle Fosse Ardeatine è il massacro compiuto a Roma dalle truppe di occupazione della Germania nazista il 24 marzo 1944, ai danni di 335 civili italiani, come atto di rappresaglia per un attacco eseguito da partigiani contro le truppe germaniche avvenuto il giorno prima in via Rasella. Per la sua efferatezza, l'alto numero di vittime, e per le tragiche circostanze che portarono al suo compimento, è diventato l'evento simbolo della rappresaglia nazista durante il periodo dell'occupazione.

Le "Fosse Ardeatine", antiche cave di pozzolana site nei pressi della via Ardeatina, scelte quali luogo dell'esecuzione e per occultare i cadaveri degli uccisi, sono diventate un monumento a ricordo dei fatti e sono oggi visitabili.

L'eccidio delle fosse Ardeatine - con le 335 vittime innocenti ivi trucidate il 24 marzo 1944 - rappresenta una delle tappe culminanti nel martirio che Roma subì dai nazifascisti occupanti e, dal cielo, per opera dei bombardieri Alleati. Per meglio comprendere il clima nel quale tale tragico crimine fu consumato, è necessario inquadrarlo nel contesto drammatico da cui esso trasse origine e nel quale si svolse uno tra i più efferati - ma non l'unico - dei fatti di sangue che sconvolsero la capitale, coinvolta in prima linea nel secondo conflitto mondiale.

Sorto all'indomani della caduta del regime fascista (25 luglio 1943), il governo Badoglio, aveva dichiarato unilateralmente Roma "città aperta" solo trenta ore dopo il secondo bombardamento che l'aveva sconvolta. L'attacco, eseguito da bombardieri statunitensi il 13 agosto 1943, aveva causato danni forse ancora maggiori del primo, che l'aveva colpita il 19 luglio: nei due bombardamenti morirono oltre 2.000 civili innocenti e parecchie altre migliaia rimasero feriti, senza casa e lavoro. In città venivano così a mancare servizi essenziali, mentre la fame si diffondeva e la capitale si faceva invivibile. Gli Alleati chiarirono immediatamente, e con ogni mezzo, che la dichiarazione di "città aperta" del governo italiano - unilaterale e priva dei necessari requisiti di smilitarizzazione e verifica da parte di osservatori neutrali - non aveva alcun valore e, non a caso, la città fu nuovamente bombardata numerose volte, sino alla liberazione il 4 giugno 1944.

Dopo l'8 settembre 1943, con l'armistizio e la fuga del Re Vittorio Emanuele III e di Badoglio, la città si trovò nuovamente a pagare un grave tributo di sangue: tra il 9 e il 10 settembre, nella battaglia che i militari italiani abbandonati a sé stessi e cittadini combattono per opporsi all'occupazione nazista cadono circa 400 soldati e 200 civili.

Roma - già duramente provata dai bombardamenti e ormai preda dell'occupante tedesco e del governo fantoccio del fascismo repubblicano - è percorsa da sentimenti di disperazione e di ribellione sin dall'inizio dell'occupazione nazifascista e, significativamente, è il capoluogo che registra il maggior tasso di renitenti alla leva, superiore del 15-20% alla media, mentre, secondo i dati dei Servizi segreti USA, solo il 2% dei cittadini romani si presenta spontaneamente alle chiamate al lavoro o alle armi imposte dai comandi del Reich.

Il volto che la città viene assumendo in un contesto nel quale all'offesa dal cielo si aggiunge l'oppressione dell'occupante germanico e l'effimera e grottesca - ma non per questo meno tragica - reazione fascista è, per certi versi, contraddittorio: la disperazione spinge alcuni ad ogni sorta di infamia e doppiogiochismo (ne è un egregio esempio l'ufficio di polizia guidato dal generale Umberto Presti, protagonista della più dura repressione da un lato, mentre sosteneva la nascente Resistenza dall'altro), mentre la maggioranza finisce per sviluppare via via sempre più fitte e capillari reti di solidarietà clandestine che, nell'insieme, finiscono per definire il fermo rifiuto di gran parte della popolazione per il regime nazifascista e creano naturalmente il terreno adatto allo sviluppo di un forte movimento di Resistenza.

I tedeschi, veri padroni della città, non tardano a cogliere il valore politico di Roma, con la presenza del Vaticano e, in un primo tempo, tentano di far fruttare propagandisticamente la vacua dichiarazione di "città aperta" - emessa da un governo ormai loro nemico - e, per quanto possibile, evitano un'intensa militarizzazione, facendo passare il grosso dei rifornimenti destinati alla Linea Gustav ai margini dell'Urbe.

Lo sbarco di Anzio, tuttavia, cambia il quadro tattico e, il 22 gennaio 1944, l'intera provincia di Roma viene dichiarata "zona di operazioni" sotto la responsabilità del generale Eberhard von Mackensen, comandante della XIV Armata, un reduce dai rigori del fronte russo. Alle sue dipendenze è il comandante della piazza di Roma, tenente generale della Luftwaffe Kurt Maltzer. Il feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante del fronte meridionale, considera i due incapaci della «durezza brutale, forse anche ingiusta, ma necessaria nel quinto anno di guerra» e, per questo, nomina capo della Gestapo di Roma, conferendogli direttamente il controllo dell'ordine in città, l'ufficiale delle SS Herbert Kappler, già resosi protagonista nella capitale della pianificazione della liberazione di Benito Mussolini, e di due particolarmente tragiche e sanguinose offese alla città: la razzia del ghetto ebraico e la successiva deportazione, il 15 ottobre 1943 di 1.259 ebrei romani verso i Campi di sterminio.

La campagna del terrore avviata da Kappler, che organizza frequenti rastrellamenti, arresta numerosi sospetti antifascisti ed organizza, in via Tasso, un tristemente noto centro di detenzione e tortura, assieme alla vicinanza del fronte e al rombo dei cannoni che giunge dalla vicina testa di ponte alleata ad Anzio, gettano Roma in prima linea e rendono la città logicamente esposta a divenire pienamente teatro di guerra.

