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Francesco Guccini: Canzone dei dodici mesi

GLI EXTRA DELLE CCG / AWS EXTRAS / LES EXTRAS DES CCG
Language: Italian

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Di mamme ce n'è una sola
(Francesco Guccini)
Mondo Nuovo
(Francesco Guccini)
Su in collina
(Francesco Guccini)


it.fan.musica.guccini
[1972]
Testo e musica / Lyrics and music / Paroles et musique / Sanat ja sävel: Francesco Guccini
Album / Albumi: Radici

sestocajo


Buon anno, anzi ri-buonanno a tutte e tutti. Oppure, come solgo dire da tanto tempo giocando sul cognome di un vecchio e indomito anarchico catanese, Alfredo Maria a tutti quanti e tutte quante voi! Ieri sera, mi è pure capitato di rivederlo brevemente, il Guccini, in collegamento oramai ultraottantenne dalla sua casa di una Pàvana deserta, mentre specificava che, comunque, a Pàvana non c'è un gran traffico nemmeno senza i locchi dàuni e i coprifuochi. E così, mentre io e la Daniela festeggiavamo un capodanno deliziosamente belga, con le endives al forno col formaggio e la birra trappista, e mentre passavano un commovente streaming da una Fosdinovo derelitta e più deserta di Pàvana (con il Giromini, il Lega e Matteo Procuranti) e il Guccini dagli schermi di Propaganda Live, mi è venuta a mente questa canzoncina parecchio annosa e conosciuta, sulla cui origine (tra l'ispirazione cavata dai sonetti de' dodici mesi di Folgòre da San Gimignano e i controsonetti di Cenne da la Chitarra (forse più aderenti alla realtà attuale...), con coltissime citazioni -Thomas Stearns Eliot, Omar Khayyam...) tutto è stato oramai sviscerato. Proponendola nel primo giorno di questo dumilaventùno, dopo il disgraziato Doppio Venti la cui ripetizione, il Doppio Ventuno, nessuno di noi vedrà (tanto per fare un po' di càbbala, sia detto con accento gucciniano) -a parte, naturalmente, l'Anonimo Toscano del XXII Secolo-, ho pensato a quanto ci piacerebbe che l'anno che inizia fosse come quello della canzone, con le bianche file di campi, le piogge di marzo, le rose di maggio, luglio il leone, i ripensamenti di settembre, i tini grassi come pance piene d'ottobre e Cristo la tigre.

lunsmembSono d'accordo sul fatto che, come è stato detto all'inizio della Pestilenza, fosse proprio l'attuale normalità ad essere un problema; però, come dire, in mezzo a streaming, coprifuochi, distanziamenti e mascherine un po' di perplessa e non acritica nostalgia viene. Così, torna di moda una vecchia, abusata e sovente malintesa parola, “speranza”; e così sia intesa questa canzone, ed anche queste brevi note redatte mentre dalla finestra sta infuriando una fitta nevicata che, di certo, qualche bella fila di campi la imbiancherà per poi sciogliersi in marzo e addivenire alle lunghe e oziose ore di agosto. Sono del tutto certo che neppure questo 2021 sarà poi così “normale”, e che ci avremo da penare ancora per diverso tempo; ma non lamentiamoci troppo. C'è chi ha vissuto il 1917 e il 1943, e secondo me sono state annate ben peggiori. Coraggio, e basta con gli gnè gnè; anche se resto convinto che gli dèi vadano comunque placati con adeguati sacrifizi, e che l'immolazione di Zangrillo su un altare di Proserpina, di un giornalista di Libero su un'ara di Minerva, il rogo di Matteo Renzi dedicato al padre Giove e la crocifissione di Vittorio Sgarbi in onore del Dio Sole di Eliogabalo potrebbero essere misure da prendere ragionevolmente in considerazione, e che potrebbero accelerare il ritorno, se non alla normalità, perlomeno a condizioni momentaneamente accettabili. Per sottolineare tutta questa speranza, illustro questa pagina sia coi sonetti originali di Cenne da la Chitarra e Folgòre da San Gimignano, sia con le immagini de' dodici mesi tratte dalle Très riches heures du Duc de Berry. Buon ascolto, e buon anno! [RV 1-1-21]

