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Lorne Clarke & Tom Flannery
Language: English

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A RWANDAN SONG CYCLE
© 2004 Tom Flannery and Lorne Clarke
a SongaWeek.com production
www.rwandasongs.com
Clarke & Flannery love to hear your thoughts on the song cycle. Email them to anthracite@rocketmail.com.


rwandaThis is not a history lesson. We're not historians. We're songwriters. And anyway... how the hell is anybody going to explain the systematic state sponsored slaughter of close to a million people with a handful of songs? We're not.

Truth is, there is no explanation for the Rwandan genocide. What there is in abundance, however, is ignorance. If these songs make just one person dig a little deeper, then we've made our money back, so to speak. We've touched upon specific pieces of the horror, but don't even pretend to be able to understand it from the Rwandan point of view. We're observers from afar. Interested, heartbroken observers....but merely observers nonetheless. Please keep that in mind.

All of these songs are solo acoustic performances...recorded live with a digital 8 track studio in Northeastern Pennsylvania. The full lyrics are available, as are the complete recordings in both mp3 and quicktime formats. Notes for each song are provided, giving some insight into the creative process....and explaining where explanations are necessary. The entire project is only available via the internet. There is no "official" CD of this music. This is strictly an "online" project.
This is partly due to economics, but also because once a CD is released, it can't be changed. We're likely to add new songs here at any time.

Individual essays are also posted, because some ideas that we have probably can't be conveyed using the song form alone. These too will probably grow in time. Also, a brand new play by playwright Tom Flannery called Rwandan Eyes is available exclusively here.

Everything here is free. Listen, distribute freely, discuss.

Do everything but steal.

Tom Flannery & Lorne Clarke.


ABOUT THE SONG

serombaRwanda is about 95% Christian, and the fact that those charged with Genocide include multiple Catholic and Protestant clergy (the bishop of Kigali was also charged with crimes against humanity, although he was acquitted, thanks to pressure put on the government by Rome) is shocking, or at least it should be.

monachelleRecently convicted of war crimes in a court in Belgium were 2 Rwandan Catholic nuns, who allegedly not only led the militia to their convent, where thousands of people were hiding in terror, but also helpfully fetched the gasoline that the killers used to burn the building down. 5000 people died. Despite being convicted, the nuns were not excommunicated by the catholic church.

Pictured is Father Athanase Seromba, charged with "genocide or, in the alternative, complicity in genocide, conspiracy to commit genocide and extermination as a crime against humanity." At the time of the 1994 genocide in Rwanda, Father Seromba was priest of the Catholic parish of Nyange (Kibuye province in western Rwanda). The prosecution charges him with responsibility for the deaths of thousands of Tutsis who took refuge in his parish. According to his indictment, he ordered the church to be bulldozed, crushing to death some 2,000 Tutsis.

Father Jean Francois Kayiranga and Father Edouard Nkurikiye have already been convicted to death in Rwanda for genocidal crimes.
Bless me father they say I've sinned
but it seems we've been touched from above
given powers by your hand
with the strength enough to bury love

some must die so others can live
so if our land must be purged clean
after all we've done in your name
surely you can forget the things you've seen

today we stand accused by those
whom we know you've forsaken long ago
your judgment is merciful and true
but tell me does it have to be so slow?

Bless me father they say I've sinned
but I'm still here and they're all gone
your will be done and all that stuff
so you tell me now what we've done wrong?

Contributed by CCG/AWS Staff - 2007/9/17 - 21:39


Dovremmo a questo punto ricordare che padre Athanase Seromba, questo sant'uomo fuggito dal Rwanda, trovò per diverso tempo ottimo rifugio in Italia; naturalmente le gerarchie ecclesiastiche ignoravano del tutto la cosa. Per anni è stato viceparroco in alcune parrocchie della diocesi di Firenze; immaginatevi quindi lo stupore dei bravi parrocchiani quando un quotidiano britannico scovò questo sant'uomo raccontando la sua storia e il suo exploit di Nyange, quando fece radere al suolo la sua chiesa per seppellirvi sotto le macerie 2000 tutsi che vi avevano cercato rifugio. Tutto s'immaginavano fuorché di averci un genocida come viceparroco, senz'altro. Ma passato il primo momento di stupore, si attivarono con raccolte di firme a sua difesa, per evitare che il sacerdote fosse consegnato al braccio secolare.