È in questo quadro che, per impulso del Partito Comunista - che ha organizzato la propria struttura militare clandestina a Roma, dividendola in otto settori, ciascuno affidato a un Gruppo di Azione Patriottica, sin dagli ultimi mesi del 1943 - la Resistenza giunge alla determinazione di reagire con le armi alla spirale di violenza scatenata da Kappler e di attaccare militarmente l'occupante. I due comandanti dei GAP centrali, dai quali dipende la rete clandestina, Franco Calamandrei detto "Cola" e Carlo Salinari detto "Spartaco" avranno così un ruolo decisivo nella preparazione dell'attacco che si decide di condurre contro un reparto della polizia tedesca, che rappresenta una minaccia costante per la Resistenza e per la popolazione in generale.

Il 23 marzo 1944 dopo le ore 15, ebbe luogo un attacco contro le forze armate occupanti tedesche in via Rasella, all'altezza del palazzo Tittoni, ad opera di partigiani dei GAP Gruppi d'Azione Patriottica delle brigate Garibaldi, che dipendevano dalla Giunta militare; essa era emanazione del Comitato di Liberazione Nazionale.

Della Giunta militare facevano parte Giorgio Amendola (comunista), Riccardo Bauer (azionista), Sandro Pertini (socialista), Giuseppe Spadaro (DC) e altri ancora. Sembra che l'ordine di effettuare l'attacco sia stato dato solo dal rappresentante del PCI nella Giunta militare, senza interpellare gli altri membri, e ciò dette luogo, quando fu conosciuta la gravità della rappresaglia, a polemiche interne ai membri della Giunta militare nella prima riunione dopo l'attacco, in cui furono presentati due ordini del giorno con valutazioni non uguali, non fu votato nessuno dei due.

L'attacco venne compiuto da 12 partigiani e altri 5 parteciparono alla sua organizzazione. Fu utilizzata una bomba a miccia ad alto potenziale collocata in un carrettino per la spazzatura urbana, confezionata con 18 chilogrammi di esplosivo frammisto a spezzoni di ferro. Dopo l'esplosione furono lanciate a mano alcune bombe. L'esplosione uccise 32 uomini dell'11a Compagnia del 3° Battaglione del Polizeiregiment Bozen (appartenente alla Ordnungspolizei una delle branche delle SS), coscritti sudtirolesi arruolati a seguito della creazione della Zona di Operazione delle Prealpi (annessione delle province di Bolzano, Trento e Belluno al III Reich dopo l'armistizio di Cassibile). Un altro soldato morì il giorno successivo per le ferite riportate.

L'esplosione uccise anche due passanti italiani, Antonio Chiaretti ed il tredicenne Pietro Zuccheretti. Non è stato mai chiarito se vi fosse la possibilità di evitare tali vittime, sebbene possa certamente dirsi che avvisare la popolazione civile della preparazione dell'attacco o della sua imminenza avrebbe esposto l'azione ad un rischio non accettabile di fallimento e i suoi attuatori ad un pericolo sostanziale di essere passati sommariamente per le armi non appena individuati.

Alcuni altri italiani restarono uccisi nel corso delle ore successive a seguito della furibonda reazione tedesca Emilio Pascucci, Erminio Rossetti, Fiammetta (Annetta) Baglioni, Pasquale di Marco, e forse altri tre. Complessivamente da sei a nove vittime italiane, nella esplosione o nelle ore successive.

In un primo momento, il generale Mältzer comandante della piazza di Roma, accorso sul posto, parlò stravolto di una rappresaglia molto grave. Dello stesso parere fu inizialmente Hitler.

Successivamente vari ragionamenti indussero a limitare alquanto la rappresaglia, e l'ordine fu di 10 ostaggi per ogni tedesco ucciso. La fucilazione di 10 ostaggi per ogni tedesco ucciso fu ordinata personalmente da Adolf Hitler, nonostante la convenzione dell'Aia del 1907 e la Convenzione di Ginevra del 1929 nel contemplare il concetto di rappresaglia ne limitassero l'uso secondo i criteri della proporzionalità rispetto all'entità dell'offesa subita e della salvaguardia delle popolazioni civili.

Nella scelta delle vittime, furono preferiti criteri di connessione con i partigiani o altri criteri tendenti a escludere persone rastrellate al momento ma le vittime furono poi prelevate dal carcere romano di Regina Coeli, dove erano detenuti - oltre a membri della Resistenza - vari prigionieri comuni e di cultura ebraica.

Sembra che circa 30 appartenessero alle formazioni clandestine di tendenze monarchiche, circa 52 alle formazioni del Partito d'Azione e Giustizia e Libertà, circa 68 a Bandiera Rossa, un'organizzazione comunista trockijsta, e circa 75 fossero di religione ebraica. Altri, fino a raggiungere il numero previsto, furono detenuti comuni. Sembra che circa metà dei giustiziati fossero partigiani detenuti. Di essi cinquanta furono individuati e consegnati ai nazisti dal questore fascista Caruso. Non mancarono tuttavia tra gli uccisi i rastrellati a caso e gli arrestati a seguito di delazioni dell'ultim'ora.

Il massacro fu organizzato ed eseguito da Herbert Kappler, all'epoca ufficiale delle SS e comandante della polizia tedesca a Roma, già responsabile del rastrellamento del Ghetto di Roma nell'ottobre del 1943 e delle torture contro i partigiani detenuti nel carcere di via Tasso.

L'ordine di esecuzione riguardò 320 persone, poiché inizialmente erano morti 32 soldati tedeschi. Durante la notte successiva all'attacco di via Rasella morì un altro soldato tedesco e Kappler, di sua iniziativa, decise di uccidere altre 10 persone. Erroneamente furono aggiunte 5 persone in più ed i tedeschi, per eliminare scomodi testimoni, uccisero anche loro.

I tedeschi, dopo aver compiuto il massacro, infierendo sulle vittime, fecero esplodere numerose mine, per far crollare le cave ove si svolse il massacro e nascondere o meglio rendere più difficoltosa la scoperta di tale eccidio.

I sopravvissuti del Polizeiregiment "Bozen", si rifiutarono di vendicare i propri compagni uccisi.