Viene Gennaio silenzioso e lieve,
Un fiume addormentato
Fra le cui rive giace come neve
Il mio corpo malato, il mio corpo malato...
Sono distese lungo la pianura
Bianche file di campi,
Son come amanti dopo l'avventura
Neri alberi stanchi, neri alberi stanchi.

Gennaio.
Gennaio.


Viene Febbraio, e il mondo è a capo chino,
Ma nei convitti e in piazza
Lascia i dolori e vesti da Arlecchino,
Il carnevale impazza, il carnevale impazza...
L'inverno è lungo ancora, ma nel cuore
Appare la speranza
Nei primi giorni di malato sole
La primavera danza, la primavera danza.

Febbraio.
Febbraio.


Cantando Marzo porta le sue piogge,
La nebbia squarcia il velo,
Porta la neve sciolta nelle rogge
Il riso del disgelo, il riso del disgelo...
Riempi il bicchiere, e con l'inverno butta
La penitenza vana,
L'ala del tempo batte troppo in fretta,
La guardi, è già lontana, la guardi, è già lontana.

Marzo.
Marzo.


O giorni, o mesi che andate sempre via,
Sempre simile a voi è questa vita mia.
Diverso tutti gli anni, ma tutti gli anni uguale,
la mano di tarocchi che non sai mai giocare,
Che non sai mai giocare.

Con giorni lunghi al sonno dedicati
Il dolce Aprile viene,
Quali segreti scoprì in te il poeta
Che ti chiamò crudele, che ti chiamò crudele...
Ma nei tuoi giorni è bello addormentarsi
Dopo fatto l'amore,
Come la terra dorme nella notte
Dopo un giorno di sole, dopo un giorno di sole.

Aprile.
Aprile.


Ben venga Maggio e il gonfalone amico,
Ben venga primavera,
Il nuovo amore getti via l'antico
Nell'ombra della sera, nell'ombra della sera...
Ben venga Maggio, ben venga la rosa
Che è dei poeti il fiore,
Mentre la canto con la mia chitarra
Brindo a Cenne e a Folgore, brindo a Cenne e a Folgore.

Maggio.
Maggio.


Giugno, che sei maturità dell'anno,
Di te ringrazio Dio:
In un tuo giorno, sotto al sole caldo,
Ci sono nato io, ci sono nato io...
E con le messi che hai fra le tue mani
Ci porti il tuo tesoro,
Con le tue spighe doni all'uomo il pane,
Alle femmine l'oro, alle femmine l'oro.

Giugno.
Giugno.


O giorni, o mesi che andate sempre via,
Sempre simile a voi è questa vita mia.
Diverso tutti gli anni, ma tutti gli anni uguale,
la mano di tarocchi che non sai mai giocare,
Che non sai mai giocare.

Con giorni lunghi di colori chiari
Ecco Luglio, il leone,
Riposa, bevi e il mondo attorno appare
Come in una visione, come in una visione...
Non si lavora Agosto, nelle stanche
Tue lunghe oziose ore,
Mai come adesso è bello inebriarsi
Di vino e di calore, di vino e di calore.

Luglio.
Luglio.
Agosto.
Agosto.



Settembre è il mese del ripensamento
Sugli anni e sull'età,
Dopo l'estate porta il dono usato
Della perplessità, della perplessità...
Ti siedi e pensi e ricominci il gioco
Della tua identità,
Come scintille brucian nel tuo fuoco
Le possibilità, le possibilità.

Settembre.
Settembre.