"Fuggito dapprima nella Repubblica Democratica del Congo e poi in Toscana, dove si era presentato sotto il falso nome di Anastasio Sumba Bura, venendo destinato alla parrocchia dell'Immacolata e S. Martino in Montughi di Firenze. Sotto la pressione di Carla Del Ponte, attualmente incaricata delle Nazioni Unite per la persecuzione dei crimini di guerra, il 6 febbraio 2002 Seromba si consegnò al International Criminal Tribunal for Rwanda (Tribunale Criminale Internazionale per il Ruanda, ICTR) ad Arusha (Tanzania), dove fu processato per genocidio e crimini contro l'umanità. Il 13 dicembre 2006 fu giudicato colpevole e condannato a 15 anni di carcere, ricevendo anche l'estradizione dall'Italia." (it.wikipedia)

Riccardo Venturi - 2007/9/17 - 21:48


La storia di Padre Seromba
Dal Corriere della Sera Online, 15 dicembre 2006
di Massimo A. Alberizzi

Una vicenda all'ombra della carneficina dei tutsi del 1994. Da uomo pio a sterminatore diabolico. Poi la fuga

Aprile 1994. Il Ruanda è in preda ala follia collettiva. I suoi cittadini di etnia hutu, attizzati da bande armate di estremisti, gli hinterahamwe, sono scatenati contro i tutsi e gli hutu moderati. Civili armati di machete fanno a pezzi amici, compagni, conoscenti e persino coniugi, colpevoli solo di appartenere a un gruppo razziale differente. Alla mattanza partecipano anche parecchi preti, cattolici, protestanti, avventisti.

E’ un genocidio che, prove alla mano, è stato preparato meticolosamente. Mentre i notabili del regime hutu al potere nei mesi precedenti avevano comprato armi, munizioni e perfino machete, dai microfoni di Radio Mille Coline, emittente legata al regime hutu, gli speaker, tra cui si distingue per la veemenza l’italo-belga Giorgio Ruggiu (che si è dichiarato colpevole e condannato a 12 anni), non fanno altro che eccitare gli animi: «Schiacciate gli inyenzi (cioè gli scarafaggi), riempite le tombe».

L’Onu non si muove e al Palazzo di Vetro di New York vengono cestinati gli accorati appelli del generale canadese Romeo Dallaire, capo di un piccolo drappello di caschi blu di stanza a Kigali, che annuncia con settimane, se non mesi di anticipo, la preparazione del genocidio. In cento giorni vengono sterminati un milione di tutsi e hutu moderati. Un’ecatombe.

Il mondo dei diplomatici assiste cinicamente immobile, e nel novembre successivo il Consiglio di Sicurezza decide di costituire ad Arusha, alle falde del Kilimangiaro, in Tanzania, un tribunale per i crimini commessi in Ruanda. Nelle maglie degli investigatori internazionali finisce anche padre Athanase, fino a prima di quell’aprile 1994 conosciuto come un’anima pia.