Un falso artatamente costruito per cercare di suscitare ostilità nei confronti della Resistenza e definitivamente dimostrato dagli studi storici, fu quello del manifesto affisso sui muri di Roma (a strage avvenuta) in cui si prometteva di non dar corso alla decimazione in caso di consegna degli autori dell'attacco di via Rasella.

Nel dopoguerra, Kappler venne processato e condannato all'ergastolo da un tribunale italiano e rinchiuso in carcere. La condanna riguardò i 15 giustiziati non compresi nell'ordine di rappresaglia datogli per vie gerarchiche. Colpito da un tumore inguaribile, con l'aiuto della moglie, riuscì ad evadere dall'ospedale militare del Celio pochi anni prima di morire. Anche il principale collaboratore di Kappler, l'ex-capitano delle SS Erich Priebke, dopo una lunga latitanza in Argentina, è stato arrestato e condannato per la strage delle Fosse Ardeatine.

Dopo l'attacco, ed in seguito nel dopoguerra, ci furono polemiche riguardo alla sua opportunità, in considerazione del gran numero complessivo di morti. Le polemiche sorsero all'interno della Giunta militare, ma anche tra i partiti del CLN e tra organizzazioni partigiane. Alcune organizzazioni, ritennero di essere state assai colpite dalla rappresaglia: sembra che tra i 335 giustiziati ci fossero forse 68 membri dell'organizzazione Bandiera Rossa, che per il suo trockijsmo era mal vista dal PCI.

Nel dopoguerra alcuni parenti delle vittime civili, sia caduti in via Rasella, sia alle Fosse Ardeatine, fecero causa ai responsabili dell'attacco chiedendo loro un risarcimento, ma le loro richieste furono respinte.

Tuttavia le loro cause durarono a lungo e l'ultimo ricorso fu respinto nel 2001, cioè 57 anni dopo l'attacco.

La magistratura ordinaria considerò l'attacco di via Rasella «un'azione legittima di guerra», e con sentenza della Corte di Cassazione dell'11 maggio 1957 non accolse le richieste di risarcimento avanzate dai parenti delle vittime italiane nei confronti dei responsabili dell'attacco, già respinte dal Tribunale e dalla Corte d'Appello civili di Roma, e sentenziò definitivamente che ogni attacco contro i tedeschi costituiva un «atto di guerra». In seguito, l'attacco fu sempre rivendicato come azione di guerra da tutte le autorità dello Stato.
Padre Celeste, Iddio di tanto amore
d'una forza mia musa o gran sovrano,
un fatto orrendo che mi strazia il cuore
e mentre scrivo mi trema la mano.

Roma, giardino di rose e di fiori
sei comandata da un popolo strano
per dominare la nostra capitale
non spera bene chi ci portò il male.

Via Romagna, Via Tasso, principale
ventitrè marzo fu la ricorrenza
di chi ci fe' passar tempi brutali
li tedeschi lo presero a avvertenza.

Misero gran pattuglia a ogni viale;
chi s'ha da vendicà, no ha più pazienza,
chi cui bombe a mano, chi cui rivultella:
tedeschi morti pe' la via Rasella.

La notizia pe' Roma non fu bella;
il Comando tedesco fa li piani:
"Ogni vittima nostra si cancella,
vale col prezzo di dieci romani."

Presero chi già stava nella cella:
se l'avventorno peggio de li cani.
Il carro 99 s'incammina
chi è condannato pe' la ghijottina.

Il ventiquattro marzo
alla mattina a Regina Coeli
presso le porte presero questa gente -poverina-
innocenti li portano alla morte

neanche se fosse carne selvaggina
-o gran Dio onnipotente, in te so' forte-
parte l'autocolonna, si distese
giusto all'imbocco delle sette chiese.

Alle ore diciassette sono scesi,
le SS fecero un confino,
presso le grotte a squadre sono presi
pe' fa rifugio a chi sfollò a Cassino.

Cu a fulla a falsità fu palese:
già stava pronto quel boia assassino
certo che il mastro giustiziere
finchè c'ha vita non potrà godere.

La gente in vista -dovete sapere-
raffiche di mitraglia udir si sente
-Dio dall'alto dei cieli stà a vedere,
abbi pietà di una misera gente.-

Trecentoventi restano a giacere
la tortura fu data "So' innocente!"
po' 'e mine nelle grotte fe' saltare
pe' potere li morti seppellire.