Non so se tutti hanno capito, Ottobre,
La tua grande bellezza:
Nei tini grassi come pance piene
Prepari mosto e ebbrezza, prepari mosto e ebbrezza...
Lungo i miei monti, come uccelli tristi
Fuggono nubi pazze,
Lungo i miei monti colorati in rame
Fumano nubi basse, fumano nubi basse.

Ottobre.
Ottobre.


O giorni, o mesi che andate sempre via,
Sempre simile a voi è questa vita mia.
Diverso tutti gli anni, ma tutti gli anni uguale,
la mano di tarocchi che non sai mai giocare,
Che non sai mai giocare.

Cala Novembre e le inquietanti nebbie
Gravi coprono gli orti,
Lungo i giardini consacrati al pianto
Si festeggiano i morti, si festeggiano i morti...
Cade la pioggia, ed il tuo viso bagna
Di gocce di rugiada,
Te pure, un giorno, cambierà la sorte
In fango della strada, in fango della strada.

Novembre.
Novembre.


E mi addormento come in un letargo,
Dicembre, alle tue porte,
Lungo i tuoi giorni con la mente spargo
Tristi semi di morte, tristi semi di morte...
Uomini e cose lasciano per terra
Esili ombre pigre,
Ma nei tuoi giorni dai profeti detti
Nasce Cristo la tigre, nasce Cristo la tigre!

Dicembre.
Dicembre.


O giorni, o mesi che andate sempre via,
Sempre simile a voi è questa vita mia.
Diverso tutti gli anni, ma tutti gli anni uguale,
la mano di tarocchi che non sai mai giocare,
Che non sai mai giocare.


berryzod

Contributed by Riccardo Venturi - 2021/1/1 - 10:53


Folgòre da San Gimignano (1270-1332): Sonetti dei Mesi

Capodanno 1221: Assembramento di giovani senza mascherina, non distanziati e incuranti della Pestilentia.
Capodanno 1221: Assembramento di giovani senza mascherina, non distanziati e incuranti della Pestilentia.




Proemio

A la brigata nobile e cortese,
e ’n tutte quelle parti, dove sono,
con allegrezza stando sempre dono
cani, uccelli e danari per ispese,

ronzin portanti e quaglie a volo prese,
bracchi levar, correr veltri a bandono:
in questo regno Niccolò corono,
per ch’elli è fior della città sanese;

Tingoccio e Min di Tengo ed Ancaiano,
Bartolo e Mugavèro e Fainotto,
che paiono figliuol del re Priàno:

prodi e cortesi piú, che Lancilotto;
se bisognasse, con le lance in mano
farian torneamenti a Camelotto.

Gennaio

I’ doto voi, nel mese di gennaio
corte con fuochi di salette accese,
camer’ e letta d’ogni bello arnese,
lenzuoi di seta e coperti di vaio,

tregèa, confetti e mescere a razzaio,
vestiti di doagio e di rascese:
e ’n questo modo stare a le difese,
muova scirocco, garbino e rovaio.

Uscir di fuor alcuna volta il giorno,
gittando de la neve bella e bianca
a le donzelle, che saran da torno;

e, quando fosse la compagna stanca,
a questa corte facciasi ritorno:
e si riposi la brigata franca.

Febbraio

E di febbrai’ vi dono bella caccia
di cervi, cavrioli e di cinghiari,
corte gonnelle con grossi calzari,
e compagnia che vi diletti e piaccia;

can da guinzagli e segugi da traccia,
e le borse fornite di danari,
ad onta degli scarsi e degli avari,
che di questo vi dán briga ed impaccia;

e la sera tornar co’ vostri fanti
carcati de la molta salvaggina,
avendo gioia ed allegrezza e canti;

far trar del vino e fumar la cucina,
e fin al primo sonno star razzanti:
e po’ posare ’nfin a la mattina.