LA TRASFORMAZIONE - «Ogni mattina all’alba – racconteranno dieci anni dopo i suoi parrocchiani al Corriere, a Nyange vicino Kibuye, sul magnifico lago Kivu in Ruanda - scendeva nella sua chiesa, preparava i paramenti, li indossava in attesa dei fedeli per la messa. Distribuiva una parola buona per ciascuno, portava conforto alla sua gente oberata dalla fame e dalla povertà, non si lasciava sfuggire un’occasione per aiutare i più indigenti. Poi la trasformazione da pio a demonio».
L'AGGUATO - Seromba, sostiene il capo d’accusa firmato nel 2001 dall’allora procuratrice Carla del Ponte e dopo dal sostituto Silvana Arbia, assieme al borgomastro e all’ispettore di polizia prepara e mette in pratica un piano, diabolico, per sterminare la popolazione tutsi della zona. Per incoraggiare i tutsi in fuga disperata nelle campagne a ripararsi nella parrocchia, il ministro di Dio li attrae in chiesa usando tutta la sua autorità di religioso: promette protezione. Intere famiglie - certe che gli interahamwe rispetteranno il tempio, come già accaduto durante i massacri degli anni precedenti - accettano l’ospitalità offerta dall’abate. Ma una volta dentro, scoprono di essere intrappolati.
L'ORRORE - Nessuno dà loro acqua e cibo e padre Seromba respinge il denaro dei rifugiati per acquistare pane e frutta. Si rifiuta persino di celebrare la messa. Secondo l’atto d’accusa del Tribunale dell’Onu il prete ordina ai gendarmi di sparare su quanti, calandosi dalle finestre, cercano di rubare frutti dal bananeto alle spalle della parrocchia. I bambini, in preda a febbre e dissenteria, piangono in continuazione. Manca l’aria, 2 mila persone vivono nella disperazione in un luogo che può contenerne al massimo 1.500. Il 13 aprile matura il primo attacco: i miliziani estremisti circondano la chiesa, sparano raffiche di fucile sui civili inermi e tirano granate all’interno. Nella confusione, tra urla e schizzi di sangue, qualcuno riesce a scappare, ma viene catturato. I testimoni sentono il sacerdote ordinare ai soldati di chiudere tutte le porte e di giustiziare i trenta tutsi bloccati mentre erano in fuga. Il 16 aprile – sempre secondo l’accusa - Seromba e le autorità locali decidono per la soluzione finale. Chiamano gli autisti di due bulldozer della società italiana Astaldi, che sta costruendo la strada da Gitarama a Kibuye. L’idea è micidiale: seppellire i rifugiati sotto le macerie del luogo sacro. «Gli hutu sono tanti. Questa chiesa verrà ricostruita in tre giorni», sentenzia l’abate dando all’autista attonito l’ordine di procedere. Pochi minti prima un suo collega, che si era rifiutato di agire, era stato ammazzato con un colpo alla testa. Con movimenti coordinati le due macchine demoliscono i muri della chiesa, mentre la popolazione del villaggio, armata di machete e bastoni, circonda l’area per attaccare chi cerca di fuggire. Dentro trovano la morte 2mila tutsi.
LA FUGA - Ma sono loro a vincere la guerra nel giugno 1994 ed è Seromba a fuggire. Prima in Zaire (l’attuale Repubblica Democratica del Congo) poi in Italia. Quando giunge a Firenze, nell’estate del 1997, è raccomandato da una lettera del vescovo di Nyundo, che loda le sue doti di religioso semplice e devoto. Il prelato chiede alla diocesi fiorentina di dargli accoglienza per un certo periodo. Dice sì che è un profugo, ma dello Zaire e che si chiama Anastasio Sumbabura. La Curia toscana gli trova un posticino nella parrocchia dell’Immacolata a Montughi.

LA CATTURA - Tutto sembra finire lì. Invece lo scovano i giornalisti. Il governo italiano tergiversa, ma poi deve cedere alle pressioni della Del Ponte, che ottiene l’estradizione: è il febbraio 2002. L’avvocato di Seromba, il beninese, Alfred Pognon uno dei fondatori di Avvocati Senza Frontiere, durante un’intervista al Corriere nel settembre del 2004 ad Arusha, mentre si celebra il processo appare tranquillo. «Il mio cliente è una vittima – sostiene sicuro – e il tribunale dell’Onu è politicizzato. Quei giudici vogliono condannare gli accusati per giustificare la loro esistenza e la loro burocrazia ignava che costa milioni di dollari. Attraverso Seromba intendono colpire la Chiesa e noi dobbiamo impedirlo. Dimostrerò la sua innocenza». Ma le prove e le testimonianze sono schiaccianti e lui non riesce a farlo assolvere nonostante - sostengono sottovoce alla procura del tribunale - le pesanti pressioni del Vaticano sui magistrati.

Riccardo Venturi - 2007/9/18 - 15:13



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