Le 335 vittime delle Fosse Ardeatine

1. Agnini Ferdinando - Studente di medicina.
2. Ajroldi Antonio - Maggiore del Regio Esercito.
3. Albanese Teodato - Avvocato.
4. Albertelli Pilo - Professore di filosofia.
5. Amoretti Ivanoe - Sottotenente in servizio permanente effettivo.
6. Angelai Aldo - Macellaio.
7. Angeli Virgilio - Pittore.
8. Angelini Paolo - Autista.
9. Angelucci Giovanni - Macellaio.
10. Annarumi Bruno - Stagnino.
11. Anticoli Lazzaro - Venditore ambulante.
12. Artale Vito - Tenente Generale d'artiglieria.
13. Astrologo Cesare - Lucidatore.
14. Aversa Raffaele - Capitano dei Carabinieri Reali.
15. Avolio Carlo - Impiegato (S.A.L.B.)
16. Azzarita Manfredi - Capitano di cavalleria.
17. Baglivo Ugo - Avvocato.
18. Ballina Giovanni - Contadino.
19. Banzi Aldo - Impiegato.
20. Barbieri Silvio - Architetto.
21. Benati Nino - Banchista.
22. Bendicenti Donato - Avvocato.
23. Berardi Lallo - Manovale.
24. Bernabei Elio - Ingegnere delle Ferrovie dello Stato.
25. Bernardini Secondo - Commerciante.
26. Bernardini Tito - Magazziniere.
27. Berolsheimer Aldo - Commesso.
28. Blumstein Giorgio Leone - Banchiere.
29. Bolgia Michele - Ferroviere.
30. Bonanni Luigi - Autista.
31. Bordoni Manlio - Impiegato.
32. Bruno Dl Belmonte Luigi - Proprietario.
33. Bucchi Marcello - Geometra.
34. Bucci Bruno - Disegnatore.
35. Bucci Umberto - Impiegato.
36. Bucciano Francesco - Impiegato.
37. Bussi Armando - Impiegato delle Ferrovie dello Stato. Strappato dai tedeschi dalla sua casa in via Savoia 72 a Roma a seguito di una delazione.
38. Butera Gaetano - Pittore.
39. Buttaroni Vittorio - Autista.
40. Butticé Leonardo - Meccanico.
41. Calderari Giuseppe - Contadino.
42. Camisotti Carlo - Asfaltista.
43. Campanile Silvio - Commerciante.
44. Canacci Ilario - Cameriere.
45. Canalis Salvatore - Professore di lettere.
46. Cantalamessa Renato - Falegname.
47. Capecci Alfredo - Meccanico.
48. Capozio Ottavio - Impiegato postale.
49. Caputo Ferruccio - Studente.
50. Caracciolo Emanuele - Regista e tecnico cinematografico.
51. Carioli Francesco - Fruttivendolo.
52. Carola Federico - Capitano d'aviazione.
53. Carola Mario - Capitano di fanteria.
54. Casadei Andrea - Falegname.
55. Sabato Martelli Castaldi. Generale.
56. Caviglia Adolfo - Impiegato.
57. Celani Giuseppe - Ispettore capo dei servizi annonari.
58. Cerroni Oreste - Tipografo.
59. Checchi Egidio - Meccanico.
60. Chiesa Romualdo - Studente.
61. Chiricozzi Aldo Francesco - Impiegato.
62. Ciavarella Francesco - Marinaio.
63. Cibei Duilio - Falegname.
64. Cibei Gino - Meccanico.
65. Cinelli Francesco - Impiegato.
66. Cinelli Giuseppe - Portatore ai mercati generali.
67. Cocco Pasquale - Studente.
68. Coen Saverio - Commerciante.
69. Conti Giorgio - Ingegnere.
70. Corsi Orazio - Falegname
71. Costanzi Guido - Impiegato.
72. Cozzi Alberto - Meccanico.
73. D'Amico Cosimo - Amministratore teatrale.
74. D'Amico Giuseppe - Impiegato.
75. D'Andrea Mario - Ferrovie.
76. D'Aspro Arturo - Ragioniere.
77. De Angelis Gerardo - Regista cinematografico.
78. De Carolis Ugo - Maggiore dei Carabinieri Reali
79. De Giorgio Carlo - Impiegato.
80. De Grenet Filippo - Impiegato.
81. Della Torre Odoardo - Avvocato.
82. Del Monte Giuseppe - Impiegato.
83. De Marchi Raoul - Impiegato.
84. De Nicolo Gastone - Studente.
85. De Simoni Fidardo - Operaio.
86. Di Capua Zaccaria - Autista.
87. Di Castro Angelo - Commesso.
88. Di Consiglio Cesare - Venditore ambulante.
89. Di Consiglio Franco - Macellaio.
90. Dl Consiglio Marco - Macellaio.
91. Di Consiglio Mosè - Commerciante.
92. Di Consiglio Salomone - Venditore ambulante.
93. Di Consiglio Santoro - Macellaio.
94. Di Nepi Alberto - Commerciante.
95. Di Nepi Giorgio - Viaggiatore.
96. Di Nepi Samuele - Commerciante.
97. Di Nola Ugo - Rappresentante di commercio.
98. Diociajuti Pier Domenico - Commerciante.
99. Di Peppe Otello - Falegname ebanista.
100. Di Porto Angelo - Commesso.
101. Di Porto Giacomo - Venditore ambulante.
102. Di Porto Giacomo - Venditore ambulante.
103. Di Salvo Gioacchino - Impiegato.
104. Di Segni Armando - Commerciante.
105. Di Segni Pacifico - Venditore ambulante.
106. Di Veroli Attilio - Commerciante.
107. Di Veroli Michele - Collaboratore del padre commerciante.
108. Drucker Salomone - Pellicciaio.
109. Duranti Lido - Operaio.
110. Efrati Marco - Commerciante.
111. Elena Fernando - Artista.
112. Eluisi Aldo - Pittore.
113. Ercolani Giorgio - Tenente Colonnello del Regio Esercito.
114. Ercoli Aldo - Pittore.
115. Fabri Renato - Commerciante.
116. Fabrini Antonio - Stagnino.
117. Fano Giorgio - Dottore in scienze commerciali.
118. Fantacone Alberto - Dottore in legge.
119. Fantini Vittorio - Farmacista.
120. Fatucci Sabato Amadio - Venditore ambulante.
121. Felicioli Mario - Elettrotecnico.
122. Fenulli Dardano - Maggior Generale
123. Ferola Enrico - Fabbro.
124. Finamonti Loreto - Commerciante.
125. Finocchiaro Arnaldo - Elettricista.
126. Finzi Aldo - Politico.
127. Fiorentini Valerio - Autista meccanico.
128. Fiorini Fiorino - Maestro musica.
129. Fochetti Angelo - Impiegato.
130. Fondi Edmondo - Impiegato commerciante.
131. Fontana Genserico -Tenente dei Carabinieri Reali, dottore in giurisprudenza.
132. Fornari Raffaele - Commerciante.
133. Fornaro Leone - Venditore ambulante.
134. Forte Gaetano - Commerciante.
135. Foschi Carlo - Commerciante.
136. Frasca Celestino - Muratore.
137. Frascà Paolo - Impiegato.
138. Frascati Angelo - Commerciante.
139. Frignani Giovanni - Tenente Colonnello dei Carabinieri Reali
140. Funaro Alberto - Commerciante.
141. Funaro Mosè - Commerciante.
142. Funaro Pacifico - Autista.
143. Funaro Settimio - Venditore ambulante.
144. Galafati Angelo - Pontarolo.
145. Gallarello Antonio - Falegname ebanista.
146. Gavioli Luigi - Impiegato.
147. Gelsomini Manlio - Medico.
148. Gesmundo Gioacchino - Professore di lettere.
149. Giacchini Alberto - Assicuratore.
150. Giglio Maurizio - Dottore in legge.
151. Gigliozzi Romolo - Autista.
152. Giordano Calcedonio - Corazziere.
153. Giorgi Giorgio - Ragioniere.
154. Giorgini Renzo - Industriale.
155. Giustiniani Antonio - Cameriere.
156. Gorgolini Giorgio - Ragioniere.
157. Gori Gastone - Muratore.
158. Govoni Aladino - Capitano dei granatieri.
159. Grani Umberto - Tenente Colonnello Regia Aeronautica.
160. Grieco Ennio - Elettromeccanico.