Marzo

Di marzo sí vi do una peschiera
d’anguille, trote, lamprede e salmoni,
di dèntali, dalfini e storioni,
d’ogn’altro pesce in tutta la rivèra;

con pescatori e navicelle a schiera,
e barche, saettíe e galeoni,
le quai vi portino tutte stagioni
a qual porto vi piace a la primèra:

che sia fornito di molti palazzi,
d’ogn’altra cosa, che vi sie mesterò,
e gente v’abbia di tutt’i sollazzi.

Chiesa non v’abbia mai né monastero;
lassate predicar i preti·pazzi,
c’hanno troppe bugie e poco vero.

Aprile

D’april vi dono la gentil campagna
tutta fiorita di bell’erba fresca;
fontane d’acqua, che non vi rincresca;
donn’ e donzelle per vostra compagna;

ambianti palafren, destrier di Spagna
e gente costumata a la francesca;
cantar, danzar a la provenzalesca
con instrumenti novi d’Alemagna.

E da torno vi sia molti giardini,
e giacchito vi sia ogni persona:
ciascun con reverenza adori e ’nchini

a quel gentil, c’ho dato la corona
di pietre preziose le piú fini,
c’ ha presto Gianni o re di Babilòna.

Maggio

Di maggio sí vi do molti cavagli,
e tutti quanti siano affrenatori,
portanti tutti, dritti corritori;
pettorali e testère di sonagli,

con bandère e coverte a molti tagli
di zendadi e di tutti li colori;
le targhe a modo degli armeggiatori;
viol’ e ros’ e fìor, ch’ogn’uom abbagli;

e rompere e fiaccar bigordi e lance,
e piover da finestre e da balconi
in giú ghirlande ed in sú melerance;

e pulzellette gioveni e garzoni
baciarsi ne la bocca e ne le guance:
d’amor e di goder vi si ragioni.

Giugno

Di giugno dovvi una montagnetta
coverta di bellissimi arboscelli,
con trenta ville e dodici castelli,
che sian intorno ad una cittadetta,

ch’abbia nel mezzo una sua fontanetta;
e faccia mille rami e fiumicelli,
ferendo per giardin e praticelli,
e rinfrescando la minuta erbetta.

Aranci e cedri, dáttili e lumie
e tutte l’altre frutte savorose
impergolate siano per le vie;

e le genti vi sian tutte amorose,
e faccianvisi tante cortesie,
ch’a tutto ’l mondo siano graziose.

Luglio

Di luglio in Siena, su la saliciata,
con piene le ’nghistare di trebbiani;
ne le cantine li ghiacci vaiani,
e man e sera mangiar in brigata

di quella gelatina ismisurata,
istarne roste, gioveni fagiani,
lessi capponi, capretti sovrani
e, cui piacesse, la manza e l’agliata.

Ed ivi trar buon tempo e buona vita,
e non andar di fuor per questo caldo;
vestir zendadi di bella partita;

e, quando godi, star pur fermo e saldo,
e sempre aver la tavola fornita:
e non voler la moglie per gastaldo.

Agosto

D’agosto si vi do trenta castella
in una valle d’alpe montanina,
che non vi possa vento di marina,
per istar sani e chiari come stella;

e palafreni da montare ’n sella,
e cavalcar la sera e la mattina:
e l’una terra a l’altra sia vicina,
ch’un miglio sia la vostra giornatella,

tornando tuttavia verso la casa;
e per la valle corra una fiumana,
che vada notte e dí traente e rasa;

e star nel fresco tutta meriggiana:
la vostra borsa sempre a bocca pasa,
per la miglior vivanda di Toscana.

Settembre

Di settembre vi do diletti tanti:
falconi, astori, smerletti, sparvieri;
lunghe, gherbegli, geti con carnieri,
brachette con sonagli, pasto e guanti;

bolz’ e balestre dritt’ e ben portanti,
archi, strali, ballotte e ballottieri;
síanvi mudati guilfanghi ed astieri
nidaci e di tutt’ altri uccel volanti,

che fosser buoni da snidar e prendere:
e l’un a l’altro tuttavia donando,
e possasi rubar, e non contendere,

quando con altra gente rincontrando;
la vostra borsa si’ acconcia a spendere,
e tutti abbiate l’avarizia in bando.

Ottobre

Di ottobre nel contá, c’ha buono stallo,
e’ pregovi, figliuoi, che voi n’andate;
traetevi buon tempo ed uccellate,
come vi piace, a piè ed a cavallo.

La sera per la sala andate a ballo,
e bevete del mosto e inebriate,
ché non ci ha miglior vita, in veritate:
e questo è vero, com’è ’l fiorin giallo.

E poscia vi levate la mattina,
e lavatevi’l viso con le mani;
lo rosto e ’l vino è buona medicina.

A le guagnèle, starete più sani,
ca pesce in lag’ o fiume o in marina,
avendo meglior vita di cristiani!

Novembre

E di novembre Petriuolo, il bagno,
con trenta muli carchi di moneta:
la ruga sia tutta coverta a seta;
coppe d’argento, bottacci di stagno:

e dar a tutt’ i stazzonier guadagno;
torchi doppier, che vegnan di Chiareta;
confetti con cedrata di Gaeta:
e béa ciascun e conforti ’l compagno.

E lo freddo sia grande e ’l fuoco spesso;
fagiani, starne, colombi mortiti,
lèvori, cavrioli rosto e lesso:

e sempre aver acconci gli appetiti;
la notte ’l vento e piover a ciel messo:
e siate ne le letta ben forniti.

Dicembre

E di dicembre una città in piano:
sale terrene, grandissimi fuochi,
tappeti tesi, tavolier e giuochi,
torticci accesi, star coi dadi in mano,

e l’oste inebriato e catellano,
e porci morti e finissimi cuochi,
ghiotti morselli, ciascun bea e manrdóchi:
le botti sian maggior, che San Galgàno.

E siate ben vestiti e foderati
di guarnacch’e tabarri e di mantelli
e di cappucci fini e smisurati;

e beffe far de’ tristi cattivelli
de’ miseri dolenti sciagurati
avari: non vogliate usar con elli.


31 dicembre 1220: Irregolare veglione di Capodanno (con la presenza di ben undici persone non coniunctae et familiares), prima dell'intervento di birri & scherani che lo han disciolto.
31 dicembre 1220: Irregolare veglione di Capodanno (con la presenza di ben undici persone non coniunctae et familiares), prima dell'intervento di birri & scherani che lo han disciolto.

2021/1/1 - 11:45


Cenne (Bencivenne) da la Chitarra (morto in Arezzo nel 1336): Risposta per contrarî ai sonetti de’ mesi di Folgore da San Geminiano

Capodanno 1221: Brigata di briachi che festeggia in barba a uno dei tanti decreti del Conte Giuseppe. Tutti sono stati in seguito deportati in horride e buje latomìe, nonché multati in ragione di scudi .ccc. a testa. Si ringrazia il sig. H. Bosch per l'immagine.
Capodanno 1221: Brigata di briachi che festeggia in barba a uno dei tanti decreti del Conte Giuseppe. Tutti sono stati in seguito deportati in horride e buje latomìe, nonché multati in ragione di scudi .ccc. a testa. Si ringrazia il sig. H. Bosch per l'immagine.




Dedica

A la brigata avara senza arnesi:
in tutte quelle parti dove sono,
davanti a’ dadi e tavolier’ li pono
perché al sole stien tutti distesi;

e in camicia stieno tutti i mesi
per poter più leggèr’ ire al perdono;
entro la malta e ’l fango gl’imprigiono,
e sien domati con diversi pesi.

E Paglierino sia lor capitano;
e abbia parte di tutto lo scotto,
con Benci e Lippo savio da Chianzano,

Senso da Panical ch’ha leggier trotto.
Chi lo vedesse schermir giuso al piano,
ciascun direbbe: «E’ pare un anitrotto».