161. Guidoni Unico - Studente.
162. Haipel Mario - Maresciallo del Regio Esercito.
163. Iaforte Domenico - Calzolaio.
164. Ialuna Sebastiano - Agricoltore.
165. Imperiali Costantino - Rappresentante di vini.
166. Intreccialagli Mario - Calzolaio.
167. Kereszti Sandor - Ufficiale.
168. Landesman Boris - Commerciante.
169. La Vecchia Gaetano - Ebanista.
170. Leonardi Ornello - Commesso.
171. Leonelli Cesare - Avvocato.
172. Liberi Epidemio - Industriale.
173. Lioonnici Amedeo - Industriale.
174. Limentani Davide - Commerciante.
175. Limentani Giovanni - Commerciante.
176. Limentani Settimio - Commerciante.
177. Lombardi Ezio - Impiegato.
178. Lopresti Giuseppe - Dottore in legge.
179. Lordi Roberto - Generale della Regia Aeronautica.
180. Lotti Giuseppe - Stuccatore.
181. Lucarelli Armando - Tipografo.
182. Luchetti Carlo - Stagnaro.
183. Luna Gavino - Impiegato delle Regie Poste.
184. Lungaro Pietro Ermelindo - Sottufficiale di Pubblica Sicurezza.
185. Lunghi Ambrogio - Asfaltista.
186. Lusena Umberto - Maggiore del Regio Esercito.
187. Luzzi Everardo - Metallurgico.
188. Magri Mario - Capitano d'artiglieria.
189. Manca Candido - Brigadiere dei Carabinieri Reali.
190. Mancini Enrico - Commerciante.
191. Marchesi Alberto - Commerciante.
192. Marchetti Duilio - Autista.
193. Margioni Antonio - Falegname.
194. Marimpietri Vittorio - Impiegato.
195. Marino Angelo - Piazzista.
196. Martella Angelo
197. Martelli Castaldi Sabato - Generale della Regia Aeronautica.
198. Martini Placido - Avvocato.
199. Mastrangeli Fulvio - Impiegato.
200. Mastrogiacomo Luigi - Custode del ministero delle Finanza.
201. Medas Giuseppe - Avvocato.
202. Menasci Umberto - Commerciante.
203. Micheli Ernesto - Imbianchino.
204. Micozzi Emidio - Commerciante.
205. Mieli Cesare - Venditore ambulante.
206. Mieli Mario - Negoziante.
207. Mieli Renato - Negoziante.
208. Milano Raffaele - Viaggiatore.
209. Milano Tullio - Impiegato.
210. Milano Ugo - Impiegato.
211. Mocci Sisinnio
212. Montezemolo Giuseppe - Colonnello del Regio Esercito.
213. Moretti Augusto
214. Moretti Pio - Contadino.
215. Morgano Santo - Elettromeccanico.
216. Mosca Alfredo - Elettrotecnico.
217. Moscati Emanuele - Piazzista.
218. Moscati Pace - Venditore ambulante.
219. Moscati Vito - Elettricista.
220. Mosciatti Carlo - Impiegato.
221. Napoleone Agostino - Sottotenente di vascello della Regia Marina.
222. Natali Celestino - Commerciante.
223. Natili Mariano - Commerciante.
224. Navarra Giuseppe - Contadino.
225. Ninci Sestilio - Tramviere.
226. Nobili Edoardo - Meccanico.
227. Norma Fernando - Ebanista.
228. Orlandi Posti Orlando - Studente.
229. Ottaviano Armando - Dottore in lettere.
230. Paliani Attilio - Commerciante.
231. Pappagallo Pietro - Sacerdote.
232. Pasqualucci Alfredo - Calzolaio.
233. Passarella Mario - Falegname.
234. Pelliccia Ulderico - Carpentiere.
235. Pensuti Renzo - Studente.
236. Pepicelli Francesco - Maresciallo dei Carabinieri Reali.
237. Perpetua Remo - Rigattiere.
238. Perugia Angelo - Venditore ambulante.
239. Petocchi Amedeo
240. Petrucci Paolo - Professore di lettere.
241. Pettorini Ambrogio - Agricoltore.
242. Piasco Renzo - Ferroviere.
243. Piattelli Cesare - Venditore ambulante.
244. Piattelli Franco - Commesso.
245. Piattelli Giacomo - Piazzista.
246. Pierantoni Luigi - Medico.
247. Pierleoni Romolo - Fabbro.
248. Pignotti Angelo - Negoziante.
249. Pignotti Umberto - Impiegato.
250. Piperno Claudio - Commerciante.
251. Piras Ignazio - Contadino.
252. Pirozzi Vincenzo - Ragioniere.
253. Pisino Antonio - Ufficiale di marina.
254. Pistonesi Antonio - Cameriere.
255. Pitrelli Rosario - Meccanico.
256. Polli Domenico - Costruttore edile.
257. Portieri Alessandro - Meccanico.
258. Portinari Erminio - Geometra.
259. Primavera Pietro - Impiegato.
260. Prosperi Antonio - Impiegato.
261. Pula Italo - Fabbro.
262. Pula Spartaco - Verniciatore.
263. Raffaeli Beniamino - Carpentiere.
264. Rampulla Giovanni - Tenente Colonnello.
265. Rendina Roberto - Tenente Colonnello d'artiglieria.
266. Renzi Egidio - Operaio.
267. Renzini Augusto - Carabiniere.
268. Ricci Domenico - Impiegato.
269. Rindone Nunzio - Pastore.
270. Rizzo Ottorino - Maggiore del Regio Esercito.
271. Roazzi Antonio - Autista.
272. Rocchi Filippo - Commerciante.
273. Rodella Bruno - Studente.
274. Rodriguez Pereira Romeo - Tenente dei Carabinieri Reali.
275. Romagnoli Goffredo - Ferroviere.
276. Roncacci Giulio - Commerciante.
277. Ronconi Ettore - Contadino.
278. Saccotelli Vincenzo - Falegname.
279. Salemme Felice - Impiegato.
280. Salvatori Giovanni - Impiegato.
281. Sansolini Adolfo - Commerciante.
282. Sansolini Alfredo - Commerciante.
283. Savelli Francesco - Ingegnere.
284. Scarioli Ivano - Bracciante.
285. Scattoni Umberto - Pittore.
286. Sciunnach Dattilo - Commerciante.
287. Semini Fiorenzo - Sottotenente di vascello della Regia Marina.
288. Senesi Giovanni - Esattore istituto di assicurazioni.
289. Sepe Gaetano - Sarto.
290. Sergi Gerardo - Sottotenente dei Carabinieri Reali.
291. Sermoneta Benedetto - Venditore ambulante.
292. Silvestri Sebastiano - Agricoltore.
293. Simoni Simone - Generale.
294. Sonnino Angelo - Commerciante.
295. Sonnino Gabriele - Commesso.
296. Sonnino Mosè - Venditore ambulante.
297. Sonnino Pacifico - Commerciante.
298. Spunticchia Antonino - Meccanico.
299. Stame Nicola Ugo - Artista lirico.
300. Talamo Manfredi - Tenente Colonnello dei Carabinieri Reali.
301. Tapparelli Mario - Commerciante.
302. Tedesco Cesare - Commesso.
303. Terracina Sergio - Commesso.
304. Testa Settimio - Contadino.
305. Trentini Giulio - Arrotino.
306. Troiani Eusebio - Mediatore.
307. Troiani Pietro - Venditore ambulante.
308. Ugolini Nino - Elettromeccanico.
309. Unghetti Antonio - Manovale.
310. Valesani Otello - Calzolaio.
311. Vercillo Giovanni - Impiegato.
312. Villoresi Renato - Capitano del Regio Esercito.
313. Viotti Pietro - Commerciante
314. Vivanti Angelo - Commerciante.
315. Vivanti Giacomo - Commerciante.
316. Vivenzio Gennaro
317. Volponi Guido - Impiegato.
318. Wald Pesach Paul
319. Wald Schra
320. Zaccagnini Carlo - Avvocato.
321. Zambelli Ilario - Telegrafista
322. Zarfati Alessandro - Commerciante.
323. Zicconi Raffaele - Impiegato.
324. Zironi Augusto - Sottotenente di vascello della Regia Marina.


Sono di padre e figlio le salme:

* n. 148 (Bucci Bruno) e 149 (Bucci Umberto);
* n. 215 (Di Veroli Attilio) e 217 (Di Veroli Michele);
* n. 250 (Sonnino Angelo) e 237 (Sonnino Pacifico)
* la salma 204 (Di Consiglio Mosè e quella del padre Di Consiglio Salomone, 220) di cui furono uccisi anche i figli Marco (salma n. 212) Santoro (209) Franco (218) e un fratello Di Consiglio Cesare (n.281).


È di un mutilato dell'intero arto inferiore sinistro la salma n. 28 (Giorgini Renzo)

Molti sono poi gli uccisi tra loro fratelli.

Le salme identificate sono state 322, le vittime 335. Dei tredici, tuttora non identificati, si conoscono i seguenti nomi:

1. De Micco Cosimo compreso nell'elenco Caruso.
2. Lodolo Danilo di cui i familiari avrebbero riconosciuto una scarpa

Riccardo Venturi - 28/8/2007 - 11:09


Voreei che si rettificasse,se possibile il nome
Bernardini - Commerciante
in BERNARDINI SECONDO - fu Giacomo e Bianchi Maddalena - nato a Pisoniano(ROMA) il 12/5/1908 -commerciante-

Suo nipote.
Cordialità

14/10/2010 - 16:06


FOSSE ARDEATINE, STORICO TEDESCO ACCUSA L'ITALIA: ‎‎"ROMA SCELSE DI NON PERSEGUIRE GLI ASSASSINI"

Da ‎‎La Repubblica del 15 gennaio 2012‎

Il settimanale Spiegel rilancia la ricerca di Felix Bohr su documenti provienienti dall'AA, ‎il vecchio ministero degli Esteri. Da cui verrebbe alla luce la volontà comune di Roma e Berlino, a ‎fine anni 50, di evitare l'estradizione e il processo ai criminali. Le ragioni del governo ‎democristiano: evitare di dare l'esempio ad altri Paesi per rivalersi sui criminali di guerra italiani, ‎ma anche per non incrinare i rapporti con la Germania di Adenhauer e non dare un vantaggio ‎propagandistico al Pci

Fosse Ardeatine
Fosse Ardeatine




BERLINO - Alla fine degli anni Cinquanta, le diplomazie di Italia e Germania collaborarono per ‎evitare che i criminali nazisti responsabili dell'eccidio delle Fosse Ardeatine fossero estradati e ‎chiamati a rispondere di quella terribile rappresaglia davanti alla giustizia italiana. Alla sbarra ‎finirono solo Herbert Kappler ed Erich Priebke. Lo afferma la ricerca dello storico berlinese Felix ‎Bohr, che il settimanale Spiegel rilancia pubblicandone estratti e conclusioni. Secondo la sua ‎ricostruzione, Roma contribuì all'insabbiamento per evitare che il processo ai militari tedeschi ‎fungesse da esempio per Paesi che, a loro volta, avrebbero chiesto all'Italia di consegnare gli italiani ‎macchiatisi di crimini di guerra.