Di gennaio

Io vi doto, del mese di gennaio,
corti con fumo al modo montanese,
letta qual’ ha nel mare il genovese,
acqua e vento che non cali maio,

povertà [di] fanciulle a colmo staio,
da ber aceto forte galavrese
e star[e] come ribaldo in arnese,
con panni rotti senza alcun denaio.

Ancor vi do così fat[t]o soggiorno:
con una vecchia nera, vizza e ranca,
catun gittando [de] la neve a torno;

apresso voi seder in una banca,
e resmirando quel so viso adorno;
così riposi la brigata manca.

Di febbraio

Di febbraio vi metto in valle ghiaccia
con orsi grandi vecchi montanari,
e voi cacciando con rotti calzari;
la nieve metta sempre e si disfaccia;

e quel che piace a l’uno a l’altro spiaccia:
con fanti ben ritrosi e bacalari;
tornando poi la sera ad osti cari,
lor moglie tesser tele ed ordir accia.

E ’n questo vo’ che siate senza manti,
con vin di pome, che stomaco affina;
in tal’ alberghi gran sospiri e pianti,

tremuoti, venti; e no sia con ruina,
ma sian sì forti, che ciascun si smanti
da prima sera enfino la mattina.

Di marzo

Di marzo vi riposo in tal manera:
in Puglia piana, tra molti lagoni,
e ’n essi gran mignatte e ranaglioni;
poi da mangiar abbiate sorbe e péra,

olio di noci vecchio, mane e sera,
per far caldegli, arance e gran cidroni;
barchette assai con remi e con timoni,
ma non possiate uscir de tal rivera;

Case de paglia con diversi razzi;
da bere vin gergon, che sia ben nero;
letta di schianze e di gionchi piumazzi.

Tra voi signor[e] sia un priete fero,
che da nessun peccato vi dislazzi;
per ciascun loco v’abbia un munistero.

Di aprile

Di aprile vi do vita senza lagna:
tafani a schiera con asini a tresca,
ragghiando forte, perché non v’incresca,
quanti ne sono in Perosa o Bevagna;

con birri romaneschi di Campagna
e ciaschedun di pugna sì vi mesca:
e, quando questo a gioco non rïesca,
restori i marri de’ pian de Romagna.

Per danzatori vi do vegli armini,
una campana, la qual peggio sona,
stormento sia a voi, e non refini.

E quel che ’n mil[l]antar sì largo dona,
en ira vegna de li soi vicini,
perché di cotal gente sì ragiona.

Di maggio

Il maggio voglio che facciate en Cagli
con una gente di lavoratori,
con muli e gran destrier’ zoppicatori:
per pettorali forti reste d’agli.

Intorno questo sìanovi gran bagli
di villan scapigliati e gridatori,
de’ qual’ resolvan sì fatti sudori,
che turben l’aire sì che mai non cagli;

altri villan poi facendovi mance
di cipolle porrate e di marroni,
usando in questo gran gavazze e ciance:

in giù letame ed in alto forconi;
vecchie e massai baciarsi per le guance;
di pecore e di porci si ragioni.

Di giugno

Di giugno siate in tal[e] campagnetta,
che ve sien[o] corbi ed argironcelli;
le chiane intorno senza caravelli:
entro nel mezzo v’abbia una isoletta,

de la qual esca sì forte venetta,
che mille parte faccia e ramicelli
d’aqua di solfo, e cotai gorgoncelli,
sì ch’ella adacqui ben tal contradetta.

Sorbi e pruni acerbi siano lìe,
nespole crude e cornie savorose;
le rughe sian fangose e stret[t]e vie;

le genti vi sian nere e gavinose,
e faccianvisi tante villanie,
che a Dio ed al mondo sïano noiose.