Bohr ha ripercorso la vicenda analizzando documenti rinvenuti nell'Archivio politico ‎dell'Auswaertiges Amt (AA), il ministero degli Esteri tedesco. Lo storico si sarebbe imbattuto in ‎una corrispondenza intercorsa nel 1959 tra l'ambasciata tedesca a Roma e l'AA, da cui ‎emergerebbe la volontà delle parti di sottrarre al giudizio i criminali nazisti. In particolare, il ‎consigliere d'ambasciata tedesco a Roma dell'epoca, Kurt von Tannstein, iscritto al partito nazista ‎dal 1933, scriveva che l'obiettivo "auspicato da parte tedesca e italiana" era di ‎‎"addormentare" le indagini sull'esecuzione del marzo 1944 in una cava della Città ‎eterna, in cui morirono 335 civili e militari italiani.

Spiegel scrive che "l'iniziativa partì dal governo italiano": i dirigenti ‎democristiani non avevano interesse a chiedere l'estradizione dei responsabili dell'eccidio residenti ‎in Germania. Un diplomatico italiano di rango elevato spiegava che "il giorno in cui ‎il primo criminale tedesco verrà estradato, ci sarà un'ondata di proteste in altri Paesi che a quel ‎punto chiederanno l'estradizione dei criminali (di guerra, ndr) italiani". Ma ‎‎altre ragioni inducevano il governo italiano a frenare il desiderio di giustizia di ‎una nazione. Una era certamente la volontà di non turbare i buoni rapporti con la Germania ‎di Konrad Adenauer, alleata nella Nato. E poi, il disegno strategico di non fornire un vantaggio ‎propagandistico al Partito comunista italiano. ‎

I documenti scoperti da Bohr portano alla luce il contenuto di un colloquio che ‎l'ambasciatore tedesco Manfred Klaiber ebbe nell'ottobre 1958 con il capo della procura militare di ‎Roma, colonnello Massimo Tringali, nella sede diplomatica tedesca. Dopo il colloquio, ‎Klaiber scriveva a Bonn che il colonnello Tringali aveva "espresso che da parte ‎italiana non c'è alcun interesse a portare di nuovo all'attenzione dell'opinione pubblica l'intero ‎problema della fucilazione degli ostaggi in Italia, in particolare di quelli alle Fosse ‎Ardeatine".‎

All'ambasciatore tedesco, Tringali aveva spiegato che ciò "non era auspicato per ‎motivi generali di politica interna" e "esprimeva l'auspicio che dopo un doveroso e accurato esame, ‎le autorità tedesche fossero in grado di confermare alla Procura militare che nessuno degli accusati ‎era più in vita o che non era possibile rintracciare il loro luogo di residenza, oppure che le persone ‎non erano identificabili a causa di inesattezze riguardo alla loro identità".‎

Il colonnello italiano avrebbe aggiunto che, nel caso in cui le autorità tedesche fossero arrivate dopo ‎un'inchiesta alla conclusione che tutti o parte dei responsabili dell'eccidio vivevano in Germania, "la ‎Bundesrepublik era libera di richiamarsi all'accordo italo-tedesco di estradizione e di spiegare che le ‎informazioni richieste non potevano essere fornite, in quanto la Bundesrepublik in base ai suoi ‎regolamenti non estrada i propri cittadini".‎

L'ambasciatore Klaiber, iscritto al partito nazista dal 1934 ed entrato sotto Hitler nel ministero degli ‎Esteri del Terzo Reich, aveva aggiunto una nota personale in cui appoggiava la "ragionevole ‎richiesta" italiana, a cui bisognava fornire una "risposta assolutamente negativa". Il risultato fu che ‎nel gennaio 1960 dall'AA di Bonn arrivò all'ambasciata tedesca a Roma la risposta che nel caso ‎della maggior parte dei ricercati "non è possibile al momento rintracciare il luogo di residenza", ‎esprimendo anche il dubbio che "essi siano ancora in vita". Un addetto dell'ambasciata annotò che ‎‎"ciò corrisponde al risultato atteso". ‎

Le ricerche di Felix Bohr hanno invece accertato che, in alcuni casi, sarebbe stato facile rintracciare ‎criminali nazisti che alle Fosse Ardeatine ebbero un ruolo non di secondo piano. Carl-Theodor ‎Schuetz, che aveva comandato il plotone di esecuzione, lavorava presso il ‎‎'Bundesnachrichtendienst', i servizi segreti tedeschi. Kurt Winden, che secondo Kappler aveva ‎collaborato alla scelta degli ostaggi da fucilare, nel 1959 era il responsabile dell'ufficio legale della ‎Deutsche Bank a Francoforte. Per quanto riguarda invece l'Obersturmfuehrer Heinz Thunat, nel ‎‎1961 il suo indirizzo era "noto", ma un funzionario dell'AA scrisse a Klaiber e Tannstein di ‎comunicare agli italiani che "su Thunat non si è in grado di fornire informazioni". ‎

Risultato: il procedimento per gli altri responsabili dell'eccidio alle Fosse Ardeatine venne ‎archiviato in Italia nel febbraio 1962.

Bartleby - 16/1/2012 - 09:09


A questo proposito si ascolti questo video di Daniele Biacchessi in L'armadio della vergogna

DQ82 - 16/1/2012 - 10:54


D*o castiga l’erichpriebke

Trecentotrentacinque milioni di volte
trecentotrentacinque eternità trecento-
trentacinque milioni virgola trecento-
trentacinque periodico

11 ottobre 2013

L.L. - 11/10/2013 - 15:20


Duro il presidente dell'Anpi Roma ( Associazione Nazionale Partigiani d'Italia) Francesco Polcaro: «Non posso dire che piangerò. È morto un assassino che ha ucciso più persone di un serial killer, che non si è mai pentito di quello che ha fatto e che peraltro ha vissuto una vita lunghissima in parte anche felice. Per moltissimi anni infatti dopo la seconda Guerra Mondiale Priebke è stato padrone di se stesso, ha vissuto una vita normale, in Sud America, arrivando anche a diventare presidente di un'associazione culturale a Bariloche, in Argentina. Ha iniziato a scontare la sua pena da non moltissimo, dopo essere stato estradato in Italia. È naturale che una persona di cento anni muoia e non ho altri commenti da fare. Mi auguro solo che le autorità non permettano che i funerali di questa persona si trasformino in una manifestazione di apologia del nazismo. Per i partigiani resterà sempre un feroce assassino e un nazista».

DoNQuijote82 - 11/10/2013 - 17:21


Non mi pare che su questa pagina ci fosse una sola immagine del Erich Priebke, finalmente andato al Diavolo un paio di giorni fa... Meglio ricordarsi sempre la faccia dei boia...

Erich Priebke

Bernart - 13/10/2013 - 14:43


Un prete nelle Fosse Ardeatine - don Pietro Pappagallo

"Pane e Cipolla e Santa Libertà", è probabile che un buongustaio come Aldo Fabrizi non avrebbe sottoscritto facilmente ai primi due termini del trinomio; il prete corpulento che l'attore romano interpretò in "Roma città aperta", invece, ne aveva fatto il motto di un'esistenza coraggiosamente libera e cristiana.
Il don Pietro "partigiano" di Roberto Rossellini - e dell'aiuto sceneggiatore Federico Fellini - era infatti il calco di un personaggio realmente esistito (pur se la fine del sacerdote cinematografico si ispira piuttosto a un altro prete romano, don Morosini, fucilato a Forte Boccea): don Pietro Pappagallo, l'unico sacerdote ucciso alle Fosse Ardeatine. E forse il solo, fra le 335 vittime dell'allucinante eccidio del 24 marzo 1944, a cui fu offerta la possibilità di salvarsi e la rifiutò.
Ora, a sessant'anni dall'episodio, il suo amico e biografo Antonio Lisi si appresta ad ampliare con nuovi documenti la sua raccolta di documenti e testimonianze "Don Pietro Pappagallo, un eroe, un santo", uscita per la prima volta nel 1963 e in seconda edizione nel 1995; Lisi, psicologo a Rieti, è originario di Terlizzi, la cittadina del Barese che ha dato i natali a due vittime delle Ardeatine: l'intellettuale comunista Gioacchino Gesmundo e appunto don Pappagallo. Erano molto amici i due, si incontravano quasi quotidianamente a Roma - dove si erano trasferiti per i rispettivi impegni - e insieme collaborarono attivamente al movimento partigiano; in particolare, il cinquantenne sacerdote (che aveva notevoli doti organizzative, ed era stato segretario di un cardinale nonché incaricato di regolare l'afflusso dei pellegrini per il Giubileo de1 1933) si incaricava di produrre e fornire documenti falsi a perseguitati politici, ebrei, giovani renitenti alla leva di Salò, partigiani, che spesso ospitava anche nel suo appartamento. Nel quale il sacerdote fu arrestato il 29 gennaio 1944 in seguito alla "soffiata" di un infiltrato (che poi, scoperto e riconosciuto dalla perpetua di don Pietro, sarà giudicato e condannato dopo la guerra).
Di lì don Pappagallo viene condotto al famigerato carcere della Gestapo in via Tasso, il regno di Kappler, il teatro delle torture a molti membri della resistenza, e vi resterà tre mesi in cella con altri compagni, che ne hanno poi ricordato il comportamento addirittura ascetico: pregava molto; si mostrava sempre sereno e mai preoccupato di se, spesso si privava delle razioni d'acqua o di cibo a favore degli altri carcerati.
I tedeschi lo interrogarono una sola volta, ma fu un italiano a colpirlo con due scudisciate sul viso perché non rivelava i nomi dei suoi complici.
Poi venne l'attentato in Via Rasella e l'ordine - diretto da Hitler - della rappresaglia. Sembrava che avesse avuto un presentimento. quel 24 marzo, don Pappagallo: pregò più a lungo del solito. disse a uno dei compagni di averlo sognato uscire incolume da una fornace (e difatti quella persona sopravvisse), rinunciò a mangiare.
Alle 14 vennero a prenderlo. insieme ad altri 4 della sua cella; pare che la scelta di unirlo al gruppo dei condannati sia dovuta al fatto che i tedeschi volevano salvare l'apparenza di aver munito i morituri dei conforti religiosi. Don Pappagallo capì la sua sorte già prima di salire sui furgoni che l'avrebbero portato verso la cava in periferia; i suoi compagni compresero allorché un secondino, qualche ora più tardi, venne a ritirare gli effetti del reverendo e indossò il suo cappello ecclesiastico inscenando una specie di pantomima.
Ma prima della morte ci fu tempo per un'altro atto straordinario.
I prigionieri erano legati a due a due per i polsi e, in fila, attendevano di giungere laddove un colpo alla nuca li avrebbe uccisi; don Pappagallo fu unito a Joseph Reider, un medico austriaco pacifista che aveva disertato dalla Wehrmacht ed era stato arrestato sotto nome italiano.
Gli altri predestinati alla morte presero a circondarli, almeno per chiedere una benedizione al prete; al che don Pappagallo, fosse per la sua corporatura robusta ovvero - come il credente Reider asserisce - per un evento inspiegabile, riuscì a liberare la destra e ad impartire la assoluzione a tutti.
L'atto è testimoniato in una memoria scritta dallo stesso Reider che, approfittando dello scioglimento del legacci, riuscì subito dopo a gettarsi in un fossato ed a sfuggire (unico superstite delle Ardeatine) la morte. Avrebbe potuto forse scampare anche don Pietro, se è vero che - proprio in conseguenza del suo gesto sacerdotale - alcuni soldati tedeschi lo misero da parte per salvarlo; ma lui rifiutò, chiedendo di morire come gli altri.

dal quotidiano "Avvenire" del 18 Marzo 2004

gianfranco - 15/1/2015 - 13:38


Potrete trovare il racconto di Joseph Reider "Io, Disertore della Wehrmacht" su Patria Indipendente), numero 3 del 2005 pagine 40-44

Sullo stesso numero della rivista, segnalo l'interessante articolo "Quella guerra ai civili nella certezza dell'impunità" ( pag. 52-55) sull'argomento delle stragi nazifasciste in italia.
Gianfranco

20/1/2015 - 16:56


Sono di padre e figlio anche Mieli Cesare (205-Padre) e Mieli Renato e Mario (206, 207)

E sono di padre e figlio anche 314(Vivanti Angelo-padre) e 315(Vivanti Giacomo)

Fabrizio - 24/3/2015 - 13:28



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