Di luglio

Di luglio vo’ che sia cotal brigata
en Arestano, con vin di pantani,
con acque salse ed aceti soprani,
carne di porco grasso apeverata;

e poi, diretro a questo, una insalata
di salvi’ e ramerin, per star più sani,
carne de volpe guascotta a due mani
e, a cui piacesse, drieto cavolata;

con panni grossi lunghi d’eremita:
e sia sì forte e [sì] terribil caldo
com’ha il solleone a la finita;

ed un brutto converso per castaldo,
avaro, che si apaghi di tal vita:
la moglie a ciaschedun sia’n manovaldo.

Di agosto

D’agosto vi reposo en aire bella,
en Sinegal[l]ia, che me par ben fina;
il giorno sì vi do, per medicina,
che cavalcate trenta migliatella,

e tutti en trottier’ magri senza sella,
sempre lung’ a un’acqua de sentina;
da l’altra parte si faccia tonnina,
poi ritornando a poso di macella.

E, se ben cotal poso non vi anasa,
met[t]ovi en Chiusi la cit[t]à sovrana,
sì stanchi tutti da non disfar l’asa;

la borsa di ciascuno stretta e vana,
e stare come lupi a boc[c]a pasa,
tornando in Siena un dïe la semana.

Di settembre

Di settembre vi do gioielli alquanti:
àgor’ e fusa, cumino et asolieri;
nottol’ e chieppe con nibbi lanieri;
archi da lana bistorti e pesanti;

barbagianni, assïuoli allocchi tanti
quanti ne son de qui a Monpeslieri;
guanti di lana, borsa da braghieri,
stando così a vostre donne davanti.

E sempre questo comparar e vendere
con tal mercadantìa il più usando;
e di settembre tal diletto prendere;

e per Siena entro gir alto gridando:
«Muoia chi cortesïa vuol defendere,
ch’i Salimbeni antichi li diêr bando»

Di ottobre

D’ ottobre vi conseglio senza fallo
che ne [la] Falterona dimorate,
e de le frutta, che vi so’, mangiate
a riglie grand’, e non vi canti gallo.

Chiare vi son l’acque come cristallo;
or bevete, figliuoli, e restorate;
uccellar bono v’è a’ varchi, en veritate,
ché farete nel collo nervo e callo,

in quel[l]’aire, che[d] è sot[t]ile e fina:
ben stanno en Pisa più chiari i pisani,
e ’l genovese lungo la marina.

Prendere ’l mi’ consegl’ non siate vani:
arosto vi darò mésto con strina,
che ’l sentiranno i p[i]edi con le mani.

Di novembre

Di novembre vi metto in un gran stagno,
in qual parte più pò fredda pianeta,
con quella povertà che non si acqueta
di moneta acquistar, che fa gran danno.

Ogni buona vivanda vi sia in banno;
per lume, facel[l]ine da verdeta;
castagne con mele aspre di Faeta:
[i]stando tutti ensieme en briga e lagno.

[E] fuoco non vi sia, ma fango e gesso,
se no ’n alquanti luochi di romiti
che sia di venti miglia lo più presso;

di vin e carne del tut[t]o sforniti:
[s]c[h]ernendo voi qual è più laido biesso,
veggendovi star tutti sì sguarniti.

Di dicembre

Di dicembre vi pongo in un pantano
con fango, ghiaccia ed ancor panni pochi;
per vostro cibo fermo fave e mochi;
per oste ab[b]iate un troio maremmano;

un cuoco brut[t]o, sec[c]o, tristo e vano,
che vi dia colli guascotti e, que’, pochi:
e qual tra voi ha lumi, dadi o rochi
tenuto sia come tra savi un vano.

Panni rotti vi do e debrilati;
apresso questo, on[n]’omo en capegli;
bot[t]acci di vin montanar fal[l]ati.

E chi ve mira sì se meravegli,
vedendovi sì brut[t]i e rabuf[f]ati,
tornando in Siena così bei fancegli.

Riccardo Venturi - 2021/1/1 - 13:12



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